GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

Author

Flaminia Maturilli - page 5

Flaminia Maturilli has 64 articles published.

COP24: l’Unione Europea partecipa alla Conferenza sul Clima con la strategia EU2050

EUROPA di

È iniziata il 2 dicembre 2018 la ventiquattresima Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), ospitata dalla città polacca di Katowice e che riunisce ministri e funzionari governativi, oltre a una vasta gamma di rappresentanti delle parti interessate.

Continue reading “COP24: l’Unione Europea partecipa alla Conferenza sul Clima con la strategia EU2050” »

Il consiglio europeo approva l’accordo Brexit

EUROPA di

È il 25 novembre 2018 quando l’Unione Europea si trova a dover considerare, per la prima volta dopo il referendum britannico per l’uscita del Paese dall’UE, una proposta di accordo formalmente approvata dal governo inglese. Si tratta di un momento di cruciale importanza per la questione Brexit: il Regno Unito ha notificato al Consiglio europeo l’intenzione di uscire dall’UE il 29 marzo 2017 e dunque è necessario stipulare un accordo di recesso entro due anni precisi, vale a dire il 29 marzo 2019.

Continue reading “Il consiglio europeo approva l’accordo Brexit” »

LIFE Programme: la Commissione europea approva nuovi investimenti per ambiente e clima

EUROPA di

Il programma LIFE è lo strumento di finanziamento dell’Unione Europea per l’ambiente e per il clima. L’obiettivo generale di LIFE è contribuire all’attuazione, all’aggiornamento e allo sviluppo della politica e della legislazione europea in materia ambientale e climatica mediante il cofinanziamento di progetti europei.

Continue reading “LIFE Programme: la Commissione europea approva nuovi investimenti per ambiente e clima” »

EUAM Iraq: il Consiglio proroga la missione fino al 2020

ASIA PACIFICO/EUROPA di

Il 15 ottobre 2018 il Consiglio dell’Unione Europea ha prorogato la missione consultiva dell’UE in Iraq EUAM – European Union Advisory Mission – fino al 17 aprile 2020. La missione consultiva dell’Unione europea si concentra sull’assistenza alle autorità irachene nell’attuazione degli aspetti civili della strategia di sicurezza nazionale irachena.

Continue reading “EUAM Iraq: il Consiglio proroga la missione fino al 2020” »

Visti umanitari per i rifugiati: la proposta alla Commissione UE

EUROPA di

Il Parlamento europeo è composto da diverse commissioni di eurodeputati, permanenti e temporanee, ed ognuna ha una propria specializzazione.

La commissione LIBE – Libertà civili, giustizia e affari interni – è responsabile della maggioranza della legislazione e del controllo democratico delle politiche di giustizia e affari interni a livello europeo. Con ciò, garantisce il pieno rispetto della Carta dei diritti fondamentali all’interno dell’Unione Europea, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e del rafforzamento della cittadinanza europea. Tale commissione svolge il suo lavoro interagendo con la Commissione europea e il Consiglio dei ministri, per poi cooperare strettamente con i parlamenti nazionali.

Le politiche in materia di giustizia e affari interni sono volte ad affrontare questioni di interesse comune a livello europeo, quali la lotta contro la criminalità internazionale e il terrorismo, la protezione dei diritti fondamentali, la protezione dei dati e della vita privata nell’era digitale, la lotta contro la discriminazione basata sull’origine etnica, la religione, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale.
Nella riunione della commissione LIBE del 10 ottobre 2018, i membri hanno affrontato diverse questioni: il progetto di relazione sulle norme per le minoranze nell’UE, con il relatore József Nagy (PPE) e i visti umanitari, con il relatore Juan Fernando López Aguilar (S&D); l’uso dei dati degli utenti di Facebook da parte di Cambridge Analytica e l’impatto sulla protezione dei dati, con il relatore Claude Moraes (S&D).

In particolare, nell’ambito dei visti umanitari, è emerso che:

– i detentori dei visti avrebbero accesso al territorio dell’Unione al solo scopo di richiedere protezione internazionale;

– i visti sarebbero da rilasciare presso le ambasciate e i consolati dell’UE all’estero;

– il 90% di quelli che hanno ottenuto protezione internazionale nell’UE è arrivato con mezzi irregolari;

– circa 30.000 persone sono morte cercando di raggiungere l’Europa dal 2000.

Dunque, con 39 voti favorevoli e 10 voti contrari, il Comitato per le libertà civili ha approvato la richiesta alla Commissione europea di presentare entro il 31 marzo 2019 una proposta legislativa che istituisca un visto umanitario europeo, che dia accesso al territorio europeo, in particolare allo Stato membro che rilascia il visto, al fine di presentare una domanda di protezione internazionale.

Nel corso dell’incontro, i deputati hanno sottolineato che, nonostante numerosi annunci e richieste di percorsi sicuri e legali per i richiedenti asilo in Europa, l’Unione Europea non dispone di un quadro preciso di procedure di ingresso. I rifugiati, attraverso i visti umanitari, avrebbero accesso al territorio dell’Unione Europea così da poter richiedere protezione internazionale.

Si ritiene infatti che i paesi dell’Unione Europea dovrebbero essere in grado di rilasciare visti umanitari presso ambasciate e consolati all’estero, così da consentire ai rifugiati in cerca di protezione di accedere all’Europa senza rischiare la vita.

Gli obiettivi di tale richiesta sono: tagliare il bilancio delle vittime, combattere il contrabbando e migliorare l’uso dei fondi di migrazione. Secondo la commissione LIBE, i visti umanitari contribuirebbero a far fronte al numero intollerabile di vittime nel mar Mediterraneo e quindi nelle rotte migratorie verso l’Unione Europea; inoltre, i visti servirebbero per combattere il contrabbando di esseri umani che si è creato e per gestire gli arrivi, l’accoglienza e il trattamento delle domande di asilo in un modo migliore. Attraverso i visti umanitari, si dovrebbe anche contribuire all’ottimizzazione da parte degli Stati membri e del bilancio dell’Unione Europea in materia di asilo, per le procedure di applicazione della legge, il controllo delle frontiere, la sorveglianza, la ricerca ed infine il soccorso.

Per poter ottenere il visto umanitario, i rifugiati beneficiari dovranno dimostrare un’esposizione o un rischio di persecuzione nel paese di origine ben fondati e non essere già parte di un processo di reinsediamento; prima di ottenere il visto, ogni candidato verrà sottoposto ad uno screening di sicurezza, attraverso le relative banche dati nazionali ed europee, per garantire che questo non costituisca un rischio per la sicurezza.

Il relatore Juan Fernando López Aguilar (S&D) ha dichiarato: “Nel contesto di un bilancio delle vittime inaccettabile nel Mediterraneo, il Parlamento Europeo deve dare risultati. Il voto di oggi è un passo limitato, ma comunque un segnale politico molto importante per la Commissione europea. Dobbiamo fare di più per aiutare quegli esseri umani bisognosi, poiché attualmente non esistono abbastanza percorsi legali e sicuri per l’UE per coloro che cercano protezione internazionale”.

Per ciò che riguarda i prossimi step, questa iniziativa legislativa sarà sottoposta a votazione da parte del Parlamento europeo nella seduta plenaria di novembre. Se adottata in seduta plenaria a maggioranza qualificata, la Commissione dovrà fornire una risposta motivata alla richiesta del Parlamento.

La Macedonia al voto per un futuro in UE e NATO

EUROPA di

Il 30 settembre 2018 i macedoni sono stati chiamati a votare sul cambio del nome del paese e non solo, poiché il risultato ha avuto conseguenze anche sul piano politico europeo: i cittadini che hanno partecipato al referendum  si sono trovati a dover scegliere per l’ingresso nell’Unione Europea e nella Nato della Macedonia, accettando l’accordo con la Grecia sul cambio del nome del paese. In particolare, la domanda sulle schede referendarie è stata «Sei favorevole a entrare nella NATO e nell’Unione Europea, e accetti l’accordo tra Repubblica di Macedonia e Grecia?».

La questione è tutt’altro che semplice: l’instabilità che caratterizza il paese dei Balcani è dovuta anche alla disputa con la Grecia per il nome. Dall’indipendenza della Macedonia nel 1991, vi è stato un continuo scontro con la Grecia sul nome del paese, territorio dell’ex Jugoslavia. In particolare, Atene non accettava il nome “Macedonia” a causa della possibilità che poi la Macedonia potesse nutrire ambizioni espansionistiche sulla provincia greca. Il paese è stato indicato con l’espressione “Repubblica ex jugoslava di Macedonia”, e la Grecia ha sempre posto il veto su ogni accenno di volontà di Skopje di entrare a far parte dell’Unione europea o della Nato. La situazione sembra essere migliorata grazie al raggiungimento di un compromesso con l’accordo di Prespa nel giugno 2018 tra i due paesi, nel quale si è utilizzato il nome “Repubblica di Macedonia del Nord”, così da distinguere lo Stato con la provincia greca.

Con il referendum del 30 settembre è stato proposto di sostituire i nomi “Repubblica di Macedonia” ed “Ex repubblica jugoslava di Macedonia” – Fyrom, usato nelle organizzazioni internazionali – con “Repubblica della Macedonia del Nord”. Sebbene si sia raggiunto un accordo che sembra essere una soluzione alla questione ultradecennale, all’interno di entrambi i paesi la situazione è tutt’altro che tranquilla.

Fin dall’inizio, l’opposizione al governo socialdemocratico di Zoran Zaev si è schierata contro l’accordo e quindi anche contro il referendum in questione, facendo leva sull’identità nazionale in funzione antieuropeista, mentre il governo di centro sinistra, autore dell’accordo con la Grecia, ha fatto campagna per il sì, sperando che un superamento del quorum potesse essere anche una legittimazione popolare per il suo operato. Non si è arrivati ad un vero e proprio boicottaggio da parte dell’opposizione, tuttavia si è spinto verso un astensionismo che ha inciso molto sul risultato referendario. Il referendum è consultivo e non vincolante, dunque per ratificare l’accordo con la Grecia sarebbe comunque necessaria l’approvazione parlamentare con una maggioranza di due terzi. Tale referendum ha molta importanza anche a livello europeo: a dimostrazione di ciò, molte figure importanti dell’Unione Europea e della Nato hanno visitato Skopje durante la campagna referendaria.

All’indomani del voto, ci si rende conto di come il referendum sia stato un vero e proprio flop: l’affluenza alle urne non ha raggiunto il quorum necessario – 50% +1 – con una partecipazione ferma circa al 35%. Tra i voti ottenuti, il 90,8% degli elettori ha votato a favore del cambio del nome del Paese – e di tutto ciò che ne consegue – mentre vi è stato solo il 6,18% di voti contrari, poiché chi voleva esprimere una posizione contraria ha preferito astenersi, così da non far raggiungere il quorum per la validità del referendum. Secondo il primo ministro macedone, è stato il boicottaggio operato dall’opposizione a provocare una così bassa affluenza, causata anche dalle dichiarazioni del Presidente della Repubblica, il nazionalista Gjorgje Ivanov, il quale considera l’accordo di Prespa come una violazione della sovranità nazionale macedone.

Si può quindi parlare di una vera e propria vittoria della destra e del centrodestra, ma il primo ministro Zaev sembra tutt’altro che scoraggiato: europeista convinto e fautore del referendum in questione, promette di continuare a lottare per garantire al paese balcanico l’integrazione in UE e NATO. La questione del referendum macedone ha avuto delle reazioni anche a livello europeo; l’Alto rappresentante dell’Unione Europea Federica Mogherini e il commissario europeo per l’Allargamento Johannes Hahn hanno infatti dichiarato che “la stragrande maggioranza di coloro che hanno esercitato il proprio diritto di voto ha votato sì all’accordo Grecia e al percorso europeo; ciò è un’opportunità storica per il Paese verso l’Unione Europea”. I due esponenti dell’UE hanno poi confermato il pieno sostegno di Bruxelles alla Macedonia, aggiungendo che “ora spetta a tutti gli attori politici e istituzionali agire seguendo le loro responsabilità costituzionali al di là delle linee politiche”.

Resta un dato di fatto che il referendum non è andato nel verso giusto rispetto a chi lo aveva proposto e promosso, poiché l’affluenza è rimasta molto al di sotto delle aspettative, mentre a festeggiare è stato il Partito Democratico per l’Unità nazionale (Vmro-Dpmne). Tuttavia, il premier Zaev si sofferma sull’importanza del risultato raggiunto, affermando che la volontà degli elettori dovrebbe trasformarsi in un’attività politica del Parlamento macedone; in caso contrario, si è disposti a procedere con delle elezioni anticipate. La già complessa situazione potrebbe allora continuare a complicarsi, alla luce del fatto che alle elezioni del 2016, il Vmro-Dpmne e i Socialdemocratici dovettero negoziare sette mesi per poter formare il governo.

La Macedonia potrebbe trovarsi di nuovo in una difficile campagna elettorale e la possibilità di entrare nell’UE e nella NATO si allontanerebbe ulteriormente.

Flaminia Maturilli
Vai a Inizio