GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

Author

Flaminia Maturilli

Flaminia Maturilli has 149 articles published.

Green Deal europeo: le due nuove strategie della Commissione europea

EUROPA di

Il 14 ottobre, nell’ambito del Green Deal europeo, la Commissione europea ha presentato due nuove strategie che contribuiscono al raggiungimento degli obiettivi previsti dal progetto dell’UE, tra i quali ridurre le emissioni di gas a effetto serra. In particolare, sono state presentate le strategie sul metano e sulle sostanze chimiche per un ambiente privo di sostanze tossiche. La prima strategia è volta a ridurre le emissioni di metano, il secondo agente climalterante più importante dopo il carbonio, e definisce proprio le misure per ridurre le emissioni di metano in Europa e a livello internazionale. La seconda strategia è finalizzata ad azzerare l’inquinamento e creare un ambiente privo di sostanze tossiche, innovando le sostanze chimiche e rendendole più sostenibili.

La strategia per ridurre le emissioni di metano

Gli obiettivi climatici previsti dal Green Deal europeo prevedono importanti riduzioni di emissioni di gas a effetto serra per il 2030, fino a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Per arrivare a tale obiettivo, si deve intervenire in quanti più settori possibili, a partire da quello dei gas climalteranti. In particolare, la strategia proposta dalla Commissione definisce le misure per ridurre le emissioni di metano in Europa e a livello internazionale, gas responsabile del 10% delle emissioni totali di gas a effetto serra: contiene interventi legislativi e non nei settori dell’energia, dell’agricoltura e dei rifiuti. Questi tre settori, insieme, rappresentano circa il 95% delle emissioni di metano associate all’attività umana nel mondo, mentre l’Unione europea produce il 5% delle emissioni mondiali di metano a livello interno. Proprio per questo, la Commissione collaborerà con i partner internazionali dell’UE e con l’industria per conseguire riduzioni delle emissioni.

I punti previsti dalla strategia sono molteplici: senz’altro, si punta a migliorare la misurazione e la comunicazione delle emissioni di metano. Il livello di monitoraggio attuale, infatti, varia secondo i settori e gli Stati membri, mentre la Commissione vuole rafforzare le norme in materia di misurazione e sosterrà la creazione di un osservatorio internazionale delle emissioni di metano in collaborazione con il programma dell’ONU per l’ambiente, la Coalizione per il clima e l’aria pulita e l’Agenzia internazionale per l’energia. Nel settore energetico, la riduzione delle emissioni di metano sarà garantita attraverso l’obbligo di migliorare il rilevamento e la riparazione delle perdite nelle infrastrutture del gas, nonché attraverso il dialogo con i partner internazionali. La Commissione si occuperà anche di migliorare la comunicazione delle emissioni prodotte dall’agricoltura attraverso una migliore raccolta di dati, promuovendo opportunità di riduzione delle emissioni con il sostegno della politica agricola comune. Nel settore dei rifiuti, la Commissione valuterà l’opportunità di ulteriori azioni per migliorare la gestione dei gas di discarica, sfruttandone il potenziale di consumo energetico.

La strategia in materia di sostanze chimiche

Insieme alla strategia per la riduzione di metano, la Commissione europea ha adottato la strategia dell’Unione in materia di sostanze chimiche per la sostenibilità: si tratta del primo passo da compiere per azzerare l’inquinamento e creare un ambiente privo di sostanze tossiche. In particolare, tale strategia darà impulso all’innovazione per creare sostanze chimiche più sicure e sostenibili, nonché garantire una migliore protezione della salute umana e dell’ambiente dalle sostanze chimiche pericolose. Tale obiettivo verrà perseguito anche attraverso il divieto di utilizzare le sostanze chimiche più nocive in prodotti di consumo quotidiano, oppure con la possibilità di usare le sostanze solo in modo sostenibile e sicuro. La strategia è molto ampia e comprende diverse azioni da svolgere, in particolare al fine di migliorare la protezione della salute e dell’ambiente, stimolare l’innovazione e promuovere la competitività dell’UE. L’obiettivo è quello di consentire la transizione verde del settore chimico e delle catene del valore per evitare gli effetti più nocivi delle sostanze chimiche e per garantirne il minor impatto possibile sul clima, l’uso delle risorse, gli ecosistemi e la biodiversità. La strategia prevede che l’industria dell’UE diventi un soggetto competitivo a livello mondiale nella produzione e nell’uso di sostanze chimiche sicure e sostenibili. Un aspetto importante è anche il fatto che la Commissione propugnerà l’adozione a livello mondiale di norme di sicurezza e sostenibilità, promuovendo un approccio coerente per impedire che le sostanze pericolose vietate nell’UE siano prodotte e poi esportate.

Le dichiarazioni

Virginijus Sinkevicius, Commissario responsabile per l’Ambiente, gli oceani e la pesca, ha dichiarato: “Dobbiamo il nostro benessere e gli elevati standard di vita alle numerose sostanze chimiche utili inventate negli ultimi 100 anni. Non possiamo tuttavia ignorare i danni causati da molte sostanze chimiche pericolose alla salute umana e all’ambiente. Dopo aver compiuto molti progressi per regolamentare le sostanze chimiche nell’UE, con la presente strategia intendiamo valorizzare i risultati fin qui ottenuti e spingerci oltre per impedire che le sostanze chimiche più pericolose si diffondano nell’ambiente e nel nostro organismo, con conseguenze negative soprattutto per le persone più fragili e vulnerabili”.

Frans Timmermans, vicepresidente esecutivo per il Green Deal, ha dichiarato: “Per diventare il primo continente climaticamente neutro l’Unione europea deve tagliare tutti i gas a effetto serra. Il metano è il secondo più potente gas a effetto serra e una causa determinante dell’inquinamento atmosferico. La strategia sul metano garantisce tagli delle emissioni in tutti i settori, in particolare l’agricoltura, l’energia e i rifiuti. Crea per le zone rurali l’opportunità di produrre biogas a partire dai rifiuti. La tecnologia satellitare dell’Unione europea consentirà di monitorare da vicino le emissioni e di innalzare gli standard internazionali”.

Legge europea sul clima: le richieste del Parlamento europeo

EUROPA di

Nell’ultima sessione plenaria del Parlamento europeo, tenutasi a Bruxelles dal 5 all’8 ottobre 2020, il Parlamento europeo si è espresso in merito alla Legge europea sul clima, chiedendo di raggiungere degli obiettivi ancor più ambiziosi di quanto non siano quelli proposti dalla Commissione europea nell’ambito del Green Deal. In particolare, gli eurodeputati hanno richiesto una riduzione delle emissioni del 60% nel 2030, poi si sono espressi in merito ad un bilancio per i gas a effetto serra per garantire che l’UE raggiunga l’obiettivo di Parigi, un organismo scientifico indipendente per monitorare i progressi e per l’eliminazione graduale di tutte le sovvenzioni dirette e indirette ai combustibili fossili entro il 2025.

La legge europea sul clima nel Green Deal europeo

Il 4 marzo 2020, la Commissione europea ha presentato una proposta legislativa al fine di sancire ulteriormente l’impegno dell’UE nel conseguimento della neutralità climatica entro il 2050. Trasformando in legge l’obiettivo prefissato, cioè divenire una società a impatto climatico zero, si garantisce ancora di più la concreta volontà dell’UE di impegnarsi in tale ambito. Gli obiettivi della legge europea sul clima sono di definire il percorso da seguire per arrivare alla neutralità climatica in modo equo ed efficiente, creare un sistema di monitoraggio dei progressi per poi intraprendere ulteriori azioni e garantire la transizione verso la neutralità climatica. La Commissione europea, attraverso la proposta di legge, intende istituire un quadro di riferimento per rendere vincolante il traguardo di zero emissioni di gas serra per il 2050, rispettando le conclusioni scientifiche fornite dall’IPCC e cercando di mettere in atto l’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici.

Le richieste del Parlamento europeo

Non appena presentata la proposta legislativa da parte della Commissione europea, il Parlamento si è da subito detto insoddisfatto e pronto a rendere più ambiziosa la legge per il clima. Ad aprile 2020 è stato presentato un progetto di relazione che ha emendato la proposta della Commissione europea in molti punti, l’11 settembre la Commissione ambiente del Parlamento europeo ha adottato una relazione sulla legge europea per il clima e l’8 ottobre il Parlamento europeo ha adottato il suo mandato negoziale sulla legge europea sul clima.

Con 392 voti a favore, 161 contro e 142 astensioni, il Parlamento europeo si è espresso a favore di una legge europea sul clima più ambiziosa, che miri a trasformare le promesse politiche – vale a dire il raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050 in Europa – in un obbligo vincolante in quanto legge, fornendo ai cittadini e alle imprese europee la certezza giuridica e la prevedibilità, elementi necessari per pianificare la trasformazione. Gli eurodeputati hanno insistito sul fatto che sia l’Unione europea che gli Stati membri devono diventare neutri sotto il profilo delle emissioni di carbonio entro il 2050; dal 2051 l’UE dovrà raggiungere l’obiettivo di emissioni negative. Proprio per questo, si chiedono i finanziamenti sufficienti per il raggiungimento degli obiettivi. Inoltre, i deputati vogliono istituire un Consiglio europeo per i cambiamenti climatici: un organismo scientifico indipendente per valutare i progressi dell’UE in tale direzione.

L’obiettivo proposto

L’obiettivo attuale che l’Unione europea deve raggiungere nell’ambito della riduzione delle emissioni per il 2030 è del 40% rispetto al 1990. La Commissione europea, nella proposta di legge del 4 marzo, ha proposto di arrivare almeno al 55% rispetto ai livelli del 1990, così da raggiungere la neutralità climatica per il 2050. Il Parlamento europeo si è spinto ancora più in alto, proponendo una riduzione delle emissioni del 60% al 2030, aggiungendo anche l’aumento degli obiettivi nazionali in modo equo ed efficiente, anche in termini di costi. Inoltre, tra l’obiettivo del 60% al 2030 e la neutralità climatica al 2050, gli eurodeputati hanno richiesto alla Commissione europea di stabilire anche un obiettivo intermedio per il 2040, così da garantire che l’UE intraprenda le giuste misure nel corso degli anni.

La votazione in Parlamento e i prossimi step

Nonostante il grande consenso mostrato per il Green Deal europeo, l’Eurocamera non si è mostrata così unita di fronte alla necessità di rendere più ambiziosa la legge sul clima. Il Partito popolare europeo si è espresso in modo contrario alla proposta del Parlamento ed ha quindi deciso di astenersi dalla votazione; i Conservatori e i sovranisti di Identità e democrazia hanno votato negativamente, mentre sono stati a favore i socialisti-democratici, i Verdi e gran parte dei liberali. Guardando i partiti italiani, quelli di maggioranza (PD e M5S) si sono schierati a favore, insieme a Italia Viva e Azione, mentre il voto negativo è arrivato da Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia. La motivazione alla base dell’astensione e del voto negativo risiede nelle conseguenze economiche e sociali che tale legge potrebbe avere. “La tutela dell’ambiente è un valore che accomuna tutti, ma anziché proporre obiettivi concreti e raggiungibili, l’Ue sacrifica lo sviluppo, le imprese e il lavoro degli italiani sull’altare di progetti utopici e totalmente irrealizzabili” hanno dichiarato i parlamentari leghisti della commissione Envi. Il giorno prima della votazione, il coordinatore per il clima e l’ambiente al PPE, Peter Liese, ha affermato “il Ppe non voterà contro, ma ci asterremo perché sinceramente il 60% non ci piace e pensiamo che metta davvero in pericolo i posti di lavoro” e ha proseguito “sosteniamo la neutralità climatica e pensiamo sia importante avere una legge per clima. Siamo molto fiduciosi che il Consiglio Ue farà attenzione e che torneremo alla proposta della Commissione europea del 55% netto”.

Il Parlamento europeo, dopo aver presentato le proprie richieste, intraprenderà i negoziati con i paesi membri dell’Unione europea. Fondamentale è anche il ruolo del Consiglio europeo che dovrà concordare una posizione comune in merito.

Brexit, la questione si fa sempre più complessa

EUROPA di

La Brexit, l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, sta diventando sempre più complessa. Oltre alla difficoltà dei negoziati in sé, sia da parte del Regno Unito che dell’Unione europea, e dunque al raggiungimento dell’accordo volto a regolare i rapporti tra le parti dopo l’uscita del paese dall’UE, la situazione è andata complicandosi ulteriormente. Nelle ultime settimane, la Camera dei Comuni ha approvato una legge in materia di mercato interno che viola gli accordi già presi con l’Unione europea, in particolare per il rapporto con l’Irlanda del Nord. Per tutta risposta, la Commissione europea ha aperto una procedura di infrazione nei confronti del Regno Unito. L’accordo definitivo sulla Brexit, dunque, è sempre più lontano.

Il contesto

L’accordo di recesso è stato ratificato dall’Unione europea e dal Regno Unito ed è entrato in vigore il 1° febbraio 2020, iniziando a produrre effetti giuridici in base al diritto internazionale. In tale quadro, il governo di Boris Johnson ha proposto una legge, poi votata in Parlamento, che di fatto viola alcune clausole dell’accordo stretto con l’UE e, in particolar modo, quelle che riguardano l’Irlanda del Nord. Il 9 settembre 2020 è stato presentato il progetto di legge sul mercato interno del Regno Unito, che ha scatenato non poche reazioni a Bruxelles. Il vicepresidente Maroš Šefčovič ha chiesto una riunione straordinaria del comitato misto UE-Regno Unito per invitare il governo britannico a chiarire le sue intenzioni e a rispondere alle gravi preoccupazioni dell’UE. Durante la riunione, che si è svolta il 10 settembre a Londra tra Michael Gove, Cancelliere del Ducato di Lancaster, e il vicepresidente Maroš Šefčovič, quest’ultimo ha dichiarato che, se fosse stato adottato, il progetto di legge avrebbe costituito una gravissima violazione dell’accordo di recesso e del diritto internazionale, invitando il governo del Regno Unito a ritirare le misure dal progetto di legge prima possibile e, in ogni caso, entro la fine di settembre. A norma dell’accordo di recesso, durante il periodo di transizione – che termina il 31 dicembre 2020 – la Corte di giustizia dell’Unione europea ha competenza giurisdizionale e la Commissione ha potere rispetto al Regno Unito, anche per quanto riguarda l’interpretazione e l’applicazione dell’accordo.

La nuova legge in Regno Unito

Il 30 settembre, la Camera dei Comuni britannica ha approvato, con 340 voti favorevoli e 256 contrari, il progetto di legge sul mercato interno, United Kingdom Internal Market Bill, nonostante il monito dell’UE sulla possibile violazione dell’accordo di recesso. Il disegno di legge dovrà passare alla Camera dei Lord per essere definitivamente approvato. Tale legge stabilisce le regole per il funzionamento del mercato interno del Regno Unito e, dunque, del commercio tra Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord, dopo la fine del periodo di transizione per la Brexit. In particolare, il progetto prevede che non ci sia nessun nuovo controllo sulle merci in transito dall’Irlanda del Nord alla Gran Bretagna. Questo elemento è particolarmente importante perché l’accordo di recesso approvato dai parlamenti europeo e inglese è nato proprio grazie ad un compromesso trovato tra i negoziatori: Johnson, a differenza della ex premier May, aveva ceduto su diversi aspetti riguardanti il confine tra Irlanda e Irlanda del Nord. L’UE insisteva affinché non venisse costruita alcuna frontiera tra i due paesi, ma per fare ciò l’Irlanda del Nord avrebbe dovuto continuare a rispettare le leggi europee in materia di dazi e circolazione dei beni e servizi. Ciò era, per Theresa May, una violazione dell’integrità territoriale del Regno Unito. Johnson ha inizialmente accettato la richiesta europea, per poi invece agire ora in violazione dell’accordo. La legge proposta da Johnson andrebbe, invero, a violare l’accordo di recesso in diversi punti.

La reazione dell’Unione europea

Il 1° ottobre, la Commissione europea ha inviato una lettera di costituzione in mora del Regno Unito per violazione dei suoi obblighi derivanti dall’accordo di recesso. Tale lettera si inserisce nel più ampio avvio di un procedimento formale di infrazione nei confronti del Regno Unito, che ha tempo un mese per rispondere alla lettera dell’UE. La motivazione alla base di tale lettera è che, a norma dell’articolo 5 dell’accordo di recesso, l’Unione europea e il Regno Unito devono adottare ogni misura atta ad assicurare l’adempimento degli obblighi derivanti dall’accordo e astenersi da qualsiasi misura che possa mettere in pericolo la realizzazione dei suoi obiettivi. Inoltre, le parti sono tenute a collaborare in buona fede nell’adempimento dei compiti derivanti dall’accordo di recesso. Secondo quanto affermato dalla Commissione europea, il progetto di legge inglese, se fosse adottato, costituirebbe una violazione del protocollo su Irlanda/Irlanda del Nord, in quanto consentirebbe al Regno Unito di non tener conto degli effetti giuridici delle disposizioni sostanziali del protocollo dell’accordo di recesso. Questa violazione è stata riconosciuta dai rappresentanti del governo inglese, atti a voler derogare in via permanente agli obblighi derivanti dal protocollo.

Quanto alle prossime tappe, il Regno Unito dovrà rispondere entro un mese, presentando le proprie osservazioni. Dopo aver preso conoscenza delle osservazioni inglesi, la Commissione europea potrà decidere se emettere un parere motivato, ma già sappiamo che l’Unione europea non intende proseguire i negoziati se la nuova legge entrerà in vigore. In tale contesto, infatti, si svolgono ancora i negoziati per trovare un accordo commerciale che entri in vigore alla fine del periodo di transizione: l’eventuale uscita senza accordo avrebbe effetti disastrosi per l’economia britannica e per i paesi maggiormente legati al Regno Unito.

Unione europea – Bielorussia, le discussioni in Parlamento e in Consiglio Affari Esteri per imporre le sanzioni

EUROPA di

La questione della Bielorussia continua ad essere centrale nell’Unione europea, pur essendo passato oltre un mese dalla data delle elezioni che hanno visto Lukashenko riconfermarsi come Presidente. Da allora, la situazione non sembra essere migliorata: la principale leader dell’opposizione, Svetlana Tikhanovskaya, si trova ancora fuori dal proprio paese, nel quale continuano le manifestazioni contro il potere di Lukashenko, seguite anche da arresti e repressioni. Inoltre, il 23 settembre, Lukashenko si è ufficialmente insediato come Presidente ma in gran segreto, giurando in una cerimonia tenuta nascosta fino all’ultimo momento, e impegnandosi a “servire la gente della Bielorussia lealmente, a rispettare e proteggere i diritti e le libertà dei cittadini e a rispettare e proteggere la costituzione”, scatenando così ulteriori proteste, poi represse. Per questo motivo, in questi giorni, sia il Parlamento europeo che il Consiglio Affari Esteri hanno affrontato la questione, non riconoscendo il risultato, né tantomeno Lukashenko come presidente legittimo, e proponendo sanzioni ben precise, ma non senza difficoltà.

Il dibattito in Parlamento

Il 17 settembre, i deputati dell’Europarlamento hanno richiesto l’adozione di sanzioni da parte dell’Unione europea contro il gruppo di individui responsabili della falsificazione dei risultati elettorali e della violenta repressione delle proteste in Bielorussia, compreso anche il presidente Lukashenko, ed hanno invitato gli Stati membri dell’UE ad attuare queste misure restrittive in sede di Consiglio europeo. I deputati, inoltre, hanno condannato anche gli arresti di massa e la violenta repressone in corso nei confronti di manifestanti pacifici, leader promotori di scioperi e giornalisti, anche a seguito delle numerose segnalazioni di maltrattamenti e torture vere e proprie emerse dai centri di detenzione e dalle carceri bielorusse.

Con una risoluzione adottata con 574 favorevoli, 37 contrari e 82 astensioni, il Parlamento europeo ha respinto e rifiutato di riconoscere i risultati ufficiali delle elezioni presidenziali bielorusse dello scorso 9 agosto, in quanto si sono svolte in violazione di tutti gli standard internazionalmente riconosciuti. Una volta scaduto il mandato dell’attuale presidente, Lukashenko, il Parlamento non lo riconoscerà più come presidente del Paese. Nell’ambito di tale risoluzione, in Italia ha avuto molto risonanza l’astensione della Lega, e non sono mancate le critiche degli eurodeputati del Partito Democratico contro tale decisione.

Ad ogni modo, per rendere effettive tali sanzioni, serve il via libera del Consiglio europeo, composto dai capi di Stato o di governo dei Paesi membri dell’UE.

L’incontro del Parlamento con Svetlana Tikhanovskaya

Lunedì 21 settembre, la principale oppositrice di Lukashenko ha parlato in commissione Affari Esteri al Parlamento europeo, appellandosi alla comunità internazionale per ricevere il sostegno necessario alla battaglia che si sta combattendo. “Chiediamo all’intera comunità internazionale di non accettare la legittimazione di Lukashenko perché non è legittimato agli occhi del popolo bielorusso. Hanno rubato i nostri voti durante le elezioni” ha affermato la leader dell’opposizione bielorussa nel punto stampa tenuto con il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli. “Continueremo a protestare per settimane, mesi, anche anni, se necessario. Non saremo più ostaggi di Lukashenko, non vivremo più nelle sue prigioni, non torneremo più nello stato in cui abbiamo versato per ventisei anni” ha dichiarato decisa la Tikhanovskaya, affermando che, di fatto, quella di Lukashenko è una dittatura che, senza l’aiuto della comunità internazionale, è difficile fermare. “Chiedo a tutti di dare voce alla situazione nel nostro Paese perché solo con l’aiuto della comunità internazionale potremo vincere la nostra lotta per la democrazia in Bielorussia”. “Non è una rivoluzione geopolitica, a favore o contro la Russia o a favore o contro l’Ue. È una rivoluzione democratica per la Bielorussia” ha concluso la leader bielorussa, decisa ad andare fino in fondo a tale vicenda.

Il presidente della Commissione affari esteri, David McAllister, dopo l’incontro con la leader bielorussa ha affermato “Sono stato molto lieto di dare il benvenuto di persona alla Tikhanovskaya alla nostra riunione di commissione oggi per un dibattito interessante e stimolante. La posizione del Parlamento europeo è molto chiara: respingiamo i risultati delle cosiddette elezioni presidenziali svoltesi in Bielorussia il 9 agosto, in quanto si sono svolte in flagrante violazione di tutti gli standard internazionalmente riconosciuti. […] Ciò di cui la Bielorussia ha bisogno ora è una transizione di potere pacifica e democratica come risultato di un dialogo nazionale inclusivo tra tutte le parti interessate”.

La questione al Consiglio Affari Esteri

Il 21 settembre, in concomitanza con la visita di Svetlana Tikhanovskaya, il Consiglio Affari Esteri, che riunisce i ministri degli esteri dei paesi UE, ha discusso, tra le altre cose, anche della situazione in Bielorussia. Lo stesso Josep Borrell, l’Alto rappresentante dell’UE, ha incontrato la Tikhanovskaya prima del Consiglio ed ha riconosciuto l’importanza della sua perseveranza nella lotta contro Lukashenko: “Sosterremo un dialogo interno inclusivo, per elezioni libere e giuste. Questo non può essere considerata un’interferenza negli affari interni. La democrazia e i diritti umani sono al cuore dell’identità dell’Ue” ha affermato il capo della diplomazia europea.

Sebbene i ministri degli esteri abbiano rilevato la determinazione e la perseveranza dei cittadini bielorussi malgrado la repressione, abbiano espresso loro piena solidarietà per le loro aspirazioni democratiche e abbiano chiesto nuove elezioni libere e regolari sotto la supervisione dell’OSCE, non sono riusciti ad imporre le sanzioni. “Nonostante ci sia una chiara volontà” di imporre le sanzioni richieste anche dal Parlamento europeo, “non è stato possibile raggiungere l’unanimità necessaria”, ha affermato Borrell. In particolare, a porre un freno a tali sanzioni è stato il ministro degli esteri cipriota, per una ragione ben precisa: “Le reazioni dell’Ue alle violazioni di qualsiasi principio o valore dell’Unione non possono essere à la carte”; se si procede con le sanzioni alla Bielorussia, per il cipriota è necessario procedere anche con le sanzioni per la Turchia, nel caso di un fallimento del dialogo con Ankara. Per questo motivo, entrambe le questioni sono state rimandate al prossimo Consiglio europeo.

Euromed7, il vertice dei paesi mediterranei tra Grecia e Turchia

EUROPA di

Il 10 settembre, il presidente francese Macron ha presieduto, nonché ospitato, la riunione dei sette Paesi membri dell’Euromed, il gruppo informale che raccoglie i paesi mediterranei membri dell’Unione europea. Francia, Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Cipro e Malta fanno parte di questo gruppo che si riunisce ogni anno in un posto diverso. Quest’anno la riunione si è tenuta in Corsica, ad Ajaccio, ed ha visto la partecipazione dei capi di Stato o di governo dei paesi membri. L’incontro del 2020 ha avuto al centro le due questioni che, ormai da settimane, sono cruciali nel Mediterraneo: la crisi dei migranti in Grecia e la crescente tensione tra Turchia, Cipro e Grecia.

Il vertice Euromed7

Euromed è un gruppo informale che raccoglie sette paesi mediterranei membri dell’Unione europea: Francia, Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Cipro e Malta. L’alleanza riunisce i paesi accomunati dalla cultura greco-romana, per questo comprende il Portogallo, che non si affaccia sul Mediterraneo, escludendo invece Croazia e Slovenia, che hanno il proprio sbocco sul mare. Gli Stati parte dell’Euromed sono, invero, caratterizzati da una somiglianza di modelli di Stati, dal punto di vista economico, sociale ed anche culturale. Obiettivo di questo forum è, dunque, creare una sorta di alleanza del mediterraneo ed esprimere una voce comune, quella del Sud Europa, in sede di Unione europea. Il vertice, di anno in anno, viene ospitato da uno dei paesi membri e presieduto dal capo di Stato o di governo. Quest’anno è stato Emmanuel Macron a fare gli onori di casa, ospitando Giuseppe Conte, Antonio Costa, Kyriakos Mitsotakis, Pedro Sanchez, Nicos Anastasiades e Robert Abela ad Ajaccio, in Corsica.

Le questioni al centro dell’incontro

Il vertice del 10 settembre, tra i paesi del Mediterraneo, non poteva che essere sulle questioni che da settimane creano tensioni proprio in queste acque. L’obiettivo dell’incontro è stato quello di trovare una posizione comune sulla Turchia in vista del Consiglio europeo del 24 e 25 settembre, dove si deciderà se imporre delle sanzioni alla Turchia a seguito delle sue azioni provocatorie nel Mediterraneo orientale che si verificano ormai da settimane. A fine agosto, si sono scontrate una nave da ricognizione turca, che stava scortando una nave da esplorazione, e una nave da guerra greca. L’incidente è avvenuto a Kastellorizo, isola greca che si trova a 2 chilometri dalla Turchia, in acque rivendicate da entrambi i paesi, che da anni competono per il controllo di quella parte di Mediterraneo, anche per i diritti di sfruttamento delle risorse energetiche che ne derivano. Secondo la Grecia, i turchi avevano violato le loro acque; secondo la Turchia, la Grecia non poteva esercitare lì la propria giurisdizione. “Il nostro obiettivo è proprio quello di ristabilire relazioni normali con la Turchia che permettano la stabilità della regione, di ottenere la fine delle azioni unilaterali, la fine delle trivellazioni e il pieno rispetto dell’embargo sulle armi per la Libia” ha dichiarato il presidente francese.

Seppur orientato, solo inizialmente, alle tensioni con la Turchia, al vertice Euromed7 non si è potuto non parlare di quanto accaduto esattamente il giorno prima del vertice. Il più grande campo per migranti della Grecia, quello sull’isola di Lesbo, è stato distrutto da un incendio, e i migranti presenti nel luogo sono stati tutti evacuati ma non senza conseguenze, infatti molti sono stati intossicati dal fumo. Il campo era molto grande, ospitava quasi 13.000 persone e a condizioni molto precarie, già da prima dell’incendio, e dopo i danni la quasi totalità di migranti è rimasta senza una sistemazione. Tuttavia, la situazione non è affatto facile: tra gli abitanti di Lesbo e i migranti del campo Moira vi sono molteplici tensioni, tanto che il governo greco ha dichiarato lo stato di emergenza per l’isola e la polizia ha chiuso le strade che collegano il campo ai paesi vicini, per impedire loro di raggiungere i centri abitati più vicini.

Lo stesso premier greco Mitsotakis ha portato l’attenzione sul problema della Grecia, affermando “Alla fine dobbiamo affrontare la realtà. Voi tutti sapete che la Grecia, così come gli altri Paesi del Sud Europa, sta portando un peso insopportabile di un problema che è europeo. Oggi l’Europa deve passare dalle parole di sostegno agli atti concreti di solidarietà”, riferendosi alla questione dei migranti, che sembra interessare solo i paesi del Sud. Dello stesso avviso è il Presidente del consiglio italiano Giuseppe Conte, che ha scritto su Twitter “Oggi ad Ajaccio con il gruppo #med7 per dare un impulso forte e unitario dei Paesi del Sud dell’Ue a sfide cruciali come la migrazione e per rilanciare con determinazione la necessaria ed urgente stabilizzazione dell’area mediterranea”.

I risultati del vertice

Alla fine del vertice, i leader europei hanno rilasciato una dichiarazione congiunta ed hanno affermato di essere pronti a sostenere le sanzioni dell’UE contro la Turchia se Ankara non dimostrerà di essere disponibile al dialogo, andando oltre i contenziosi marittimi. “Riteniamo che, in assenza di progressi nell’impegno della Turchia al dialogo e a meno che non ponga fine alle sue attività unilaterali, l’Ue è pronta a elaborare una lista di ulteriori misure restrittive”, è stato affermato dai leader, che hanno aggiunto “Ci rammarichiamo che la Turchia non abbia risposto agli appelli ripetuti dell’Ue a mettere fine alle sue azioni unilaterali e illegali nel Mediterraneo orientale e nell’Egeo”. La posizione del leader è stata tanto dura e decisa da causare una reazione da parte di Erdogan, che ha definito tali dichiarazioni “aggressive”.

Quanto alla situazione greca, il presidente francese Macron ha affrontato la questione coinvolgendo anche la Germania, con la quale suddividerà il numero di migranti da accogliere nel paese. Inoltre, l’Unione europea, nell’apprestarsi a presentare un nuovo progetto in materia, finanzierà anche la costruzione di un nuovo campo a Lesbo.

Milano è la candidata italiana per il Tribunale Unificato dei Brevetti, a Torino l’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale

EUROPA di

Il 3 settembre 2020, con una nota ufficiale, la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha individuato Milano come città candidata ad ospitare il Tribunale Unificato dei Brevetti e Torino come sede principale per l’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale (I3A), con un obiettivo: creare una sinergia tra le due città e il Governo e allo stesso tempo consolidare l’asse nord-ovest del Paese. La candidatura di Milano è stata, fino all’ultimo, incerta, in quanto la stessa Torino era in competizione per essere la sede del futuro Tribunale europeo dei Brevetti, che diventerà attivo nei prossimi anni.

Continue reading “Milano è la candidata italiana per il Tribunale Unificato dei Brevetti, a Torino l’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale” »

Gli ultimi sviluppi in Bielorussia: proteste nelle città e sanzioni da parte dell’UE

EUROPA di

Non si fermano le proteste in Bielorussia: dopo due settimane dal giorno delle elezioni, continuano ed aumentano sempre più le proteste a Minsk, e in tutto il paese, contro Lukashenko e a favore dell’opposizione e della democrazia. Si tratta delle proteste più partecipate nella storia della Bielorussia, nonostante le ripetute violenze della polizia contro i manifestanti, e si svolgono sotto gli occhi di tutta Europa, che guarda preoccupata al destino del paese e agisce a tutela dei diritti e della democrazia. I leader europei si sono riuniti ben due volte nell’arco di pochi giorni: il 14 agosto c’è stata la riunione dei Ministri degli Esteri dell’Unione europea, i quali hanno affermato di non riconoscere il risultato delle elezioni e di voler sanzionare i responsabili delle violenze e delle repressioni, mentre il 19 agosto si sono incontrati virtualmente in sede di Consiglio europeo i capi di Stato e di Governo.

Continue reading “Gli ultimi sviluppi in Bielorussia: proteste nelle città e sanzioni da parte dell’UE” »

Le elezioni presidenziali in Bielorussia tra proteste e arresti

EUROPA di

Domenica 9 agosto si sono tenute le elezioni presidenziali in Bielorussia e dalle 08:00 ora locale, Alexander Lukashenko e Svetlana Tikhanouskaya, i due principali candidati, si sono sfidati in un clima tutt’altro che pacifico. Già negli ultimi mesi la situazione è risultata particolarmente delicata, con l’esclusione dalla corsa alle elezioni e gli arresti di numerosi candidati all’opposizione da parte del Presidente in carica; la notte prima delle elezioni vi sono stati nuovi numerosi arresti e dal giorno delle elezioni in poi vi sono state molteplici proteste contro il sistema vigente, i brogli elettorati e le violenze dello Stato. Nonostante l’assenza di risultati ufficiali, Lukashenko ha affermato di aver vinto le elezioni presidenziali con l’80% dei voti, a dispetto di quanto anticipato dai sondaggi indipendenti. Non sono mancate, dunque, le critiche della comunità internazionale, dai leader dei paesi europei fino ai rappresentanti delle istituzioni di Bruxelles.

Continue reading “Le elezioni presidenziali in Bielorussia tra proteste e arresti” »

Cybersecurity, per la prima volta l’UE impone sanzioni contro gli attacchi informatici

EUROPA di

L’Unione europea affronta le sfide in materia di cibersicurezza ormai da diversi anni, cercando di fornire una risposta agli attacchi cibernetici subiti dagli Stati membri e dalle istituzioni europee. Tali sfide impattano gravemente sulla sicurezza, sulla stabilità e anche sull’ordine democratico, soprattutto vista la sempre maggiore connessione a dispositivi digitali che si compie giornalmente, ormai in modo naturale. Per questi motivi, per la prima volta nella storia dell’UE, il Consiglio dell’Unione europea ha deciso di imporre misure restrittive nei confronti di sei persone e tre entità responsabili di aver compiuto vari hackeraggi, fra i quali “WannaCry”, “NotPetya” e “Operation Cloud Hopper”.

La cibersicurezza in Europa – evoluzione della materia

Le attività portate avanti dall’Unione europea in materia di cibersicurezza sono dovute principalmente a due fattori, molto connessi tra loro: il sempre maggior sviluppo delle tecnologie e del digitale, nella vita di ognuno di noi; i conseguenti attacchi informatici che ne derivano. In particolare, secondo i dati della Commissione europea, gli attacchi perpetrati per mezzo di ransomware, ovvero un malware che infetta i dispositivi, sono triplicati tra il 2013 e il 2015 e l’impatto economico della criminalità informatica si è quintuplicato tra il 2013 e il 2017, tanto da far considerare questo tipo di criminalità una vera e propria sfida per la sicurezza interna dell’Unione europea.

Le prime norme di cibersicurezza adottate dal Consiglio a livello europeo risalgono a maggio 2016: si tratta della direttiva sulla sicurezza delle reti e dei sistemi informativi, introdotta per accrescere la cooperazione tra Stati membri in materia, definendo obblighi di sicurezza per gli operatori di servizi essenziali, in settori quali energia, trasporti, sanità e finanza. Nel giugno 2017 è stato istituito il pacchetto di strumenti della diplomazia informatica, che consente all’UE di utilizzare tutte le misure PESC a fini di prevenzione e deterrenza nei confronti delle attività informatiche dolose. Nel settembre del 2017 è stato varato, invece, un pacchetto di riforme per l’introduzione di sistemi di certificazione a livello europeo per prodotti, servizi e processi TIC, al fine di consentire la crescita del mercato europeo in materia. Negli anni, le istituzioni europee hanno continuato a monitorare la situazione, adottando conclusioni e cercando di rafforzare le proprie capacità di risposta a minacce di questo tipo: nel 2018, il Consiglio ha avviato i negoziati con il Parlamento europeo per giungere ad un accordo sul regolamento sulla cibersicurezza – adottato il 9 aprile 2019 –  istituendo un quadro europeo di certificazione per prodotti, servizi e processi TIC e potenziando l’Agenzia dell’UE per la sicurezza delle reti e dell’informazione.

Ulteriore passo in avanti è stato fatto il 17 maggio 2019, quando il Consiglio ha istituito un quadro che consente all’Unione europea di imporre misure restrittive mirate a scoraggiare e contrastare ogni forma di hackeraggio. L’UE può quindi imporre sanzioni a persone o entità responsabili di attacchi informatici, che forniscono sostegno finanziario, tecnico e materiale per attacchi o sono coinvolti in qualche altro modo.

Diplomazia informatica: le prime sanzioni imposte

Per la prima volta nella storia, il 30 luglio 2020 il Consiglio ha imposto misure restrittive nei confronti di sei persone e tre entità responsabili di aver compiuto attacchi informatici o di avervi preso parte. In particolare, ci si riferisce al tentato attacco informatico ai danni dell’OPCW – Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche – e agli attacchi “WannaCry”, “NotPetya” e “Operation Cloud Hopper”; si tratta di entità russe, cinesi e della Corea del Nord. Le sanzioni imposte, parte del pacchetto di strumenti della diplomazia informatica, includono il divieto di viaggio e il congelamento dei beni, oltre al divieto di mettere fondi a disposizione delle persone ed entità inserite nell’elenco delle sanzioni.

Le persone sanzionate sono i cinesi Qiang Gao e Shilong Zhang (coinvolti nell’Operation Cloud Hopper) e i russi Alexey Valeryevich Minin, Aleksei Sergeyvich Morenets, Evgenii Mikhaylovich Serebriakov e Oleg Mikhaylovich Sotnikov (per il tentato attacco contro l’Opcw). Le entità sono invece Tianjin Huaying Haitai Science and Technology Development Co. Ltd (Cina); Chosun Expo (Corea del Nord); il GTsST, centro per le tecnologie speciali del Gru, i sevizi segreti militari russi. Quanto agli attacchi in questione, WannaCry è stato un attacco responsabile di un’epidemia su larga scala avvenuta nel maggio 2017 sui computer con Microsoft Windows: il virus cripta ogni file presente sul computer e chiede un riscatto di centinaia di dollari per decriptarli; il malware ha infettato i sistemi informatici di molte aziende, organizzazioni ed anche università, tra le quali l’italiana Milano-Bicocca. NotPetya, lanciato sempre nel 2017, va invece ad infettare i sistemi dei PC nel loro momento di avvio, impedendo agli utenti di riuscire ad accedere ai computer; successivamente, richiede che l’utente effettui un pagamento di Bitcoin per riottenere l’accesso al sistema. Questo tipo di attacco è stato fatto ricadere su un gruppo di hacker russi.

L’Alto rappresentante Josep Borrell, in merito alla questione, ha dichiarato: “L’Unione europea e gli Stati membri continueranno a promuovere con forza comportamenti responsabili nel cyberspazio e inviteranno tutti i paesi a cooperare a favore della pace e della stabilità internazionali, ad esercitare la dovuta diligenza e ad adottare le misure appropriate contro gli attori che conducono attività informatiche dannose”.

Gli ultimi sviluppi del Covid-19 in Repubblica Ceca

EUROPA di

La pandemia di Covid-19 in corso coinvolge ancora la Repubblica Ceca, con ormai 15.000 casi affermati. Il perdurare della crisi ha portato all’istituzione di un nuovo Consiglio governativo per i rischi sanitari, diventato il nuovo organo consultivo permanente per la pandemia. Tuttavia, la pandemia non interessa nello stesso modo tutto il Paese ma è diffusa in aree più o meno contagiate: per questo, il governo ha previsto anche un sistema di classificazione regionale a mo’ di semaforo che comprende quattro livelli di diffusione del virus, zero, verde, giallo e rosso.

Il Consiglio governativo per i rischi sanitari

Il Consiglio governativo per i rischi sanitari è diventato il nuovo organo consultivo permanente del governo di Praga. Il gabinetto di Andrej Babiš, il Primo ministro, ha deciso di istituirlo nella riunione di lunedì 27 luglio 2020. I ministri hanno approvato, tra le altre cose, l’annuncio di un nuovo programma di sussidi per la remunerazione dei dipendenti nelle strutture di cura ospedaliere a lavoro durante l’epidemia di Covid-19. Il nuovo organo consultivo, il Consiglio governativo per i rischi sanitari, affronterà le principali questioni sanitarie che potrebbero presentare una minaccia per i cittadini o per il territorio della Repubblica ceca. Il Primo ministro ha affermato che questo Consiglio è stato istituito non solo per affrontare al meglio la pandemia da coronavirus, ma anche per tutti gli altri rischi per la salute che si presenteranno in futuro. Il punto è dunque unire le forze in un sistema che deve avere un chiaro apparato di gestione. Il Primo ministro, inoltre, nell’annunciare l’istituzione del Consiglio, ha comunicato anche il suo ruolo quale presidente del Consiglio. I vicepresidenti sono il ministro dell’Interno e il ministro della Sanità, mentre gli altri membri sono il ministro della Difesa, i delegati del governo per la digitalizzazione, la scienza e la ricerca nel settore sanitario, il presidente dell’Associazione delle regioni della Repubblica ceca e i rappresentanti delle compagnie di assicurazione sanitaria.

Il Consiglio riferirà al gruppo di gestione centrale integrato, che sarà l’organo operativo esecutivo e si occuperà dei problemi a livello operativo. Questo organo sarà gestito dal Capo Igienista della Repubblica Ceca e, oltre al Ministero della Salute, coinvolgerà anche esperti dell’Esercito ceco, che aiuteranno sia la gestione efficace del progetto Smart Quarantine sia la fornitura di campioni.

Il riconoscimento agli operatori sanitari

Nella riunione di lunedì 27, il governo ha anche deciso come premiare gli operatori sanitari e non sanitari che hanno affrontato, in prima persona, gli effetti dell’epidemia di coronavirus nelle strutture ospedaliere. Le strutture mediche ospedaliere saranno in grado di richiedere i soldi previsti al Ministero della Salute attraverso il nuovo programma di sussidi per sostenere economicamente la straordinaria valutazione dei dipendenti e, più in generale, i fornitori di cure ospedaliere in relazione all’epidemia di COVID-19, che avrà un importo di 11,25 miliardi di corone. Il fattore decisivo nella concessione della remunerazione prevista sarà se i dipendenti hanno lavorato a tempo pieno nel periodo che va dal 1° marzo al 31 maggio 2020. In tal caso, le professioni mediche avranno diritto a una remunerazione straordinaria di 25.000 CZK al mese e i professionisti non sanitari a 10.000 CZK al mese, a seconda del numero di ore effettivamente prestate.

La prima riunione del Consiglio

Il Consiglio governativo per i rischi sanitari si è riunito per la riunione inaugurale presso l’Accademia Straka martedì 28 luglio. Allo stesso tempo, anche il gruppo di gestione centrale integrato, che è l’organo operativo esecutivo del Consiglio, si è riunito per la prima volta e ha assunto il controllo del progetto Smart Quarantine, attuando una cooperazione con le stazioni regionali e la gestione del sistema di campionamento. Nella prima riunione congiunta, i membri del Consiglio hanno affrontato principalmente l’attuale situazione ed hanno anche discusso i prossimi passi necessari nella lotta contro l’epidemia di coronavirus, come la gestione del sistema di classificazione a semaforo pianificato per la Repubblica ceca.

Il sistema di classificazione regionale

Al fine di combattere l’aumento dei casi di coronavirus nel paese, il Ministro della sanità Vojtěch ha presentato il sistema di classificazione a semaforo per la Repubblica Ceca, che dispone di quattro livelli. La situazione epidemiologica generale nella Repubblica Ceca procede piuttosto bene, ma alcune aree sono da tenere sotto un maggior controllo. La situazione peggiore è ancora nella capitale Praga, nella regione moravo-slesiana e nella regione di Jihlava. “Ci sono quattro livelli”, ha annunciato Vojtěch in una conferenza stampa. Le aree con zero gradi mostrano dove il rischio di infezione è minimo o zero, poi si procede come un vero e proprio semaforo. Il primo livello è contrassegnato in verde e indica episodi sporadici di Covid-19 ma senza rischio di trasmissione della comunità. Il secondo grado è di colore giallo: in queste aree si sta riscontrando un certo livello di trasmissione della malattia nella comunità. L’ultimo livello, il terzo, è di colore rosso: si tratta di aree in cui si sta monitorando la crescente trasmissione del virus nella comunità e il rischio di infezione è significativamente più elevato. “La prima pubblicazione di mappe, che passerà anche attraverso gli Uffici sanitari pubblici regionali, avrà luogo all’inizio della prossima settimana, il 3 agosto”, ha precisato il responsabile delle statistiche, aggiungendo che le mappe verranno aggiornate ogni settimana in base a come evolve la situazione.

1 2 3 15
Flaminia Maturilli
× Contattaci!
Vai a Inizio