GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Flaminia Maturilli - page 3

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Commissione UE, doppia procedura di infrazione all’Italia per viaggi e inquinamento

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La Commissione europea ha avviato una doppia procedura di infrazione per l’Italia. La prima è sui rimborsi ai passeggeri per i viaggi cancellati a causa del Covid-19: la modalità di rimborso prevista dall’Italia consente alle compagnie di offrire dei voucher come unica forma di rimborso, mentre ai sensi del regolamento europeo i passeggeri hanno il diritto di scegliere tra il rimborso in denaro o in voucher. La seconda procedura avviata contro l’Italia è motivata dal ritardo nell’adozione del programma nazionale di controllo dell’inquinamento atmosferico e dalla mancata comunicazione alla Commissione, cosa che sarebbe dovuta avvenire entro il 1° aprile 2019.

La procedura d’infrazione per i voucher

Il 2 luglio 2020 la Commissione europea ha avviato un procedimento di infrazione inviando lettere di messa in mora – il primo step della procedura – a Grecia e Italia per violazione delle norme europee sulla tutela dei diritti dei passeggeri. In particolare, si afferma che i due Paesi hanno violato le norme dell’UE in materia di diritti dei passeggeri per quanto riguarda il trasporto aereo e per vie navigabili. Inoltre, l’Italia non ha adottato misure conformi alle norme anche in merito ai trasporti con autobus e nel trasporto ferroviario. Sebbene la Commissione europea riconosca che a causa della pandemia di coronavirus molte imprese si sono trovate ad affrontare situazioni insostenibili, si pone a tutela dei diritti dei passeggeri: le misure nazionali a tutela delle imprese non possono limitare i diritti dei passeggeri. Ciò di cui i Paresi sono accusati è che hanno adottato una legislazione che consente di offrire voucher come unica forma di rimborso, quando invece secondo i regolamenti europei i passeggeri hanno il diritto di scegliere tra un rimborso in denaro o in altra forma, tra cui anche i voucher; i passeggeri si sono dunque trovati costretti ad accettare la soluzione dei voucher. L’Italia ha infatti permesso alle compagnie di trasporti che cancellano un viaggio per motivi legati al covid-19 di fino al 30 settembre di emettere un voucher di importo pari a quello del biglietto, senza far scegliere se avere indietro i soldi.

Grecia e Italia hanno due mesi di tempo per rispondere alla lettera della Commissione e, trascorso il tempo previsto, la Commissione potrà decidere di inviare un parere motivato. La procedura avviata può culminare in gravi sanzioni per i Paesi, ma al momento è solo nella sua fase iniziale e il tutto dipende da come evolverà la situazione in Grecia e Italia.

Sempre in quest’ambito, la Commissione europea ha ribadito che i diritti dei passeggeri e dei consumatori devono essere tutelati anche nell’ambito dei viaggi a pacchetto con la formula del “tutto compreso”: ad emettere i voucher, in questo caso, sono stati i tour operator, anche questa volta senza far scegliere ai consumatori. In quest’ultima occasione, Bruxelles ha inviato delle lettere di messa in mora anche ad altri Stati membri, quali Repubblica Ceca, Cipro, Francia, Croazia, Lituania, Polonia, Portogallo e Slovacchia. Ad accettare con piacere la presa di posizione della Commissione europea è la BEUC, Associazione europea dei consumatori, secondo la quale ora è compito dei governi garantire il rimborso ai viaggiatori e ripristinare la fiducia nel settore turistico.

La seconda procedura per l’inquinamento

Sempre il 2 luglio, la Commissione ha sollecitato Italia e Lussemburgo a adottare i loro programmi nazionali di controllo dell’inquinamento atmosferico e comunicarli alla Commissione, secondo quanto stabilito dalla direttiva in materia di riduzione delle emissioni nazionali degli inquinanti atmosferici. Tale direttiva stabilisce gli impegni nazionali di riduzione delle emissioni ed ha l’obiettivo di ottenere livelli di qualità dell’aria che non comportino significativi impatti negativi e rischi per la salute umana e l’ambiente. Compito degli Stati membri è di adottare dei programmi di controllo dell’inquinamento atmosferico nei quali vengano definite le modalità per il raggiungimento delle riduzioni concordate delle loro emissioni annuali. In realtà, gli Stati avrebbero dovuto presentare i loro programmi nazionali di controllo dell’inquinamento atmosferico il 1° aprile 2019. La Commissione ha sollecitato diverse volte ma non avendo ricevuto risposta ha deciso di inviare lettere di costituzione in mora, concedendo a Italia e Lussemburgo tre mesi di tempo per adottare i programmi. In assenza dei programmi, tra tre mesi la Commissione chiederà un parere motivato. Per comprendere l’importanza del piano di controllo dell’inquinamento in Italia, basti pensare a ciò che l’esposizione all’inquinamento atmosferico comporta per i cittadini italiani. Secondo il report “Air quality in Europe” pubblicato dall’Agenzia europea dell’ambiente, ogni anno tre inquinanti atmosferici causano 76.200 vittime: l’Italia è infatti il primo in Europa per morti premature da biossido di azoto (NO2) con circa 14.600 vittime all’anno, ha il numero più alto di decessi per ozono (3.000) e il secondo per il particolato fine PM2,5 (58.600).

Repubblica Ceca, le ultime indagini dell’UE sul conflitto d’interessi e gli aiuti di Stato

EUROPA di

In linea con quanto accaduto lo scorso anno, continuano i problemi tra Unione europea e Repubblica Ceca. Il 19 giugno, gli europarlamentari hanno adottato una risoluzione in cui chiedono di risolvere il conflitto d’interesse nel Paese e di istituire un meccanismo per prevenire i conflitti d’interesse e garantire la registrazione dei nomi dei beneficiari dei fondi europei. Il 23 giugno, la Commissione europea ha avviato un’indagine approfondita per valutare se la compensazione concessa dalla Repubblica Ceca alla Posta ceca per adempiere alla sua missione di servizio pubblico è in linea con le norme dell’UE in materia di aiuti di Stato, in quanto la Posta Ceca è il principale operatore postale della Repubblica Ceca ed è interamente di proprietà dello Stato.

La risoluzione del Parlamento europeo

Venerdì 19 giugno gli europarlamentari hanno adottato, con 510 voti favorevoli, 53 contrari e 101 astensioni, una risoluzione in cui si afferma che il Primo ministro ceco Babiš continua ad essere attivamente coinvolto nell’esecuzione del bilancio europeo, pur continuando a controllare la società Agrofert, uno dei maggiori beneficiari dei sussidi europei in Repubblica Ceca. Si tratta di un conglomerato di oltre 230 aziende che è stato di proprietà del Primo ministro ceco; il gruppo ha fortemente beneficiato di fondi europei, ricevendo circa 36,5 milioni di euro in sussidi agricoli solo nel 2018. L’indagine iniziata nel gennaio 2019 è formalmente ancora in corso, ma i deputati europei hanno insistito sulla necessità del primo ministro di gestire la posizione di conflitto d’interesse in tre modi possibili: rinunciando ai propri interessi commerciali e aziendali; astenendosi dal chiedere finanziamenti europei; astenendosi dalle decisioni europee che riguardano i loro interessi. Attualmente, nessuna legge europea obbliga uno Stato membro a rivelare i beneficiari finali dei fondi europei. Dunque, i deputati hanno chiesto alla Commissione europea di istituire dei meccanismi per prevenire i conflitti di interesse relativi ai fondi europei, non solo per il caso ceco; le norme dovrebbero includere l’obbligo di pubblicare i beneficiari delle sovvenzioni europee e i massimali di pagamento diretto per ogni persona. Nel novembre 2019, tutti i pagamenti dal bilancio europeo alle società del Primo ministro, ricco imprenditore ceco, sono stati sospesi. I deputati della commissione per la sorveglianza del bilancio sostengono che fino a quando le indagini della Commissione europea e dell’Ufficio europeo per la lotta antifrode non saranno completate, il paese non dovrebbe prendere parte alle decisioni sui bilanci dell’UE.

Infine, il Parlamento ha anche condannato l’uso del linguaggio diffamatorio e dei discorsi di odio utilizzato dal Primo ministro Babiš contro gli eurodeputati che hanno preso parte alla missione conoscitiva a Praga nel febbraio scorso, nell’ambito delle indagini per l’irregolarità della gestione dei fondi europei: in particolare, ha definito “squilibrata” Monica Hohlmeier, alla guida della missione della commissione parlamentare per il controllo dei bilanci, ed ha chiamato “traditori” due membri cechi della missione.

In risposta a quanto richiesto dagli europarlamentari, il primo ministro Babiš ha affermato che i legislatori europei “hanno incitato le misure relative a specifici procedimenti penali sul territorio ceco senza conoscenze o prove specifiche”. Inoltre, ha aggiunto all’agenzia di stampa CTK “Penso che questo possa essere percepito come una prova della pressione politica e mediatica sulla magistratura ceca e delle interferenze negli affari interni”.

Le indagini della Commissione europea

La Commissione ha avviato un’indagine approfondita sul finanziamento del servizio postale della Repubblica ceca nell’ambito degli aiuti di Stato. Nel gennaio 2020, la Repubblica ceca ha notificato alla Commissione europea il suo piano di compensazione per le poste ceche per un importo di 7,5 miliardi di corone ceche (circa 282,1 milioni di euro) per l’adempimento dell’obbligo del servizio postale universale nel periodo 2018-2022; ciò include la fornitura di servizi postali di base in tutto il paese a prezzi convenienti e con determinati requisiti minimi di qualità. Tuttavia, nel novembre 2019 la Commissione ha ricevuto due denunce da parte dei concorrenti delle Poste ceche che sostenevano che la compensazione da concedere alle Poste ceche per i suoi obblighi di servizio universale per il periodo 2018-2022 fosse incompatibile con la normativa in materia, in quanto non venivano rispettati i criteri previsti di compensazione. La Commissione teme quindi che la Posta ceca possa essere stata sovracompensata tra il 2018 e il 2022 e, a seguito di una valutazione preliminare, ha deciso di avviare un’indagine approfondita, non escludendo il rischio di sovracompensazione che comporta notevoli distorsioni del mercato. La Commissione esaminerà ora ulteriormente la questione per verificare se le sue ipotesi iniziali verranno confermate ed ha aperto le indagini alle osservazioni anche da parte della Repubblica Ceca.

Summit Unione europea – Cina tra commercio, Covid-19 e diritti umani

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L’Unione europea e la Cina hanno tenuto il loro 22° vertice bilaterale in videoconferenza il 22 giugno 2020. Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, accompagnati dall’alto rappresentante Josep Borrell, hanno incontrato telematicamente il primo ministro cinese Li Keqiang e il presidente cinese Xi Jinping. Al centro del vertice vi sono stati molteplici argomenti: commercio, azione climatica, sviluppo sostenibile, diritti umani – non negoziabili secondo la Von der Leyen – ed anche la risposta al coronavirus. “Il summit di oggi Ue-Cina è un’opportunità estremamente necessaria per andare avanti su tutti gli aspetti della nostra cooperazione”. Così su Twitter la presidente della Commissione Ue.

22° Summit

Il 22 giugno si è tenuto in videoconferenza il 22° summit tra l’Unione europea e la Repubblica Popolare Cinese, incontro di fondamentale importanza dal punto di vista geopolitico, soprattutto a seguito della strategia lanciata dall’UE nel marzo 2019. L’UE infatti ha ricordato gli importanti impegni assunti in occasione del vertice passato ed ha sottolineato la necessità di attuare tali impegni in modo dinamico e orientato ai risultati, in quanto ad oggi i progressi fatti sono limitati. L’agenda del summit in questione comprendeva le relazioni bilaterali tra i due attori, le questioni regionali e internazionali, la pandemia di Covid-19 e la ripresa economica. Importante tema è stato anche quello degli investimenti: l’UE ha fortemente sottolineato la necessità di portare avanti i negoziati per un ambizioso accordo di investimento globale UE-Cina che affronti le attuali asimmetrie nell’accesso al mercato e garantisca delle condizioni di parità. Per fare ciò sono necessari progressi urgenti, in particolare per quanto riguarda il comportamento delle imprese statali, la trasparenza dei sussidi e le norme che affrontano i trasferimenti di tecnologia. L’UE ha ribadito anche l’urgente necessità per la Cina di impegnarsi in futuri negoziati sui sussidi industriali in seno all’OMC e di affrontare l’eccesso di capacità in settori tradizionali come l’acciaio e le aree ad alta tecnologia. I leader hanno avuto una discussione anche sui cambiamenti climatici, in quanto la Cina è partner dell’UE ai sensi dell’accordo di Parigi, ma deve impegnarsi in un’azione nazionale risoluta e ambiziosa per ridurre le emissioni a breve termine e fissare un obiettivo di neutralità climatica al più presto possibile. Infine, il vertice è stato anche l’occasione per discutere dell’importanza del settore digitale per le economie e le società di tutto il mondo. L’UE ha sottolineato che lo sviluppo di nuove tecnologie digitali deve andare di pari passo con il rispetto dei diritti fondamentali e della protezione dei dati.

Le questioni più spinose: Covid-19, Hong Kong e diritti umani

In risposta alla pandemia di COVID-19, l’Unione Europea ha sottolineato la responsabilità condivisa di partecipare agli sforzi globali per fermare la diffusione del virus, potenziare la ricerca su trattamenti e vaccini e sostenere una ripresa globale verde e inclusiva. L’UE ha sottolineato la necessità di solidarietà nell’affrontare le conseguenze nei paesi in via di sviluppo, in particolare per quanto riguarda la riduzione del debito, ed ha invitato la Cina a cogliere appieno gli insegnamenti che derivano dalla gestione dell’epidemia e dalla risposta sanitaria internazionale al COVID-19, commissionata dalla risoluzione adottata nell’ultima Assemblea mondiale della sanità. Infine, l’UE ha inoltre invitato la Cina a facilitare il ritorno dei residenti dell’UE in Cina.

Quanto alla questione di Hong Kong, l’Unione europea ha ribadito le sue gravi preoccupazioni per le misure della Cina in merito alla legge sulla sicurezza nazionale adottata da Pechino e considera tali misure non conformi alla Legge fondamentale di Hong Kong e agli impegni internazionali della Cina, esercitando pressioni sui diritti e sulle libertà fondamentali della popolazione protetta dalla legge e dal sistema giudiziario indipendente. Infine, l’UE ha espresso una certa preoccupazione per il deterioramento della situazione dei diritti umani, compreso il trattamento delle minoranze nello Xinjiang e del Tibet e dei difensori dei diritti umani, nonché delle restrizioni alle libertà fondamentali. A tal proposito, i leader dell’UE hanno sollevato una serie di singoli casi, compresi i rapporti sui cittadini scomparsi dopo aver riferito/espresso le loro opinioni sulla gestione dell’epidemia di Coronavirus, nonché la detenzione arbitraria del cittadino svedese Gui Minhai e di due cittadini canadesi: Michael Kovrig e Michael Spavor. La Presidente Von der Leyen ha ribadito che i diritti umani e le libertà fondamentali non sono valori negoziabili per l’UE, mentre il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha affermato “[…] dobbiamo riconoscere che non condividiamo gli stessi valori, i sistemi politici o l’approccio al multilateralismo. Ci impegneremo in modo chiaro e sicuro, difendendo con fermezza gli interessi dell’UE e mantenendo fermi i nostri valori”.

Visegrad, l’incontro tra i quattro Paesi per il Recovery Fund

EUROPA di

L’11 giugno scorso i quattro Paesi di Visegrad, vale a dire Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Polonia, si sono incontrati presso il castello di Lednice, in Repubblica Ceca, al fine di trovare una posizione comune sul Recovery Fund. La posizione che è emersa è la seguente: l’erogazione di fondi per aiutare i Paesi membri dell’Ue è giusta e necessaria a gestire la pandemia, tuttavia deve avvenire secondo un meccanismo equo. I primi ministri Orbán e Babiš hanno affermato che “non è giusto che i Paesi più poveri debbano pagare per quelli più ricchi”. Quanto al Fondo, la proposta della Commissione prevede 63 miliardi per la Polonia, 8 per la Slovacchia, 19,2 per la Repubblica Ceca e 15 per l’Ungheria e lascia scontenti gli ultimi due paesi.

Il summit di Lednice

I ministri del gruppo Visegrad si sono incontrati l’11 giugno per il loro ultimo vertice durante la presidenza ceca: per l’occasione, il vertice si è tenuto al Castello di Lednice in Repubblica Ceca. L’argomento principale è stato la preparazione di una posizione comune sul futuro bilancio europeo e sul quadro finanziario pluriennale dell’UE. I primi ministri Andrej Babiš della Repubblica ceca, Mateusz Morawiecki della Polonia, Viktor Orbán dell’Ungheria e Igor Matovič della Slovacchia hanno convenuto che nell’attuale situazione di emergenza è necessario sostenere la comune economia europea. Tuttavia, anche se la crisi che colpisce l’UE riguarda tutti gli Stati membri, non tutti dispongono di strumenti sufficienti per far fronte alla crisi. La posizione dei paesi è dunque quella per cui i fondi previsti dai nuovi strumenti dovranno essere distribuiti in modo equo e senza svantaggiare gli Stati più in difficoltà. Il primo ministro ceco Babiš ha affermato che la distribuzione dei fondi dovrà avvenire in modo equo, così come la scelta dei criteri: “la disoccupazione non dovrebbe essere un criterio chiave perché i suoi valori negli ultimi anni non erano correlati alla crisi del Coronavirus”; al contrario, il Primo Ministro ceco considera il calo del PIL un criterio appropriato. Inoltre, è emerso che l’assistenza per l’economia europea dovrebbe essere flessibile da soddisfare le diverse esigenze di ogni Stato, che verranno stabilite di Stato in Stato. “Nel nostro caso, questo è principalmente il Piano nazionale per gli investimenti. Dobbiamo ricevere denaro per gli investimenti e dobbiamo essere in grado di mostrare alla Commissione europea e agli Stati membri esattamente dove sono finiti quei soldi”, ha affermato il primo ministro.

La posizione dei paesi

Secondo Babiš è essenziale che gli Stati membri V4 confermino una posizione unitaria nei confronti del nuovo quadro finanziario pluriennale dell’UE. “Entreremo nei negoziati con un chiaro obiettivo comune: garantire che il prossimo bilancio dell’UE sia impostato correttamente in modo che sia equo e che il piano di rafforzamento post-Coronavirus soddisfi le esigenze delle nostre economie”, ha aggiunto Andrej Babiš.

I paesi V4 sostengono la creazione di strumenti e misure straordinari in linea con le esigenze dell’economia europea al fine di affrontare le conseguenze economiche sfavorevoli della crisi causata da COVID-19. Tuttavia, ritengono che tali misure debbano essere strettamente di natura temporanea. La ripresa dovrebbe basarsi su riforme e investimenti a favore della crescita. Al fine di sfruttare appieno lo slancio già nel 2021, la portata delle misure per creare le condizioni per una crescita sostenibile dovrebbe essere abbastanza ampia e il processo dovrebbe essere semplice.

Ovvero, la distribuzione di fondi non dovrebbe svantaggiare i paesi che hanno gestito la pandemia in modo relativamente efficace: Repubblica Ceca e Ungheria sono in una posizione contrariata, poiché la proposta della Commissione prevede 63 miliardi per la Polonia, 19,2 per la Repubblica Ceca, 15 per l’Ungheria e 8 per la Slovacchia. Se il primo ministro slovacco si è detto soddisfatto per quanto otterrebbe, ha riconosciuto comunque che è poco favorevole per gli altri paesi. Il primo ministro ungherese, nazionalista conservatore molto critico con l’UE, ha affermato che il fondo è “filosoficamente abbastanza lontano da ciò che gli ungheresi pensano del mondo” e che “finanzia i ricchi con i soldi dei poveri”. Il primo ministro, pur considerando il meccanismo “assurdo e perverso” ha affermato che con ulteriori elaborazioni è disposto ad accettarlo. Quanto alla Polonia, essendo il paese che tra i quattro ha ottenuto di più, sembra essere più d’accordo con la proposta della Commissione. Tuttavia, il primo ministro Morawiecki, altro nazionalista conservatore, ha affermato che “I Paesi dell’Ue più ricchi dovrebbero pagare di più nel bilancio dell’Unione sulla scia della ripresa economica”.

Si conclude dunque che i criteri di assegnazione sia per il QFP che per il piano di Next Generation EU dovrebbero essere equi nei confronti dei paesi a basso reddito, poiché il livello di prosperità riflette la capacità degli Stati membri di finanziare la ripresa.

Coronavirus, la Commissione europea presenta la strategia sui vaccini

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La Commissione europea ha presentato il 17 giugno la strategia europea per accelerare lo sviluppo, la produzione e la distribuzione di vaccini contro la diffusione del Covid-19. La Commissione intende sostenere gli sforzi volti a garantire la disponibilità di vaccini sicuri ed efficaci in un lasso di tempo compreso tra 12 e 18 mesi. L’Unione europea riconosce l’importanza della sfida globale e garantisce la diffusione universale del vaccino, a garanzia della sicurezza mondiale. A tal fine, un importante passo è stato compiuto dalla formazione di un’alleanza sui vaccini: Francia, Germania, Italia e Paesi Bassi si sono uniti in un’alleanza che mette in comune le risorse e le visioni di ognuno.

La strategia europea

La strategia dell’Unione europea per garantire l’accelerazione dello sviluppo, produzione e distribuzione di vaccini è stata presentata dalla Commissione europea e persegue diversi obiettivi. In particolare, si vuole assicurare la qualità, la sicurezza e l’efficacia dei vaccini; si mira a garantire agli Stati membri un accesso rapido al vaccino, guidando anche lo sforzo di solidarietà globale; si vuole offrire il prima possibile un accesso equo a un vaccino accessibile. La Commissione riconosce che lo sviluppo di un vaccino è un processo lungo e complesso, e con la strategia presentata si sosterranno gli sforzi volti ad accelerare lo sviluppo e la disponibilità di vaccini in un lasso di tempo compreso tra 12 e 18 mesi. La strategia europea poggia su due pilastri: garantire la produzione di vaccini nel territorio dell’Unione europea e forniture sufficienti ai suoi Stati membri grazie agli accordi preliminari di acquisto con i produttori di vaccini; adattare il quadro normativo dell’UE all’attuale situazione di emergenza e ricorrere alla flessibilità normativa esistente per accelerare lo sviluppo, l’autorizzazione e la disponibilità dei vaccini. Elemento fondamentale della strategia europea è l’importanza che si dà alla solidarietà globale. L’UE infatti, contribuisce con la propria strategia anche allo sforzo mondiale per test, trattamenti e vaccinazioni su base universale: si vogliono mobilitare risorse mediante impegni internazionali e unendo le forze con i paesi e le organizzazioni sanitarie mondiali anche attraverso il quadro collaborativo “Access To Covid-19 Tools Accelerator”.

“È il momento della scienza e della solidarietà. Nulla è certo, ma ho fiducia nella nostra capacità di mobilitare le risorse necessarie per sviluppare un vaccino capace di vincere questo virus una volta per tutte, dobbiamo essere pronti a produrlo e distribuirlo in Europa e nel mondo” – ha dichiarato la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen – “Il vaccino segnerà una svolta nella lotta contro il coronavirus, a testimonianza di ciò che riusciamo a ottenere quando mettiamo insieme conoscenze, ricerca e risorse. L’Unione europea farà il massimo possibile affinché tutti, nel mondo, abbiano accesso a un vaccino, senza distinzione di luogo”.

Gli accordi con i produttori

La strategia della Commissione europea pone alla base l’istituzione di accordi con i produttori di vaccini anti-coronavirus in cambio dell’accesso garantito al diritto di acquisto di dosi per i paesi europei. Per sostenere tali accordi, la Commissione utilizzerà lo strumento di sostegno all’emergenza varato per il Covid-19 con una somma iniziale di 2,7 miliardi di euro, ma ancora adesso aperto alle donazioni. In cambio del diritto di acquistare un determinato numero di dosi di vaccino in un dato periodo, la Commissione finanzierà una parte dei costi iniziali sostenuti dai produttori di vaccini. Il tutto assumerà la forma di accordi preliminari di acquisto, quindi i finanziamenti verranno considerati come un acconto sui vaccini che poi gli Stati membri acquisteranno effettivamente. Quanto ai criteri di finanziamento, la Commissione prende in considerazione, in particolare: solidità dell’approccio scientifico e della tecnologia, velocità di consegna su scala, costi, condivisione del rischio, responsabilità, copertura di diverse tecnologie, dialogo tempestivo con le autorità di regolamentazione dell’UE, solidarietà globale.

L’alleanza sui vaccini

“Insieme ai Ministri della Salute di Germania, Francia e Olanda, dopo aver lanciato nei giorni scorsi l’alleanza per il vaccino, ho sottoscritto un contratto con Astrazeneca per l’approvvigionamento fino a 400 milioni di dosi di vaccino da destinare a tutta la popolazione europea”. A dichiarare la conclusione dell’alleanza è Roberto Speranza, Ministro della salute italiano. Entro la fine dell’anno, la multinazionale britannica AstraZaneca fornirà il vaccino anti-coronavirus all’Italia e agli altri tre paesi dell’alleanza, oltre che agli altri paesi europei. L’importanza dell’alleanza sta nel fatto che questi paesi riusciranno ad avere sufficienti razioni di vaccino per immunizzare tutta la fascia di popolazione più a rischio: per l’Italia, si tratta di essersi garantiti circa 30 milioni di dosi per coprire, entro l’anno, 14 milioni di over 65, immunodepressi, diabetici e malati sottoposti ad un elevato rischio di contagio. La produzione dei vaccini è affidata al colosso britannico, all’università di Oxford ed anche all’Irbm, società italiana con sede a Pomezia e operante nel settore della biotecnologia, che parteciperà tramite la sua divisione Advent per i vaccini innovativi. “All’Italia, che è stata la prima in Europa a conoscere da vicino questo virus, oggi è stato riconosciuto di essere tra i primi Paesi a dare una risposta adeguata. E anche con questa notizia oggi dimostriamo che vogliamo essere in prima linea nell’approvvigionamento di un vaccino, nella ricerca e nelle terapie che allo stato risultano essere più promettenti”, ha detto il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, commentando l’alleanza.

Molto soddisfatta si è mostrata anche la commissaria alla salute Stella Kyriakides, la quale commentando l’alleanza ha affermato “Siamo dalla stessa parte. Stiamo già lavorando insieme ai quattro Paesi, tutti stiamo cercando un modo flessibile e veloce di arrivare a un vaccino e i risultati dovranno convergere per il bene dei Ventisette”.

Le recenti tensioni diplomatiche della Repubblica Ceca con Russia e Polonia

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Nell’ultimo periodo, la Repubblica Ceca ha dovuto affrontare diverse questioni: dal coronavirus e la crisi economica alle tensioni diplomatiche con la Polonia e la Russia. Per ciò che riguarda la Polonia, il governo di Varsavia ha erroneamente invaso la Repubblica Ceca mantenendo la presenza dell’esercito nel Paese dalla fine di maggio, fino a quando i soldati non sono stati richiamati in Polonia. Quanto alla Russia, l’ultimo avvenimento dell’espulsione di due diplomatici cechi da Mosca, è una reazione per quanto avvenuto in Repubblica Ceca: ad aprile, la città di Praga ha rimosso la statua del generale dell’Armata rossa che liberò Praga dai Nazisti; inoltre, i media cechi hanno accusato un diplomatico russo di essere stato inviato a Praga per avvelenare tre politici cechi, tra cui il sindaco della capitale, Zdenek Hrib. In seguito, due diplomatici russi sono stati espulsi da Praga e la crescente tensione tra Mosca e Praga ha portato ad una reazione del Cremlino.

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L’Unione europea verso la riapertura delle frontiere interne

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Dal 15 giugno in molti paesi dell’Unione Europea cesseranno i controlli sanitari e le limitazioni ai confini, ma con varie differenze tra Stati, soprattutto nei confronti delle nazioni più colpite dal coronavirus come Italia e Regno Unito. È stata la Commissione Europea a indicare proprio il 15 giugno come l’inizio di una nuova fase, superata quella più acuta dell’epidemia, in cui i collegamenti interni sarebbero potuti riprendere. In tal senso, notevole è stato l’impegno di Italia e Spagna: con una lettera firmata dai presidenti Conte e Sánchez i due governi si sono rivolti direttamente alla presidente della Commissione europea per chiedere di eliminare i controlli alle frontiere. Quanto alle frontiere esterne all’UE, si dovrà aspettare il 1° luglio per la riapertura dei confini.

La richiesta di Spagna e Italia

Il 5 giugno scorso, il Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte e il Primo ministro spagnolo Pedro Sánchez si sono rivolti alla presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen per chiedere che vengano eliminati i controlli alle frontiere tra i Paesi UE il prima possibile, e che questo venga fatto in maniera “coordinata, non discriminatoria e in base a criteri epidemiologici chiari e trasparenti”. Spagna e Italia sono proprio i paesi più colpiti dal coronavirus, ma anche i più dipendenti dal turismo (che incide sul Pil per il 13% circa). È importante dunque recuperare, in termini di turismo, quanto è stato perso con il periodo di lockdown e l’obiettivo è quello di far ripartire al più presto la stagione turistica. Nella lettera, Sánchez e Conte hanno invitato il Centro europeo per il controllo e la prevenzione delle malattie a giocare un ruolo chiave nello stabilire criteri che consentano una riapertura in condizioni di sicurezza, al fine di ristabilire in modo pieno la libertà di movimento in seno all’Ue. I due premier sostengono poi che “è necessario stabilire criteri sanitari comuni in tutta la Ue per i trasporti, con protocolli concordati tra tutti”, un aspetto che è particolarmente importante alle frontiere. I due paesi, in vista della riapertura del 15 giugno, fanno leva sul ruolo dell’UE per la percezione che avranno i cittadini: la mobilità turistica è in una fase delicata e deve essere accompagnata dalle istituzioni europee verso la ripartenza.

Le frontiere interne all’UE

La Commissione europea ha raccomandato a tutti gli Stati che aderiscono a Schengen di revocare i controlli alle frontiere interne entro il 15 giugno e di prolungare la restrizione temporanea sui viaggi non essenziali fino al 30 giugno. La Commissione europea ha specificato che inizialmente si potranno riaprire solo le frontiere interne, mantenendo le misure a quelle esterne per ridurre ulteriormente il rischio di diffusione del virus. La revoca della restrizione dei viaggi sarà graduale, cominciando il 15 giugno con le frontiere interne seppur in modo differenziato da parte degli Stati membri.

L’Italia ha riaperto le frontiere già dal 3 giugno, sia sul territorio nazionale che europeo. L’Austria è stata all’inizio più prudente: ha aperto i confini a tutti gli stati confinanti ma inizialmente non all’Italia, perché “per l’Italia, purtroppo, i dati sulla pandemia non consentono ancora un simile passo” aveva affermato il ministro degli Esteri austriaco. L’Austria sembra aver però deciso per una riapertura anche all’Italia, ma solo a partire dal 16 giugno. La Germania aspetterà il 16 giugno per riprendere i collegamenti all’interno dell’Unione: da questa data si rimuoveranno le restrizioni agli ingressi per 32 paesi europei (i 27 stati membri e Regno Unito, Islanda, Norvegia, Svizzera e Liechtenstein). La Francia già dalla fine di maggio ha previsto un rallentamento delle restrizioni per i viaggiatori all’interno dell’area europea: i confini non sono stati chiusi ma sono previsti comunque controlli alle frontiere. Dal 15 giugno invece, dovrebbero essere eliminati anche questi controlli. Il Regno Unito prevede ancora misure di quarantena per i cittadini che a partire dall’8 giugno sono entrati nel paese, e per i trasgressori ci sarà una multa fino a mille sterline. Quanto alla Spagna, il primo ministro Sanchez ha chiesto una proroga dello stato d’emergenza fino al 21 giugno; a partire dal 22 giugno verranno aperte senza limitazioni tutte le frontiere con Francia e Portogallo, mentre a fine mese con tutti gli altri paesi. La Grecia aveva annunciato già a fine maggio che dal 15 giugno sarebbe stato possibile andare nel paese da altri Stati, ma tra l’elenco di questi non figuravano Italia, Regno Unito, Francia e Spagna. Il governo greco ha dunque precisato che sarà possibile andare in Grecia dall’estero da tutti i paesi con il collegamento aereo agli aeroporti di Atene e Salonicco, ma se si proviene da regioni ad alto rischio di contagio (e vi sono i nomi di Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte e Veneto) sarà necessario sottoporsi ad un test.

Le frontiere esterne all’UE

I ministri dell’interno europei hanno raggiunto “un accordo globale” sulla richiesta di estendere fino a fine giugno la chiusura delle frontiere esterne dell’UE, misura che altrimenti scadrebbe il 15 giugno, e lo ha annunciato la presidenza croata al termine della videoconferenza dei ministri dell’interno europei. D’accordo anche l’Alto rappresentante dell’UE Josep Barrell, il quale ha affermato che la riapertura delle frontiere esterne avverrà in un secondo momento, con una “revoca graduale e parziale delle frontiere esterne, a partire dal primo di luglio”. “Vari Stati membri stanno riaprendo le frontiere interne” ed il quadro dovrebbe essere completato “entro questo mese di giugno” ha aggiunto poi l’Alto rappresentante. Tuttavia, dato che la situazione sanitaria in alcuni Paesi terzi è ancora critica, Bruxelles non propone una revoca generale delle restrizioni.

La Repubblica Ceca riapre i confini e invita al turismo

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Da venerdì scorso a mezzogiorno, i controlli alle frontiere con Austria e Germania, messi in atto per impedire la diffusione del coronavirus, termineranno. Questa decisione è stata presa dal governo di Andrej Babiš nella riunione straordinaria di venerdì 5 giugno: ciò vuol dire anche che i cechi non dovranno più fornire la prova di essere negativi ad un test Covid-19 né dovranno fare la quarantena dopo il ritorno da questi paesi o dalla Slovacchia o dall’Ungheria. In risposta alle preoccupazioni dell’opposizione per una seconda ondata di Covid-19, il Primo Ministro ha dichiarato che il governo ormai è pronto anche a nuove ondate grazie ai sistemi di smart quarantine in atto: non introdurrà mai più una quarantena generale per l’intera nazione.

La riapertura dei confini

Da venerdì 5 giugno alle ore 12.00, le restrizioni alla libera circolazione che erano in vigore per i confini della Repubblica Ceca con Austria e Germania sono terminate. La protezione delle frontiere interne continuerà ad applicarsi solo alla frontiera aerea (e dunque aeroportuale) e la polizia ceca effettuerà solo controlli casuali incentrati principalmente sul rispetto delle restrizioni ai movimenti transfrontalieri per le persone previste dal Ministero della sanità, vale a dire gli stranieri che sono ancora inclusi nel divieto di entrare nella Repubblica ceca. Sempre dal 5 giugno, sono esenti dal divieto del Ministero della salute i cittadini dell’Unione Europea con un certificato di residenza temporanea o di residenza permanente in Ungheria, Germania, Austria e Slovacchia e gli stranieri con status di residente di lungo periodo in quei paesi che attraversano il confine di stato tra la Repubblica ceca e la Germania, l’Austria o la Slovacchia. Inoltre, i cechi e gli stranieri con residenza temporanea o permanente in Repubblica ceca non dovranno fornire un test che dimostri la loro negatività al Covid-19 al ritorno da questi paesi. Lo stesso vale per i cittadini cechi che hanno la residenza permanente in Germania, Ungheria, Austria o Slovacchia.

Sebbene l’ingresso in Repubblica Ceca dalla Germania sia ora senza restrizioni, per il momento rimangono alcuni controlli, poiché il governo tedesco vuole coordinare la riapertura dei suoi confini con gli altri paesi vicini. I cechi che vogliono entrare in Germania dovranno dimostrare che il loro è un viaggio necessario, ad esempio per motivi di lavoro o per una visita medica. Secondo il ministro degli Esteri Tomáš Petříček, il risultato è comunque positivo, soprattutto dal punto di vista economico: “Ciò che è importante per la Repubblica Ceca è che i tedeschi possano venire qui senza alcuna restrizione agli acquisti” ha affermato.

Per quanto riguarda la Polonia, le restrizioni sui viaggi rimarranno in vigore fino al 15 giugno, secondo quanto afferma Petříček. Da allora, la Polonia sarà considerata un paese sicuro di “zona verde” dal governo ceco, ma attualmente è chiusa ai non residenti e il governo polacco non ha ancora annunciato alcun piano per allentare le restrizioni.

Il sistema di smart quarantine e l’invito al turismo

Sempre durante la conferenza stampa di venerdì scorso, il Primo Ministro Andrej Babis ha affermato che la Repubblica Ceca è preparata per qualsiasi seconda ondata di coronavirus in arrivo e che il paese non dovrebbe quindi essere intimidito dalla prospettiva. Ha garantito che ogni ulteriore epidemia sarebbe stata gestita da sistemi di “quarantena intelligenti” e che non sarebbe stato necessario un blocco generale. “Abbiamo una grande tecnologia, la quarantena intelligente funziona. Abbiamo imparato dalla prima ondata e siamo pronti. Non dovremmo spaventare le persone”, ha dichiarato Babis, aggiungendo che non era necessario creare ulteriori piani, come richiesto dall’opposizione, perché con il sistema di smart quarantine si sta già affrontando focolai locali come nella miniera di Karviná nella Moravia.

Il Primo ministro Babis ha affermato che la priorità del suo governo da ora in poi sarebbe quella di gestire la crisi economica. A tal fine, è stato approvato il piano d’azione per la crisi del turismo della Repubblica ceca 2020-2021: il governo vuole sostenere gli imprenditori nel settore del turismo, ad esempio sotto forma di sostegno per la crescente domanda di servizi con programmi quali “Vacanze nella Repubblica ceca”, la revisione del Programma nazionale di sostegno al turismo nelle regioni o buoni che posticipano l’obbligo di restituire denaro ai clienti per viaggi annullati. Già dai primi di giugno, il governo ha iniziato ad emettere dei buoni per un valore di 121 milioni di corone ceche al fine di rilanciare la riapertura del settore culturale dopo il blocco dovuto al Covid-19. I voucher possono essere utilizzati per acquistare articoli e biglietti nei settori del turismo, dell’istruzione, dello sport, del tempo libero e dell’intrattenimento. La campagna inizierà il 1° luglio: chi dorme più di una notte in un hotel riceverà un buono dalla città per visitare, ad esempio, strutture culturali; il sistema sarà pienamente operativo fino al il 30 settembre 2020. Saranno coinvolte anche le attrazioni della città di Praga sostenute attraverso sovvenzioni.

Coronavirus Global Response, la Commissione europea lancia una nuova campagna con Global Citizen

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Il 28 maggio 2020, Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, e Hugh Evans, cofondatore e CEO di Global Citizen, hanno annunciato i prossimi passi del “Coronavirus Global Response”, l’azione globale per l’accesso universale alla vaccinazione, ai trattamenti e al test contro il coronavirus ma a prezzi accessibili. Questa campagna fa seguito a quella lanciata dalla Von der Leyen lo scorso 4 maggio e terminerà il 27 giugno 2020 con un vertice finale di impegno globale. Insieme all’organizzazione internazionale Global Citizen, la Commissione intensificherà la mobilitazione dei finanziamenti per consentire al mondo di superare questa pandemia ed evitarne un’altra. Durante le prossime quattro settimane, Global Citizen guiderà la campagna “Global Goal: Unite for our Future”, con il patrocinio della Commissione europea e Bloomberg Philanthropies, la Bill & Melinda Gates Foundation e la Wellcome Trust come principali partner.

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La Repubblica Ceca promuove il green deal come opportunità di ripresa economica

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Passata la fase di emergenza da coronavirus, anche la Repubblica Ceca pensa a come ripartire e, sorprendentemente, è green la risposta data dal governo di Babis. La posizione iniziale della Repubblica Ceca in merito alla tutela ambientale e al green deal europeo era tutt’altro che positiva, mentre adesso il governo ha approvato una dichiarazione secondo cui gli obiettivi del green deal potrebbero costituire anche un’opportunità per la ripresa economica, e dunque sembra essere indirizzato verso tali politiche. Un importante passo che è stato compiuto insieme ad altri sette paesi membri dell’UE: unendo le forze hanno difeso il ruolo del gas naturale in un’Europa con neutralità climatica.

La cooperazione con gli altri paesi

A seguito della crisi da coronavirus e delle richieste mosse dalla Commissione europea, un gruppo di otto paesi membri dell’Unione Europea ha unito le forze per difendere il “ruolo del gas naturale in un’Europa neutrale dal punto di vista climatico”: in un documento congiunto, il 22 maggio il gruppo degli otto ha chiesto delle “soluzioni combinate elettricità-gas” nel passaggio alle emissioni nette zero entro il 2050. Il documento congiunto, dal nome “Il ruolo del gas naturale in un’Europa neutrale dal punto di vista climatico” è firmato da Bulgaria, Repubblica Ceca, Grecia, Ungheria, Lituania, Polonia, Romania e Slovacchia. La dichiarazione sostiene la necessità del gas fossile nella transizione dal carbone, in quanto forma dominante di elettricità in molti stati membri dell’Europa orientale. Secondo tale documento, “quando si sostituiscono i combustibili fossili solidi, il gas naturale e altri combustibili gassosi come il biometano e i gas decarbonizzati possono ridurre significativamente le emissioni”. Inoltre, si afferma anche che “le politiche dell’UE dovrebbero garantire sinergie e flessibilità del sistema, senza ostacolare la competitività, la stabilità dell’approvvigionamento energetico e l’accessibilità dell’energia per l’industria e le famiglie. Mentre ci allontaniamo dai combustibili fossili solidi, dobbiamo garantire la sicurezza dell’approvvigionamento energetico e affrontare gli aspetti sociali ed economici di questo processo, con particolare enfasi sul superamento delle conseguenze dell’attuale situazione causata da COVID-19”.

La Commissione europea ha calcolato che l’elettricità soddisferà il 53% della domanda energetica del blocco di paesi entro il 2050, mentre il blocco si muove verso la riduzione delle emissioni a zero. Questo lascia almeno il 40% ad altri vettori energetici, come i combustibili gassosi, che secondo Bruxelles dovranno essere completamente decarbonizzati per raggiungere l’obiettivo dichiarato dell’UE di diventare neutrale dal punto di vista climatico entro il 2050. Il gas naturale è stato uno dei principali motori della rapida transizione dell’Europa dal carbone e si sta dimostrando anche un prezioso supporto per la generazione di elettricità rinnovabile variabile da energia eolica e solare. Per questi motivi, si dichiara che “l’infrastruttura del gas dovrebbe essere considerata uno degli elementi che consentono una transizione rapida e sostenibile verso una produzione più pulita di calore ed elettricità, trasporti, processi industriali e riscaldamento e raffreddamento residenziali.”

La posizione della Repubblica Ceca

Il 25 maggio il governo ceco ha pubblicato una dichiarazione in cui invita il piano di ripresa economica dell’UE e il bilancio a lungo termine ad allinearsi con il green deal europeo, segnando così un importante cambiamento rispetto alle precedenti posizioni di Praga. La dichiarazione è già stata approvata dal ministro dell’ambiente ceco Richard Brabec e dovrebbe essere formalmente approvata dal gabinetto prossimamente. Se confermata, la mossa segnerebbe un’inversione rispetto alle precedenti posizioni di governo: a marzo, mentre la pandemia di coronavirus ha iniziato a diffondersi in tutto il continente, il primo ministro ceco Andrej Babiš ha esortato l’Europa a “dimenticare l’Accordo Verde ora e concentrarsi sul coronavirus”.

In particolare, la Repubblica ceca riconosce la necessità di una rapida ripresa economica e del ritorno a una vita normale, senza le restrizioni causate dalla pandemia COVID-19. “Dovremmo cercare insieme soluzioni che ci permettano di soddisfare elevate ambizioni ambientali, sostenendo al contempo la competitività dell’Europa, la sua economia, gli investimenti e la creazione di posti di lavoro” si può leggere nel documento presentato. Per il governo di Praga, “l’attuazione di alcuni degli obiettivi del Green Deal europeo può rappresentare un’opportunità per un processo efficace di ripresa economica, tuttavia è importante garantire che gli impegni ambientali comuni siano rispettati a livello globale e non solo da parte dell’UE”.

Pascal Canfin, l’europarlamentare francese che presiede la commissione ENVI per l’ambiente del Parlamento europeo, ha accolto con favore la dichiarazione ceca, definendola “una buona notizia”. “Nonostante alcune forti dichiarazioni iniziali, la Repubblica ceca ammette che gli investimenti nella ripresa verde e nel green deal sono la strada da percorrere per tutti gli Stati membri dell’UE”, ha affermato Canfin. Secondo Canfin, l’approvazione ceca del Green Deal è anche “un buon segno” per i prossimi negoziati sul prossimo bilancio settennale dell’UE per il 2021-2027, anche se riconosce l’importante ruolo giocato dai fondi europei: “Qualsiasi accordo sarà più facile da raggiungere se del denaro aggiuntivo andrà a progetti e investimenti ecologici”, ha affermato.

Flaminia Maturilli
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