GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Flaminia Maturilli - page 3

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L’Unione europea tra terrorismo e sicurezza

EUROPA di

Il Covid-19, la crisi economica e quella sanitaria non hanno spostato l’attenzione europea da due dei temi cruciali per l’Europa di oggi: terrorismo e sicurezza continuano ad essere centrali nelle politiche europee, anche a causa degli attacchi dell’ultimo periodo in Francia e in Austria. Nell’ambito dell’Unione della sicurezza, la Commissione europea ha presentato un nuovo programma di lotta al terrorismo e per un Europol più forte, al fine di potenziare la resilienza dell’UE. Allo stesso tempo, è stata presentata una relazione sulla sicurezza, rispettando l’impegno di riferire periodicamente sui progressi compiuti in tale ambito.

L’Unione della sicurezza 2020-2025

Il 24 luglio scorso la Commissione europea ha adottato la strategia dell’UE per l’Unione della sicurezza 2020-2025 ed ha presentato una serie di iniziative con l’obiettivo di creare un approccio multidisciplinare, coordinato e integrato alla sicurezza, rispettando i diritti fondamentali. Nella strategia sono state stabilite le priorità strategiche interdipendenti in materia di sicurezza europea sulla base dell’Agenda 2015-2020 e che verranno portate avanti tra il 2020 e il 2025. Tra le iniziative presenti vi è la strategia dell’UE per una lotta efficace contro gli abusi sessuali, un piano d’azione in materia di droga e il piano sul traffico di armi da fuoco.

Il programma di lotta al terrorismo

Tra le iniziative che rientrano nell’Unione della sicurezza è compreso anche il nuovo programma di lotta al terrorismo e per sviluppare la resilienza europea nei confronti delle minacce terroristiche. Tale programma è stato ideato con il fine di aiutare gli Stati membri a prevedere e prevenire la minaccia terroristica, imparando anche a reagire in modo più efficace. A tal proposito, risulta essenziale il ruolo dell’Europol, l’agenzia dell’UE per la cooperazione nell’attività di contrasto al terrorismo: con il nuovo programma proposto, l’agenzia fornirà un migliore sostegno alle indagini degli Stati membri.

Molteplici sono gli obiettivi previsti dal programma per prevedere, prevenire, proteggere e reagire al terrorismo. Innanzitutto, individuare le vulnerabilità e sviluppare una capacità di previsione delle minacce: la ricerca in materia di sicurezza diviene qui essenziale, insieme al potenziamento della resilienza delle infrastrutture critiche e delle missioni consultive organizzate dalla Commissione per aiutare gli Stati membri a svolgere valutazioni dei rischi. In secondo luogo, è importante prevenire gli attentati e combattere la radicalizzazione, contrastando la diffusione delle ideologie estremiste e dei contenuti terroristici online. Inoltre, verranno elaborate delle linee guida sulla moderazione dei contenuti disponibili al pubblico e verrà rafforzata l’azione preventiva delle carceri, soprattutto per quanto concerne la riabilitazione e il reinserimento. Particolarmente considerevole sarà poi promuovere la sicurezza e ridurre le vulnerabilità per proteggere le città e la popolazione: l’Unione europea garantisce una maggiore protezione fisica degli spazi pubblici sin dalla loro progettazione, rendendo più resilienti le infrastrutture critiche. Infine, si ha l’obiettivo di rafforzare il sostegno operativo, l’azione penale e i diritti delle vittime per reagire meglio agli attentati: la cooperazione di polizia e lo scambio di informazioni nell’UE sono cruciali per reagire agli attentati in modo efficace. La Commissione europea proporrà nel 2021 un codice di cooperazione di polizia dell’UE, al fine di rafforzare la cooperazione di contrasto al terrorismo.

Al fine reagire al meglio al terrorismo, sarà fondamentale per l’UE coinvolgere i paesi partner, dal vicinato al resto del mondo, collaborando attivamente anche con le organizzazioni internazionali. A tal proposito, la Commissione nominerà un coordinatore antiterrorismo che avrà lo scopo di coordinare la politica e i finanziamenti dell’UE nel settore della lotta al terrorismo.

La relazione sull’Unione della sicurezza

Quando nel luglio 2020 la Commissione ha presentato la nuova strategia, si è impegnata a riferire periodicamente sui progressi compiuti nel settore della sicurezza. Il 9 dicembre la Commissione europea ha presentato la sua prima relazione in tale ambito, evidenziando le azioni intraprese a livello europeo: assicurare un ambiente della sicurezza adeguato alle esigenze future; affrontare le minacce in evoluzione; proteggere i cittadini europei dal terrorismo; costruire un forte ecosistema della sicurezza. La relazione copre il periodo che va da ottobre 2019 a dicembre 2020 e illustra i principali progressi fatti in materia.

La Commissaria europea per gli Affari interni Ylva Johansson ha dichiarato: “La sicurezza interna è il cuore della strategia sulla sicurezza dell’Unione. Oggi e nelle prossime settimane mi concentrerò sulle esigenze individuate, tra cui figurano il miglioramento della risposta dell’UE ai contenuti terroristici online, l’interoperabilità tra i sistemi informatici e l’individuazione, la segnalazione e la rimozione di materiale pedopornografico online”. In merito al programma di lotta al terrorismo ha invece affermato: “Il programma di lotta al terrorismo presentato potenzia la capacità degli esperti di prevedere nuove minacce, aiuta le comunità locali a impedire la radicalizzazione, dota le città dei mezzi per proteggere gli spazi pubblici con una valida progettazione e garantisce che possiamo reagire rapidamente e più efficacemente agli attacchi commessi e tentati”.

Eurogruppo, il sì alla riforma del MES e i nodi da sciogliere

EUROPA di

Lunedì 30 novembre, l’Eurogruppo, l’organo informale che raccoglie i ministri degli Stati membri di economia e finanze dell’eurozona, ha trovato un accordo sulla riforma del MES, il “Meccanismo Europeo di Stabilità”. I ministri hanno approvato la modifica del trattato che ridisegna gli aiuti tradizionali del MES, al fine di prevenire le crisi e non curarle con rigide condizionalità. Il Commissario all’economia Paolo Gentiloni ha definito l’incontro un vero “successo”, anche perché la riforma è stata avviata due anni fa e, anche a causa del Covid-19, era attesa da oltre un anno. Per entrare in vigore però, avrà bisogno della conferma del Consiglio europeo e del via libera dei Parlamenti nazionali.

La necessità di una riforma del MES

Il MES è un’istituzione intergovernativa che non rientra tra le istituzioni dell’Unione europea ma che, tuttavia, è stata istituita al fine di aiutare i paesi dell’eurozona che si trovano in difficoltà. Nasce nel 2012 proprio con lo scopo di mettere in comune i fondi dei paesi dell’area euro e utilizzarlo per aiutare gli stati membri in grave crisi, come fu per la Grecia, Cipro, Portogallo e Irlanda. Tuttavia, da anni si parla della necessità di una riforma del trattato dell’organizzazione in quanto, per ricevere l’aiuto, ogni Stato avrebbe dovuto accettare un rigido piano di riforme – con misure quali tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni, liberalizzazioni – ed essere sottoposto alla sorveglianza di un comitato costituito da Commissione europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale. Nato come tentativo di rendere l’eurozona economicamente unita e solidale nell’affrontare le crisi, questo meccanismo è stato oggetto di numerose critiche, anche opposte tra loro, con la solita contrapposizione di paesi. Se per i paesi del Nord Europa si tratta di un incentivo dato ai paesi del Sud per spendere più di quanto possiedono, molti paesi criticano le rigide misure previste in cambio degli aiuti. A partire dal 2018 dunque, si è iniziata a discutere la riforma del meccanismo e l’approvazione definitiva è arrivata solo a fine 2020.

Cosa prevede la riforma

Si tratta di un allargamento delle competenze del MES in quanto contempla una serie di nuovi compiti per il Meccanismo. In particolare, si prevede un ulteriore sviluppo degli strumenti del MES, il rafforzamento del ruolo del Meccanismo nella progettazione, nella negoziazione e nel monitoraggio dei programmi di assistenza finanziaria. Poi, si annuncia la creazione di un sostegno per il Fondo di risoluzione unico, che potrà essere finanziato dal MES quale rete di protezione per le banche a rischio. Quest’ultimo è un importante passo in avanti verso l’Unione bancaria e, vista la sua rilevanza, entrerà in vigore nel 2022 invece che nel 2024. Il presidente dell’Eurogruppo Donohoe considera tale sostegno comune come una rete di sicurezza che “rafforzerà e integrerà il pilastro di risoluzione dell’unione bancaria” garantendo che “il fallimento di una banca non danneggi l’economia in generale”. La riforma elimina, inoltre, il Memorandum previsto per imporre le condizioni di aiuto per i paesi che richiedono l’attivazione del Meccanismo, e lo sostituisce con una lettera d’intenti che assicura il rispetto delle regole del Patto di stabilità. I Paesi potranno ottenere i prestiti usufruendo di linee di credito precauzionali, senza concordare misure economiche particolari, se rispettano pienamente i parametri del trattato di Maastricht: rapporto deficit/Pil sotto il 3%, rapporto debito/Pil al 60%. Al momento, dieci Paesi, tra cui l’Italia, non rientrano in tali parametri.

Seppur di fondamentale importanza, il via libera dell’Eurogruppo alla riforma del MES non è vincolante né definitivo. Al contrario, è il punto di partenza e la base dell’accordo che dovrà essere oggetto del prossimo Consiglio europeo, per il quale la decisione finale passerà dai ministri dell’economia e delle finanze ai capi di Stato e di governo dell’eurozona. In caso di immediata intesa nel Consiglio europeo, si potrà procedere con l’atto che rende davvero operativo il consenso: la firma del trattato potrà avvenire con tutta probabilità a gennaio 2021. Tuttavia, il MES rimane un’organizzazione intergovernativa: necessita dunque dell’approvazione, in via definitiva, dei Parlamenti nazionali e solo allora potrà entrare in vigore.

Le reazioni in Italia

Il ministro dell’Economia italiano Gualtieri, nell’approvare la riforma del MES, ha specificato un elemento importante da sottolineare: la riforma del MES non riguarda la linea di credito approvata per lo scoppio della crisi da Covid-19, quella del “MES sanitario”. Il ministro ha dunque precisato che l’approvazione della riforma non equivale all’attivazione del MES da parte dell’Italia e, anche una volta approvata in via definitiva dal Parlamento, la modifica non comporta obblighi per l’Italia. Tuttavia, questa continua a dividere la maggioranza italiana, mentre il ministro dell’Economia ha affermato che si tratta di “un risultato positivo e importante su un testo equilibrato che ha richiesto un negoziato intenso”. Proprio per queste divergenze e poiché il MES è da almeno un anno al centro del dibattito politico italiano, la posizione dell’Italia ha avuto una rilevanza particolare. “Vorrei ringraziare Roberto Gualtieri per il suo coraggio politico poiché l’unico Stato della zona euro in cui questa questione è diventata un’importante questione di politica interna è stato l’Italia”, ha detto a tal proposito il ministro delle Finanze francese, Bruno Le Maire. Se per il commissario all’Economia Gentiloni si tratta di una “buona notizia per cittadini e imprese”, il capo politico del Movimento 5 Stelle ha sottolineato che “la riforma del MES e il suo utilizzo sono due elementi totalmente distinti”, e parte del Movimento continua ad essere contrario anche alla riforma stessa.

L’approvazione della riforma è dunque ancora lontana e necessita del doppio vaglio Consiglio europeo – dove il Primo ministro Conte non mancherà di riportare anche la visione del primo partito al governo – e Parlamento nazionale, dove la maggioranza è divisa.

L’impegno dell’UE per la parità di genere e l’emancipazione femminile

EUROPA di

Il 25 novembre 2020, in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, l’Unione europea ha presentato un ambizioso piano per promuovere la parità di genere e l’emancipazione femminile in tutte le azioni dell’Unione europea. Si tratta di un importante e, vista la giornata, simbolico passo in avanti compiuto dall’UE, sempre più attenta a tali dinamiche. I diritti delle donne sono al centro dell’azione UE da tempo ma, con l’elezione di Ursula Von der Leyen quale prima presidente donna della Commissione europea, nonché di Angela Merkel quale presidente di turno del Consiglio dell’UE, la strategia per la parità di genere subisce l’accelerazione che da tempo si aspettava.

La strategia dell’UE per la parità di genere

Lo scorso 5 marzo, la Commissione europea ha presentato la strategia per la parità di genere 2020-2025, “Verso un’Unione dell’uguaglianza”. La volontà della presidente Von der Leyen di impegnarsi in materia è presente già negli orientamenti politici e nel programma presentato quando era ancora la candidata alla carica di presidente. Una volta eletta, ha mantenuto la propria posizione presentando questa strategia al fine di compiere progressi significativi entro il 2025 per giungere ad un’Europa garante della parità di genere. L’obiettivo finale è uno solo: far si che donne e uomini siano liberi di perseguire le proprie scelte di vita con pari opportunità di realizzazione. La strategia presentata è basata sul duplice approccio dell’integrazione della dimensione di genere combinata con azioni mirate e con il principio dell’intersezionalità. È in tale contesto che si inserisce il nuovo piano d’azione sulla parità di genere.

Il piano d’azione sulla parità di genere

Il piano d’azione presentato il 25 novembre ha una portata simbolica non indifferente. In occasione della giornata internazionale dell’eliminazione della violenza sulle donne, la Commissione europea e l’Alto Rappresentante dell’Unione europea hanno reso la parità di genere e l’emancipazione femminile una vera e propria priorità dell’UE: l’obiettivo è far sì che le donne possano esercitare pienamente i loro diritti ed aumentare la propria partecipazione. Il nuovo piano d’azione per il periodo 2021-2025 mira ad accelerare i progressi nell’emancipazione delle donne, salvaguardando i risultati conseguiti. Dall’analisi fornita si evince, infatti, che nessun paese al mondo è sulla strada per raggiungere l’uguaglianza di genere e l’emancipazione. Inoltre, le conseguenze socioeconomiche della crisi da Covid-19 hanno colpito la popolazione in maniera sproporzionata, gravando principalmente sulle donne: la perdita dei posti di lavoro è superiore di 1,8 a quella degli uomini, con conseguente aumento del tasso di povertà. In estrema sintesi, il piano d’azione rende la promozione della parità di genere una priorità di tutte le politiche europee; delinea una tabella di marcia per la collaborazione con tutti i portatori di interessi; intensifica l’azione in tutti i settori strategici; invita le istituzioni a dare il buon esempio, garantendo la trasparenza dei risultati.

I cinque pilastri d’azione

Il piano d’azione presentato fornisce un quadro politico con ben cinque pilastri per accelerare i progressi verso l’adempimento degli impegni internazionali in materia. Il primo pilastro afferma che l’85% di tutte le nuove azioni nell’ambito delle relazioni esterne contribuiranno a conseguire la parità di genere e l’emancipazione femminile entro il 2025. Il secondo pilastro disciplina una visione strategica condivisa e una collaborazione con gli Stati membri e i partner a livello regionale, nazionale e multilaterale: è necessario un approccio comune per tutti gli attori dell’UE per ogni livello, dalla società civile ai giovani, dai portatori di interessi ai governi nazionali. Il terzo pilastro è un invito ad accelerare i progressi, concentrandosi sulle principali aree tematiche di impegno: la lotta contro la violenza di genere, la promozione dell’emancipazione economica, sociale e politica; l’accesso universale all’assistenza sanitaria e ai diritti delle donne; la parità nella partecipazione e nella leadership. Il quarto pilastro invita l’UE a dare il buon esempio in materia di parità di genere ed emancipazione femminile, anche attraverso l’istituzione di una leadership equilibrata. Infine, ci si impegna nel monitoraggio dei risultati al fine di verificare sempre i miglioramenti apportati dal piano d’azione.

Le reazioni nell’UE

Il nuovo piano è stato presentato con un forte entusiasmo da parte delle istituzioni europee. L’Alto Rappresentante Josep Borrel ha affermato che “la partecipazione e la leadership delle donne e delle ragazze è essenziale per garantire democrazia, giustizia, pace, sicurezza, prosperità e un pianeta più verde”, ed ha aggiunto che “grazie a questo nuovo piano d’azione intendiamo accelerare e incentivare i progressi verso la parità di genere”. Anche la Commissaria per i partenariati internazionali, Jutta Urpilainen, ha affermato “un maggiore impegno nella parità di genere è fondamentale per una ripresa sostenibile dalla crisi Covid-19 a livello mondiale e per la costruzione di società più eque, inclusive e prospere. Le donne e le ragazze sono in prima linea di fronte alla pandemia e devono essere anche al timone della ripresa”.

Meno entusiasti sono apparsi invece i paesi dell’Est Europa: parte del gruppo Visegrad, dopo il veto sul Recovery Fund, ha mostrato la propria contrarietà verso il piano d’azione. Polonia e Ungheria, in particolare, non sembrano condividere con gli altri Stati membri l’insieme dei valori che l’UE intende promuovere nelle proprie relazioni con i Paesi terzi, tra cui figura anche la parità di genere. I due paesi, pur affermando di sostenere la parità uomo-donna, non intendono fare in modo che il riferimento all’uguaglianza di genere allarghi il campo anche alla comunità LGBTIQ.

Unione europea e Stati Uniti: di nuovo amici?

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Il 3 novembre si sono tenute le elezioni più importanti e più seguite del 2020, le presidenziali americane, il cui esito è arrivato solo dopo qualche giorno: Joe – Joseph Robinette – Biden, il candidato del Partito Democratico, è stato eletto 46° presidente degli Stati Uniti d’America. Il candidato democratico ha sconfitto il presidente in carica, Donald Trump, sia in termini di voto popolare che nel voto dei collegi elettorali. L’elezione di Biden a Presidente ha molteplici risvolti e significati e dà luogo a numerose questioni, tra cui: cosa cambierà per l’Europa? L’Unione europea non sarebbe nata senza gli Stati Uniti d’America, paese che da sempre considera alleato e amico. È con l’ultimo mandato presidenziale che i rapporti sono divenuti più tesi ed è per questo che è importante comprendere che piega prenderanno ora. Vecchio e Nuovo continente torneranno ad essere veri alleati?

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UE e Covid-19: l’Unione europea della salute e l’accordo con Pfizer per l’accesso ai vaccini

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L’Europa si trova nel pieno della cosiddetta seconda ondata di diffusione del Covid-19 e l’emergenza sanitaria si fa sempre più grave. Per questo motivo, l’Unione europea sta intensificando la propria azione di risposta alla crisi. In primo luogo, su un piano interno, sta compiendo i primi passi verso la costruzione dell’Unione europea della salute: verranno dunque presentate diverse proposte per potenziare il quadro per la sicurezza sanitaria dell’UE rafforzando il ruolo delle agenzie europee coinvolte. In secondo luogo, da un punto di vista esterno, la Commissione europea ha approvato un nuovo contratto con l’alleanza BioNTech-Pfizer per garantire l’accesso a un potenziale vaccino: l’accordo permetterà l’acquisto iniziale di 200 milioni di dosi per conto di tutti gli Stati membri dell’UE.

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Condizionalità economica e stato di diritto: l’accordo tra Consiglio e Parlamento europeo per vincolare i fondi al rispetto dei principi UE

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Il Consiglio europeo, nel pianificare ed approvare il Recovery Fund, il Piano per la ripresa dalla crisi economica causata dalla pandemia di Covid-19, ha stabilito che l’erogazione delle misure economiche previste siano in qualche modo subordinate al rispetto dei principi dello Stato di diritto. Dello stesso avviso sono anche le altre due importanti istituzioni europee che, in merito, hanno raggiunto un accordo di fondamentale importanza: secondo il Parlamento europeo e il Consiglio, i Paesi dell’UE che non rispettano lo stato di diritto potrebbero perdere l’accesso ai fondi europei.

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Green Deal europeo: le due nuove strategie della Commissione europea

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Il 14 ottobre, nell’ambito del Green Deal europeo, la Commissione europea ha presentato due nuove strategie che contribuiscono al raggiungimento degli obiettivi previsti dal progetto dell’UE, tra i quali ridurre le emissioni di gas a effetto serra. In particolare, sono state presentate le strategie sul metano e sulle sostanze chimiche per un ambiente privo di sostanze tossiche. La prima strategia è volta a ridurre le emissioni di metano, il secondo agente climalterante più importante dopo il carbonio, e definisce proprio le misure per ridurre le emissioni di metano in Europa e a livello internazionale. La seconda strategia è finalizzata ad azzerare l’inquinamento e creare un ambiente privo di sostanze tossiche, innovando le sostanze chimiche e rendendole più sostenibili.

La strategia per ridurre le emissioni di metano

Gli obiettivi climatici previsti dal Green Deal europeo prevedono importanti riduzioni di emissioni di gas a effetto serra per il 2030, fino a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Per arrivare a tale obiettivo, si deve intervenire in quanti più settori possibili, a partire da quello dei gas climalteranti. In particolare, la strategia proposta dalla Commissione definisce le misure per ridurre le emissioni di metano in Europa e a livello internazionale, gas responsabile del 10% delle emissioni totali di gas a effetto serra: contiene interventi legislativi e non nei settori dell’energia, dell’agricoltura e dei rifiuti. Questi tre settori, insieme, rappresentano circa il 95% delle emissioni di metano associate all’attività umana nel mondo, mentre l’Unione europea produce il 5% delle emissioni mondiali di metano a livello interno. Proprio per questo, la Commissione collaborerà con i partner internazionali dell’UE e con l’industria per conseguire riduzioni delle emissioni.

I punti previsti dalla strategia sono molteplici: senz’altro, si punta a migliorare la misurazione e la comunicazione delle emissioni di metano. Il livello di monitoraggio attuale, infatti, varia secondo i settori e gli Stati membri, mentre la Commissione vuole rafforzare le norme in materia di misurazione e sosterrà la creazione di un osservatorio internazionale delle emissioni di metano in collaborazione con il programma dell’ONU per l’ambiente, la Coalizione per il clima e l’aria pulita e l’Agenzia internazionale per l’energia. Nel settore energetico, la riduzione delle emissioni di metano sarà garantita attraverso l’obbligo di migliorare il rilevamento e la riparazione delle perdite nelle infrastrutture del gas, nonché attraverso il dialogo con i partner internazionali. La Commissione si occuperà anche di migliorare la comunicazione delle emissioni prodotte dall’agricoltura attraverso una migliore raccolta di dati, promuovendo opportunità di riduzione delle emissioni con il sostegno della politica agricola comune. Nel settore dei rifiuti, la Commissione valuterà l’opportunità di ulteriori azioni per migliorare la gestione dei gas di discarica, sfruttandone il potenziale di consumo energetico.

La strategia in materia di sostanze chimiche

Insieme alla strategia per la riduzione di metano, la Commissione europea ha adottato la strategia dell’Unione in materia di sostanze chimiche per la sostenibilità: si tratta del primo passo da compiere per azzerare l’inquinamento e creare un ambiente privo di sostanze tossiche. In particolare, tale strategia darà impulso all’innovazione per creare sostanze chimiche più sicure e sostenibili, nonché garantire una migliore protezione della salute umana e dell’ambiente dalle sostanze chimiche pericolose. Tale obiettivo verrà perseguito anche attraverso il divieto di utilizzare le sostanze chimiche più nocive in prodotti di consumo quotidiano, oppure con la possibilità di usare le sostanze solo in modo sostenibile e sicuro. La strategia è molto ampia e comprende diverse azioni da svolgere, in particolare al fine di migliorare la protezione della salute e dell’ambiente, stimolare l’innovazione e promuovere la competitività dell’UE. L’obiettivo è quello di consentire la transizione verde del settore chimico e delle catene del valore per evitare gli effetti più nocivi delle sostanze chimiche e per garantirne il minor impatto possibile sul clima, l’uso delle risorse, gli ecosistemi e la biodiversità. La strategia prevede che l’industria dell’UE diventi un soggetto competitivo a livello mondiale nella produzione e nell’uso di sostanze chimiche sicure e sostenibili. Un aspetto importante è anche il fatto che la Commissione propugnerà l’adozione a livello mondiale di norme di sicurezza e sostenibilità, promuovendo un approccio coerente per impedire che le sostanze pericolose vietate nell’UE siano prodotte e poi esportate.

Le dichiarazioni

Virginijus Sinkevicius, Commissario responsabile per l’Ambiente, gli oceani e la pesca, ha dichiarato: “Dobbiamo il nostro benessere e gli elevati standard di vita alle numerose sostanze chimiche utili inventate negli ultimi 100 anni. Non possiamo tuttavia ignorare i danni causati da molte sostanze chimiche pericolose alla salute umana e all’ambiente. Dopo aver compiuto molti progressi per regolamentare le sostanze chimiche nell’UE, con la presente strategia intendiamo valorizzare i risultati fin qui ottenuti e spingerci oltre per impedire che le sostanze chimiche più pericolose si diffondano nell’ambiente e nel nostro organismo, con conseguenze negative soprattutto per le persone più fragili e vulnerabili”.

Frans Timmermans, vicepresidente esecutivo per il Green Deal, ha dichiarato: “Per diventare il primo continente climaticamente neutro l’Unione europea deve tagliare tutti i gas a effetto serra. Il metano è il secondo più potente gas a effetto serra e una causa determinante dell’inquinamento atmosferico. La strategia sul metano garantisce tagli delle emissioni in tutti i settori, in particolare l’agricoltura, l’energia e i rifiuti. Crea per le zone rurali l’opportunità di produrre biogas a partire dai rifiuti. La tecnologia satellitare dell’Unione europea consentirà di monitorare da vicino le emissioni e di innalzare gli standard internazionali”.

Legge europea sul clima: le richieste del Parlamento europeo

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Nell’ultima sessione plenaria del Parlamento europeo, tenutasi a Bruxelles dal 5 all’8 ottobre 2020, il Parlamento europeo si è espresso in merito alla Legge europea sul clima, chiedendo di raggiungere degli obiettivi ancor più ambiziosi di quanto non siano quelli proposti dalla Commissione europea nell’ambito del Green Deal. In particolare, gli eurodeputati hanno richiesto una riduzione delle emissioni del 60% nel 2030, poi si sono espressi in merito ad un bilancio per i gas a effetto serra per garantire che l’UE raggiunga l’obiettivo di Parigi, un organismo scientifico indipendente per monitorare i progressi e per l’eliminazione graduale di tutte le sovvenzioni dirette e indirette ai combustibili fossili entro il 2025.

La legge europea sul clima nel Green Deal europeo

Il 4 marzo 2020, la Commissione europea ha presentato una proposta legislativa al fine di sancire ulteriormente l’impegno dell’UE nel conseguimento della neutralità climatica entro il 2050. Trasformando in legge l’obiettivo prefissato, cioè divenire una società a impatto climatico zero, si garantisce ancora di più la concreta volontà dell’UE di impegnarsi in tale ambito. Gli obiettivi della legge europea sul clima sono di definire il percorso da seguire per arrivare alla neutralità climatica in modo equo ed efficiente, creare un sistema di monitoraggio dei progressi per poi intraprendere ulteriori azioni e garantire la transizione verso la neutralità climatica. La Commissione europea, attraverso la proposta di legge, intende istituire un quadro di riferimento per rendere vincolante il traguardo di zero emissioni di gas serra per il 2050, rispettando le conclusioni scientifiche fornite dall’IPCC e cercando di mettere in atto l’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici.

Le richieste del Parlamento europeo

Non appena presentata la proposta legislativa da parte della Commissione europea, il Parlamento si è da subito detto insoddisfatto e pronto a rendere più ambiziosa la legge per il clima. Ad aprile 2020 è stato presentato un progetto di relazione che ha emendato la proposta della Commissione europea in molti punti, l’11 settembre la Commissione ambiente del Parlamento europeo ha adottato una relazione sulla legge europea per il clima e l’8 ottobre il Parlamento europeo ha adottato il suo mandato negoziale sulla legge europea sul clima.

Con 392 voti a favore, 161 contro e 142 astensioni, il Parlamento europeo si è espresso a favore di una legge europea sul clima più ambiziosa, che miri a trasformare le promesse politiche – vale a dire il raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050 in Europa – in un obbligo vincolante in quanto legge, fornendo ai cittadini e alle imprese europee la certezza giuridica e la prevedibilità, elementi necessari per pianificare la trasformazione. Gli eurodeputati hanno insistito sul fatto che sia l’Unione europea che gli Stati membri devono diventare neutri sotto il profilo delle emissioni di carbonio entro il 2050; dal 2051 l’UE dovrà raggiungere l’obiettivo di emissioni negative. Proprio per questo, si chiedono i finanziamenti sufficienti per il raggiungimento degli obiettivi. Inoltre, i deputati vogliono istituire un Consiglio europeo per i cambiamenti climatici: un organismo scientifico indipendente per valutare i progressi dell’UE in tale direzione.

L’obiettivo proposto

L’obiettivo attuale che l’Unione europea deve raggiungere nell’ambito della riduzione delle emissioni per il 2030 è del 40% rispetto al 1990. La Commissione europea, nella proposta di legge del 4 marzo, ha proposto di arrivare almeno al 55% rispetto ai livelli del 1990, così da raggiungere la neutralità climatica per il 2050. Il Parlamento europeo si è spinto ancora più in alto, proponendo una riduzione delle emissioni del 60% al 2030, aggiungendo anche l’aumento degli obiettivi nazionali in modo equo ed efficiente, anche in termini di costi. Inoltre, tra l’obiettivo del 60% al 2030 e la neutralità climatica al 2050, gli eurodeputati hanno richiesto alla Commissione europea di stabilire anche un obiettivo intermedio per il 2040, così da garantire che l’UE intraprenda le giuste misure nel corso degli anni.

La votazione in Parlamento e i prossimi step

Nonostante il grande consenso mostrato per il Green Deal europeo, l’Eurocamera non si è mostrata così unita di fronte alla necessità di rendere più ambiziosa la legge sul clima. Il Partito popolare europeo si è espresso in modo contrario alla proposta del Parlamento ed ha quindi deciso di astenersi dalla votazione; i Conservatori e i sovranisti di Identità e democrazia hanno votato negativamente, mentre sono stati a favore i socialisti-democratici, i Verdi e gran parte dei liberali. Guardando i partiti italiani, quelli di maggioranza (PD e M5S) si sono schierati a favore, insieme a Italia Viva e Azione, mentre il voto negativo è arrivato da Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia. La motivazione alla base dell’astensione e del voto negativo risiede nelle conseguenze economiche e sociali che tale legge potrebbe avere. “La tutela dell’ambiente è un valore che accomuna tutti, ma anziché proporre obiettivi concreti e raggiungibili, l’Ue sacrifica lo sviluppo, le imprese e il lavoro degli italiani sull’altare di progetti utopici e totalmente irrealizzabili” hanno dichiarato i parlamentari leghisti della commissione Envi. Il giorno prima della votazione, il coordinatore per il clima e l’ambiente al PPE, Peter Liese, ha affermato “il Ppe non voterà contro, ma ci asterremo perché sinceramente il 60% non ci piace e pensiamo che metta davvero in pericolo i posti di lavoro” e ha proseguito “sosteniamo la neutralità climatica e pensiamo sia importante avere una legge per clima. Siamo molto fiduciosi che il Consiglio Ue farà attenzione e che torneremo alla proposta della Commissione europea del 55% netto”.

Il Parlamento europeo, dopo aver presentato le proprie richieste, intraprenderà i negoziati con i paesi membri dell’Unione europea. Fondamentale è anche il ruolo del Consiglio europeo che dovrà concordare una posizione comune in merito.

Brexit, la questione si fa sempre più complessa

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La Brexit, l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, sta diventando sempre più complessa. Oltre alla difficoltà dei negoziati in sé, sia da parte del Regno Unito che dell’Unione europea, e dunque al raggiungimento dell’accordo volto a regolare i rapporti tra le parti dopo l’uscita del paese dall’UE, la situazione è andata complicandosi ulteriormente. Nelle ultime settimane, la Camera dei Comuni ha approvato una legge in materia di mercato interno che viola gli accordi già presi con l’Unione europea, in particolare per il rapporto con l’Irlanda del Nord. Per tutta risposta, la Commissione europea ha aperto una procedura di infrazione nei confronti del Regno Unito. L’accordo definitivo sulla Brexit, dunque, è sempre più lontano.

Il contesto

L’accordo di recesso è stato ratificato dall’Unione europea e dal Regno Unito ed è entrato in vigore il 1° febbraio 2020, iniziando a produrre effetti giuridici in base al diritto internazionale. In tale quadro, il governo di Boris Johnson ha proposto una legge, poi votata in Parlamento, che di fatto viola alcune clausole dell’accordo stretto con l’UE e, in particolar modo, quelle che riguardano l’Irlanda del Nord. Il 9 settembre 2020 è stato presentato il progetto di legge sul mercato interno del Regno Unito, che ha scatenato non poche reazioni a Bruxelles. Il vicepresidente Maroš Šefčovič ha chiesto una riunione straordinaria del comitato misto UE-Regno Unito per invitare il governo britannico a chiarire le sue intenzioni e a rispondere alle gravi preoccupazioni dell’UE. Durante la riunione, che si è svolta il 10 settembre a Londra tra Michael Gove, Cancelliere del Ducato di Lancaster, e il vicepresidente Maroš Šefčovič, quest’ultimo ha dichiarato che, se fosse stato adottato, il progetto di legge avrebbe costituito una gravissima violazione dell’accordo di recesso e del diritto internazionale, invitando il governo del Regno Unito a ritirare le misure dal progetto di legge prima possibile e, in ogni caso, entro la fine di settembre. A norma dell’accordo di recesso, durante il periodo di transizione – che termina il 31 dicembre 2020 – la Corte di giustizia dell’Unione europea ha competenza giurisdizionale e la Commissione ha potere rispetto al Regno Unito, anche per quanto riguarda l’interpretazione e l’applicazione dell’accordo.

La nuova legge in Regno Unito

Il 30 settembre, la Camera dei Comuni britannica ha approvato, con 340 voti favorevoli e 256 contrari, il progetto di legge sul mercato interno, United Kingdom Internal Market Bill, nonostante il monito dell’UE sulla possibile violazione dell’accordo di recesso. Il disegno di legge dovrà passare alla Camera dei Lord per essere definitivamente approvato. Tale legge stabilisce le regole per il funzionamento del mercato interno del Regno Unito e, dunque, del commercio tra Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord, dopo la fine del periodo di transizione per la Brexit. In particolare, il progetto prevede che non ci sia nessun nuovo controllo sulle merci in transito dall’Irlanda del Nord alla Gran Bretagna. Questo elemento è particolarmente importante perché l’accordo di recesso approvato dai parlamenti europeo e inglese è nato proprio grazie ad un compromesso trovato tra i negoziatori: Johnson, a differenza della ex premier May, aveva ceduto su diversi aspetti riguardanti il confine tra Irlanda e Irlanda del Nord. L’UE insisteva affinché non venisse costruita alcuna frontiera tra i due paesi, ma per fare ciò l’Irlanda del Nord avrebbe dovuto continuare a rispettare le leggi europee in materia di dazi e circolazione dei beni e servizi. Ciò era, per Theresa May, una violazione dell’integrità territoriale del Regno Unito. Johnson ha inizialmente accettato la richiesta europea, per poi invece agire ora in violazione dell’accordo. La legge proposta da Johnson andrebbe, invero, a violare l’accordo di recesso in diversi punti.

La reazione dell’Unione europea

Il 1° ottobre, la Commissione europea ha inviato una lettera di costituzione in mora del Regno Unito per violazione dei suoi obblighi derivanti dall’accordo di recesso. Tale lettera si inserisce nel più ampio avvio di un procedimento formale di infrazione nei confronti del Regno Unito, che ha tempo un mese per rispondere alla lettera dell’UE. La motivazione alla base di tale lettera è che, a norma dell’articolo 5 dell’accordo di recesso, l’Unione europea e il Regno Unito devono adottare ogni misura atta ad assicurare l’adempimento degli obblighi derivanti dall’accordo e astenersi da qualsiasi misura che possa mettere in pericolo la realizzazione dei suoi obiettivi. Inoltre, le parti sono tenute a collaborare in buona fede nell’adempimento dei compiti derivanti dall’accordo di recesso. Secondo quanto affermato dalla Commissione europea, il progetto di legge inglese, se fosse adottato, costituirebbe una violazione del protocollo su Irlanda/Irlanda del Nord, in quanto consentirebbe al Regno Unito di non tener conto degli effetti giuridici delle disposizioni sostanziali del protocollo dell’accordo di recesso. Questa violazione è stata riconosciuta dai rappresentanti del governo inglese, atti a voler derogare in via permanente agli obblighi derivanti dal protocollo.

Quanto alle prossime tappe, il Regno Unito dovrà rispondere entro un mese, presentando le proprie osservazioni. Dopo aver preso conoscenza delle osservazioni inglesi, la Commissione europea potrà decidere se emettere un parere motivato, ma già sappiamo che l’Unione europea non intende proseguire i negoziati se la nuova legge entrerà in vigore. In tale contesto, infatti, si svolgono ancora i negoziati per trovare un accordo commerciale che entri in vigore alla fine del periodo di transizione: l’eventuale uscita senza accordo avrebbe effetti disastrosi per l’economia britannica e per i paesi maggiormente legati al Regno Unito.

Unione europea – Bielorussia, le discussioni in Parlamento e in Consiglio Affari Esteri per imporre le sanzioni

EUROPA di

La questione della Bielorussia continua ad essere centrale nell’Unione europea, pur essendo passato oltre un mese dalla data delle elezioni che hanno visto Lukashenko riconfermarsi come Presidente. Da allora, la situazione non sembra essere migliorata: la principale leader dell’opposizione, Svetlana Tikhanovskaya, si trova ancora fuori dal proprio paese, nel quale continuano le manifestazioni contro il potere di Lukashenko, seguite anche da arresti e repressioni. Inoltre, il 23 settembre, Lukashenko si è ufficialmente insediato come Presidente ma in gran segreto, giurando in una cerimonia tenuta nascosta fino all’ultimo momento, e impegnandosi a “servire la gente della Bielorussia lealmente, a rispettare e proteggere i diritti e le libertà dei cittadini e a rispettare e proteggere la costituzione”, scatenando così ulteriori proteste, poi represse. Per questo motivo, in questi giorni, sia il Parlamento europeo che il Consiglio Affari Esteri hanno affrontato la questione, non riconoscendo il risultato, né tantomeno Lukashenko come presidente legittimo, e proponendo sanzioni ben precise, ma non senza difficoltà.

Il dibattito in Parlamento

Il 17 settembre, i deputati dell’Europarlamento hanno richiesto l’adozione di sanzioni da parte dell’Unione europea contro il gruppo di individui responsabili della falsificazione dei risultati elettorali e della violenta repressione delle proteste in Bielorussia, compreso anche il presidente Lukashenko, ed hanno invitato gli Stati membri dell’UE ad attuare queste misure restrittive in sede di Consiglio europeo. I deputati, inoltre, hanno condannato anche gli arresti di massa e la violenta repressone in corso nei confronti di manifestanti pacifici, leader promotori di scioperi e giornalisti, anche a seguito delle numerose segnalazioni di maltrattamenti e torture vere e proprie emerse dai centri di detenzione e dalle carceri bielorusse.

Con una risoluzione adottata con 574 favorevoli, 37 contrari e 82 astensioni, il Parlamento europeo ha respinto e rifiutato di riconoscere i risultati ufficiali delle elezioni presidenziali bielorusse dello scorso 9 agosto, in quanto si sono svolte in violazione di tutti gli standard internazionalmente riconosciuti. Una volta scaduto il mandato dell’attuale presidente, Lukashenko, il Parlamento non lo riconoscerà più come presidente del Paese. Nell’ambito di tale risoluzione, in Italia ha avuto molto risonanza l’astensione della Lega, e non sono mancate le critiche degli eurodeputati del Partito Democratico contro tale decisione.

Ad ogni modo, per rendere effettive tali sanzioni, serve il via libera del Consiglio europeo, composto dai capi di Stato o di governo dei Paesi membri dell’UE.

L’incontro del Parlamento con Svetlana Tikhanovskaya

Lunedì 21 settembre, la principale oppositrice di Lukashenko ha parlato in commissione Affari Esteri al Parlamento europeo, appellandosi alla comunità internazionale per ricevere il sostegno necessario alla battaglia che si sta combattendo. “Chiediamo all’intera comunità internazionale di non accettare la legittimazione di Lukashenko perché non è legittimato agli occhi del popolo bielorusso. Hanno rubato i nostri voti durante le elezioni” ha affermato la leader dell’opposizione bielorussa nel punto stampa tenuto con il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli. “Continueremo a protestare per settimane, mesi, anche anni, se necessario. Non saremo più ostaggi di Lukashenko, non vivremo più nelle sue prigioni, non torneremo più nello stato in cui abbiamo versato per ventisei anni” ha dichiarato decisa la Tikhanovskaya, affermando che, di fatto, quella di Lukashenko è una dittatura che, senza l’aiuto della comunità internazionale, è difficile fermare. “Chiedo a tutti di dare voce alla situazione nel nostro Paese perché solo con l’aiuto della comunità internazionale potremo vincere la nostra lotta per la democrazia in Bielorussia”. “Non è una rivoluzione geopolitica, a favore o contro la Russia o a favore o contro l’Ue. È una rivoluzione democratica per la Bielorussia” ha concluso la leader bielorussa, decisa ad andare fino in fondo a tale vicenda.

Il presidente della Commissione affari esteri, David McAllister, dopo l’incontro con la leader bielorussa ha affermato “Sono stato molto lieto di dare il benvenuto di persona alla Tikhanovskaya alla nostra riunione di commissione oggi per un dibattito interessante e stimolante. La posizione del Parlamento europeo è molto chiara: respingiamo i risultati delle cosiddette elezioni presidenziali svoltesi in Bielorussia il 9 agosto, in quanto si sono svolte in flagrante violazione di tutti gli standard internazionalmente riconosciuti. […] Ciò di cui la Bielorussia ha bisogno ora è una transizione di potere pacifica e democratica come risultato di un dialogo nazionale inclusivo tra tutte le parti interessate”.

La questione al Consiglio Affari Esteri

Il 21 settembre, in concomitanza con la visita di Svetlana Tikhanovskaya, il Consiglio Affari Esteri, che riunisce i ministri degli esteri dei paesi UE, ha discusso, tra le altre cose, anche della situazione in Bielorussia. Lo stesso Josep Borrell, l’Alto rappresentante dell’UE, ha incontrato la Tikhanovskaya prima del Consiglio ed ha riconosciuto l’importanza della sua perseveranza nella lotta contro Lukashenko: “Sosterremo un dialogo interno inclusivo, per elezioni libere e giuste. Questo non può essere considerata un’interferenza negli affari interni. La democrazia e i diritti umani sono al cuore dell’identità dell’Ue” ha affermato il capo della diplomazia europea.

Sebbene i ministri degli esteri abbiano rilevato la determinazione e la perseveranza dei cittadini bielorussi malgrado la repressione, abbiano espresso loro piena solidarietà per le loro aspirazioni democratiche e abbiano chiesto nuove elezioni libere e regolari sotto la supervisione dell’OSCE, non sono riusciti ad imporre le sanzioni. “Nonostante ci sia una chiara volontà” di imporre le sanzioni richieste anche dal Parlamento europeo, “non è stato possibile raggiungere l’unanimità necessaria”, ha affermato Borrell. In particolare, a porre un freno a tali sanzioni è stato il ministro degli esteri cipriota, per una ragione ben precisa: “Le reazioni dell’Ue alle violazioni di qualsiasi principio o valore dell’Unione non possono essere à la carte”; se si procede con le sanzioni alla Bielorussia, per il cipriota è necessario procedere anche con le sanzioni per la Turchia, nel caso di un fallimento del dialogo con Ankara. Per questo motivo, entrambe le questioni sono state rimandate al prossimo Consiglio europeo.

Flaminia Maturilli
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