GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Flaminia Maturilli

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L’accordo globale UE-Cina in materia di investimenti

EUROPA di

Il 2020 è stato molto intenso per l’Unione europea e anche gli ultimi giorni dell’anno hanno visto le istituzioni europee molto impegnate. Sebbene gran parte delle attenzioni fosse per concludere l’accordo Brexit e dar via alle campagne di vaccinazione in tutta Europa, molta importanza è stata data anche all’accordo globale UE-Cina in materia di investimenti, raggiunto il 30 dicembre scorso e passato un po’ inosservato. Si tratta di un accordo in materia di investimenti che ha una grande rilevanza economica e contribuirà a riequilibrare le relazioni commerciali tra l’UE e la Cina, basandole sui valori comuni e sui principi dello sviluppo sostenibile.

Le relazioni UE-Cina

La conclusione dell’accordo di investimenti ha fatto seguito all’incontro in videoconferenza del 30 dicembre tra Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione europea, e Xi Jinping, presidente cinese. A margine dell’incontro, si è tenuto anche uno scambio di opinioni tra il presidente francese Macron, la cancelliera tedesca Merkel e il presidente Xi Jinping. Tale riunione ha dato seguito al 22° vertice UE-Cina del 22 giugno scorso, nonché alla riunione dei leader in videoconferenza del 14 settembre e rientra nel più ampio approccio europeo alle relazioni con la Cina.

L’Unione europea e la Cina sono due dei maggiori attori commerciali al mondo: la Cina è il secondo partner commerciale dell’UE dopo gli Stati Uniti mentre l’UE figura come il primo partner commerciale della Cina. A fronte di ciò, è fondamentale per l’UE stabilire delle relazioni commerciali con la Cina, volte a garantire una convenienza reciproca negli scambi commerciali, che include anche la volontà di operare in modo equo, il rispetto degli stessi diritti e degli standard ambientali.

I negoziati per un accordo sugli investimenti sono iniziati nel 2013 proprio con l’obiettivo di fornire agli investitori cinesi ed europei un accesso a lungo termine, equo e prevedibile ai mercati dell’UE e della Cina, proteggendo i propri investitori. L’agenda strategica per la cooperazione UE-Cina del 2020 ha posto tale accordo al centro delle relazioni bilaterali, impegnandosi per la sua conclusione proprio entro il 2020, dopo 7 anni di negoziati e 35 round negoziali.

Gli elementi principali dell’accordo

Il Comprehensive Agreement on Investment, il CAI, è stato raggiunto come accordo “di principio” da Bruxelles e Pechino al fine di rendere più interdipendenti i due blocchi economici e rafforzare la cooperazione economica. Si tratta di un accordo di fondamentale interesse dal punto di vista commerciale: l’accordo garantisce agli investitori europei l’accesso a diversi settori del mercato cinese, dalle telecomunicazioni alla finanza e così via. L’accordo è molto importante per gli investitori europei in quando rende le condizioni di accesso al mercato per le imprese europee chiare e indipendenti dalle politiche cinesi ed altresì consente all’UE di ricorrere al meccanismo di risoluzione delle controversie in caso di violazione degli impegni. L’UE ha negoziato anche l’eliminazione di restrizioni che ostacolano l’attività delle imprese europee in Cina, garantendo un ambizioso accordo. Agli investitori cinesi ed europei verrà dunque assicurato un trattamento equo, senza condizioni discriminatorie e con condizioni di reciprocità tra investitori.

D’altra parte, l’accordo ha una valenza fondamentale anche dal punto di vista politico. Infatti, i vantaggi per la Cina sono di carattere più geopolitico: a poca distanza dalla conclusione dell’accordo commerciale con i paesi del Sud-Est asiatico, nonché Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, la Cina intensifica i propri rapporti commerciali anche con 27 paesi occidentali. Nell’ambito delle relazioni internazionali, è fondamentale che la Cina garantisca un clima più disteso con l’Europa, soprattutto alla luce dei consensi ottenuto dalla presidenza Biden-Harris nel vecchio continente.

I diritti umani e la tutela ambientale

Sebbene si tratti di un accordo commerciale e sebbene il volume degli scambi tra UE e Cina nel 2020 sia arrivato a 477 miliardi di euro, non si può ridurre tutto all’aspetto economico. Nell’ambito della negoziazione del CAI, si è parlato molto del rispetto dei diritti umani – in particolare contro il lavoro forzato – e delle disposizioni a tutela dell’ambiente e della lotta ai cambiamenti climatici. Lo stesso Parlamento europeo ha votato una risoluzione proprio per far sì che l’accordo includesse adeguati impegni in questo senso. Come tutti i più recenti accordi commerciali dell’Unione europea, anche nel CAI figurano disposizioni in materia di norme del lavoro, nonché in materia di ambiente e clima, in particolar modo per attuare efficacemente l’accordo di Parigi. I principi dello sviluppo sostenibile figurano, invero, tra i valori comuni sul quale il CAI si fonda. Tuttavia, è necessario sottolineare che, pur avendone tutte le intenzioni, non sempre l’UE riesce a garantire efficacemente il rispetto di tali disposizioni.

I prossimi passi

Il 30 dicembre è stato raggiunto un accordo “di principio”. Ciò significa che alla volontà politica europea e cinese di raggiungere tale accordo, dovranno seguire numerose fasi. Anzitutto, conformemente alle norme giuridiche, l’accordo dovrà essere firmato. Dopodiché si passerà alla ratifica dello stesso, fino alla sua conclusione effettiva. A partire dalla firma dell’accordo, le due parti mirano a concludere i negoziati entro due anni. A quel punto, entrerà in gioco il meccanismo di applicazione e monitoraggio: sarà la Commissione europea a monitorare l’attuazione degli impegni assunti dall’UE in merito all’accordo.

Per l’Unione europea l’accordo raggiunto “ha un grande significato economico e lega le due parti a una relazione sugli investimenti fondata sui valori e basata sui principi dello sviluppo sostenibile”, mentre per Xi Jinping, l’accordo “fornirà agli investimenti reciproci un maggiore accesso al mercato, un livello più elevato di ambiente imprenditoriale, maggiori garanzie istituzionali e una cooperazione più brillante”, stimolando anche “con forza la ripresa mondiale nel periodo post-epidemia”.

Il Portogallo guiderà il Consiglio dell’UE per i prossimi sei mesi

EUROPA di

Dal 1° gennaio al 30 giugno 2021 è il Portogallo a tenere la Presidenza del Consiglio dell’Unione europea. Insieme alla Germania e alla Slovenia, il Portogallo è parte del trio che si alternerà alla guida del Consiglio: Angela Merkel ha così passato il testimone ad Antonio Costa, il premier portoghese, che guiderà l’istituzione europea presiedendo le riunioni e garantendo la continuità dei lavori europei in seno al Consiglio. Tra le priorità portoghesi figura l’importanza di mantenere un alto tasso di vaccinazioni, nonché introdurre gli strumenti per la ripresa economica e sociale europea e garantire la transizione verde.

Il funzionamento del Consiglio dell’UE

Il Consiglio dell’Unione europea prevede l’assegnazione della propria Presidenza a tutti gli Stati membri, ognuno per un periodo di sei mesi, che si alternano a rotazione a gruppi di tre. Il trio stabilisce un programma comune per i 18 mesi, sulla base del quale ogni paese porta avanti un programma semestrale più dettagliato. La collaborazione tra i paesi del trio è un sistema di fondamentale importanza introdotto con il trattato di Lisbona nel 2009 che permette al Consiglio dell’Unione europea di mantenere un determinato indirizzo nelle politiche svolte e nell’agenda dei lavori. Da luglio 2020 a gennaio 2021 la Germania ha presieduto il Consiglio dell’UE, passando il testimone al Portogallo a inizio 2021.

La Presidenza del Consiglio UE ha due compiti principali: pianificare e presiedere le sessioni del Consiglio e le riunioni degli organi preparatori, ad eccezione del Consiglio Affari Esteri, e rappresentare il Consiglio nelle relazioni con le altre istituzioni dell’Unione europea, lavorando in stretto coordinamento con il presidente del Consiglio europeo e l’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

La presidenza del Portogallo

“Tempo di agire: per una ripresa equa, verde e digitale”. È questo il motto della presidenza portoghese, al quale si ispirano le priorità di Antonio Costa. In particolare, il programma del Portogallo si concentra su cinque diversi settori, i principali, in linea con gli obiettivi dell’agenda strategica dell’Unione europea. Rafforzare la resilienza dell’Europa, promuovere la fiducia nel modello sociale europeo, promuovere una ripresa sostenibile, accelerare una transizione digitale equa e inclusiva, riaffermare il ruolo dell’UE nel mondo, facendo in modo che sia basato su apertura e multilateralismo.

Come affermato, le priorità del Portogallo e l’agenda stabilita per questo semestre si rifanno a quella prevista dal trio e, più in generale, ai valori e alle azioni dell’UE. Le priorità rimangono le stesse anche con il cambiare della presidenza: la lotta al covid-19 e l’intensificazione della resilienza dell’UE, l’importanza della transizione verde e digitale e affermare il ruolo dell’UE sono tra le priorità di tutte le istituzioni europee. In particolare, se la presidenza tedesca si è trovata nel pieno della pandemia e degli accordi complessi da negoziare (recovery fund, bilancio pluriennale, Brexit), la presidenza portoghese si concentrerà sul superamento della pandemia di Covid-19 e sulla distribuzione dei fondi europei, promuovendo altresì un’UE innovativa e solidale, con i valori della convergenza e della coesione. “Ottimo incontro per il passaggio del testimone della presidenza di turno del Consiglio Ue con la cancelliera Angela Merkel. Abbiamo concordato sull’importanza di mantenere un alto tasso di vaccinazioni e mettere in campo gli strumenti per la ripresa economica e sociale” ha scritto il premier portoghese su Twitter, riaffermando la vicinanza di intenti con la Germania. Il Portogallo dovrà anche vigilare sul rispetto delle norme ambientali e del Green Deal europeo, soprattutto nell’ambito della ripresa economica degli Stati membri. La ripresa economica si vuole, invero, far conciliare in toto con la sostenibilità socio-ambientale, in modo del tutto fedele alla posizione politica del premier portoghese, ex segretario del Partito socialista. Quanto alla Brexit, tema molto caldo a Bruxelles, l’ambasciatore portoghese presso l’Ue ha affermato che tutti si augurano “che l’Eurocamera approvi l’accordo post Brexit il prima possibile, nell’ambito di uno spirito di leale cooperazione con il Parlamento europeo”.

La visita di Charles Michel a Lisbona

Lunedì 4 gennaio sono iniziati i lavori della presidenza portoghese con la prima riunione di coordinamento Coreper, al fine di preparare la settimana di lavoro mentre, il giorno seguente, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel si è recato in visita a Lisbona per l’avvio del semestre portoghese. “Questi sono tempi difficili, ma possiamo uscirne più forti solo se combattiamo il Covid insieme e uniamo i percorsi di ripresa economica”, ha scritto Michel su Twitter a proposito. L’incontro di lavoro è stato poi seguito da una breve visita al monastero di Jeronimos, dove nel 1985 è stato firmato il Trattato di adesione del Portogallo all’allora Comunità economica europea.

Il Portogallo rimarrà in carica fino al 30 giugno 2021, dopodiché la presidenza del Consiglio dell’UE passerà alla Slovenia, il terzo dei tre paesi protagonisti nel 2020-2021.

Vax Day, l’Europa si vaccina contro il Covid-19 ma non senza polemiche

EUROPA di

La diffusione del Covid-19 in Europa, sin dall’inizio, ha avuto come conseguenza principale la necessità di garantire quanto prima l’inizio delle vaccinazioni in Europa e nel mondo, così da garantire la sicurezza e la salute dei cittadini. Dopo intensi mesi di studi e sperimentazioni, e dopo aver raggiunto le 16 milioni di persone contagiate, il 21 dicembre la Commissione europea ha rilasciato l’autorizzazione all’immissione in commercio per il vaccino anti Covid-19 sviluppato da BioNTech e Pfizer, a seguito dell’approvazione dell’agenzia europea per i medicinali. Nell’ambito della strategia sui vaccini contro il coronavirus, la Commissione europea ha dato il via alla campagna di vaccinazione in Europa, iniziata nei giorni 27-28-29 dicembre 2020. Gli Stati membri hanno, dunque, attuato i piani nazionali di vaccinazione e dato inizio al Vax Day, ma non senza polemiche.

La strategia sui vaccini contro il Covid-19

La risposta più efficace contro la diffusione del Covid-19 è senz’altro lo sviluppo e la distribuzione di un vaccino: per questo, al centro della risposta europea alla pandemia, vi è proprio la strategia sui vaccini. La Commissione europea e gli Stati membri hanno concordato, sin da subito, un’azione congiunta a livello europeo in materia di vaccini, così da garantire un approccio centralizzato per l’approvvigionamento e lo sviluppo dei vaccini. In primo luogo, importanti finanziamenti sono stati fatti proprio a tale scopo; poi, la Commissione europea ha concluso accordi di acquisto preliminare con i produttori di vaccini per conto degli Stati membri, garantendo che tutti gli Stati membri dell’UE avrebbero avuto uguale accesso ai vaccini, con una distribuzione proporzionale alla popolazione. A tal fine, sono stati conclusi sei contratti di acquisto del vaccino con diversi produttori tra cui BioNTech-Pfizer, AstraZeneca, CureVac, Moderna e così via. A ottobre 2020 la Commissione europea ha invitato gli Stati membri a preparare le strategie nazionali di vaccinazione, così da farsi trovare pronti e preparati una volta avvenuta l’approvazione del vaccino, risalente a fine dicembre 2020.

L’autorizzazione del primo vaccino e l’inizio della campagna in Europa

Lo scorso 21 dicembre, la Commissione europea ha rilasciato l’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata – quando il beneficio della disponibilità immediata è superiore ai rischi connessi – per il vaccino anti Covid-19 sviluppato da BioNTech e Pfizer, divenuto il primo vaccino autorizzato in Europa. L’autorizzazione della Commissione europea è seguita all’approvazione del vaccino da parte dell’agenzia europea per i medicinali, che tuttavia ha richiesto alle aziende produttrici di fornire ulteriori dati su sicurezza ed efficacia quanto prima, e ha posto le basi per l’inizio della campagna vaccinale in UE.

La Commissione e l’azienda farmaceutica hanno iniziato a lavorare per consegnare le prime dosi il 26 dicembre, così da dare inizio alle giornate europee della vaccinazione previste per il 27, 28 e 29 dicembre. Le consegne poi proseguono fino alla fine di dicembre e avranno una cadenza settimanale costante nei mesi successivi. L’obiettivo è di completare la distribuzione di 200 milioni di dosi entro settembre 2021 e portare a termine così le vaccinazioni.  Il 26 dicembre la presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, ha annunciato l’avvenuta consegna del vaccino ai 27 paesi membri dell’UE, confermando l’inizio della campagna vaccinale per il 27 dicembre, il Vax Day. “Stiamo iniziando a voltare pagina in un anno difficile. Il vaccino è stato consegnato. La vaccinazione inizierà domani nell’Ue” ha scritto su Twitter la presidente della Commissione europea, “Le Giornate europee della vaccinazione sono un toccante momento di unità. La vaccinazione è la chiave per uscire dalla pandemia”, ha poi aggiunto.

Se non sempre l’azione degli Stati membri dell’UE è stata contraddistinta dall’unità, questa volta non si può dire che non ci sia stata un’azione comune. Iniziare le vaccinazioni quasi tutti nello stesso giorno – Germania, Slovacchia e Ungheria hanno iniziato sabato 26 – è stato un importante gesto di unità e collaborazione. Il Commissario europeo agli affari economici Gentiloni lo considera “un giorno di speranza”, mentre per il Primo ministro italiano Conte si tratta di “un messaggio di fiducia che si irradia in Italia e in Europa”.

Le polemiche dietro il Vax Day

Tuttavia, anche in questo caso, non sono mancate differenze e polemiche. Ogni Paese ha fissato le proprie priorità nei piani di vaccinazione e, quasi in tutti i paesi, i primi a poter ricevere le dosi di vaccino sono operatori sanitari, anziani e persone malate. Se in Italia la prima dose di vaccino è stata somministrata ad un’infermiera ed in Francia ad un’anziana signora, in Grecia e in Repubblica Ceca sono stati i primi ministri ad iniziare e a farsi immortalare dalla stampa. Ad ogni modo, il vero elemento di discussione e polemica, in special modo in Italia, è stato il numero delle dosi ricevute da ogni Paese. La Germania, sede della BioNTech, ha avuto 151.125 dosi di vaccini, la Francia 19.500 dosi, mentre paesi come l’Italia, la Spagna, la Croazia, la Bulgaria e altri Stati membri hanno avuto 9.750 dosi. Queste polemiche sono state messe a tacere dal commissario italiano per l’emergenza Arcuri, il quale ha negato ogni forma di discriminazione nei confronti dell’Italia, sostenendo che “I contratti con le aziende produttrici dei vaccini sono stipulati direttamente dalla Commissione Europea per conto di tutti i Paesi membri e ogni Paese riceve la quota percentuale di dosi in proporzione alla popolazione”. Dunque, se molti Stati membri hanno ricevuto, per il momento, meno dosi di vaccino, con tutta probabilità ne riceveranno di più nel prossimo periodo. Un effettivo problema per la riuscita della campagna di vaccinazione, dunque, non è tanto il numero delle dosi ricevute, quanto il numero delle persone effettivamente disposte a farsi vaccinare: in molti paesi europei gran parte dei cittadini sono scettici sul vaccino e questo è un ostacolo importante per la validità della campagna europea.

Brexit, slitta di nuovo l’ultima scadenza per l’accordo

EUROPA di

Il 13 dicembre 2020 era la data prevista dall’Unione europea e dal Regno Unito per definire un accordo commerciale fra le parti in vista dell’uscita definitiva del Regno Unito dall’UE. Come prevedibile, anche quest’ultima scadenza è stata rimandata, le trattative per l’accordo commerciale proseguiranno ancora e sembra difficile che possa entrare in vigore il 1° gennaio 2021. A prendere questa decisione sono state le principali figure coinvolte: la presidente della Commissione europea Von der Leyen e il primo ministro britannico Johnson. La Commissione europea farà il possibile per negoziare un accordo nei tempi ma, vista la situazione, sono state presentate una serie di misure di emergenza per prepararsi ad un eventuale scenario di no deal.

Gli ultimi tentativi di negoziazione

Il Regno Unito è uscito dall’UE il 31 gennaio 2020 e, in quel periodo, entrambe le parti hanno concordato un periodo di transizione fino al 31 dicembre 2020, durante il quale il diritto dell’UE avrebbe continuato ad applicarsi in UK. Il periodo di transizione era particolarmente importante per negoziare i termini del futuro partenariato tra le parti ma, ad oggi, l’esito è ancora incerto. Le divergenze di fondo tra le parti e la pandemia di Covid-19 non hanno di certo reso la strada più facile.

Dai primi giorni di dicembre, sono diverse le occasioni che Ursula Von der Leyen e Boris Johnson hanno avuto per incontrarsi o svolgere telefonate in vista dell’ultimo tentativo di negoziare l’accordo per la Brexit. Dopo aver sospeso i negoziati per le divergenze tra le due parti, Londra e Bruxelles si sono accordati per provare a riavviare le trattative un’ultima volta. La scadenza è ufficialmente il 31 dicembre 2020, ma in realtà c’è bisogno di avere un accordo commerciale già dai prossimi giorni se si considerano gli aspetti tecnici di approvazione del testo. In caso di mancato accordo commerciale, sarà il no deal a prevalere: nessun accordo. Uscire dall’UE senza accordo sarebbe un disastro per l’economia britannica, a partire dai dazi che saranno imposti sui prodotti, fino a danneggiare anche i paesi europei che hanno particolari rapporti con il Regno Unito, come ad esempio l’Irlanda, nonché l’intero settore bancario inglese.

Il piano di emergenza della Commissione europea

La Commissione europea riconosce la complessità della situazione Brexit e, per quanto si impegni a raggiungere un accordo reciprocamente vantaggioso con il Regno Unito, ammette l’incertezza sulla possibilità che il 1° gennaio 2021 ci sarà un accordo in vigore. Per questo motivo, il 10 dicembre sono state presentate una serie di misure di emergenza mirate, con lo scopo di garantire una reciprocità di base dei collegamenti aerei e stradali tra l’UE e il Regno Unito, nonché per l’accesso delle navi europee e inglesi. Queste misure non sostituiranno di certo l’accordo commerciale, che continua ad essere auspicato dalla Commissione, bensì avranno lo scopo di gestire il periodo in cui vi sarà un no deal.

In particolare, sono quattro le misure di emergenza che la Commissione europea ha presentato per attenuare le gravi perturbazioni che si verificheranno dal 1° gennaio. In primo luogo, è stata fatta una proposta di regolamento che garantisca la fornitura di determinati servizi aerei tra il Regno Unito e l’Unione europea per sei mesi, a condizione che anche il Regno Unito attui le stesse garanzie. Di seguito, nell’ambito della sicurezza aerea, è stato presentata una proposta al fine di garantire l’utilizzo ininterrotto dei certificati di sicurezza sugli aeromobili, evitando il fermo operativo degli aeromobili europei. Poi, si vuole garantire per sei mesi la connettività di base del trasporto stradale di merci e passeggeri europei e inglesi. Infine, è stata presentata una proposta di regolamento volta a definire il quadro giuridico appropriato fino al 31 dicembre 2021 o fino alla conclusione di un accordo di pesca con il Regno Unito, che garantisca l’accesso reciproco delle navi dell’UE e del Regno Unito nelle acque delle due parti.

L’incontro del 13 dicembre e la posizione del Parlamento europeo

Il 13 dicembre, Ursula Von der Leyen e Boris Johnson hanno avuto una telefonata ufficiale a seguito della quale è stata rilasciata una dichiarazione congiunta. Ancora una volta e sempre più a ridosso del termine, anche l’ultima scadenza è stata rinviata. Si è deciso di concedere una ulteriore proroga ai negoziatori europei e inglesi e, al momento, non si può dire con certezza di essere vicini ad un accordo. Un primo elemento di difficoltà è senz’altro il level playing field, le regole sulla concorrenza equa tra imprese: i negoziatori europei hanno richiesto una clausola per il mantenimento di elevati standard ambientali e lavorativi, i negoziatori inglesi ritengono tale clausola troppo allineata agli standard europei. Anche la questione della pesca è particolarmente importante, mentre la terza questione aperta è quella del meccanismo di risoluzione delle controversie legali.

Ad abbreviare ancora di più i tempi della scadenza, come noto, sono gli aspetti tecnici di approvazione dell’accordo commerciale: una volta raggiunto, l’accordo dovrà essere esaminato dai consulenti legali delle parti e approvato dal Parlamento europeo in seduta plenaria. A tal proposito, la conferenza dei presidenti di delegazione del Parlamento ha affermato che esaminerà un accordo su Brexit, in tempo utile per il 1° gennaio 2021, solo se questo arriverà entro la mezzanotte del 20 dicembre. La questione rimane, dunque, ancora una volta, del tutto aperta.

L’Unione europea tra terrorismo e sicurezza

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Il Covid-19, la crisi economica e quella sanitaria non hanno spostato l’attenzione europea da due dei temi cruciali per l’Europa di oggi: terrorismo e sicurezza continuano ad essere centrali nelle politiche europee, anche a causa degli attacchi dell’ultimo periodo in Francia e in Austria. Nell’ambito dell’Unione della sicurezza, la Commissione europea ha presentato un nuovo programma di lotta al terrorismo e per un Europol più forte, al fine di potenziare la resilienza dell’UE. Allo stesso tempo, è stata presentata una relazione sulla sicurezza, rispettando l’impegno di riferire periodicamente sui progressi compiuti in tale ambito.

L’Unione della sicurezza 2020-2025

Il 24 luglio scorso la Commissione europea ha adottato la strategia dell’UE per l’Unione della sicurezza 2020-2025 ed ha presentato una serie di iniziative con l’obiettivo di creare un approccio multidisciplinare, coordinato e integrato alla sicurezza, rispettando i diritti fondamentali. Nella strategia sono state stabilite le priorità strategiche interdipendenti in materia di sicurezza europea sulla base dell’Agenda 2015-2020 e che verranno portate avanti tra il 2020 e il 2025. Tra le iniziative presenti vi è la strategia dell’UE per una lotta efficace contro gli abusi sessuali, un piano d’azione in materia di droga e il piano sul traffico di armi da fuoco.

Il programma di lotta al terrorismo

Tra le iniziative che rientrano nell’Unione della sicurezza è compreso anche il nuovo programma di lotta al terrorismo e per sviluppare la resilienza europea nei confronti delle minacce terroristiche. Tale programma è stato ideato con il fine di aiutare gli Stati membri a prevedere e prevenire la minaccia terroristica, imparando anche a reagire in modo più efficace. A tal proposito, risulta essenziale il ruolo dell’Europol, l’agenzia dell’UE per la cooperazione nell’attività di contrasto al terrorismo: con il nuovo programma proposto, l’agenzia fornirà un migliore sostegno alle indagini degli Stati membri.

Molteplici sono gli obiettivi previsti dal programma per prevedere, prevenire, proteggere e reagire al terrorismo. Innanzitutto, individuare le vulnerabilità e sviluppare una capacità di previsione delle minacce: la ricerca in materia di sicurezza diviene qui essenziale, insieme al potenziamento della resilienza delle infrastrutture critiche e delle missioni consultive organizzate dalla Commissione per aiutare gli Stati membri a svolgere valutazioni dei rischi. In secondo luogo, è importante prevenire gli attentati e combattere la radicalizzazione, contrastando la diffusione delle ideologie estremiste e dei contenuti terroristici online. Inoltre, verranno elaborate delle linee guida sulla moderazione dei contenuti disponibili al pubblico e verrà rafforzata l’azione preventiva delle carceri, soprattutto per quanto concerne la riabilitazione e il reinserimento. Particolarmente considerevole sarà poi promuovere la sicurezza e ridurre le vulnerabilità per proteggere le città e la popolazione: l’Unione europea garantisce una maggiore protezione fisica degli spazi pubblici sin dalla loro progettazione, rendendo più resilienti le infrastrutture critiche. Infine, si ha l’obiettivo di rafforzare il sostegno operativo, l’azione penale e i diritti delle vittime per reagire meglio agli attentati: la cooperazione di polizia e lo scambio di informazioni nell’UE sono cruciali per reagire agli attentati in modo efficace. La Commissione europea proporrà nel 2021 un codice di cooperazione di polizia dell’UE, al fine di rafforzare la cooperazione di contrasto al terrorismo.

Al fine reagire al meglio al terrorismo, sarà fondamentale per l’UE coinvolgere i paesi partner, dal vicinato al resto del mondo, collaborando attivamente anche con le organizzazioni internazionali. A tal proposito, la Commissione nominerà un coordinatore antiterrorismo che avrà lo scopo di coordinare la politica e i finanziamenti dell’UE nel settore della lotta al terrorismo.

La relazione sull’Unione della sicurezza

Quando nel luglio 2020 la Commissione ha presentato la nuova strategia, si è impegnata a riferire periodicamente sui progressi compiuti nel settore della sicurezza. Il 9 dicembre la Commissione europea ha presentato la sua prima relazione in tale ambito, evidenziando le azioni intraprese a livello europeo: assicurare un ambiente della sicurezza adeguato alle esigenze future; affrontare le minacce in evoluzione; proteggere i cittadini europei dal terrorismo; costruire un forte ecosistema della sicurezza. La relazione copre il periodo che va da ottobre 2019 a dicembre 2020 e illustra i principali progressi fatti in materia.

La Commissaria europea per gli Affari interni Ylva Johansson ha dichiarato: “La sicurezza interna è il cuore della strategia sulla sicurezza dell’Unione. Oggi e nelle prossime settimane mi concentrerò sulle esigenze individuate, tra cui figurano il miglioramento della risposta dell’UE ai contenuti terroristici online, l’interoperabilità tra i sistemi informatici e l’individuazione, la segnalazione e la rimozione di materiale pedopornografico online”. In merito al programma di lotta al terrorismo ha invece affermato: “Il programma di lotta al terrorismo presentato potenzia la capacità degli esperti di prevedere nuove minacce, aiuta le comunità locali a impedire la radicalizzazione, dota le città dei mezzi per proteggere gli spazi pubblici con una valida progettazione e garantisce che possiamo reagire rapidamente e più efficacemente agli attacchi commessi e tentati”.

Eurogruppo, il sì alla riforma del MES e i nodi da sciogliere

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Lunedì 30 novembre, l’Eurogruppo, l’organo informale che raccoglie i ministri degli Stati membri di economia e finanze dell’eurozona, ha trovato un accordo sulla riforma del MES, il “Meccanismo Europeo di Stabilità”. I ministri hanno approvato la modifica del trattato che ridisegna gli aiuti tradizionali del MES, al fine di prevenire le crisi e non curarle con rigide condizionalità. Il Commissario all’economia Paolo Gentiloni ha definito l’incontro un vero “successo”, anche perché la riforma è stata avviata due anni fa e, anche a causa del Covid-19, era attesa da oltre un anno. Per entrare in vigore però, avrà bisogno della conferma del Consiglio europeo e del via libera dei Parlamenti nazionali.

La necessità di una riforma del MES

Il MES è un’istituzione intergovernativa che non rientra tra le istituzioni dell’Unione europea ma che, tuttavia, è stata istituita al fine di aiutare i paesi dell’eurozona che si trovano in difficoltà. Nasce nel 2012 proprio con lo scopo di mettere in comune i fondi dei paesi dell’area euro e utilizzarlo per aiutare gli stati membri in grave crisi, come fu per la Grecia, Cipro, Portogallo e Irlanda. Tuttavia, da anni si parla della necessità di una riforma del trattato dell’organizzazione in quanto, per ricevere l’aiuto, ogni Stato avrebbe dovuto accettare un rigido piano di riforme – con misure quali tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni, liberalizzazioni – ed essere sottoposto alla sorveglianza di un comitato costituito da Commissione europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale. Nato come tentativo di rendere l’eurozona economicamente unita e solidale nell’affrontare le crisi, questo meccanismo è stato oggetto di numerose critiche, anche opposte tra loro, con la solita contrapposizione di paesi. Se per i paesi del Nord Europa si tratta di un incentivo dato ai paesi del Sud per spendere più di quanto possiedono, molti paesi criticano le rigide misure previste in cambio degli aiuti. A partire dal 2018 dunque, si è iniziata a discutere la riforma del meccanismo e l’approvazione definitiva è arrivata solo a fine 2020.

Cosa prevede la riforma

Si tratta di un allargamento delle competenze del MES in quanto contempla una serie di nuovi compiti per il Meccanismo. In particolare, si prevede un ulteriore sviluppo degli strumenti del MES, il rafforzamento del ruolo del Meccanismo nella progettazione, nella negoziazione e nel monitoraggio dei programmi di assistenza finanziaria. Poi, si annuncia la creazione di un sostegno per il Fondo di risoluzione unico, che potrà essere finanziato dal MES quale rete di protezione per le banche a rischio. Quest’ultimo è un importante passo in avanti verso l’Unione bancaria e, vista la sua rilevanza, entrerà in vigore nel 2022 invece che nel 2024. Il presidente dell’Eurogruppo Donohoe considera tale sostegno comune come una rete di sicurezza che “rafforzerà e integrerà il pilastro di risoluzione dell’unione bancaria” garantendo che “il fallimento di una banca non danneggi l’economia in generale”. La riforma elimina, inoltre, il Memorandum previsto per imporre le condizioni di aiuto per i paesi che richiedono l’attivazione del Meccanismo, e lo sostituisce con una lettera d’intenti che assicura il rispetto delle regole del Patto di stabilità. I Paesi potranno ottenere i prestiti usufruendo di linee di credito precauzionali, senza concordare misure economiche particolari, se rispettano pienamente i parametri del trattato di Maastricht: rapporto deficit/Pil sotto il 3%, rapporto debito/Pil al 60%. Al momento, dieci Paesi, tra cui l’Italia, non rientrano in tali parametri.

Seppur di fondamentale importanza, il via libera dell’Eurogruppo alla riforma del MES non è vincolante né definitivo. Al contrario, è il punto di partenza e la base dell’accordo che dovrà essere oggetto del prossimo Consiglio europeo, per il quale la decisione finale passerà dai ministri dell’economia e delle finanze ai capi di Stato e di governo dell’eurozona. In caso di immediata intesa nel Consiglio europeo, si potrà procedere con l’atto che rende davvero operativo il consenso: la firma del trattato potrà avvenire con tutta probabilità a gennaio 2021. Tuttavia, il MES rimane un’organizzazione intergovernativa: necessita dunque dell’approvazione, in via definitiva, dei Parlamenti nazionali e solo allora potrà entrare in vigore.

Le reazioni in Italia

Il ministro dell’Economia italiano Gualtieri, nell’approvare la riforma del MES, ha specificato un elemento importante da sottolineare: la riforma del MES non riguarda la linea di credito approvata per lo scoppio della crisi da Covid-19, quella del “MES sanitario”. Il ministro ha dunque precisato che l’approvazione della riforma non equivale all’attivazione del MES da parte dell’Italia e, anche una volta approvata in via definitiva dal Parlamento, la modifica non comporta obblighi per l’Italia. Tuttavia, questa continua a dividere la maggioranza italiana, mentre il ministro dell’Economia ha affermato che si tratta di “un risultato positivo e importante su un testo equilibrato che ha richiesto un negoziato intenso”. Proprio per queste divergenze e poiché il MES è da almeno un anno al centro del dibattito politico italiano, la posizione dell’Italia ha avuto una rilevanza particolare. “Vorrei ringraziare Roberto Gualtieri per il suo coraggio politico poiché l’unico Stato della zona euro in cui questa questione è diventata un’importante questione di politica interna è stato l’Italia”, ha detto a tal proposito il ministro delle Finanze francese, Bruno Le Maire. Se per il commissario all’Economia Gentiloni si tratta di una “buona notizia per cittadini e imprese”, il capo politico del Movimento 5 Stelle ha sottolineato che “la riforma del MES e il suo utilizzo sono due elementi totalmente distinti”, e parte del Movimento continua ad essere contrario anche alla riforma stessa.

L’approvazione della riforma è dunque ancora lontana e necessita del doppio vaglio Consiglio europeo – dove il Primo ministro Conte non mancherà di riportare anche la visione del primo partito al governo – e Parlamento nazionale, dove la maggioranza è divisa.

L’impegno dell’UE per la parità di genere e l’emancipazione femminile

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Il 25 novembre 2020, in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, l’Unione europea ha presentato un ambizioso piano per promuovere la parità di genere e l’emancipazione femminile in tutte le azioni dell’Unione europea. Si tratta di un importante e, vista la giornata, simbolico passo in avanti compiuto dall’UE, sempre più attenta a tali dinamiche. I diritti delle donne sono al centro dell’azione UE da tempo ma, con l’elezione di Ursula Von der Leyen quale prima presidente donna della Commissione europea, nonché di Angela Merkel quale presidente di turno del Consiglio dell’UE, la strategia per la parità di genere subisce l’accelerazione che da tempo si aspettava.

La strategia dell’UE per la parità di genere

Lo scorso 5 marzo, la Commissione europea ha presentato la strategia per la parità di genere 2020-2025, “Verso un’Unione dell’uguaglianza”. La volontà della presidente Von der Leyen di impegnarsi in materia è presente già negli orientamenti politici e nel programma presentato quando era ancora la candidata alla carica di presidente. Una volta eletta, ha mantenuto la propria posizione presentando questa strategia al fine di compiere progressi significativi entro il 2025 per giungere ad un’Europa garante della parità di genere. L’obiettivo finale è uno solo: far si che donne e uomini siano liberi di perseguire le proprie scelte di vita con pari opportunità di realizzazione. La strategia presentata è basata sul duplice approccio dell’integrazione della dimensione di genere combinata con azioni mirate e con il principio dell’intersezionalità. È in tale contesto che si inserisce il nuovo piano d’azione sulla parità di genere.

Il piano d’azione sulla parità di genere

Il piano d’azione presentato il 25 novembre ha una portata simbolica non indifferente. In occasione della giornata internazionale dell’eliminazione della violenza sulle donne, la Commissione europea e l’Alto Rappresentante dell’Unione europea hanno reso la parità di genere e l’emancipazione femminile una vera e propria priorità dell’UE: l’obiettivo è far sì che le donne possano esercitare pienamente i loro diritti ed aumentare la propria partecipazione. Il nuovo piano d’azione per il periodo 2021-2025 mira ad accelerare i progressi nell’emancipazione delle donne, salvaguardando i risultati conseguiti. Dall’analisi fornita si evince, infatti, che nessun paese al mondo è sulla strada per raggiungere l’uguaglianza di genere e l’emancipazione. Inoltre, le conseguenze socioeconomiche della crisi da Covid-19 hanno colpito la popolazione in maniera sproporzionata, gravando principalmente sulle donne: la perdita dei posti di lavoro è superiore di 1,8 a quella degli uomini, con conseguente aumento del tasso di povertà. In estrema sintesi, il piano d’azione rende la promozione della parità di genere una priorità di tutte le politiche europee; delinea una tabella di marcia per la collaborazione con tutti i portatori di interessi; intensifica l’azione in tutti i settori strategici; invita le istituzioni a dare il buon esempio, garantendo la trasparenza dei risultati.

I cinque pilastri d’azione

Il piano d’azione presentato fornisce un quadro politico con ben cinque pilastri per accelerare i progressi verso l’adempimento degli impegni internazionali in materia. Il primo pilastro afferma che l’85% di tutte le nuove azioni nell’ambito delle relazioni esterne contribuiranno a conseguire la parità di genere e l’emancipazione femminile entro il 2025. Il secondo pilastro disciplina una visione strategica condivisa e una collaborazione con gli Stati membri e i partner a livello regionale, nazionale e multilaterale: è necessario un approccio comune per tutti gli attori dell’UE per ogni livello, dalla società civile ai giovani, dai portatori di interessi ai governi nazionali. Il terzo pilastro è un invito ad accelerare i progressi, concentrandosi sulle principali aree tematiche di impegno: la lotta contro la violenza di genere, la promozione dell’emancipazione economica, sociale e politica; l’accesso universale all’assistenza sanitaria e ai diritti delle donne; la parità nella partecipazione e nella leadership. Il quarto pilastro invita l’UE a dare il buon esempio in materia di parità di genere ed emancipazione femminile, anche attraverso l’istituzione di una leadership equilibrata. Infine, ci si impegna nel monitoraggio dei risultati al fine di verificare sempre i miglioramenti apportati dal piano d’azione.

Le reazioni nell’UE

Il nuovo piano è stato presentato con un forte entusiasmo da parte delle istituzioni europee. L’Alto Rappresentante Josep Borrel ha affermato che “la partecipazione e la leadership delle donne e delle ragazze è essenziale per garantire democrazia, giustizia, pace, sicurezza, prosperità e un pianeta più verde”, ed ha aggiunto che “grazie a questo nuovo piano d’azione intendiamo accelerare e incentivare i progressi verso la parità di genere”. Anche la Commissaria per i partenariati internazionali, Jutta Urpilainen, ha affermato “un maggiore impegno nella parità di genere è fondamentale per una ripresa sostenibile dalla crisi Covid-19 a livello mondiale e per la costruzione di società più eque, inclusive e prospere. Le donne e le ragazze sono in prima linea di fronte alla pandemia e devono essere anche al timone della ripresa”.

Meno entusiasti sono apparsi invece i paesi dell’Est Europa: parte del gruppo Visegrad, dopo il veto sul Recovery Fund, ha mostrato la propria contrarietà verso il piano d’azione. Polonia e Ungheria, in particolare, non sembrano condividere con gli altri Stati membri l’insieme dei valori che l’UE intende promuovere nelle proprie relazioni con i Paesi terzi, tra cui figura anche la parità di genere. I due paesi, pur affermando di sostenere la parità uomo-donna, non intendono fare in modo che il riferimento all’uguaglianza di genere allarghi il campo anche alla comunità LGBTIQ.

Unione europea e Stati Uniti: di nuovo amici?

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Il 3 novembre si sono tenute le elezioni più importanti e più seguite del 2020, le presidenziali americane, il cui esito è arrivato solo dopo qualche giorno: Joe – Joseph Robinette – Biden, il candidato del Partito Democratico, è stato eletto 46° presidente degli Stati Uniti d’America. Il candidato democratico ha sconfitto il presidente in carica, Donald Trump, sia in termini di voto popolare che nel voto dei collegi elettorali. L’elezione di Biden a Presidente ha molteplici risvolti e significati e dà luogo a numerose questioni, tra cui: cosa cambierà per l’Europa? L’Unione europea non sarebbe nata senza gli Stati Uniti d’America, paese che da sempre considera alleato e amico. È con l’ultimo mandato presidenziale che i rapporti sono divenuti più tesi ed è per questo che è importante comprendere che piega prenderanno ora. Vecchio e Nuovo continente torneranno ad essere veri alleati?

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UE e Covid-19: l’Unione europea della salute e l’accordo con Pfizer per l’accesso ai vaccini

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L’Europa si trova nel pieno della cosiddetta seconda ondata di diffusione del Covid-19 e l’emergenza sanitaria si fa sempre più grave. Per questo motivo, l’Unione europea sta intensificando la propria azione di risposta alla crisi. In primo luogo, su un piano interno, sta compiendo i primi passi verso la costruzione dell’Unione europea della salute: verranno dunque presentate diverse proposte per potenziare il quadro per la sicurezza sanitaria dell’UE rafforzando il ruolo delle agenzie europee coinvolte. In secondo luogo, da un punto di vista esterno, la Commissione europea ha approvato un nuovo contratto con l’alleanza BioNTech-Pfizer per garantire l’accesso a un potenziale vaccino: l’accordo permetterà l’acquisto iniziale di 200 milioni di dosi per conto di tutti gli Stati membri dell’UE.

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Condizionalità economica e stato di diritto: l’accordo tra Consiglio e Parlamento europeo per vincolare i fondi al rispetto dei principi UE

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Il Consiglio europeo, nel pianificare ed approvare il Recovery Fund, il Piano per la ripresa dalla crisi economica causata dalla pandemia di Covid-19, ha stabilito che l’erogazione delle misure economiche previste siano in qualche modo subordinate al rispetto dei principi dello Stato di diritto. Dello stesso avviso sono anche le altre due importanti istituzioni europee che, in merito, hanno raggiunto un accordo di fondamentale importanza: secondo il Parlamento europeo e il Consiglio, i Paesi dell’UE che non rispettano lo stato di diritto potrebbero perdere l’accesso ai fondi europei.

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Flaminia Maturilli
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