GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Flaminia Maturilli

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European Space Conference: allo spazio nuovi investimenti per 200 milioni di €

EUROPA di

Il 21 e 22 gennaio si è tenuta a Bruxelles l’European Space Conference. Giunta alla dodicesima edizione, tale conferenza è una piattaforma per le analisi e gli approfondimenti della politica spaziale europea, i suoi programmi, le sue missioni e le questioni chiave del futuro.

Vi prendono parte i rappresentanti delle istituzioni europee ma anche i CEO delle società e i rappresentanti del mondo scientifico e della società civile. Al centro dei dibattiti vi sono stati argomenti quali il futuro dello spazio europeo, il rafforzamento dell’industria spaziale europeo, il rispetto dell’European Green Deal in questo ambito, le numerose nuove sfide di spazio e difesa, le cooperazioni internazionali, le future partnership e così via.

200 milioni di € dall’UE

L’Unione Europea è un attore molto importante nell’industria spaziale globale, tuttavia non è di certo il principale: gli Stati Uniti mantengono il ruolo di leader per spese e per la presenza; la Cina spende quanto l’UE, ovvero la metà rispetto agli USA. Le istituzioni europee hanno dunque deciso di potenziare l’industria spaziale europea. La Commissione europea, in collaborazione con la Banca Europea per gli Investimenti, a seguito dell’European Space Conference, ha proposto investimenti per 200 milioni di € nel settore spaziale. In particolare, un investimento di 100 milioni di € per il nuovo programma Ariane 6 – un programma dell’Agenzia spaziale europea – e 100 milioni di € nell’ambito di InnovFin, per sostenere l’innovazione e la crescita delle società europee di tecnologia spaziale. Gli investimenti sono sostenuti dal Fondo europeo per gli investimenti strategici, il pilastro finanziario del piano di investimenti per l’Europa. Inoltre, la Commissione e la BEI stanno annunciando il primo InnovFin Space Equity Pilot impegnandosi in fondi di investimento, sia interamente focalizzati sulle attività spaziali, sia su fondi che perseguono opportunità nel settore.

Il commissario per il mercato interno, Thierry Breton, ha dichiarato: “I due annunci di oggi rappresentano un punto di svolta per l’Europa a sostegno dell’industria spaziale europea. In primo luogo, accolgo con grande favore il prestito concesso dalla BEI per il progetto Ariane 6, che è al centro dell’obiettivo di garantire un accesso autonomo europeo allo spazio. In secondo luogo, con InnovFin Space, stiamo inviando un chiaro segnale che il business spaziale in Europa è un’opportunità interessante”.

Ariane 6

Ariane 6 è un lanciatore sviluppato da ArianeGroup con la collaborazione dell’ESA, nell’ambito del programma pluriennale dell’agenzia per una nuova famiglia europea di lanciatori, con l’obiettivo di rispondere alle ultime tendenze del mercato dei satelliti. Ariane 6 continuerà a consentire all’Europa di offrire le sue attività di lancio per le missioni a tutte le orbite, dai satelliti geostazionari alle missioni in orbita terrestre media e bassa e affrontare le dinamiche di mercato per i grandi satelliti e le costellazioni satellitari. Il finanziamento da 100 milioni di euro sosterrà parzialmente la quota di ArianeGroup dei costi di sviluppo attraverso una struttura di finanziamento innovativa che dipenderà dal successo commerciale di Ariane 6, una volta operativo.

André Hubert Roussel, CEO di ArianeGroup, ha dichiarato: “Attraverso questo finanziamento innovativo, la BEI, con il sostegno dell’Unione Europea attraverso il Fondo europeo per gli investimenti strategici e la condivisione del rischio InnovFin per la ricerca aziendale, promuove la competenza tecnologica consentendo all’industria europea dei lanciatori di rimanere sempre all’avanguardia, diventando ancora più innovativa e responsabile per l’ambiente”.

InnovFin Space Equity Pilot 

Il secondo investimento è indirizzato a InnovFin Space Equity Pilot: tale programma è sviluppato nell’ambito di InnovFin, dedicato a sostenere l’innovazione e la crescita delle PMI europee che operano nel settore delle tecnologie spaziali. Il programma investirà in fondi di capitale a sostegno delle società che commercializzano nuovi prodotti e servizi nel settore spaziale. L’economia spaziale europea ha già un valore di 50 miliardi di euro (a partire dal 2019) e la ricerca nelle tecnologie aerospaziali è una delle aree prioritarie coperte dalla leadership industriale e dalle sfide della società di Horizon 2020.

Unire le forze – l’appello ai governi

L’Agenzia spaziale europea ha senz’altro un ruolo fondamentale in questo ambito. Il segretario generale, Johann-Dietrich Woerner, ha voluto mandare un appello ai governi: “Lavoriamo insieme affinché siano confermati almeno i 16 miliardi di euro per il settore spaziale nel bilancio pluriennale dell’Ue 2021-2027, proposti dalla Commissione”. È necessario unire le forze per il segretario, e dello stesso avviso è Josep Borrel, l’Alto rappresentante dell’UE: “lo spazio è la nuova frontiera della politica globale. L’aumento delle tensioni geopolitiche sulla terra viene esteso e proiettato nello spazio” ha affermato in un tweet. Margrethe Vestager, vicepresidente esecutiva della Commissione UE, a margine della conferenza ha affermato che “avere i fondi da investire, nel programma InvestEU e nel nostro programma spaziale è molto importante non solo per ciò che succede nello spazio, ma anche per quello che succede a terra”

Nell’Unione Europea – con l’Agenzia Spaziale Europea – si hanno basi solide per agire insieme ed è dunque importante continuare ad investire nei programmi e nei sistemi europei.

Repubblica Ceca, respinta la richiesta di accogliere 40 migranti provenienti dalla Grecia

EUROPA di

Il 14 gennaio 2020, una delegazione parlamentare greca si è recata a Praga per una riunione di lavoro ed è stata accolta presso la Camera dei deputati cechi da Ivan Bartoš, presidente della commissione per la pubblica amministrazione e lo sviluppo regionale e Jiří Dolejš e Adam Kalous, i due vicepresidenti. Il giorno dopo, i membri della delegazione greca hanno anche incontrato il presidente della Camera dei deputati Radek Vondráček e membri della commissione per gli affari europei e della commissione per le petizioni.

La richiesta della Grecia

Una delle questioni centrali è stata l’immigrazione, un tema particolarmente importante per la Grecia. La delegazione della commissione per la pubblica amministrazione, l’ordine pubblico e la giustizia del parlamento greco ha infatti sottolineato come l’immigrazione sia diventata una questione paneuropea, poiché gli immigrati presenti in Grecia si spostano molto spesso in paesi europei e dunque, hanno sottolineato la necessità di un meccanismo comune di asilo e di una politica di rimpatrio. Già nel settembre 2019, il governo di Atene ha invitato tutti i ministri degli interni dell’UE ad accogliere i rifugiati minorenni non accompagnati. Il primo ministro ceco Andrej Babiš si era opposto all’idea già da allora: secondo lui, la Repubblica Ceca si sarebbe dovuta occupare principalmente dei bambini cechi; inoltre, è stato sottolineato che la Grecia ha ricevuto forti sovvenzioni dai fondi dell’UE per far fronte alla crisi dei rifugiati.

Nel recente incontro, uno degli argomenti più discussi in tale ambito dal presidente della Camera dei deputati è stato il trasferimento di 40 bambini presenti nei campi profughi greci: la Grecia ha presentato la sua richiesta che, se concessa, costituirebbe una grande inversione della precedente politica relativa all’accettazione dei migranti nel paese. Il Presidente Vondráček ha affermato che durante i negoziati con i Greci si è raggiunto un consenso su una soluzione paneuropea per la migrazione, compresa una politica di rimpatrio, tuttavia ha aggiunto che “i nostri parlamenti non sono in grado di trarre alcuna conclusione perché non abbiamo poteri esecutivi. Attualmente, le comunicazioni tra i ministeri avvengono in privato”.

Il rifiuto

Poco dopo è arrivata l’attesa risposta del Ministro degli interni: “La Repubblica ceca non accetterà 40 bambini rifugiati dai campi in Grecia” afferma Jan Hamáček. Rilasciando una dichiarazione in televisione, Hamáček ha affermato che il governo greco si è rifiutato di consegnare l’elenco con i nomi dei bambini, aggiungendo che non avrebbe concesso l’ingresso nel paese ai ragazzi afghani di 18 anni poiché rappresentavano un rischio per la sicurezza; infine, il ministro ha affermato che, per quanto lo riguarda, la questione è stata chiusa.

L’altro lato del paese

La questione di migranti e rifugiati risulta essere particolarmente importante nel paese, ma la visione governativa non sempre corrisponde a quella della società. L’Organizzazione Non Governativa Slovo 21 – nata nel 1999, con sede a Praga, si occupa di fornire supporto agli stranieri nella tutela dei diritti umani – di recente ha pubblicato uno studio in merito alla protezione internazionale dei rifugiati. Nella pubblicazione si evince come le persone che sono costrette a lasciare il loro paese d’origine e cercano protezione in un altro paese devono riuscire a ricostruire tutta la loro vita da zero, trovando un alloggio, cercando un lavoro per provvedere al sostentamento di base, trovando una scuola per i loro figli, imparando il ceco e così via. L’obiettivo del progetto lanciato da Slovo 21 è sensibilizzare i titolari della protezione internazionale sui valori e sulle questioni pratiche della vita nella Repubblica ceca, sui loro diritti e responsabilità, aiutandoli nelle prime fasi dell’integrazione. Il progetto è attuato in collaborazione con il Dipartimento per la politica di asilo, migrazione e integrazione del Ministero dell’Interno (OAMP) e della Refugee Facilities Administration (SUZ).

Il Summit di Visegrad

La Repubblica Ceca ha riportato la sua visione anche a livello internazionale. Durante il vertice del 16 gennaio, I leader di Visegrad hanno confermato il loro accordo sulla questione della migrazione: l’incontro tra i primi ministri della Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia e Ungheria ha riguardato importanti questioni di politica estera come l’allargamento dell’UE: I primi ministri concordano sul fatto che le quote per la ridistribuzione dei migranti non sono la soluzione e vanno modificate. Infatti, oltre alla Repubblica ceca, anche la Polonia e l’Ungheria si sono rifiutate di accogliere eventuali migranti.

Green Deal europeo: il piano di investimenti e il meccanismo per una transizione verde

EUROPA di

Il Green Deal europeo è il nuovo piano della Commissione europea, presentato l’11 dicembre 2019, per rendere l’Europa climaticamente neutra entro il 2050 e per proteggere vite umane, animali e piante riducendo l’inquinamento. L’accordo della nuova Commissione ha anche l’obiettivo di aiutare le imprese a diventare leader mondiali nel campo delle tecnologie e dei prodotti puliti, nonché contribuire ad una transizione giusta e inclusiva. I settori in cui si intende agire sono quelli di clima, energia, ristrutturazione degli edifici, l’industria e la mobilità.

Il piano di investimenti per un’Europa sostenibile

Al centro del Green Deal europeo spicca il piano di investimenti per finanziare la transizione verde. Il piano per un’Europa sostenibile fa leva sugli strumenti finanziari dell’UE, in particolare InvestUE, per mobilitare investimenti pubblici e fondi privati – almeno mille miliardi di € di investimenti. La transizione verde è un processo che deve coinvolgere tutti gli attori: gli Stati membri, le regioni e i diversi settori connessi. È importante tuttavia sottolineare che l’impegno richiesto non è lo stesso per tutti, poiché alcune regioni saranno particolarmente colpite e saranno oggetto di una trasformazione socioeconomica. Il meccanismo in questione sarà dunque fondamentale per fornire loro un sostegno pratico e finanziario, così da aiutare i lavoratori e generare gli investimenti necessari. Il piano di investimenti del Green Deal europeo mobiliterà i fondi europei e creerà un contesto che sappia agevolare gli investimenti pubblici ma anche privati. L’obiettivo rimane quello iniziale: garantire una transizione verso un’economia climaticamente neutra, verde, competitiva e inclusiva. Il piano di investimenti si articola in tre dimensioni. Per quanto riguarda il finanziamento, si vogliono mobilitare almeno mille miliardi di euro di investimenti sostenibili entro i prossimi dieci anni; il bilancio europeo destinerà infatti all’azione per il clima e l’ambiente una quota di spesa pubblica molto importante rispetto a quella degli anni passati, attirando anche fondi privati e con l’aiuto della Banca europea per gli investimenti. In secondo luogo, si vuole garantire un quadro favorevole agli investimenti, prevedendo incentivi per sbloccare e riorientare gli investimenti pubblici e privati. L’Unione Europea cercherà di fornire strumenti utili agli investitori, basandosi sulla finanza sostenibile ed agevolando gli investimenti sostenibili da parte delle autorità pubbliche, con pratiche di bilancio e appalti verdi e con migliori soluzioni per semplificare le procedure di approvazione degli aiuti di Stato. Infine, sarà necessario un sostegno pratico da parte della Commissione verso le autorità pubbliche, nelle fasi di pianificazione, elaborazione e attuazione dei progetti sostenibili.

Il meccanismo per una transizione giusta

Insieme al piano di investimenti, il meccanismo per una transizione giusta ha un ruolo fondamentale. Si tratta di uno strumento chiave per garantire che la transizione verso un’economia climaticamente neutra avvenga in modo equo, senza lasciare indietro nessuno. Verrà fornito un sostegno mirato alle regioni più colpite, con l’obiettivo di attenuare l’impatto socioeconomico della transizione, per poi contribuire a generare gli investimenti di cui necessitano i lavoratori e le comunità. Il meccanismo per una transizione giusta concerne tre fonti principali di finanziamento. La prima è il Fondo per una transizione giusta: 7,5 miliardi di € saranno stanziati con i nuovi fondi UE; gli Stati membri ne potranno beneficiare individuando i territori ammissibili mediante appositi piani territoriali per una transizione giusta. Tale Fondo concederà sovvenzioni alle regioni: sosterrà i lavoratori, appoggerà le PMI, le start-up e chiunque creerà nuove opportunità economiche nelle regioni. La seconda fonte di finanziamento è un sistema specifico per una transizione giusta nell’ambito di InvestEU, che punta alla mobilitazione di 45 miliardi di € di investimenti, con lo scopo di attrarre investimenti privati a beneficio delle regioni interessate, aiutando le economie locali ad individuare nuove fonti di crescita. Infine, è stato previsto uno strumento di prestito per il settore pubblico in collaborazione con la BEI, sostenuto dal bilancio dell’UE, che dovrebbe mobilitare investimenti compresi tra 25 e 30 miliardi di €. A tal proposito, la Commissione presenterà la proposta legislativa a marzo 2020. Tale meccanismo potrà essere utilizzato tramite la piattaforma per la transizione giusta, nella quale la Commissione offrirà assistenza tecnica a Stati membri e investitori.

Le dichiarazioni

Al centro del Green Deal europeo, che racchiude la nostra visione per un’Europa climaticamente neutra entro il 2050, ci sono le persone” ha dichiarato la Presidente della Commissione europea Von der Leyen, per poi aggiungere cheIl piano presentato, finalizzato a mobilitare almeno 1 000 miliardi di €, indicherà la rotta da seguire e provocherà un’ondata di investimenti verdi”.Inoltre, il Vicepresidente esecutivo per il Green Deal europeo Frans Timmermans ha affermato: L’indispensabile transizione verso la neutralità climatica migliorerà il benessere delle persone e aumenterà la competitività europea, ma sarà più impegnativa per i cittadini, i settori e le regioni che dipendono in maggior misura dai combustibili fossiliconcludendo che  “il meccanismo per una transizione giusta aiuterà chi ne ha più bisogno, rendendo più attraenti gli investimenti e proponendo un pacchetto di sostegno pratico e finanziario del valore di almeno 100 miliardi di €”.

Relazioni Repubblica Ceca – Cina

EUROPA di

Le relazioni tra Repubblica Ceca e Cina sono al centro degli ultimi dibattiti nei due paesi: i recenti sviluppi sono caratterizzati da diverse questioni aperte, dall’attuale disputa tra Praga e Pechino, al commercio e allo spionaggio.

Sin dal 2014, le relazioni ceco-cinesi includevano un impegno nei confronti della “politica della Cina unica” e promettevano di portare enormi benefici economici, con il presidente Zeman che affermava di voler rendere la Repubblica ceca “la porta della Cina verso l’Europa”. Cinque anni dopo, gli investimenti promessi non si sono materializzati e vi è una crescente preoccupazione a Praga per gli sforzi di Pechino per aumentare la sua influenza nel paese.

Pechino – Praga

Il sindaco di Praga Zdeněk Hřib ha definito la Cina un “partner inaffidabile” ed ha annullato l’accordo di gemellaggio che era stato portato avanti da Praga e Pechino: l’accordo risale al 2016, ma in seguito ad alcune clausole controverse sulla politica cinese è stato annullato. Il sindaco ceco ha voluto proseguire però questa sua politica di gemellaggi ed ha deciso che Praga firmerà un accordo di gemellaggio con la capitale di Taiwan, Tapei. “In questo modo, abbiamo perso un partner ma ne abbiamo vinto un altro”, ha detto il sindaco, ben consapevole del ruolo geopolitico di Taiwan, e del valore che ha l’isola per la Cina – Pechino vede Taiwan come proprio territorio. Stando alle parole del sindaco di Praga, si può parlare di una vera e propria disputa in corso tra Praga e Pechino che ha inasprito le relazioni ceco-cinesi. Zdenek ha affermato di non sostenere la rottura dei legami diplomatici o economici con la Cina ma, allo stesso tempo, ha esortato le democrazie europee a riflettere intensamente sull’avere “un partner così rischioso e inaffidabile”. “Chiedo a tutti voi di non rinunciare ai vostri valori e all’integrità personale di fronte a minacce e ricatti”, ha poi aggiunto. Inoltre, Zdenek ha anche accusato il governo ceco di “trascurare” gli ideali della pacifica Rivoluzione di velluto del 1989 che pose fine a quattro decenni di dominio comunista nella Repubblica ceca: “Come sindaco sto lavorando per mantenere la promessa della mia campagna di tornare al rispetto per la democrazia e i diritti umani. Questi sono i valori della Rivoluzione di velluto che l’attuale leadership della nostra repubblica sta trascurando”.

I mancati investimenti

Anche il Presidente della Repubblica Ceca ha espresso la propria opinione in merito alla scarsa affidabilità della Cina come partner, affermando che non andrà in Cina per prendere parte al vertice “17 + 1” dei capi della Cina e dei paesi dell’Europa centrale e orientale che si terrà ad aprile; uno dei suoi motivi è proprio che la Cina ha promesso di investire in Repubblica Ceca ma non l’ha fatto. Allo stesso tempo, Zeman riconosce che la politica portata avanti dal sindaco di Praga Zdenek – la cancellazione di una dichiarazione sulla politica della Cina dall’accordo di partenariato Praga-Pechino – potrebbe irritare la Cina.

Spionaggio

I mancati investimenti sono seguiti da recenti scandali sullo spionaggio cinese verso la Repubblica Ceca: il rettore della Charles University ha recentemente dovuto rispondere delle sue dimissioni dopo che è emerso che i cinesi avevano finanziato alcune delle conferenze dell’università a Praga; inoltre, è emerso anche che l’istituto finanziario internazionale Home Credit, che ha interessi commerciali in Cina, aveva pagato un’agenzia di pubbliche relazioni per lavorare sul miglioramento dell’immagine della Cina nei media cechi. Le notizie di crescenti sforzi cinesi per ottenere maggiore influenza nel paese hanno portato la camera bassa ceca a discutere l’istituzione di una commissione speciale che andrebbe a monitorare l’influenza dei regimi autoritari sugli affari cechi. Il ministro degli Esteri Petříček afferma che accoglierebbe con favore una simile mossa: “Tale commissione potrebbe contribuire al dibattito su come compensare l’influenza dei regimi stranieri sugli affari cechi. È nostro dovere rafforzare la nostra democrazia e rendere la nostra società più resistente alla minaccia di campagne di disinformazione e attacchi informatici dall’estero”.

Infine, il primo ministro Ceco Babis, rendendosi conto delle delicate relazioni con la Cina, ha riconosciuto la necessità di cercare un rapporto pragmatico con la Cina, bilanciando attentamente i valori cechi e gli interessi commerciali, per essere pronti a tenere un dibattito aperto su tutte le questioni, compresi i diritti umani.

Brexit, a un mese dal trionfo di Boris Johnson

EUROPA di

Il 12 dicembre si sono svolte in Gran Bretagna le elezioni politiche per il rinnovo della Camera dei Comuni, ben 650 membri, e per la scelta del nuovo Primo Ministro: a trionfare – e dunque confermare la carica – è Boris Johnson. Quello appena formatosi è un “Governo del popolo” secondo Johnson, con lo scopo di garantire pari opportunità e uguaglianza, per dar voce alle ambizioni del paese post-Brexit e riportare il Regno Unito a “svettare sul mondo”.

Le elezioni

Le elezioni del 12 sono state chieste proprio da Boris Johnson in via eccezionale; si tratta infatti di elezioni anticipate richieste poiché nelle elezioni del 2017 non è emersa una maggioranza, e ciò ha portato i Conservatori a doversi alleare con un piccolo partito nordirlandese, il DUP. Quello scorso è stato dunque un governo debole ed inefficace, anche per la Brexit. Quest’ultimo è forse l’argomento centrale della campagna elettorale ed anche motivo principale della vittoria di Johnson, che ha garantito l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea entro il limite previsto, 31 gennaio, per poi tornare ad occuparsi di tutto ciò che in questi anni è stato trascurato per i lunghi negoziati.

I principali partiti che si sono sfidati in questa tornata elettorale sono i Conservatori ed i Laburisti. I primi sono al governo dal 2010, le principali figure sono state David Cameron, Theresa May e per l’appunto Boris Johnson, e risulta essere il partito più votato dagli anziani over 65 anni; i Laburisti sono guidati da Jeremy Corbyn, leader di sinistra che in campagna elettorale ha proposto di alzare la soglia per gli stipendi minimi, nazionalizzazioni, rendere più proporzionale la distribuzione delle tasse, importanti investimenti nelle energie rinnovabili. Per ciò che riguarda la Brexit, Corbyn non ha una posizione decisa poiché il suo stesso elettorale è diviso tra favorevoli e contrari. Altri importanti partiti che hanno preso parte alle elezioni sono i Liberal Democratici – contrario a Brexit – e lo Scottish National Party, presente solo in Scozia.

A vincere è stato Boris Johnson: i Conservatori hanno infatti ottenuto 365 seggi, guadagnandone 47 rispetto a prima, garantendo dunque un’ampia maggioranza e permettendo al Primo Ministro di poter governare senza ulteriori partiti. Se la vittoria dei Conservatori è definita un trionfo, per i Laburisti si può parlare di disastro: hanno ottenuto 203 seggi, 59 in meno rispetto alle precedenti elezioni, ed hanno perso in una zona sempre stata “rossa”, il Nord; per questi motivi, è senz’altro la sconfitta laburista più grave dal 1935. Le principali critiche mosse a Corbyn sono state sicuramente la mancanza di una decisa posizione sulla Brexit, nonché l’elaborazione di un programma radicale e la scarsa leadership dimostrata. Quanto all’affluenza, gli elettori che si sono recati alle urne sono stati circa il 62%.

Successivi sviluppi

“Adesso faremo la Brexit in tempo entro il 31 gennaio, senza se, senza ma e senza forse” dichiara Boris Johnson all’indomani delle elezioni. Dopo la sua vittoria, Johnson ha intrapreso un tour di celebrazione per il risultato ottenuto, basato sul “Get Brexit done” e “unificazione del Paese”. Ha dichiarato quindi di assumersi l’impegno di ripagarne la fiducia agli elettori, sia sulla Brexit che su tutto il resto. “Ricostruiremo la nostra autostima, la nostra magia, la fede in noi stessi. Sarà un tempo meraviglioso per il nostro Paese, meraviglioso. E torneremo a svettare sul mondo”, ha affermato il Premier nel pieno dell’entusiasmo per la sua vittoria.

La questione brexit rimane al centro dei dibattiti, ma essendo molto chiara la posizione di Boris Johnson si crede che si inizi da subito a discutere l’accordo negoziato ad ottobre con l’UE, al fine di garantire l’uscita dall’UE proprio il 31 gennaio 2020. Le elezioni della Camera dei Comuni sono state in parte interpretate anche come un referendum indiretto sull’uscita dall’UE, obiettivo principale di Johnson stesso. “Con Boris Johnson abbiamo concordato di lanciare i negoziati per la partnership tra Ue e Regno Unito al più presto. Ci incontreremo all’inizio del 2020” afferma la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen, dopo aver dato le sue congratulazioni al premier per la vittoria elettorale; inoltre, ricorda anche che il Regno Unito sarà sempre un amico, un partner ed un alleato.

Proprio venerdì 20 dicembre si è avviato l’iter per la ratifica parlamentare a Westminster della legge sul recesso britannico dall’UE, mentre l’approvazione finale del negoziato verrà attuata prima del 31 gennaio. Inizieranno poi le trattative commerciali per un accordo tra UK e UE che dovrà essere ratificato dagli Stati Membri. Se tale accordo verrà concluso entro tre mesi, il Regno Unito lascerà l’Unione Europea il 1° gennaio 2021.

Brno, minacce alla moschea della città

EUROPA di

Il quattro gennaio, su una parete esterna della moschea di Brno, seconda città della Repubblica Ceca, è stata ritrovata una scritta nera che può definirsi un atto vandalico, ma non solo. “Non diffondere l’Islam nella Repubblica Ceca, altrimenti ti uccideremo”, appare scritto in ceco: una minaccia di morte per tutti coloro che intendono diffondere la religione islamica nella città e nell’intero paese.

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Gruppo di Visegrád, i quattro sindaci delle capitali uniti nel “Patto delle Città Libere”

EST EUROPA di

Il Gruppo di Visegrád è un’alleanza culturale e politica di quattro paesi dell’Europa centrale – Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia e Polonia – istituita nel 1991 con il fine di garantire l’avanzamento militare, culturale, economico ed energetico, nonché di promuovere l’integrazione dei singoli stati nell’Unione Europea. Continue reading “Gruppo di Visegrád, i quattro sindaci delle capitali uniti nel “Patto delle Città Libere”” »

Parità di genere nell’UE, dalle conclusioni del Consiglio ai recenti progressi

EUROPA di

Il 10 dicembre 2019, il Consiglio dell’Unione Europea ha adottato delle conclusioni in materia di parità di genere nei paesi dell’UE, così da poter fornire un contributo effettivo alla strategia della Commissione Europea in tale ambito. Continue reading “Parità di genere nell’UE, dalle conclusioni del Consiglio ai recenti progressi” »

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Flaminia Maturilli
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