GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Domenico Martinelli

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“Nome in codice Gladio”. Presto un secondo volume sull’epopea della Stay behind italiana.

BOOKREPORTER/Difesa/FUORI DAL CORO di

Un po’ di tempo fa sono stati necessari due articoli (qui  e qui) su European Affairs Magazine per spiegare meglio ai lettori cosa fosse Gladio, vista da un’altra prospettiva, in parte non conforme a quanto negli anni era stato detto, scritto e raccontato da molti.

Per farlo, abbiamo approfittato dell’opera di Mirko Crocoli, “Nome in codice Gladio” uscita circa un anno e mezzo fa per i tipi di A.Car. Edizioni, e già ristampata due volte, ed abbiamo intervistato sia l’autore che il Generale Inzerilli, capo dell’organizzazione Gladio.

Grazie a quelle interviste ed alla lettura del libro, ci siamo fatti l’idea di come Gladio fosse un’organizzazione che nulla aveva a che vedere con l’aura di complottismo di cui, nel tempo, la storiografia ed il giornalismo di massa l’avevano ammantata.

All’epoca cercammo di fornire una versione per quanto più possibile tecnica – sotto il profilo militare e delle teorie sull’intelligence – volutamente

La copertina del primo volume, “Nome in codice Gladio”.

apolitica e, possibilmente anche costruttivamente critica.

Di sicuro gli appartenenti civili e militari di Gladio erano spinti da un sincero amor di Patria, perché sacrificarono tempo, energie, lavoro, denaro e – purtroppo – anche la reputazione per servire un’organizzazione, di cui la storiografia ufficiale ha poi disconosciuto l’impegno, il valore, il senso di appartenenza e la spinta idealistica.

Ma questo articolo non vuole essere una ripetizione di quanto già scritto. Invito i lettori e cliccare sui link che ho riportato, e potranno agevolmente farsi un’idea o rinfrescarsela.

Quello che mi preme qui sottoporre all’attenzione dei lettori e dei cultori di queste materie, è che l’autore Crocoli ci ha comunicato di avere in animo di dare alle stampe un nuovo volume sull’epopea della Stay behind italiana, scritto a quattro mani con il già citato Ufficiale. Il Generale conserva infatti ancora storie, foto, informazioni e dati inediti, che potranno confluire in questo sequel al primo libro scritto con Crocoli.

Mentre infatti il primo volume, che abbiamo recensito con i nostri articoli-intervista, si è occupato – anche sotto un profilo strettamente tecnico – della sorte della componente militare di Gladio, il secondo volume dovrebbe concentrarsi sulla gogna mediatica e sui numerosi problemi causati dallo scandalo del 1990 in danno della componente civile di Gladio, composta dai famosi 622 “Gladiatori”.

Secondo quanto ci è stato dichiarato, “Crocoli ha raccolto con fatica nell’ultimo anno solare decine di testimonianze di “reduci” della Stay-Behind sparsi in tutta Italia. Quelli ancora in vita e altri che hanno lasciato ai posteri confessioni segrete, intime e personali.” Il tutto per confezionare “un plico straordinario che mette insieme emozioni e dati storici inequivocabili. Gioie, ricordi, passione, lacrime e dolore“.

Inoltre, non è escluso che nelle pagine del libro in uscita vengano esperiti degli approfondimenti anche su altre organizzazioni, più di qualche volta erroneamente definite simili a Gladio, ma ontologicamente molto diverse anche soltanto per il fatto di essere fortemente ideologizzate e politicamente colorate. Diverse, probabilmente, anche e soprattutto perché se n’è parlato sempre poco ed in maniera sommessa.

Il lavoro, corposo, dovrebbe culminare con la pubblicazione del nuovo volume all’inizio del 2020, con la speranza che esso possa davvero “raccontare la verità, talvolta negata o mistificata”.

Proprio perché la ricerca della verità comporta un impegno certosino e meticoloso, e richiede talvolta di compiere scelte difficili, esponendosi a responsabilità ed a critiche, auguriamo di cuore buon lavoro agli autori del prossimo volume in uscita. E non vediamo l’ora di leggerlo.

“Operare Embedded e comunicare in operazioni Dual Use dell’Esercito”. Giunge alla 6^ edizione il corso per giornalisti ed operatori civili in contesti instabili.

BreakingNews/Defence/Difesa di

 

Giornalisti alle prese con l’addestramento NBCR

In molte occasioni, su varie riviste – e ovviamente anche su questa – si è parlato varie volte delle attività che il Centro Studi Roma3000 e la sua European Safaety Academy, entrambi diretti dal giornalista Alessandro Conte, svolgono ed hanno svolto in favore dei cronisti impegnati in aree di crisi.

Negli anni, inoltre, la formazione si è estesa anche ad altre figure che, per vari motivi, sono chiamate ad operare in contesti instabili e dove una formazione tecnica, culturale e pratica sono indispensabili.

Il noto corso “Operare Embedded in aree di crisi“, giunto ormai alla sua 6a edizione, quest’anno farà infatti il focus proprio sulle attività degli operatori umanitari e, ovviamente, dei reporter. Quest’anno, però ‒ stante l’ampliamento delle competenze delle Forze Armate e dell’Esercito in particolare – anche il corso si è perfezionato, e si è in parte modificato, con le opportune integrazioni, sul nuovo modello “Dual Use”.

Ecco allora che il titolo dell’attività formativa è diventato, per l’esattezza, “Operare Embedded e comunicare in operazioni Dual Use dell’Esercito”. Scopo dell’iter formativo è dotare i partecipanti della consapevolezza e degli strumenti per prevenire le situazioni di rischio e per conoscere le modalità per operare in maniera coordinata con l’Esercito nelle operazioni Dual Use, sia in territorio nazionale che nei teatri internazionali.

L’iniziativa verrà organizzata a L’Aquila, presso il 9° Reggimento Alpini, in collaborazione con lo Stato Maggiore della Difesa e lo Stato Maggiore dell’Esercito.

Nata dall’esperienza del Centro Studi Roma 3000 e dei suoi collaboratori, la European Safety Academy è nata proprio con l’obiettivo di promuovere la sicurezza sul lavoro di chi opera in aree di crisi o instabili, come i reporter, gli operatori della comunicazione, i volontari delle ONG, i tecnici specializzati che operano su impianti in zone pericolose.

L’obiettivo dell’Academy è quello di  promuovere la cultura della sicurezza degli operatori civili che devono operare in aree instabili, sensibilizzare queste

Un esempio di Reporter embedded, all’opera in area di crisi

categorie di personale a valutare con maggiore attenzione i possibili pericoli. L’attività formativa proposta dall’European Safaety Academy si completa di norma anche con lo studio di dossier informativi sulle aree interessate, attraverso valutazioni di rischio delle attività in corso in quei luoghi, ed assicurando una formazione specifica del personale.

Il corso di cui parliamo stavoltariservato a giornalisti e operatori civili delle organizzazioni di volontariato e soccorso ‒ si sostanzia di tre giorni di esercitazioni ed erogazione di contenuti, volti ad aumentare la percezione del pericolo ed a prevenire situazioni di potenziale criticità, riconoscendole, ed acquisendo la capacità di muoversi al fianco dell’Esercito, anche nelle nuove operazioni “Dual Use”.

Caratteristica del corso, inoltre, è proprio la prevalenza degli insegnamenti pratici rispetto a quelli teorici, nella convinzione che soltanto sperimentando si possa comprendere e valutare concretamente le opportunità ed i limiti dell’operare embedded a seguito della Forza Armata.

Nel corso delle giornate di formazione, i corsisti potranno confrontarsi con l’esperienza maturata da professionisti con una rilevante esperienza operativa: gli addetti alla pubblica informazione della Difesa e gli alpini della Taurinense, già impegnati attivamente in Afghanistan e in molti altri teatri operativi nazionali e internazionali

Il cronista , in missione, deve imparare a muoversi con le Forze Armate che operano sul territorio

L’opportunità di operare al fianco delle Forze Armate impegnate nelle aree di crisi rende necessaria la conoscenza di regole e modi operativi specifici. Il corso si prefigge l’obiettivo di indicare le modalità migliori per realizzare servizi giornalistici in aree di crisi, interagire nel modo più corretto con le Forze Armate impiegate nel teatro di riferimento, confrontandosi concretamente con le difficoltà logistico-operative connaturate alle operazioni in corso: sono previsti anche insegnamenti in materia di NBCR, sul movimento dei mezzi operativi, sugli esplosivi.

Tra i docenti, oltre ad Alessandro Conte ed ai docenti militari, saranno presenti Gian Micalessin (reporter de “Il Giornale” in zone di guerra giornalista e scrittore, esperto di geopolitica e di attività in zone di crisi), Pierpaolo Cito (fotoreporter di fama internazionale da anni presente sui fronti internazionali più caldi), e Monia Savioli (giornalista professionista e ufficiale della Riserva Selezionata dell’Esercito).

Al termine del corso i partecipanti potranno aderire ad un tirocinio curriculare di 3 mesi nell’ambito di una attività di supporto umanitario internazionale, organizzata dal Centro Studi Roma 3000, che si concluderà con la consegna di beni materiali nel Libano del Sud.

Il corso è a numero chiuso e per partecipare si deve inviare la propria candidatura entro il 15 giugno 2019 all’indirizzo email formazione@roma3000.it

Maggiori informazioni su costi e modalità sono reperibili sul sito http://www.europeansafetyacademy.it/corso-operare-embedded-in-aree-di-crisi/

Tra GDPR e rischi della rete. Il 24 maggio verrà presentato a Viterbo un libro sulla nuova normativa in materia di privacy.

 VITERBO: Tutti, ma proprio tutti, ormai, abbiamo sentito parlare del GDPR, ossia della General Data Protection Regulation. Chi non ha sentito parlare di questo acronimo, però, ha sicuramente percepito che “qualcosa” è cambiato. La privacy stessa, il suo concetto intrinseco, ontologico, ed il suo modo di manifestarsi, sono cambiati. Continue reading “Tra GDPR e rischi della rete. Il 24 maggio verrà presentato a Viterbo un libro sulla nuova normativa in materia di privacy.” »

Generale Mini al master in Intelligence: nel mondo (e anche In Italia) il potere militare partecipa sempre di più al “deep state” e condiziona la politica. Attenti alla criminalità che saccheggerà sempre più i beni comuni

Il polo di Rende (Cosenza) dell’Università della Calabria, sede del master e del corso di laurea in intelligence

Fabio Mini, generale, docente e saggista, ha tenuto, nello scorso weekend,  una lezione al ​m​aster in Intelligence dell’Università della Calabria, introdotto dal ​direttore Mario Caligiuri. Mini ha esordito dicendo che più sono le incertezze e maggiori risorse e deroghe alle procedure si richiedono per farvi fronte. Ha quindi evidenziato che le capacità previsionali della politica democratica si orientano nell’immediato​. ​

La politica autoritaria, infatti, pianifica per 10 anni e la politica militare si sviluppa per 20 anni. L’intelligence strategica deve invece proiettarsi in un arco temporale di 30-50 anni, il tempo necessario ai grandi cambiamenti geopolitici.
Mini ha ​poi ​affrontato il tema delle minacce globali: dopo a​v​ere esaminato il fenomeno dello Stato Islamico,per il generale, invece, un altro tema di preoccupazione universale è  rappresentato dagli squilibri demografici, che vedono quasi tutti i paesi europei in capitolazione, come Italia, Germania e Gran Bretagna ma anche Russia e Cina, mentre alter nazioni registrano un boom demografico come l’Afghanistan, il Pakistan, l’Iraq, l’India e la Nigeria. 
Lo studioso ha quindi affrontato il tema della guerra, concentrandosi su quelle relative all’appropriazione dei beni comuni definiti “global commons”, come gli oceani, i fondi sottomarini, l’Antartide, l’atmosfera, lo spazio esterno e il cyberspazio. 
E’ poi entrato nel merito del potere militare, evidenziando una profonda trasformazione che vede il potere militare aumentare la propria capacità d’influenzare le scelte del potere politico.

Sotto tale aspetto, nelle grandi potenze, ma anche nei paesi meno orientati alla militarizzazione come l’Italia, l’apparato militare-industriale insieme all’intelligence e ad altri apparati istituzionali partecipano alla formazione del Deep State che mantiene obiettivi chiari e costanti prescindendo dalle temporanee maggioranze parlamentari, ma talvolta anche dalle obiettive mutazioni geopolitiche. A tale proposito, ha messo in rilievo la fornitura dei 130 aerei F35, che costano adesso 130 milioni di euro l’uno, che partono da progetti avviati negli anni ’90 e che ora non ci possiamo permettere e difficilmente potremo utilizzare nel quadro di una politica di difesa quanto meno erratica.

A sinistra, il generale Mini. A destra, il prof. Caligiuri.
​Il generale ha poi affrontato il tema della guerra del futuro, spiegando che più che una guerra cibernetica o attraverso droni e robot, la più probabile e drammaticamente pericolosa rimane quella nucleare. 
L’Ufficiale si è poi soffermato sulla minaccia della criminalità, evidenziando come l’illecito si sviluppi parallelamente agli scambi legali, creando strette relazioni che si materializzano nelle piazze finanziarie e nei paradisi fiscali. Il generale si è quindi soffermato sull’interesse che la criminalità internazionale rivolgerà anche per lo sfruttamento dei Global Commons.
Infatti, il controllo delle risorse sottomarine, dello spazio e del cyberspazio saranno molto presto motivo di conflitto non solo tra Stati ma anche tra poteri legali e poteri criminali. Il generale ha rilevato come le triadi cinesi stiano già pensando al mercato illegale dello spazio, mentre altre organizzazioni criminali sono interessate a fornire a privati supporto allo sfruttamento delle risorse energetiche del sottosuolo, così come il cyberspazio, sia nella dimensione visibile che sopratutto quella invisibile, è già da anni un ambito costantemente utilizzato dalla criminalità.Infine Mini ha rilevato che attualmente viviamo in una fase in cui i vecchi sistemi non sono scomparsi ma non funzionano e quelli nuovi non sono ancora nati. In questo spazio si colloca la prospettiva dei “futuri multipli” in base alla quale gli scenari dipendono dalle scelte che persone e Nazioni compiono giorno per giorno.
“Un esempio per tutti – ha concluso il generale – se oggi continuiamo a costruire missili il futuro più probabile è quello che ne contemplerà l’uso”

Intelligence, al Master dell’università della Calabria lezioni di Carlo Mosca su “Intelligence e democrazia” e di Marco Valentini sulla sicurezza nazionale

CRONACA/SICUREZZA/Varie di
Coordinate dal direttore Mario Caligiuri, si sono svolte durante lo scorso fine settimana, al Master in Intelligence dell’Università della Calabria, le lezioni dei prefetti Carlo Mosca, consigliere di Stato emerito e vice direttore vicario del Sisde dal 1992 al 1994, e Marco Valentini, direttore dell’Ufficio Affari Legislativi e Relazioni Parlamentari del Ministero dell’Interno.

Presso il polo di Rende, il prefetto Mosca ha affrontato il tema “Intelligence e democrazia” spiegando che l’attività delle agenzie delle informazioni per la sicurezza è fondamentale per la sicurezza della Repubblica. L’intelligence, ha spiegato, è innanzi tutto visione per tutelare l’interesse nazionale. Ha poi ricordato che l’ultimo decennio, spesso su sollecitazione del Comitato Parlamentare di Controllo, ha visto molte modifiche alla legge di riforma dell’intelligence, che oggi viene considerata una tra le più aggiornate a livello europeo.

Un momento dell’ultima lezione del Master
Nell’occasione, ha ribadito il coraggio del legislatore italiano nel regolare progressivamente, a partire dal 1977, un settore fondamentale dello Stato in cui si consideravano le regole un impedimento all’efficacia della funzione. E’ stato importante – ha ricordato – distinguere tra intelligence convenzionale e intelligence non convenzionale, assolta dai Servizi a beneficio del decisore politico nel quadro delle attività per la tutela della sicurezza della Repubblica. In tale contesto ha evidenziato come i rapporti tra intelligence e magistratura rappresentino un tema di grande delicatezza. Mosca ha poi ribadito che fino al 1979, anno in cui redasse la voce “servizi segreti” sul “Nuovissimo Digesto Italiano” non fosse stata mai scritta una sola riga su questo tema dal punto di vista giuridico nel nostro Paese.
È del 1995 la prima rivista di cultura dell’intelligence in Italia “Per Aspera ad Veritatem”, la cui esperienza editoriale è proseguita negli anni successivi con “Gnosis”, disponibile anche nelle librerie, segno evidente di un lungo percorso di accreditamento culturale dell’intelligence. Mosca si è poi soffermato sul segreto di Stato e sulla classificazione delle informazioni, spiegandone il significato, gli scopi e le modalità. In particolare ha spiegato che il tema del segreto va inquadrato nel contesto del sistema democratico che è basato sulla trasparenza. Al riguardo, ha richiamato Norberto Bobbio che evidenziava come la trasparenza fosse la regola mentre il segreto rappresentasse l’eccezione, che va motivata e va usata solo in casi specifici, che confermano appunto la regola.
Nella seconda parte della giornata, si è svolta la lezione di Marco Valentini, che ha trattato il concetto di sicurezza nazionale, in un percorso giuridico volto alla ricerca di una nozione ovvero di una definizione, pur nel presupposto che la funzione di protezione e di garanzia della sicurezza nazionale rappresenta la suprema attività politica dello Stato.
Prioritariamente ha definito il concetto di sicurezza nazionale, avuto riguardo alla Costituzione e alle fonti della legislazione primaria. Il prefetto ha poi spiegato che pur avendo la giurisprudenza costituzionale chiaramente collocato la funzione di protezione della sicurezza nazionale quale bene giuridico afferente allo Stato comunità, l’ordinamento italiano è sembrato ripiegato, anche dopo la riforma del 1977, su una concezione in larga parte riconducibile alle funzioni dello Stato apparato. Ciò ha determinato conseguenze, tra le quali la difficoltà per i Servizi di uscire da quel cono d’ombra della democrazia che ne aveva caratterizzato l’esperienza prima della legge del 1977.

Il sacrificio di Nicola Calipari nel 2005 a Bagdad – secondo il prefetto – ha rappresentato uno spartiacque nella percezione dell’opinione pubblica. Sono maturi i tempi per una concezione democratica e costituzionale della funzione dell’intelligence, che consente tra l’altro di distinguere, nella visione del Prefetto Valentini, tra libertà di dissenso e minaccia alla sicurezza, tra sorveglianza generalizzata e attività di controllo mirata a prevenire e reprimere minacce alla sicurezza. In

Il polo di Rende (Cosenza) dell’Università della Calabria, sede del master e del corso di laurea in intelligence

questo quadro, secondo Valentini, diventa fondamentale stabilire la rilevanza dei princìpi etici nello svolgimento di questa delicata funzione, che va messa in relazione alle regole, ai principi e ai valori della Costituzione.

Proprio il caso della regolamentazione delle garanzie funzionali per gli operatori dei Servizi dimostra che una simile integrazione è possibile, cioè riconoscere l’eccezionalità della violazione autorizzata della legge ponendo nel contempo dei limiti invalicabili. Per quanto attiene gli studi giuridici sull’intelligence, ha ricordato che la dottrina ne ha approfondito di più i compiti che le funzioni da un punto di vista contenutistico. Solo negli ultimi anni in Italia, secondo Valentini, sta crescendo la consapevolezza del rapporto tra intelligence e democrazia, nella ricerca necessaria di un equilibrio tra libertà e sicurezza. Valentini ha poi evidenziato che oggi la sovranità dello Stato è messa fortemente in discussione dalle tecnologie e dalla globalizzazione. In tale contesto, gli Stati devono competere con le organizzazioni finanziarie, le cyber corporation e la criminalità. Tale competizione è anche un’opportunità poiché le funzioni globalizzate e oligopoliste delle grandi organizzazioni che gestiscono big data rappresentano anche un bacino di informazioni che possono essere utilizzate per il fine istituzionale di garantire la sicurezza. I cambiamenti creano problemi ma anche impensabili opportunità.
Le lezioni del Master in intelligence dell’Università della Calabria proseguiranno sabato 26 gennaio 2019 alle presso l’aula “Caldora” con le lezioni del generale e saggista Fabio Mini sull’Intelligence militare e del Capo Dipartimento per le politiche del Personale del Ministero dell’Interno Luigi Varratta sul tema “L’intelligence del Prefetto”.

La Calabria e l’intelligence.

Varie volte su European Affairs Magazine ci siamo occupati di intelligence  e della possibilità che questa scienza umana potesse assurgere al rango di disciplina universitaria (leggi, ad esempio, quiqui, ed in parte anche qui). In questo ambito, pioniere assoluto in Italia è stata l’Università della Calabria che, prima con il Master di 2° Livello in Intelligence e, poi addirittura con un corso di laurea in Intelligence ed Analisi del rischio ha riconosciuto l’importanza di questa materia. Continue reading “La Calabria e l’intelligence.” »

La Corea del Nord e la legge di attrazione.

La bandiera del Partito dei Lavoratori di Corea, che raffigura l’emblema dell’ideologia “Juche”, ossia del socialismo nordcoreano (falce, martello e, in rappresentanza degli intellettuali, pennello calligrafico). Fonte Wikipedia

Adesso non prendetemi per pazzo. Il titolo è bizzarro, non solo per motivi di marketing o di SEO. Chi di Voi lettori ha mai sentito parlare della legge di attrazione? Ma sì dai, quella teoria bizzarra d’oltreoceano, diffusa inizialmente attraverso il libro “The Secret” (a cui poi sono seguiti una serie di “successi” editoriali), secondo cui se pensiamo intensamente e con fiducia ad una cosa, sia essa positiva o negativa si avvererà: praticamente se si pensa a ad un obiettivo personale, o ad una nostra paura, queste si materializzeranno. Se pensiamo ad una persona probabilmente la incontreremo o ci telefonerà. Ecco. Qualche volta, lo confesso, ho “applicato” la legge di attrazione e quello che avevo pensato si è verificato. Non voglio venderVi libri o teorie e non sono un coach o un motivatore. Ma erano diversi giorni – lo giuro! – che pensavo alla Corea del Nord. Ero scettico ma mi sto ricredendo.

È un argomento che mi ha sempre appassionato, per carità. Ma da diversi giorni guardavo documentari e leggevo notizie su quel Paese, sia in relazione alle normali nozioni che su di esso sono diffuse, sia alle trattative con gli USA che sembrerebbero in stallo. Molti penseranno che mi sono limitato a rinverdire le mie conoscenze a seguito del discorso di Capodanno da parte di Kim Jong-Un.

No, non è vero. Ci pensavo da prima. Ho controllato la mia cronologia internet ed è chiaro che la legge di attrazione ha funzionato. Per esempio: ho guardato sia su Sky che su Youtube (ovviamente in lingua originale) il lungo documentario del giornalista Michael Palin della BBC. Dopo pochi giorni, il 24 dicembre, una Corte statunitense ha condannato la Corea del Nord ad un risarcimento stratosferico per la morte del giovane studente 22enne Otto Warmbier, che – punito con 15 anni di lavori forzati per aver rubato un manifesto politico nell’area riservata di un hotel per turisti di Pyongyang – era ritornato a casa in coma dopo meno di un anno e mezzo di detenzione. La vicenda ormai è solo relativamente recente. Probabilmente i nordcoreani non avrebbero voluto farlo morire lì da loro (ed è strano che il giovane sia morto in seguito a torture o maltrattamenti, perché tutti i prigionieri stranieri pare vengano trattati molto bene, in qualità di merce di scambio per richieste di natura diplomatica nei confronti degli Stati di appartenenza). Ovviamente non esistono strumenti giuridici per costringere la Corea del Nord a pagare. E non credo che la DPRK impugnerà la decisione… La precisazione sull’albergo per turisti a Pyongyang è che, secondo alcuni siti internet, esistono solo pochi hotel riservati agli stranieri ed in alcuni di essi non esisterebbe il terzo o il quinto piano: vale a dire, secondo alcuni siti (di cui non escluderei comunque la matrice esageratamente complottista) un piano dell’hotel sarebbe destinato a spiare gli ospiti dell’albergo. Ecco come il giovane Warmbier sarebbe incappato nelle maglie della draconiana giustizia nordcoreana: entrando nel piano interdetto agli ospiti e trafugando, probabilmente per gioco, un manifesto di propaganda. Peccato fosse stato filmato ed arrestato all’aeroporto proprio il giorno della sua partenza verso gli States.

Successivamente, dopo qualche giorno, ho guardato i documentari sudcoreani di “Asian Boss”, in cui si intervistano alcuni disertori – o meglio defectors –  che sono scappati dal Nord per trovare rifugio al Sud, via Cina. Ebbene, dopo qualche giorno ecco il discorso di Kim Jong-Un, che ricorda agli Stati Uniti di limitare le sanzioni, salvo sospendere il processo di denuclearizzazione. Altra conferma della legge di attrazione. Ho cominciato a dare di nuovo un’occhiata in rete e mi era venuto in mente un vecchio gloriosissimo post del nostro ex Ministro degli Esteri Alfano, in cui si annunciava l’allontanamento dell’ambasciatore nordcoreano a Roma, Mun Jong-nam, come “persona non grata” (non gradita, nel senso latino del termine), in segno di protesta per i lanci missilistici del regime di Kim, peraltro sanzionati oltre che dall’ONU anche dall’UE (su European Affairs ne avevamo parlato qui).

Era un po’ che non cercavo informazioni su via dell’Esperanto, sede dell’ambasciata a Roma. Ed

L’ambasciata della DPRK in Italia, in via Esperanto 26 a Roma, secondo Google Street View.

effettivamente le informazioni sono sempre state molto poche, anche prima di tutti questi eventi. Esistono dei siti internet che diffondono i dati sulle ambasciate e sugli uffici consolari: ma sulla rappresentanza diplomatica della DPRK si trova sempre poco o nulla. Sull’ambasciatore, e anche sulla vicenda del suo allontanamento, esistono alcuni post sul sito internet della sezione italiana della KFA, l’associazione dell’amicizia della Corea del Nord. Per inciso, la KFA è un’associazione fondata da Alejandro Cao de Benós, che è un attivista spagnolo, anche cittadino nordcoreano, incaricato della DPRK per i rapporti con l’occidente. La KFA, apprendiamo dal suo sito, consente ai soci di viaggiare in Corea del Nord, in qualità di ospiti graditi, lungo degli itinerari che normalmente non sono aperti ai comuni turisti, nonché di partecipare a diverse iniziative culturali pro-DPRK. E in questo non c’è assolutamente nulla di male. Anzi. I viaggi per turisti (e per giornalisti) normalmente sono infatti sempre guidati ed organizzati.

Sembrerebbe, secondo alcuni documentari riportanti le dichiarazioni dei disertori, che in Corea del Nord anche i cittadini no

n godano del pieno diritto di circolazione all’interno del Paese. Pare che per spostarsi da una provincia all’altra o addirittura all’interno di una stessa provincia sia necessario un documento di autorizzazione. Ma questo è quanto raccontano i defectors. Ovviamente nulla è confermato, né smentito.

Mi sono sempre chiesto se l’ambasciatore partecipasse ai periodici incontri della diplomazia presente a Roma, agli auguri di Natale, alle feste nazionali dei singoli Paesi che normalmente sono oggetto di invito tra le comunità diplomatiche residenti in una Capitale. Non ho notizie certe, ma non credo che ciò sia avvenuto con frequenza. Altrimenti la cosa avrebbe destato anche un minimo scalpore. Da qualche parte, ieri, ho letto che l’ambasciatore non era completamente o del tutto accreditato Mi sembra strano perché dall’elenco delle rappresentanze diplomatiche straniere in Italia, reperibile qui sul sito del M. A. E. C. I., risulta anche l’ambasciata della DPRK.

A ora di pranzo, sempre di ieri, leggo un’agenzia in cui si dice che l’incaricato d’affari della Corea del Nord in Italia, il 48enne Jo Song-gil, che era di fatto il diplomatico di Pyongyang di rango più alto nella nostra penisola, ha disertato con tutta la sua famiglia. Ossia è scappato dalla sede diplomatica e non si sa dove sia, almeno dalla fine di novembre. Era rimasto l’unico diplomatico “operativo”, dopo l’allontanamento dell’ambasciatore. L’elemento eccezionale sembrerebbe proprio che l’incaricato d’affari fosse in Italia con la sua famiglia, cosa che – pare – non sia generalmente concessa ai diplomatici nordcoreani, proprio perché in caso di tradimento lascerebbero la propria famiglia in Patria. Molte fonti giornalistiche sostengono che in caso di tradimento o diserzione, il regime avvii dei procedimenti sanzionatori nei confronti dei familiari dei traditori. La possibilità concessa all’incaricato d’affari lascia presumere che questi fosse un soggetto di altissimo rango e di comprovata fedeltà al governo nordcoreano.

La bandiera della Repubblica Democratica Popolare di Corea (fonte Wikipedia)

Analogo episodio era occorso in Gran Bretagna, quando il vice ambasciatore, con la sua famiglia, aveva disertato e abbandonato la sua sede diplomatica.

Adesso sembrerebbe che il diplomatico accreditato in Italia, prossimo alla scadenza del suo mandato, abbia chiesto asilo politico in o ad una non meglio specificata nazione occidentale. Questo è quanto confermano fonti sudcoreane.

L’ambasciata della DPRK a Roma è sicuramente strategica, perché consente a qual Paese orientale di intrattenere relazioni diplomatiche oltre che con il Belpaese, anche con la FAO, l’IFAD ed il WFP, tutte agenzie ONU che si occupano di aiuti umanitari nel campo dell’agricoltura e dell’alimentazione. Alcune di esse hanno anche una rappresentanza in quel Paese. Purtroppo la Corea, negli scorsi anni, è stata colpita da numerose carestie che hanno in parte affamato la popolazione. A questo si aggiunge l’inevitabile arretratezza industriale dell’agricoltura nazionale che risente del regime sanzionatorio rivolto alla DPRK dalla comunità internazionale. Pertanto, le agenzie “alimentari” dell’ONU sono fondamentali.

La nostra Farnesina nega di essere a conoscenza di quanto abbia fatto o stia facendo il diplomatico. Non sappiamo se e quanto ci sia l’opera di una intelligence nostrana o straniera in tutto questo. Devo ammettere che non ho nemmeno idea di quali possano essere gli interessi italiani in Corea del Nord. L’Italia non ha una sua ambasciata a Pyongyang: le funzioni diplomatiche e consolari sono assolte dall’Ambasciata d’Italia a Seul, per cui gli Italiani in difficoltà in Corea del Nord possono rivolgersi all’Ambasciata svedese o alle altre ambasciate di stati dell’UE in DPRK (ad esempio quella Romena). L’unico modo di raggiungere la Corea del Nord è un volo da Pechino, da Shenyang o dalla russa Vladivostok. Il visto è obbligatorio per quasi tutti i Paesi del mondo (tranne per i cittadini di Singapore. Una volta erano esonerati dal visto anche quelli della Malesia, ma le relazioni diplomatiche tra i due Paesi si sono interrotte a seguito dell’assassinio del fratellastro di Kim Jong-Un, Kim Jong-Nam, avvenuto nel 2017 a Kuala Lampur in circostanze misteriose).

Di questa vicenda, che continuerò a monitorare, ho capito due cose: la prima è che il dossier Corea del Nord è tutt’altro che in via di risoluzione e che probabilmente gli USA non sono gli unici attori (unitamente alla Corea del Sud) nel processo di pacificazione e denuclearizzazione della penisola (mi piacerebbe molto dire riunificazione, ma sarebbe troppo), perché anche l’Europa (intesa come UE o come singoli Stati membri) presto potrebbe avere un suo ruolo.

La seconda cosa che ho capito, e che più di tutto mi stupisce, è che forse la legge di attrazione funziona davvero.

I luoghi comuni. Perché in Europa ridono di noi (ogni tanto).

Faccio una doverosa premessa: questo articolo sarà pieno di luoghi comuni. Oltre i classici “pizza, spaghetti, mandolino… e mafia”. Chi mi conosce sa che vado fiero dei miei pregiudizi. Il mio tentativo sarà non quello di sfatarli, bensì quello di confermarli e, forse spiegarli. Luoghi comuni sull’Italia e gli italiani, visti da Bruxelles. Non parlo solo delle Istituzioni europee… ma della gente, del sentire comune. Della proverbialità a cui è ormai assurto il nostro essere italiani. Eppure questi signori d’oltralpe (i nostri “fratelli” europei) hanno dimenticato che Roma, le istituzioni, il diritto, la civiltà, la religione, la cultura, li abbiamo inventati noi. No, non è così. Questo lo dicono tutti. Non è che all’estero non sappiano che l’Italia è l’artefice di tutto quanto di sensato sia oggi di uso comune nel continente: il fatto è che gli italiani fanno di tutto, ma proprio di tutto per far cadere il nostro glorioso passato nell’oblio. E forse nemmeno loro lo conoscono, il loro passato. Primo luogo comune.
Fermo subito qualunque scettico: non sono un auto-razzista (termine oggi molto in uso dai sovranisti per indicare sinistroidi estremisti, boldriniani e immigrazionisti vari). Se è per questo, non sono neppure un sovranista, o almeno non mi ritengo tale. O, almeno, non del tutto. Non secondo me, europeista convinto.
C’è un vecchio video di Bruno Bozzetto su Youtube (lo trovate a questo link), dedicato a tutti coloro che credono che gli Italiani siano uguali agli altri europei. Quel video, stupendo e geniale, riepiloga in pochi minuti le differenze tra noi e gli altri popoli europei sulla politica (le poltrone da cui i nostri leader non si staccano mai), il modo di parcheggiare, il modo di guidare il modo di prendere il caffè… E sapete una cosa? Quel video è azzeccatissimo. Purtroppo. Ricorda quanta poca sobrietà ci sia ormai da tempo nei nostri costumi, ahinoi non solo in contesti informali. Guardatelo. Adesso, però, vi do la mia versione.
Cominciamo dall’aereo: se prendete un volo da Bruxelles, della Brussels Airlines (la vecchia “Sabena”, per intenderci), partite ad un orario prestabilito: è puntale il boarding, un po’ meno la partenza (siamo comunque non oltre i 15 minuti) ed in linea di massima in un’ora e quaranta minuti siete a Roma (arrontondiamo pure a due ore, ma non per auto-piaggeria). Durante la fila nessuno fa il furbo: chi è in economy si mette in coda subito per cercare di prendere posto prima, chi è in business o flex si rilassa un po’ di più e si mette in una fila ordinata di poche persone. Le hostess (assolutamente non necessariamente statuarie, e non necessariamente belghe né belle – questi sono luoghi comuni) cominciano sin da subito a “bollare” anche i bagagli a mano che dovranno viaggiare comunque nella stiva. Chi tardi arriva, male alloggia. Anche in un regime di oligopolio, quale è quello della tratta tra la “Capitale d’Europa” e le capitali nazionali. Se qualcuno si mette in fila con la business, e all’atto dell’imbarco possiede un biglietto economy, viene gentilmente invitato a mettersi in coda alla fila. Per ultimo.
La stessa cosa non succede se viaggiate, sempre da Bruxelles, ma con altra compagnia aerea (non dirò quale, ma tanto avete capito, no? Sempre quella…). La fila si forma abbastanza puntualmente, ma non così ordinatamente. Il boarding è comunque molto puntuale, ma la fila per la business class è inspiegabilmente lunga e, peggio ancora, si allunga quando ormai è quasi esaurita. Così che qualche sedicente business man, di corsa, riesce casualmente ad infilarsi al momento giusto nella fila dei suoi presunti pari. Poi sfila e si imbarca l’economy. Ma con un piccolo problema: siccome c’è stato qualche furbacchione dell’economy che si è infilato nella coda della business, le signorine (che sfoggiano sempre i colori di quella compagnia aerea…sempre quella) sono costrette ad aumentare o ad anticipare la “bollinatura” dei bagagli a mano da portare nella stiva. E da dove cominciano? Non dagli ultimi, ovviamente, ma dai primi che si trovano davanti. Così funzionari ministeriali, professori universitari “smart”, politici grullini (e non è un errore di battitura) che fanno finta di viaggiare in economy, e turisti che si erano virtuosamente messi in coda per primi, dovranno aspettare a fine corsa il loro bagaglio in un famoso aeroporto italiano (sempre quello), mentre gli ultimi, i furbi, essendo ultimi, lasceranno per primi l’aeroporto, quando gli altri, gli scemi, sono ai nastri.
Tutto questo lascerebbe indifferente l’italiano medio, normalmente aduso ad essere sorpassato da consimili più furbi e a non protestare, quasi per quieto vivere. Bisognerebbe litigare veramente con tutti. Ma, ovviamente, tra i passeggeri di quel volo, talvolta c’è qualche erudito eurocrate, cresciuto a birra e crauti, o a birra e waffle, che storce il naso, ride, fa battute sull’Italia e gli Italiani. No: non è colpa sua. E’ colpa nostra. E questo è un luogo comune.
Vi tralascio i rimbrotti, le battute, i musi lunghi e gli sbuffamenti quando si parte dall’Italia, da quel famoso aeroporto italiano, verso Bruxelles. Indipendentemente dalla compagnia con cui viaggiate, dovete calcolare almeno 45 minuti di ritardo prima che l’aereo si sollevi. Nei casi peggiori (invero residuali) l’aereo si solleva quasi quando avrebbe dovuto atterrare dall’altra parte. Come mai si accumuli sempre questo ritardo, non è dato saperlo. Luoghi comuni.
Arriviamo a Bruxelles. Lì, in generale, l’accozzaglia di gente più o meno seria e più o meno sobria per le strade, e nei negozi e nei locali fa sì che la bestia italica si confonda abbastanza. C’è chi ride sguagliatamente, ma non è necessariamente appartenente a un gruppo di pugliesi o di napoletani. Potrebbero essere anche irlandesi (del resto simili a noi) o olandesi (essendo davvero uomini liberi, loro possono fare qualunque cosa). Più difficile che si tratti di francesi. Impossibile siano tedeschi. I nord africani ci guardano con circospezione, perché gli stranieri lì siamo noi, non loro. La città, in molti vicoli, è “aulente” di pipì e di fritto. Luoghi comuni.
La cucina non è un granché. Tranne la carne, il salmone, la birra e le verdure. Quindi niente di speciale. Anche le marche più pregiate di cioccolato hanno stabilimenti in Turchia. Non oso immaginare, se hanno lo stabilimento in Turchia, dove possano comprare le nocciole. Di certo non a Torino o a Viterbo. Luoghi comuni.
Entriamo nelle Istituzioni. Lì si apre un mondo. Chi è accreditato entra senza controlli velocemente, come è giusto che sia. Chi non lo è, passa solo dei controlli se è stata comunque confermata la sua presenza in precedenza e la sua identità è nota. Chi non è nemmeno atteso deve farsi identificare. E qui viene il bello. Di solito gli italiani non sanno che per entrare in questi edifici (che sono sacri, e non sono ironico!) occorre il passaporto o una carta di identità.
La patente? NO.
Ma è europea! NO.
Io sono un giornalista, ecco la tessera professionale! MI DISPIACE. NON E’ UN DOCUMENTO VALIDO (in Belgio, come in molti Paesi europei, non esiste un vero e proprio ordine dei giornalisti come da noi).
Ma in Italia è un documento valido! IN ITALIA. QUI NO.
E allora devo tornare in albergo a riprendere i documenti? OUI, JE SUIS DESOLE’ MONSIEUR.
Luoghi comuni? Non tanto. E intanto la fila dietro si accumula…. e si sente sottovoce, tra risatine soffocate e rabbia smorzata…  “Italians… Italienne… Italienisch….
Una volta dentro, ognuno sa quello che deve fare. E anche gli Italiani sanno farsi valere. Tutti sanno quello che devono dire. La differenza fondamentale, però, è che noi siamo tutti euroscettici. Questa è la verità. Anche gli europeisti italiani più convinti sono euroscettici. Noi in Europa ci andiamo, non ci siamo.  Non vogliamo fare e non facciamo mai brutta figura, specie a livello tecnico, e le amministrazioni, le aziende, le lobby, le autorità indipendenti e le ex partecipate inviano sempre funzionari svegli e di ottimo livello.
Ormai anche noi parliamo benissimo l’inglese ed il francese. E’ difficile che chi vada a quelle riunioni e non sia un buon english speaker non sia accompagnato almeno da qualcuno che si muove bene in quei corridoi. Ma se osserviamo il dossier dei nostri inviati, delegati, politici, etc. possiamo osservare dei veri e propri mattoni di carta, che spiegano per filo e per segno cosa dovranno dire, cosa probabilmente ci verrà detto, cosa è meglio per il Paese che quel delegato dica.
Gli altri… gli altri no. Gli altri conservano l’agenda dell’incontro, qualche altro documento magari proposto dal loro Paese e null’altro. Conoscono la materia. Hanno le idee chiare. Prevedono le strategie altrui. Sono comunque preparati a fronteggiare posizioni avverse, da Stati non sempre amici. Sfidano i rappresentanti della Commissione, quando non sanno già in anticipo come questi si comporteranno.
Per questo noi non siamo in Europa, ma andiamo in Europa. A mio parere, l’Europa per noi è un teatro, dove dobbiamo dimostrare qualcosa. Molte volte veniamo applauditi, non c’è che dire. Altre volte no. Ultimamente no. Ma invece quella è casa nostra. Non dovremmo nascondere nulla, dovremmo dire quello che pensiamo, fare quello che riteniamo più giusto fare. Sbuffare anche noi contro gli altri. Non limitarci a prendere per il culo qualche spilungone allampanato che snocciola numeri o consigli, solo perché non capisce l’italiano e magari ha pure il naso e le gote rosse (luogo comune!).
Siamo anche noi fondatori e fino a poco fa non ce lo ricordavamo. Perché non ce lo ricordavamo? Perché non ne abbiamo approfittato? Perché finora mai nessuno aveva osato fare la voce grossa, da parte italiana, nei corridoi e nelle aule di Bruxelles.
Non parlo del Parlamento europeo, dove qualche deputato più o meno stravagante, per toni o per contenuti, ha fatto talvolta parlare di sé. Italiani in primis.
Parlo del Consiglio dell’UE, del Consiglio Europeo e della Commissione europea. In questi consessi, diciamolo, prima dell’attuale governo, anche durante Presidenza italiana, nessuno aveva fatto parlare dell’Italia. La “Italian issue”, anzi le “Italian issues” sono cosa recente. Si può essere più o meno d’accordo con Salvini, per carità. Io sono d’accordo, per alcuni contenuti. Quello che mi è piaciuto – aldilà dei contenuti – è stata la pervicacia, l’insistenza, la coerenza e la forza con cui questi contenuti sono stati espressi.
Lasciate stare, solo per un attimo, se siete o meno d’accordo e se mi caverete o meno gli occhi per quanto vi ho appena detto. Praticamente Salvini ha avuto l’abilità di mettere i famosi puntini sugli “i” (luogo comune!) a quei Paesi che lo facevano prima con noi. La differenza è che mentre gli altri puntano e puntavano il ditino verso di noi perché magari non eravamo puntuali nell’implementazione di qualche normativa, perché magari rispondevamo in maniera vaga a domande precise o perché eravamo comunque troppo prolissi, adesso abbiamo puntato noi il dito verso di loro. Lasciatemelo dire… sui dossier migration, relocation, repatriation e altri simili, l’Europa aveva ed ha proprio toppato nei riguardi del nostro Paese. E, secondo me, non c’è nulla di inumano nel dire che ogni Stato membro dovrebbe fare la sua parte, che non possiamo essere – con la Grecia – gli unici Paesi in cui l’Europa debba esercitare l’accoglienza. Non è possibile, non ce la facciamo. E prima di Salvini, lo dicevano anche i governi di sinistra (ai governi di sinistra va comunque reso il merito – il grande merito – di aver notevolmente diminuito il numero delle procedure di infrazione nei differenti settori in cui l’Italia era indietro normativamente). Diciamo che Salvini ha fatto in modo che si passasse dalle parole ai fatti. Abbiamo dato effettivamente fastidio. Abbiamo semplicemente chiesto che tutti – e non solo noi – fossero chiamati ad applicare le regole. Oggi la maggior parte degli Italiani con un minimo di erudizione conosce meglio, di sicuro, il diritto comunitario (prima dato in pasto ai soli addetti ai lavori), Dublino (più o meno), Frontex (ovviamente non ne conosce lo stato giuridico.. e l’Agenzia non si chiama neanche più così) e via discorrendo. Credo che in questo, stavolta, sia stata – a ragione – l’Italia a puntare il dito, grazie a Salvini. Forse avrei urlato meno. Ma ognuno ha il suo stile. Luogo comune.
Ma cosa smonta tutto questo? Cosa fa ridere gli altri di noi? Il fatto che siamo deficitari su molti altri fronti. Otteniamo una vittoria e dieci sconfitte. Luogo comune. Non siamo eurocrati. Non lo saremo mai.
Il problema è che a una strategia ben precisa nel settore affari interni, corrispondono strategie fumose sugli altri tavoli. Primi tra tutti i tavoli economico-finanziari. E’ inutile commentare i fatti di questi giorni. La procedura di infrazione, la cena tra il Presidente Conte e Juncker, i commenti prima e dopo la cena, la quota 100 e il reddito di cittadinanza. Tutte cose trite e ritrite dalla stampa nazionale ed estera. Io, personalmente, reputo scellerata la gestione di questi dossier in campo nazionale… e credo sia pressoché impossibile far capire agli eurocrati la presunta ed asserita bontà di alcuni provvedimenti macroeconomici come questi (ma figuriamoci!).
Il problema è che, per fare la voce grossa, bisognerebbe avere tutte le carte in regola. Allora è fastidioso sentire Junker che – seppur in un clima almeno apparentemente amichevole – dice di amare l’Italia perché da giovane, in Lussemburgo, era circondato da immigrati italiani. Che cosa vuol dire? Perché questa sottolineatura? Non poteva dire solo di amare l’Italia perché è un paese bellissimo e ricco di monumenti? Non avrebbe potuto utilizzare un luogo comune positivo?
Allora quello che a me non va giù è che proprio perché noi non siamo perfetti a tutto tondo, in tutti i settori, gli altri approfittano delle sbavature. Proprio perché è un luogo comune che in Italia i controlli non siano rigidi. Allora i gendarmi francesi scaricano migranti sui nostri confini, come fossero immondizia (ma che umanità è questa?)… gli svizzeri approfittano della notte per non accogliere nemmeno donne e bambini (no comment).
Insomma: qual è la ricetta per evitare luoghi comuni e risatine su di noi? Basterebbe, davvero, che ognuno facesse bene quel poco che gli è richiesto di fare. Affrontare le sfide europee sicuramente con spirito critico, ma ben sapendo che il sistema non si può scardinare con alzate di testa o con proposte folli, che mai saranno accettate. Il sistema si può cambiare, osservando le regole, dall’interno. In maniera silenziosa e costante. Bisognerebbe formare una classe dirigente che sin dalle scuole superiori possa ambire a ricoprire ruoli di prim’ordine nelle istituzioni europee. Bisognerebbe far capire alla popolazione che l’Europa non è qualcosa di altro da noi, ma è qualcosa di cui anche noi facciamo parte.
E questo è un altro bug del nostro sistema. Gli italiani (pochissimi) che ricoprono ruoli anche non di spicco nelle istituzioni UE ci sono arrivati con le proprie gambe. Vincitori di concorso, davvero qualificatissimi, impossibili da scartare o da bocciare, sono arrivati a Bruxelles e lì hanno messo la loro bandierina. Ho conosciuto italiani, nelle istituzioni, che fingevano di non capire che in una sala ci fossero dei connazionali, e rivolgersi a loro in inglese. Ho visto e sentito italiani dire di essere “della Commisisone” e, quindi, non propriamente italiani, in quella veste. Ma non credo sia colpa dei diretti interessati. Sono italiani che non sono stati sostenuti dal Paese, per arrivare dove sono arrivati. Sono italiani che talvolta si sono sentiti in in imbarazzo per i ritardi del nostro Paese. Altri Paesi conoscono in anticipo le posizioni aperte nelle istituzioni e pianificano per tempo, con una formazione mirata, chi dei loro dovrà riempire quella casella. Nel nostro settore esiste una formazione “europea” adeguata soltanto nel comparto difesa e sicurezza. I militari che vanno all’estero sotto egida UE svolgono corsi di formazione per quanto più possibile omogenei e, infatti, nei teatri operativi gestiti dall’UE, nell’ambito della PESC e della PSDC, l’Italia ha sempre stra-ben-figurato. Capacity building, peace making, stability policing, sono cose che abbiamo letteralmente inventato noi.
Le altre compagini ministeriali, ahimé, conservano nicchie di eccellenza isolate, che viaggiano in Europa o fuori da essa, ma con le sue insegne, senza un “addestramento” omogeneo, che in Patria li abbia preparati insieme agli altri pari-ruolo o pari-qualifica. Magistrati, professori, cooperanti, funzionari dei trasporti, dell’istruzione, delle comunicazioni, conoscono l’inglese perché magari lo hanno sempre coltivato da soli, a loro spese, e si sono affacciati solitariamente agli impegni europei. Qualcuno è in missione. Qualcuno è in aspettativa. Qualcuno è fuori ruolo. Indennità diverse, compensi diversi, compiti diversi ed obiettivi (nazionali) poco chiari. Chiarissimi sono invece gli scopi della loro missione, per l’Europa.
Se ci sforzassimo di rendere univoci gli sforzi, di mettere a sistema la nostra pregiatissima cultura giuridica ed amministrativa, di addestrare tutti coloro che a vario titolo vanno all’estero (non solo in Europa), se facessimo leva non solo sull’orgoglio e sulla preparazione personali, ma fornissimo una omogenea preparazione italo-europea, sicuramente avremmo italiani più responsabili, che varcano i confini nazionali per entrare in quelli europei, davvero a testa alta. Ed il nostro Paese ne trarrebbe un vantaggio di immagine (e non solo) addirittura (ne sono sicuro!) superiore a quello di altri Paesi.
Sfatando, finalmente i luoghi comuni.

 

 

L’intelligence ancora una volta tra i banchi universitari: in Calabria il primo corso di laurea in “Intelligence ed analisi del rischio”

INNOVAZIONE/Policy/Report/SICUREZZA di

Rende (Cosenza): – Varie volte, ed a vario titolo, European Affairs si è occupato di intelligence. Abbiamo spesso fatto riferimento alle varie forme, anche registrate storicamente, in cui tale disciplina è ed è stata applicata, discussa e studiata. Ci siamo occupati dello studio dell’intelligence in quanto scienza sociale ed in quanto materia universitaria

“Il Polo di Rende”, sede dell’Università della Calabria

proprio in questo articolo. Bene, l’opera di sdoganamento dell’intelligence quale disciplina di studio – di cui la società non può più fare a meno – continua sempre in Calabria, proprio nella sede dell’Ateneo a cui ci siamo riferiti poco più di un anno fa. L’Università della Calabria, ha infatti inaugurato, ieri 4 luglio 2018, il primo corso di Laurea in Intelligence ed Analisi del Rischio, incardinato nella classe Scienze della Difesa e della sicurezza, presso il Dipartimento di Lingue e Scienze dell’Educazione dell’Ateneo (il leaflet è scaricabile qui) . La Laurea Magistrale in Intelligence e Analisi del Rischio, erede delle precedenti e riuscitissime edizioni del Master in Intelligence (percorso formativo di 2° livello, che continuerà ad esistere) si propone di sviluppare abilità e competenze funzionali a valutare le diverse tipologie di rischio presenti negli aspetti operativi e di localizzazione delle organizzazioni complesse.

In un contesto caratterizzato da processi di despazializzazione e di rispazializzazione, nel quale si intrecciano fitte reti di interdipendenza nei diversi ambiti istituzionali, si producono infatti rischi e minacce per la sicurezza in campi diversi. Lo abbiamo detto anche noi, nei nostri convegni e, e scritto tante volte, ogni giorno, nei nostri articoli. Tale concetto, negli ultimi anni, ha acquisito significati più ampi che interessano la politica, ma anche l’ambiente, l’alimentazione, le comunicazioni, l’intelligenza artificiale, la criminalità. La crescente difficoltà regolativa derivante dall’aumento di complessità della società richiede decisioni rapide ed efficaci. Il nuovo percorso si propone proprio di formare le figure che dovranno raccogliere, selezionare e analizzare informazioni rilevanti proprio in questi delicatissimi processi decisionali. Ma l’intelligence non è solo spionaggio, impermeabili beige, barbe finte o intercettazioni. Esiste, a titolo esemplificativo e non esaustivo, anche una intelligence economica che si affianca alle altre forme di intelligence, e che giova particolarmente anche agli interessi aziendali e finanziari di privati e multinazionali, oltre che strategici e di difesa degli interessi economici di uno Stato.  Quindi, lo studio dell’intelligence non è solo una questione per pochi e selezionati addetti ai lavori. La materia merita certo l’attenzione di addetti ai lavori ed esperti, ma anche di studiosi e di studenti e di chiunque voglia avvicinarsi al mondo del lavoro con un background ed una preparazione diversi, multidisciplinari, e per questo open-minded e flessibili.

Un momento della presentazione del corso, presso l’aula “Andreatta” dell’Università della Calabria

Il corso è stato presentato nella prestigiosa sala stampa dell’Aula Magna “Beniamino Andreatta” dell’Università della Calabria. I lavori sono stati presieduti dal direttore del Dipartimento di Lingue e Scienze dell’Educazione, Roberto Guarasci, che ha sottolineato come “il corso di Laurea in Intelligence è il risultato della collaborazione di tre Dipartimenti con competenze diverse che integrano i saperi umanistici con quelli scientifici per rispondere alla complessità di questo tempo”. Il magnifico rettore dell’Ateneo calabro, Gino Mirocle Crisci, nella circostanza, ed a sostegno della bontà dell’iniziativa scientifica, ha riferito ai cronisti di aver “maturato il convincimento dell’utilità dello studio dell’intelligence nelle università italiane poiché riguarda la conoscenza che è prerogativa delle Università. Parlare di intelligence significa offrire ai nostri studenti una maggiore consapevolezza di quelli che saranno gli eventi futuri e quindi aumentare le opportunità”. Il rettore ha poi ricordato che questo nuovo corso di laurea si inserisce nella fase di crescita dell’ateneo calabrese che proprio ne giorni scorsi ha ricevuto un significativo riconoscimento da parte del CENSIS che lo ha considerato il secondo ateneo d’Italia tra quelli collocati tra i 20 e 40 mila iscritti. Francesca Guerriero, vice direttore del Dipartimento di Ingegneria Meccanica, Energetica e Gestionale – anch’esso coinvolto nell’iniziativa formativa –  ha sostenuto che il  contributo del suo Dipartimento “riguarderà l’analisi del rischio poiché sarà importante l’utilizzo di tecniche che consentano di prendere decisioni in condizioni di grande pericolo e in un ambito di sistemi complessi. Sviluppare la capacità di prevedere queste situazioni è un aspetto fondamentale del corso in Intelligence”. Anche Franco Rubino, direttore del Dipartimento di Scienze Aziendali e Giuridiche, ha sottolineato il raccordo con il mondo del lavoro, tenendo conto degli aspetti legati all’intelligence economica che è sempre più strategica per gli Stati. Per Piero Fantozzi, professore di Teorie della regolazione e della sicurezza, “il tema dell’intelligence è relativo al contesto in cui questa scienza si esplica ed è poi intimamente collegato alla sicurezza della comunità”.

Ha chiuso la presentazione Mario Caligiuri, direttore del Master in Intelligence, per il quale “questo primo corso di

Da sinistra, Francesca Guerriero, Mario Caligiuri, Gino M. Crisci, Roberto Guarasci, Franco Rubino e Piero Fantozzi.

laurea in Italia è il frutto di un percorso scientifico e culturale iniziato circa venti anni fa e che ha visto il coinvolgimento di intellettuali, studiosi e uomini dello Stato di grande rilievo. Questa iniziativa oggi intende essere un laboratorio di sperimentazione che intende aprire una riflessione sui saperi del XXI secolo, rappresentando un punto di incontro tra discipline scientifiche e umanistiche. L’intelligence è il tempo del futuro e consente l’interpretazione del presente, essendo uno strumento indispensabile per cittadini, imprese e Stati per comprendere la realtà offuscata dalla disinformazione”. 

A Mario Caligiuri, professore, giornalista ed attivissimo scrittore, si deve proprio il merito, l’idea ed il plauso di aver studiato l’intelligence, per la prima volta in Italia, da vari punti di vista e sotto diverse prospettive, in funzione di contrasto al crimine, nei rapporti con le differenti scienze sociali, con la magistratura e le forze di polizia, sotto gli aspetti della cybercriminalità e della geopolitica, fino a giungere ad una intelligence che soccorra i governi per arginare gli aspetti più pericolosi del traffico di migranti e dell’immigrazione irregolare ed incontrollata, in quanto fenomeni criminali (e ovviamente non in chiave politica). E, sicuramente, ne vedremo ancora delle belle….

Alla conferenza stampa ha partecipato anche una delegazione del Liceo Classico “Campanella” di Reggio Calabria, guidata dalla dirigente Maria Rosaria Rao, che sta svolgendo con l’Ateneo di Arcavacata un innovativo progetto sull’educazione all’intelligence. Ed anche questo è un segnale importantissimo.

Una prospettiva del “campus” dell’UniCal

Se ogni cittadino, sin dalle ultime fasi dell’adolescenza, fosse informato davvero sui principali aspetti – anche solo basilari – della sicurezza non potremmo che trarne tutti beneficio. Cittadini più attivi e più attenti a determinati particolari potrebbero contribuire ad un maggior senso si responsabilità collettiva, anche non necessariamente arruolandosi in un’agenzia governativa.  La cultura dell’intelligence e, più in generale, della sicurezza, non può non tradursi anche in una società più sicura. Una società più sicura – o, quanto meno, con una percezione di sicurezza più elevata – non può non essere una società più ricca, più attiva e più protagonista nelle sfide sociali ed economiche che la attendono.

Il corso di laurea di cui abbiamo parlato, insieme agli altri percorsi simili ideati dal professor Caligiuri e dal suo Ateneo, contribuiscono sicuramente a dotare l’Italia di professionisti migliori e di una società migliore.

“Nome in codice Gladio”. Seconda puntata.

BOOKREPORTER/Difesa di

Ancora un approfondimento su una pagina poco conosciuta della storia italiana.

Come promesso in un precedente articolo di European Affairs (qui), siamo ritornati di nuovo sull’argomento “Gladio”, che ci affascina proprio perché rappresenta un fenomeno storico unico nel suo genere, in grado di fondere insieme politica, geopolitica, storia, intelligence e difesa.

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Domenico Martinelli
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