GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Domenico Martinelli

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Quis contra Nos? Fiume d’Italia e i 100 anni della Carta del Carnaro.

STORIA di

L’8 settembre è normalmente ricordato per la firma dell’armistizio del 1943, che pose fine alla seconda guerra mondiale e che diede il via ad una sanguinosa e tragica guerra civile nel nostro Paese, i cui effetti – ahinoi! – si vedono ancora oggi.
Ma l’8 settembre del 2020 si festeggia una ricorrenza più importante per altri motivi, di natura sicuramente più nobile, dal valore storico inenarrabile e dal significato giuridico senza pari.
Stiamo parlando del centenario della promulgazione della Carta del Carnaro, che ricorre oggi.
La Carta del Carnaro – così denominata dai più – era la Costituzione, la legge fondamentale di cui si era dotata la Reggenza Italiana del Carnaro: una città-stato, di forma repubblicana, inizialmente auto-annessasi al Regno d’Italia e poi dichiaratasi di fatto indipendente, nel corso dello svolgersi dei vari capitoli dell’impresa dannunziana di Fiume d’Italia.
Non ci soffermeremo affatto sull’epopea fiumana o sul mito, la leggenda, la figura e l’inimitabile vita di D’Annunzio.
Solo l’ingresso a Fiume d’Italia, il primo capitolo di questa avventura, meriterebbe svariati volumi per essere raccontato con adeguata passione e con il rigore storico che merita.
Per non parlare di quello che Fiume d’Italia è stata, nei mesi successivi alla “Santa Entrata”, da un punto di vista militare, politico, sociale, ideologico, spirituale e via discorrendo.
La premessa fondamentale, a proposito di ideologia, è che Fiume d’Italia ed il dannunzianesimo non c’entrano assolutamente nulla con il fascismo.
Il militarismo e l’arditismo, ed anche la violenza, che hanno caratterizzato i pochi mesi di vita di questa città libera ed indipendente, nulla hanno a che fare con i colori, i miti, i motti ed i costumi del fascismo.
Fu Mussolini a copiare in toto la simbologia e la mitologia militarista e superomistica di D’Annunzio e dell’esperienza fiumana. Pensate solo a “eja eja alalà”… che era un motto di guerra, rispolverato dal Vate per galvanizzare i suoi legionari e che egli stesso aveva ripreso dal mito greco dell’Alalà: una divinità che aleggiava sui campi di battaglia, figlia di Pòlemos, invocata dagli opliti prima della guerra.
Il corollario a questa premessa è che Mussolini fu sicuramente, per sua convenienza e solo inizialmente, un sostenitore della causa fiumana e di D’Annunzio. Ma D’Annunzio non fu mai fascista e -come è noto – durante il ventennio fu confinato ed isolato dal regime, che lo aveva di fatto depauperato della sua immagine, con cui il Vate ben avrebbe potuto mettere in ombra quella del duce.
Ma torniamo a noi: la Carta del Carnaro.
Fu scritta dal famoso sindacalista Alceste de Ambris, interventista e di cifra socialista.
Ovviamente anche D’Annunzio, il Comandante, ci mise mano e conferì alla carta costituzionale quel sapore poetico e lirico che probabilmente non esiste in altri documenti di matrice giuridica.
Se pensiamo a quanto successe in Italia negli anni successivi all’ esperienza fiumana – anni di censura, di omicidi di Stato, di guerra, di liberticidi – la carta di Fiume d’Italia assume ancora maggiore importanza e dovrebbe costituire un monito per il Legislatore, anche per quello di oggi.
Ma stiamo parlando del 1920!
Fino ad allora, non era esistita una legge fondamentale che fosse così improntata al rispetto della libertà e, diciamocela tutta, dell’amore nel senso più elevato del temine.
Gli articoli della carta parlavano di democrazia diretta, di autonomia, di sovranità dei cittadini.
I cittadini erano uguali, senza distinzioni di sesso, razza, lingua, religione e censo.
Si parlava già di decentramento, di salario minimo, di istruzione primaria obbligatoria e di assistenza in caso di malattia e disoccupazione.
Ma esisteva anche il principio dell’inviolabilità del domicilio, della proprietà privata, del risarcimento in caso di errori giudiziari o di abuso di potere da parte dello Stato.
Preso in prestito dalla Common Law, esisteva anche diritto all’habeas corpus, ossia il diritto – per un cittadino arrestato o detenuto – di essere portato innanzi ad un giudice che verificasse il suo stato di salute e valutasse la legittimità della sua detenzione.
Esistevano la libertà di religione, il suffragio universale ed una suddivisione della società in corporazioni (che, solo in parte, fu ripresa dal corporativismo di stampo fascista negli anni successivi).
Esisteva la figura del Comandante, un reggente temporaneo, che governava con pieni poteri lo Stato solo in caso di estrema urgenza e necessità.
Per il resto, esistevano dei ministeri, un apparato giudiziario molto articolato e complesso – e dalla lettura della carta si evince chiaramente quale e quanto fosse l’interesse di quel Legislatore verso un corretto funzionamento della giustizia – ed un notevole interesse era riposto anche nell’istruzione.
Non parliamo della difesa della Patria e del sistema militare di Fiume d’Italia. Dovremmo scrivere un poema. Ma davvero un poema nel senso letterale del termine.
Come tutti sappiamo, con il “Natale di sangue”, la vita di Fiume d’Italia finì molto presto, troppo presto. Le convenienze politiche e le questioni politiche internazionali dell’epoca preferirono la ragion di stato al senso di patriottismo e di coesione nazionale.
Tuttavia, oggi, di Fiume d’Italia e della sua legge fondamentale rimane l’idea.
Quest’idea – unica ed originalissima in tutte le sue sfaccettature – proprio perché si tramutò in una costituzione repubblicana liberale e democratica ante-litteram va studiata ed approfondita.
Molte idee ed ideali di democrazia che la carta propugna sono di difficile e concreta attuazione ancora oggi.
Personalmente, dopo aver letto svariate pubblicazioni su D’Annunzio, sull’esperienza fiumana, sulla vita a Fiume d’Italia, penso che – nella pur breve parentesi di questa esperienza tutta italiana – la costituzione dell’epoca fosse stata applicata in pieno, in termini di libertà, senso di appartenenza alla comunità, costumi e spiritualità.
Fiume d’Italia fu anche la sede della Lega internazionale dei popoli oppressi e si fece promotrice e creatrice di una rete di attivisti nel campo dei diritti e

del desiderio di rivalsa di altre Nazioni (non Stati, non paesi, ma “Nazioni”), anche molto lontane dall’Italia, ma che già allora pretendevano il giusto riconoscimento, le giuste libertà, ed il giusto rispetto.
Leggete di Fiume d’Italia, leggete di D’Annunzio, leggete la Carta del Carnaro: non potrete far altro che abbeverarvi ad una fonte libertà e di idee, di amor di Patria, di civismo, di amore di sé e di cultura.

 

Domenico Martinelli

Quando tutto sarà finito… O quasi… Parte 2….

SICUREZZA/SOCIETA' di

Tempo fa su EuropeanAffairs.it avevamo ipotizzato quale potesse essere uno scenario auspicabile per la considerazione di cui le Forze Armate e di Polizia dovrebbero godere presso la popolazione e presso le autorità, dopo l’impegno profuso durante l’emergenza Covid19.

In quell’articolo auspicavamo che le Forze Armate e in particolare l’Esercito potessero finalmente assurgere a quell’aura di sacralità da cui sono avvolti i corpi militari (e di polizia) negli altri Stati, europei e non, specie a seguito dell’impegno profuso in caso di calamità e disastri naturali.
Ahinoi, ciò non è avvenuto!
E’ ormai entrata nella storia recente l’immagine dei soldati che trasportano i banchi di scuola presso gli istituti scolastici che si preparano ad accogliere gli studenti dopo la riapertura, a seguito del lungo lockdown. v Continue reading “Quando tutto sarà finito… O quasi… Parte 2….” »

Qualche riflessione per prepararci al prossimo 2 giugno

Politics di
Una delle tante evoluzioni delle Frecce Tricolori

Tra qualche giorno in occasione del 2 giugno,  festa della Repubblica, le Frecce Tricolori – orgoglio nazionale – sorvoleranno i cieli d’Italia. 
La consueta parata militare non si potrà tenere per ovvi motivi di sicurezza dei militari che sfilano e del pubblico che potrebbe assembrarsi per ammirarli.
Sicuramente il volo delle frecce tricolori sarà criticato da qualche antimilitarista, più o meno sabotatore della politica di difesa nazionale, che lamenterà il costo esoso del carburante dei velivoli e che coglierà l’occasione per ribadire quanto sia costosa oggi la difesa in Italia, gli F35, e in generale tutto ciò che sia riferibile allo specifico comparto (diceva il Vate: “non timeo culices!”)
La parata non si terrà, e direi anche giustamente. 
Mi rattrista però pensare che, qualora non ci fosse stata l’epidemia, la parata si sarebbe tenuta con l’ormai consueta e trendy dimostrazione di austerity. 
Mi spiego meglio: da tanti anni ormai la parata si celebra con sempre meno reparti militari in campo, sempre meno carri armati, sempre meno missili, e sempre più componenti civili che sfilano unitamente agli appartenenti al comparto difesa e sicurezza. 
In pratica, bisogna far vedere a tutti che abbiamo delle Forze Armate, ma bisogna vergognarsi di far vedere quante ne abbiamo, quante indennità di missione siano state liquidate al personale per intervenire alla parata, e comunque bisogna mostrarsi militari, ma non troppo bellicosi e non troppo combattivi.
Come se una squadra di rugby esibisse giocatori sottopeso o smilzi per fare in modo che non si dica che il rugby è uno sport che richiede prestanza fisica, sacrificio, una certa muscolatura ecc. ecc.. 
Tralascio al riguardo considerazioni politiche, ma lascio al lettore intendere quale sia la contraddizione – purtroppo non solo in termini – di voler organizzare una parata militare, che però non sia troppo militare.
Difficile anche da concepire filosoficamente.

Questo senza nulla togliere a chi presta servizio civile, o magari appartiene a corpi civili o non armati dello Stato – penso alla Protezione Civile ed ai Vigili del Fuoco o alla Polizia Municipale – che svolgono un lavoro degnissimo, indispensabile, troppe volte sottovalutato e senza il quale la nostra Repubblica sarebbe davvero persa. 
La parata militare dovrebbe essere semplicemente, orgogliosamente ed anche spocchiosamente una parata militare.
Superato questo fin troppo lungo inciso sulla sfilata, ritengo sarebbe giusta una riflessione sulla necessità di non disperdere il senso di patriottismo che buona parte degli italiani hanno ritrovato, riscoperto o conosciuto ex novo in questo periodo di tragica pandemia. Francamente in questi giorni io non ho mai cantato l’Inno d’Italia – chiamato così da tutti, ma ben sappiamo che il nostro inno si intitola “Canto degli Italiani” – perché mi sembrava un’esternazione troppo goliardica di un momento, quale quello del canto dell’inno nazionale, che dovrebbe essere connotato da maggiore rispetto e sacralità. 

Durante l’esecuzione dell’inno non si balla, non si gesticola, si resta fermi, si ascolta o si canta… senza la mano sul cuore (non siamo americani!).
Tuttavia ho apprezzato l’iniziativa  ed anche quella di esporre tricolori un po’ dappertutto.

Patriottismo e coronavirus (fonte: www.lasesia.vercelli.it)

Il patriottismo che ha permeato i nostri cuori in questi giorni non è né di destra né di sinistra: non tutto ciò che è nazionale è beceramente  “fascista”, e non tutto ciò che è internazionale è beceramente “comunista”. 
Ragionare secondo questi schemi categorici, ora come allora, è stupido, ipocrita e anacronistico. 
Sarebbe bello che ognuno conservasse questo attaccamento all’idea di Nazione, di Patria, di tricolore e di italianità.
Ritengo sia molto sbagliato ricorrere ai nostri simboli nazionali solo durante un incontro di calcio o solo ed esclusivamente quando sia capitato qualche guaio, quando si senta collettivamente il bisogno di appellarci a qualcosa che ci unisca tutti. 
Guardate proprio gli americani: siano essi repubblicani o democratici, i nostri cugini d’oltremare sono tutti estremamente nazionalisti – in senso buono – e mettono i loro colori, i loro simboli unitari, il loro inno, l’esaltazione delle Forze Armate davvero dovunque e dappertutto. 
Sarebbe bello che, asciugate le lacrime per i nostri innumerevoli morti, figli d’Italia che hanno pagato lo scotto di una minore conoscenza di questo perfido virus, tutti portassimo con noi questo sentimento di appartenenza nazionale.
Sarebbe bello che tutti – dopo aver imparato ad utilizzare Zoom, Google meet, l’identità digitale ed il sito dell’Inps – imparassimo ad utilizzare quotidianamente questo fiero sentimento di orgoglio nazionale e di patriottismo per migliorare il nostro lavoro, la nostra famiglia, la nostra società.
La parola patriottismo, spesso associata solo a movimenti di destra, dovrebbe essere invece una parola totalmente priva di colore politico. 
Il patriottismo non è fanatismo fazioso, non dovrebbe appartenere solo a pochi (spesso solo ai militari!), ma dovrebbe contraddistinguere ogni cittadino italiano a prescindere dal suo credo politico e dalle sue abitudini di vita.

Carabinieri a cavallo in parata sui Fori Imperiali

Se tutti condividessimo questo senso patriottico di appartenenza alla Nazione saremmo ancora uniti nel cantare il nostro inno e nello sventolare la nostra bandiera, ricordandoci di questi simboli anche in questi ultimi giorni, in cui ci è stato concesso di uscire, di incontrarci, di avviare una forma moderata di socialità e di viaggiare all’interno delle Regioni.
Dovremmo cercare tutti di non disperdere i sentimenti e l’orgoglio di appartenenza nazionale, di italianità, di speranza nei destini della nostra Patria anche quando il coronavirus sarà solo un lontano ricordo.
Ricordiamoci invece di quanto i nostri simboli ed i nostri colori ci abbiano unito e ci abbiano fatto sentire vivi e fiduciosi che tutto sarebbe andato bene.

Ripartono i workshop di approfondimento in “Psicologia giuridico forense”

Senza categoria di

Ripartono i workshop di approfondimento in “Psicologia giuridico forense” L’emergenza coronavirus non ha fermato l’attività didattica del Centro per gli Studi Criminologici Giuridici e Sociologici di Viterbo.
È infatti indetto il nuovo ciclo 2020 dei workshop di approfondimento in “psicologia giuridico forense”.
I corsi saranno erogati in modalità interamente on-line, così come previsto dalle recenti disposizioni volte a garantire la sicurezza dei discenti e dei formatori. Continue reading “Ripartono i workshop di approfondimento in “Psicologia giuridico forense”” »

Quando tutto sarà finito. La necessità di ripensare all’importanza sociale dello strumento militare.

SICUREZZA/SOCIETA' di

Si vis pacem para bellum. E’ un antico motto romano trito e ritrito sui siti che parlano di geopolitica e di analisi delle questioni militari. Ma anche oggi è più che mai attuale e coerente con il quadro situazionale. La guerra che combattiamo non è più contro una possibile invasione dei carri armati dell’URSS, ma è pur sempre una guerra. Contro il virus e contro noi stessi.

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“Bitcoin Forensics e Intelligence sulla Blockchain”. Un saggio per investigatori, ma non solo.

BOOKREPORTER/Tech & Cyber di

Nell’era dell’intelligenza artificiale, dell’internet delle cose e del 5G che stanno cambiando e cambieranno la nostra vita di tutti i giorni, forse fino a stravolgerla del tutto, non tutti sappiamo esattamente cosa siano le criptovalute o come utilizzare la blockchain. 

Il libro “Bitcoin Forensics e Intelligence sulla Blockchain. Aspetti giuridici, economici, fiscali ed investigativi delle criptovalute“, edito dal Capitolo Italiano dell’IISFA – Information Systems Forensics Association Italian Chapter, ed acquistabile anche tramite questo link,  ce lo spiega, rivolgendosi sicuramente ad un pubblico che abbia almeno una conoscenza di base degli argomenti oggetto di trattazione, magari sorretta anche solo da un semplice desiderio di approfondimento.

L’insegnamento di base di questo libro, secondo chi scrive, è che non occorre in nessun modo essere degli ingegneri informatici per comprendere il funzionamento delle criptovalute e della blockchain, ma sicuramente occorre volerle davvero studiare approfonditamente per carpirne al meglio il funzionamento e gli usi possibili, che non sono necessariamente illeciti o oscuri.

Altra premessa fondamentale per avvicinarsi alla lettura di questo libro – che pur trattando di argomenti complessi è scritto con uno stile scorrevole e fluente – è conoscere il background culturale e professionale degli autori.
Scritto “a otto mani”, il testo è stato infatti redatto da Giovanni Reccia, Fabio Pascucci e Marco Stella – Ufficiali superiori del Corpo della Guardia di Finanza, impegnati in una lunga carriera, dall’Alpi a Sicilia, in cui si intrecciano impegni operativi, gravosi incarichi di Stato Maggiore, passione per la legalità – e dal dottore di ricerca Paolo Dal Checco, docente e consulente tecnico d’ufficio e di parte, con un retroterra scientifico e didattico di tutto riguardo, esperto di OSINT e di tecnologie applicate alla sicurezza, che approfondisce nella sua attività di informatico forense.

Per capire a fondo il dossier criptovalute occorre infatti affiancare a delle approfondite conoscenze giuridiche – che tengano conto anche dei più recenti orientamenti giurisprudenziali nazionali e sovranazionali – delle indubbie capacità e conoscenze tecniche e scientifiche.

Differentemente non si può capire perché i  famosi bitcoin (e le altre meno note criptovalute come Monero, Ethereum, Ripple, Litecoin) lambiscano un confine sostanzialmente rischioso per chi decide, in buona fede, di affidarsi ad intermediari per investire in un nuovo business, e costituiscano invece un porto sicuro per chi è dedito al malaffare, al money laundering, alle speculazioni ed all’occultamento di beni e capitali.
Come nascono i bitcoin? Sapete che c’è differenza tra Bitcoin (con la “b” maiuscola) e bitcoin (con la “b” minuscola)? Chi li “fabbrica”? Chi o cosa ne certifica il valore e la validità? Lo scoprirete e lo capirete in questo libro.

Da non sottovalutare anche il tema della blockchain che, come tutte le cose virtuali, si presta ad usi leciti – con risvolti davvero utili nel settore pubblico ed in quello privato – ed anche illeciti, perché consente operazioni il cui tracciamento, se non impossibile, rimane comunque molto difficile.
Un groviglio in cui – quasi come in un thriller science fiction – numerose operazioni finanziarie barely legal – o per niente legal – si incrociano con monete emesse da enti differenti dalle banche centrali,  con un sistema certificatore costituito “da blocchi”, e con il profondo abisso del dark web.

E qui interviene l’aspetto investigativo dell’intera tematica.
Chi conosce a fondo una tecnologia sa perfettamente quanto a fondo gli utenti della stessa possano spingersi, in termini leciti o illeciti. Chi investiga un crimine sa bene quanto abietto possa a volte divenire il comportamento umano.
E così, alla tecnologia si affiancano il pericolo dell’evasione fiscale e del riciclaggio: il possesso di criptovalute è infatti di non facile inquadramento da un punto di vista fiscale e tributario (e questo libro consente anche un veloce ripasso della disciplina normativa su imposte dirette ed indirette, senza trascurare anche di citare alcune brillanti operazioni delle Fiamme Gialle in questo particolare contesto).

Lo studio dei bitcoin e della blockchain consente anche di svolgere delle vere e proprie attività di intelligence a tavolino. Le tecniche di social network analysis infatti, consentono di studiare i flussi delle operazioni compiute con questi nuovi strumenti che – mediante l’impiego di apposite tecniche di visualizzazione dei dati – consentono agli investigatori di giungere al bandolo della matassa.
Esistono tecniche di clustering e tagging messe in campo per contrastare il cybercrime, che vengono illustrate attentamente nel testo.
Qui, bisogna ammetterlo, la lettura si complica un po’, ma chi ha una base culturale ampia – non necessariamente investigativa – può capire l’obiettivo della pubblicazione.
Pensate ai virus ransomware, ai flussi di denaro che generano, alle organizzazioni criminali che li gestiscono, alle minacce alla sicurezza – pubblica e privata – che viene perpetrata in modo sempre più capillare ed organizzato e con tecniche sempre più sofisticate. E’ il cybercrime, appunto.

Ciò che un uomo può inventare, un altro può scoprire

Il pericolo proveniente dalla rete  è ormai oggetto dell’attenzione di varie organizzazioni internazionali – securitarie e non – e tutti i servizi di informazione e sicurezza e le Forze di Polizia del mondo (più Interpol ed Europol) si sono attrezzati e  si migliorano ogni giorno per combattere questa guerra che si svolge su un fronte totalmente liquido e incontrollabile, oltre il quale si cela una minaccia che il più delle volte risulta essere indefinita e asimmetrica.

Poi ci sono i risvolti giuridici e forensi. Aspetti tipici delle aule di tribunale. Si possono sequestrare i bitcoin? Si possono dissequestrare? E’ possibile approcciarsi a questo mondo in maniera lecita e coerentemente corretta con la nostra legislazione penale e tributaria? Quali sono gli errori che commettono gli investigatori nel ricercare la prova o l’indizio di un crimine in questo ambito? Quali sono gli errori che commettono i difensori che debbano prestare la propria opera per dimostrare la legittimità di un’azione in questo settore?

A questo e ad altri numerosi quesiti troveranno risposta i lettori di questo libro. Scritto – lo ripetiamo – per un lettore attento e per un pubblico naturalmente selezionato sulla scorta della sua base culturale, scientifica o giuridica, ma anche per chi voglia compiere il primo passo per affacciarsi in questo mondo, tutto da approfondire e da scoprire.

Ad ogni tipologia di lettore, comunque, non sfuggirà una cosa: quello cyber è un mondo in cui, anche se ci si sa muovere, si lasciano tracce. Sempre.

Nel bene e nel male.

Domenico Martinelli

 

Articolo comparso anche sulla rivista scientifica euNOMIKA a questo link

“Nome in codice Gladio”. Presto un secondo volume sull’epopea della Stay behind italiana.

BOOKREPORTER/Difesa/FUORI DAL CORO di

Un po’ di tempo fa sono stati necessari due articoli (qui  e qui) su European Affairs Magazine per spiegare meglio ai lettori cosa fosse Gladio, vista da un’altra prospettiva, in parte non conforme a quanto negli anni era stato detto, scritto e raccontato da molti.

Per farlo, abbiamo approfittato dell’opera di Mirko Crocoli, “Nome in codice Gladio” uscita circa un anno e mezzo fa per i tipi di A.Car. Edizioni, e già ristampata due volte, ed abbiamo intervistato sia l’autore che il Generale Inzerilli, capo dell’organizzazione Gladio.

Grazie a quelle interviste ed alla lettura del libro, ci siamo fatti l’idea di come Gladio fosse un’organizzazione che nulla aveva a che vedere con l’aura di complottismo di cui, nel tempo, la storiografia ed il giornalismo di massa l’avevano ammantata.

All’epoca cercammo di fornire una versione per quanto più possibile tecnica – sotto il profilo militare e delle teorie sull’intelligence – volutamente

La copertina del primo volume, “Nome in codice Gladio”.

apolitica e, possibilmente anche costruttivamente critica.

Di sicuro gli appartenenti civili e militari di Gladio erano spinti da un sincero amor di Patria, perché sacrificarono tempo, energie, lavoro, denaro e – purtroppo – anche la reputazione per servire un’organizzazione, di cui la storiografia ufficiale ha poi disconosciuto l’impegno, il valore, il senso di appartenenza e la spinta idealistica.

Ma questo articolo non vuole essere una ripetizione di quanto già scritto. Invito i lettori e cliccare sui link che ho riportato, e potranno agevolmente farsi un’idea o rinfrescarsela.

Quello che mi preme qui sottoporre all’attenzione dei lettori e dei cultori di queste materie, è che l’autore Crocoli ci ha comunicato di avere in animo di dare alle stampe un nuovo volume sull’epopea della Stay behind italiana, scritto a quattro mani con il già citato Ufficiale. Il Generale conserva infatti ancora storie, foto, informazioni e dati inediti, che potranno confluire in questo sequel al primo libro scritto con Crocoli.

Mentre infatti il primo volume, che abbiamo recensito con i nostri articoli-intervista, si è occupato – anche sotto un profilo strettamente tecnico – della sorte della componente militare di Gladio, il secondo volume dovrebbe concentrarsi sulla gogna mediatica e sui numerosi problemi causati dallo scandalo del 1990 in danno della componente civile di Gladio, composta dai famosi 622 “Gladiatori”.

Secondo quanto ci è stato dichiarato, “Crocoli ha raccolto con fatica nell’ultimo anno solare decine di testimonianze di “reduci” della Stay-Behind sparsi in tutta Italia. Quelli ancora in vita e altri che hanno lasciato ai posteri confessioni segrete, intime e personali.” Il tutto per confezionare “un plico straordinario che mette insieme emozioni e dati storici inequivocabili. Gioie, ricordi, passione, lacrime e dolore“.

Inoltre, non è escluso che nelle pagine del libro in uscita vengano esperiti degli approfondimenti anche su altre organizzazioni, più di qualche volta erroneamente definite simili a Gladio, ma ontologicamente molto diverse anche soltanto per il fatto di essere fortemente ideologizzate e politicamente colorate. Diverse, probabilmente, anche e soprattutto perché se n’è parlato sempre poco ed in maniera sommessa.

Il lavoro, corposo, dovrebbe culminare con la pubblicazione del nuovo volume all’inizio del 2020, con la speranza che esso possa davvero “raccontare la verità, talvolta negata o mistificata”.

Proprio perché la ricerca della verità comporta un impegno certosino e meticoloso, e richiede talvolta di compiere scelte difficili, esponendosi a responsabilità ed a critiche, auguriamo di cuore buon lavoro agli autori del prossimo volume in uscita. E non vediamo l’ora di leggerlo.

“Operare Embedded e comunicare in operazioni Dual Use dell’Esercito”. Giunge alla 6^ edizione il corso per giornalisti ed operatori civili in contesti instabili.

BreakingNews/Defence/Difesa di

 

Giornalisti alle prese con l’addestramento NBCR

In molte occasioni, su varie riviste – e ovviamente anche su questa – si è parlato varie volte delle attività che il Centro Studi Roma3000 e la sua European Safaety Academy, entrambi diretti dal giornalista Alessandro Conte, svolgono ed hanno svolto in favore dei cronisti impegnati in aree di crisi.

Negli anni, inoltre, la formazione si è estesa anche ad altre figure che, per vari motivi, sono chiamate ad operare in contesti instabili e dove una formazione tecnica, culturale e pratica sono indispensabili.

Il noto corso “Operare Embedded in aree di crisi“, giunto ormai alla sua 6a edizione, quest’anno farà infatti il focus proprio sulle attività degli operatori umanitari e, ovviamente, dei reporter. Quest’anno, però ‒ stante l’ampliamento delle competenze delle Forze Armate e dell’Esercito in particolare – anche il corso si è perfezionato, e si è in parte modificato, con le opportune integrazioni, sul nuovo modello “Dual Use”.

Ecco allora che il titolo dell’attività formativa è diventato, per l’esattezza, “Operare Embedded e comunicare in operazioni Dual Use dell’Esercito”. Scopo dell’iter formativo è dotare i partecipanti della consapevolezza e degli strumenti per prevenire le situazioni di rischio e per conoscere le modalità per operare in maniera coordinata con l’Esercito nelle operazioni Dual Use, sia in territorio nazionale che nei teatri internazionali.

L’iniziativa verrà organizzata a L’Aquila, presso il 9° Reggimento Alpini, in collaborazione con lo Stato Maggiore della Difesa e lo Stato Maggiore dell’Esercito.

Nata dall’esperienza del Centro Studi Roma 3000 e dei suoi collaboratori, la European Safety Academy è nata proprio con l’obiettivo di promuovere la sicurezza sul lavoro di chi opera in aree di crisi o instabili, come i reporter, gli operatori della comunicazione, i volontari delle ONG, i tecnici specializzati che operano su impianti in zone pericolose.

L’obiettivo dell’Academy è quello di  promuovere la cultura della sicurezza degli operatori civili che devono operare in aree instabili, sensibilizzare queste

Un esempio di Reporter embedded, all’opera in area di crisi

categorie di personale a valutare con maggiore attenzione i possibili pericoli. L’attività formativa proposta dall’European Safaety Academy si completa di norma anche con lo studio di dossier informativi sulle aree interessate, attraverso valutazioni di rischio delle attività in corso in quei luoghi, ed assicurando una formazione specifica del personale.

Il corso di cui parliamo stavoltariservato a giornalisti e operatori civili delle organizzazioni di volontariato e soccorso ‒ si sostanzia di tre giorni di esercitazioni ed erogazione di contenuti, volti ad aumentare la percezione del pericolo ed a prevenire situazioni di potenziale criticità, riconoscendole, ed acquisendo la capacità di muoversi al fianco dell’Esercito, anche nelle nuove operazioni “Dual Use”.

Caratteristica del corso, inoltre, è proprio la prevalenza degli insegnamenti pratici rispetto a quelli teorici, nella convinzione che soltanto sperimentando si possa comprendere e valutare concretamente le opportunità ed i limiti dell’operare embedded a seguito della Forza Armata.

Nel corso delle giornate di formazione, i corsisti potranno confrontarsi con l’esperienza maturata da professionisti con una rilevante esperienza operativa: gli addetti alla pubblica informazione della Difesa e gli alpini della Taurinense, già impegnati attivamente in Afghanistan e in molti altri teatri operativi nazionali e internazionali

Il cronista , in missione, deve imparare a muoversi con le Forze Armate che operano sul territorio

L’opportunità di operare al fianco delle Forze Armate impegnate nelle aree di crisi rende necessaria la conoscenza di regole e modi operativi specifici. Il corso si prefigge l’obiettivo di indicare le modalità migliori per realizzare servizi giornalistici in aree di crisi, interagire nel modo più corretto con le Forze Armate impiegate nel teatro di riferimento, confrontandosi concretamente con le difficoltà logistico-operative connaturate alle operazioni in corso: sono previsti anche insegnamenti in materia di NBCR, sul movimento dei mezzi operativi, sugli esplosivi.

Tra i docenti, oltre ad Alessandro Conte ed ai docenti militari, saranno presenti Gian Micalessin (reporter de “Il Giornale” in zone di guerra giornalista e scrittore, esperto di geopolitica e di attività in zone di crisi), Pierpaolo Cito (fotoreporter di fama internazionale da anni presente sui fronti internazionali più caldi), e Monia Savioli (giornalista professionista e ufficiale della Riserva Selezionata dell’Esercito).

Al termine del corso i partecipanti potranno aderire ad un tirocinio curriculare di 3 mesi nell’ambito di una attività di supporto umanitario internazionale, organizzata dal Centro Studi Roma 3000, che si concluderà con la consegna di beni materiali nel Libano del Sud.

Il corso è a numero chiuso e per partecipare si deve inviare la propria candidatura entro il 15 giugno 2019 all’indirizzo email formazione@roma3000.it

Maggiori informazioni su costi e modalità sono reperibili sul sito http://www.europeansafetyacademy.it/corso-operare-embedded-in-aree-di-crisi/

Tra GDPR e rischi della rete. Il 24 maggio verrà presentato a Viterbo un libro sulla nuova normativa in materia di privacy.

 VITERBO: Tutti, ma proprio tutti, ormai, abbiamo sentito parlare del GDPR, ossia della General Data Protection Regulation. Chi non ha sentito parlare di questo acronimo, però, ha sicuramente percepito che “qualcosa” è cambiato. La privacy stessa, il suo concetto intrinseco, ontologico, ed il suo modo di manifestarsi, sono cambiati. Continue reading “Tra GDPR e rischi della rete. Il 24 maggio verrà presentato a Viterbo un libro sulla nuova normativa in materia di privacy.” »

Generale Mini al master in Intelligence: nel mondo (e anche In Italia) il potere militare partecipa sempre di più al “deep state” e condiziona la politica. Attenti alla criminalità che saccheggerà sempre più i beni comuni

Il polo di Rende (Cosenza) dell’Università della Calabria, sede del master e del corso di laurea in intelligence

Fabio Mini, generale, docente e saggista, ha tenuto, nello scorso weekend,  una lezione al ​m​aster in Intelligence dell’Università della Calabria, introdotto dal ​direttore Mario Caligiuri. Mini ha esordito dicendo che più sono le incertezze e maggiori risorse e deroghe alle procedure si richiedono per farvi fronte. Ha quindi evidenziato che le capacità previsionali della politica democratica si orientano nell’immediato​. ​

La politica autoritaria, infatti, pianifica per 10 anni e la politica militare si sviluppa per 20 anni. L’intelligence strategica deve invece proiettarsi in un arco temporale di 30-50 anni, il tempo necessario ai grandi cambiamenti geopolitici.
Mini ha ​poi ​affrontato il tema delle minacce globali: dopo a​v​ere esaminato il fenomeno dello Stato Islamico,per il generale, invece, un altro tema di preoccupazione universale è  rappresentato dagli squilibri demografici, che vedono quasi tutti i paesi europei in capitolazione, come Italia, Germania e Gran Bretagna ma anche Russia e Cina, mentre alter nazioni registrano un boom demografico come l’Afghanistan, il Pakistan, l’Iraq, l’India e la Nigeria. 
Lo studioso ha quindi affrontato il tema della guerra, concentrandosi su quelle relative all’appropriazione dei beni comuni definiti “global commons”, come gli oceani, i fondi sottomarini, l’Antartide, l’atmosfera, lo spazio esterno e il cyberspazio. 
E’ poi entrato nel merito del potere militare, evidenziando una profonda trasformazione che vede il potere militare aumentare la propria capacità d’influenzare le scelte del potere politico.

Sotto tale aspetto, nelle grandi potenze, ma anche nei paesi meno orientati alla militarizzazione come l’Italia, l’apparato militare-industriale insieme all’intelligence e ad altri apparati istituzionali partecipano alla formazione del Deep State che mantiene obiettivi chiari e costanti prescindendo dalle temporanee maggioranze parlamentari, ma talvolta anche dalle obiettive mutazioni geopolitiche. A tale proposito, ha messo in rilievo la fornitura dei 130 aerei F35, che costano adesso 130 milioni di euro l’uno, che partono da progetti avviati negli anni ’90 e che ora non ci possiamo permettere e difficilmente potremo utilizzare nel quadro di una politica di difesa quanto meno erratica.

A sinistra, il generale Mini. A destra, il prof. Caligiuri.
​Il generale ha poi affrontato il tema della guerra del futuro, spiegando che più che una guerra cibernetica o attraverso droni e robot, la più probabile e drammaticamente pericolosa rimane quella nucleare. 
L’Ufficiale si è poi soffermato sulla minaccia della criminalità, evidenziando come l’illecito si sviluppi parallelamente agli scambi legali, creando strette relazioni che si materializzano nelle piazze finanziarie e nei paradisi fiscali. Il generale si è quindi soffermato sull’interesse che la criminalità internazionale rivolgerà anche per lo sfruttamento dei Global Commons.
Infatti, il controllo delle risorse sottomarine, dello spazio e del cyberspazio saranno molto presto motivo di conflitto non solo tra Stati ma anche tra poteri legali e poteri criminali. Il generale ha rilevato come le triadi cinesi stiano già pensando al mercato illegale dello spazio, mentre altre organizzazioni criminali sono interessate a fornire a privati supporto allo sfruttamento delle risorse energetiche del sottosuolo, così come il cyberspazio, sia nella dimensione visibile che sopratutto quella invisibile, è già da anni un ambito costantemente utilizzato dalla criminalità.Infine Mini ha rilevato che attualmente viviamo in una fase in cui i vecchi sistemi non sono scomparsi ma non funzionano e quelli nuovi non sono ancora nati. In questo spazio si colloca la prospettiva dei “futuri multipli” in base alla quale gli scenari dipendono dalle scelte che persone e Nazioni compiono giorno per giorno.
“Un esempio per tutti – ha concluso il generale – se oggi continuiamo a costruire missili il futuro più probabile è quello che ne contemplerà l’uso”
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Domenico Martinelli
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