GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Dario Rivolta

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La Cina in Europa, colonia o partner?

ASIA PACIFICO/ECONOMIA di

Si potrebbe semplicemente trattare di una scelta: visto che l’Europa politica non esiste, preferiamo essere una colonia americana o cinese? Fino a poco piu’ di trent’anni or sono il dilemma non si poneva. Sembrava che tutto il cammino davanti a noi fosse segnato: l’Europa sarebbe stata sempre piu’ unita e avrebbe riconfermato la sua appartenenza al mondo occidentale, vicina agli USA ma finalmente su un livello di parità. Quel sogno che sembrava scritto nel destino è praticamente svanito nel nulla e sarà già un miracolo se continuerà ad esistere almeno il mercato unico delle merci. Anche l’Euro, nato male perché fatto “prima” dell’omogeneizzazione finanziaria, fiscale e, soprattutto, politica mostra la corda e ci si domanda se, come e quanto tempo potrà sopravvivere.

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La Cina dilaga nel mondo, sostituirà gli stati Uniti?

ASIA PACIFICO/ECONOMIA di

Durante il suo recente viaggio in Cina, il nostro Ministro dell’economia Giovanni Tria ha anticipato che la Banca d’Italia includerà tra le nostre riserve valutarie anche i titoli di Stato cinesi in renminbi. La cosa potrebbe essere una delle risposte alla politica protezionista del Presidente americano Trump o anche una semplice prudenza per garantirsi da variazioni imprevedibili del valore del dollaro controllato dalla Federal Reserve.

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Migrazioni, quanto siamo disposti a sacrificare per accoglierli tutti?

POLITICA di

La storia dell’essere umano ha sempre annoverato spostamenti di individui o di interi popoli da un territorio all’altro. Sembra che tutto sia cominciato già agli albori dell’umanità e i paleo-antropologi ci parlano di numerosi tipi di umanoidi che, in periodi differenti, lasciarono l’Africa per disperdersi poi nell’intero mondo. Avevano caratteristiche morfologiche e somatiche così diverse tra loro da non essere considerati un unico genere bensì specie e sottospecie. Noi siamo i diretti discendenti di uno di quei ceppi, apparentemente l’unico sopravvissuto: l’homo sapiens sapiens, a sua volta successivo all’homo sapiens.

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JCPOA, Gerusalemme e la strategia di Trump nel mondo

POLITICA di

Le due ultime mosse di Trump verso il Medio Oriente cioè lo spostamento dell’Ambasciata statunitense a Gerusalemme e il ritiro dal trattato JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action), non sono indipendenti tra loro. Al contrario, fanno parte entrambe di una stessa strategia, non casuale, adottata dalla nuova Amministrazione USA. E’ bene ricordare che la decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico e, di conseguenza, lo spostamento dell’ambasciata non è stata presa oggi ma risale ad alcune presidenze fa. L’importante differenza tra prima e oggi è che i precedenti Presidenti tenevano la sua attuazione volutamente congelata, a mo’ di spada di Damocle sulla testa dei Palestinesi. Forse non fu mai vista in questo senso ma, di fatto, costituiva uno strumento di pressione non dichiarato. Trump l’ha “scongelata” e il trasferimento è diventato realtà, con le conseguenze che abbiamo visto. A difesa del Tycoon bisogna ammettere che la politica seguita finora da tutti i Governi che si sono succeduti non ha portato da nessuna parte: la creazione di due Stati indipendenti resta una chimera, i rapporti tra ebrei e palestinesi, da Oslo in poi, sono solo peggiorati e la lenta appropriazione di terre occupate a favore di nuovi coloni israeliani continua.

Non si creda che Trump stia rivoluzionando più di tanto la politica americana verso il mondo: la tattica è cambiata ma gli obiettivi strategici restano gli stessi. La costante è nell’agire per salvaguardare il ruolo egemone che gli Stati Uniti hanno conquistato dopo la seconda guerra mondiale. Ciò che cambia è solo il modo. D’altra parte, sono proprio grazie a quella posizione dominante nel globo che il comune cittadino a stelle e strisce puo’ permettersi di indebitarsi quanto vuole, i Governi di emettere debito pubblico senza doverne pagare tutte le conseguenze, e il dollaro di essere la valuta di scambio più usata nel mondo. Fino a quando gli Stati Uniti riusciranno a imporre la propria volontà alla maggior parte dei Paesi e deciderne le priorità, investimenti e risparmi stranieri non cesseranno di foraggiare la sua economia. E la FED potrà continuare a stampare tutti i dollari che vorrà senza temere per l’inflazione, certa del loro assorbimento al di fuori dei confini.

Per assicurarsi che tale supremazia non sia messa in discussione da nuovi o vecchi protagonisti desiderosi di affrancarsi e, magari, di insidiare il suo attuale ruolo, la politica di Washington è dovuta diventare il “gendarme del mondo” e, per farlo, si sono creati in ciascuna area degli “sceriffi” locali su cui contare. Fedele al principio del “divide et impera”, è sempre stato però necessario che nessuno di loro non diventasse abbastanza forte da potersi permettere di “fare da solo”. Occorreva, dunque, che nella stessa area gli “amici” fossero almeno due: entrambi legati agli USA ma nemici o, almeno, rivali tra loro.

GLI EQUILIBRI IN MEDIO ORIENTE PRIMA DEL JCPOA

In Medio Oriente, area strategica per la sicurezza degli approvvigionamenti energetici (fino all’autosufficienza, recentemente raggiunta dagli USA grazie al sistema del fracking), gli “amici” tradizionali erano due: Israele e Arabia Saudita (quest’ultima con i suoi Paesi satelliti). Naturalmente, oltre a legare questi Paesi con vincoli economici, si stabilirono qui e là anche basi militari a garanzia loro e come avvertimento per possibili male intenzionati. A Israele fu assegnato il compito di “poliziotto” verso Siria, Libano e, da un certo momento in poi, anche verso Iraq e Iran. Con l’Arabia Saudita il compito fu nello stesso tempo più semplice e più complesso. Fino al 1979 la presenza dello Scià iraniano, alleato con Israele ma non amico dei sauditi, garantiva tutti gli equilibri della zona. L’Unione Sovietica, vicina alla Siria di Assad e all’Egitto di Nasser, non poteva avvicinarsi al Golfo e anche in Iraq doveva accontentarsi di sostenere i curdi di Barzani padre nella loro lotta contro Saddam Hussein che, all’epoca, era ancora un “amico” degli americani. La Cina era ancora chiusa in se stessa e non dava preoccupazioni. La caduta di Reza Pahlavi a seguito della rivoluzione Khomeinista cambiò, temporaneamente, le carte. L’amicizia con Saddam fu rinforzata proprio per contenere l’Iran e lo stesso fu fatto con riad, anche se i rapporti tra i due non erano certo idilliaci. La scomparsa, nel 1989, dell’URSS cambiò ulteriormente le carte in tavola. Saddam, lanciato contro gli iraniani solleticandolo con la chimera di allargare attorno a Bassora il suo sbocco sul Golfo non riuscì nell’intento e cercò allora di rifarsi conquistando il Kuwait. Mal gliene incolse perché gli americani, spaventati dal potere di ricatto petrolifero che avrebbe potuto vantare dopo e spinti dagli altrettanto preoccupati sauditi, diedero il via alla Prima Guerra del Golfo e lo costrinsero a ritirarsi. Bush padre, l’allora Presidente americano, fu abbastanza accorto da non destabilizzare quel Paese e, seppur con forti limitazioni e con sanzioni economiche, lasciò in vita il regime.  Suo figlio, subentrato dopo la Presidenza Clinton, non fu altrettanto lungimirante e, plagiato dai neo-conservatori con un pretesto rivelatosi del tutto falso (le “armi di distruzione di massa”) lo attaccò nuovamente, ottenendone la caduta e provando a instaurare nel paese un regime fantoccio filo-americano. A causa di scelte sbagliate e di analisi superficiali il progetto non funzionò. Ben presto, gli sciiti locali, identificati dagli americani quali asse portante del nuovo Iraq, si volsero verso Tehran che fu ben felice di esercitare una propria egemonia sui Governi di Baghdad. In quel modo riuscivano a garantirsi una continuità territoriale che portava la propria influenza fino al Mediterraneo via Siria (con gli alleati Alawiti) e Libano (tramite Hezbollah).

LO JCPOA

La Repubblica Islamica Iraniana, facendo proprio l’obiettivo che era gia’ stato dello Scià, ha coltivato da subito l’idea di diventare una grande potenza regionale e per farlo riportò segretamente in vita il progetto nucleare gia’ iniziato dal Pahlavi con l’aiuto americano. Quando le manovre nucleari dei Khomeinisti furono scoperte, dissero che erano destinate solamente a scopi civili ma nessuno ci credette. L’ONU decise per delle sanzioni internazionali che andarono ad aggiungersi a quelle americane instaurate dopo l’occupazione dell’Ambasciata americana a Tehran da parte di un gruppo di Pasdaran nei giorni della rivoluzione. Le sanzioni ONU sono rimaste in vigore fino alla firma dello JCPOA.

I contenuti di quest’accordo non prevedono che l’Iran rinunci del tutto al nucleare, ma sono studiati in modo che l’arricchimento dell’uranio si limiti alla quantità necessaria per farne usi civili e non possa arrivare ai livelli necessari per utilizzarlo nella costruzione di bombe atomiche. Più esattamente, gli iraniani ridurranno le centrifughe in precedenza installate da circa 19.000 a 5.060, le riserve di uranio ad arricchimento medio del 20% passano dai 195 chili a zero e quelle indispensabili per un utilizzo pacifico (che prevede l’arricchimento al 3,5 %) sono ridotte da 9.000 a 300 chili. Il rispetto di questi impegni da parte iraniana è verificato e certificato dall’Agenzia Atomica Internazionale che ha la possibilità di compiere altri controlli, a sua discrezione, in tutti i siti previsti dall’accordo e, dietro richiesta (mai rifiutata finora) anche in altre località. E’ previsto che anche le centrifughe a gas siano ridotte nel loro numero.

Tale meccanismo resterà in vigore per i quindici anni successivi alla firma, anni durante i quali l’Iran non potrà costruire nemmeno reattori nucleari ad acqua pesante.

Le attività di arricchimento dell’uranio, così come quelle di ricerca, saranno limitate a un singolo impianto, Natanz. Nessun processo di arricchimento sarà invece permesso nel sito di Fordo, attivo in precedenza. Altri impianti saranno convertiti ad altri usi.

 Dal 2015 a oggi gli ispettori dell’AIEA hanno certificato 10 volte il rispetto iraniano degli impegni assunti. Le ispezioni non si limitano alle centrali nucleari ma riguardano anche le miniere di uranio e le yellowcake (scorte di uranio concentrato, sostanza che può essere usata nella preparazione di combustibili per i reattori nucleari). E’ bene notare che le condizioni previste dall’accordo sono tali da costituire un precedente unico mai visto in modo così stringente verso nessun altro Paese al mondo.

Le accuse di non rispetto degli impegni lanciate da Trump e le pseudo – dimostrazioni esibite da Netanyahu con gran battage mediatico sono quindi totalmente campate in aria. In particolare lo sono le presunte “prove” presentate con grande abilità mediatica dal Primo Ministro israeliano. I documenti esibiti riguardano, infatti, attività risalenti al 2005, cioè ben prima dello JACPOA sottoscritto solo nel 2015.

Considerato quindi che non è vero che Tehran non rispetti gli accordi, perché Trump, e con lui un settore importante dei politici e dei politologi americani, ha spinto per far cadere l’intesa così faticosamente raggiunta?  Per capirlo, occorre allargare lo sguardo ai Paesi circostanti.

L’ARABIA SAUDITA E ISRAELE

Durante l’Amministrazione Obama la certezza dell’affidabilità’ dell’Arabia Saudita come alleato su cui era sempre possibile contare cominciò a barcollare. I problemi legati all’incerta successione nel Regno e l’esagerato aumento delle spese da affrontarsi per le truppe dislocate nel mondo e particolarmente in Afghanistan suggerirono a Washington che occorreva cambiare strada. Non fu messo in discussione il principio che si dovesse salvaguardare la propria supremazia, ma si cominciò a pensare che sarebbe stato utile lasciare solo (o molto di più) ad altri il compito di svolgere le funzioni di “controllo” e di mantenimento della pace, consentendo così il “rientro” del maggior numero di soldati possibile. Tuttavia, il persistere delle tensioni tra Israele e Palestinesi dopo il fallimento dell’ultimo tentativo di Clinton nel 2000 e il continuo aumento degli insediamenti israeliani nelle terre occupate rendevano sempre piu’ difficili i rapporti tra i Democratici di Washington e Tel Aviv.  Anche in Kuwait, come a Riad e come in Oman, si cominciava a porre il problema di incerte successioni al trono. L’emiro Sabah Al Ahmed Al Sabah ha 89 anni, a Muscat l’ottimo sultano Qaboos bin Said Al Said ne ha solo 77 ma è gravemente malato dal 2014 e i possibili pretendenti al trono saudita, diverse decine, sembravano pronti a farsi la guerra per conquistare il trono.  Perfino la Turchia di Erdogan, alleato fedele nella NATO ai tempi in cui il nemico era l’Unione Sovietica, aveva dimostrato di perseguire una propria politica estera nella regione indipendente dai “bisogni” americani (nella guerra contro Saddam, Ankara si rifiutò di far transitare le truppe alleate sul suo territorio, obbligando i generali americani a cambiare drasticamente i loro piani tattici).

In una situazione del genere si cominciò a pensare che recuperare un buon rapporto con l’Iran sarebbe potuto tornare utile. L’ideale, naturalmente sarebbe stato poterlo fare senza rompere con gli amici di prima e si cercò la loro collaborazione. Dal Cairo il Presidente lanciò un messaggio conciliante verso tutto il mondo islamico, sottovalutando però le divisioni interne a quello stesso mondo e le ambizioni di Turchia e Arabia Saudita che ambivano entrambe, in competizione tra loro, a una propria egemonia sull’intera area.  Riammettere l’Iran nel consesso mondiale eliminando sanzioni ed emarginazione significava consentire alla sua economia di svilupparsi e di dare quindi nuova linfa alle sue aspirazioni verso tutto il mondo medio – orientale.  Il tentativo nasceva quindi in modo contrastato con ostilità subito enunciate. Se la Turchia lo fece senza dichiararlo, Riad espresse platealmente la sua contrarietà e si trovò così al fianco di Israele che (per motivi diversi, come vedremo in seguito) era pure ostile a ogni apertura verso il regime iraniano.

Pur tra mille difficoltà negoziali si arrivò comunque a sottoscrivere un accordo con Tehran nel quale quest’ultimo s’impegnava a rinunciare a dotarsi di armi nucleari e, in cambio, si sarebbero riaperte tutte le frontiere commerciali e si sarebbe aiutata l’economia locale con know-how e investimenti. L’operazione fu condotta attraverso un tavolo cui sedevano, oltre agli americani e gli iraniani, anche cinesi, russi, francesi, britannici e tedeschi (i famosi 5+1, cioè i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza più Germania e, naturalmente, Iran).

L’interesse di Tehran era evidente e altrettanto chiaro era l’interesse non solo dei sottoscrittori ma di tanti Paesi che, oltre al contenimento del rischio di una proliferazione nucleare, vedevano aprirsi le porte di un nuovo mercato di ottanta milioni di consumatori di buona cultura, con crescenti possibilità di spesa e avidi di sentirsi pari ai cittadini dei Paesi più sviluppati. Le grandi quantità di petrolio e gas presenti nel sottosuolo iraniano e non ancora sfruttate adeguatamente garantivano inoltre una nuova offerta che avrebbe aiutato a calmierare i prezzi dell’energia nelle economie industrializzate.

Quest’ultimo aspetto, unito alla rivalità politica di cui si accennava sopra, disturbava però i calcoli sauditi e perfino quelli israeliani, da poco divenuti esportatori netti (per ora ancora parzialmente) di gas.

Netanyahu aveva, ed ha, però, anche altri motivi per essere contrario a che l’Iran fosse riammesso a pieno titolo nella comunità internazionale e un ruolo non minore lo gioca la retorica anti israeliana che il regime degli Ayatollah continua a spargere in ogni modo. Tutti sanno, anche a Tel Aviv, che se Teheran non sarà aggredita per prima non ha alcuna intenzione di attaccare direttamente Israele. Si sa anche, tuttavia, che dietro le azioni di Hezbollah in Libano e Hamas nella striscia di Gaza c’e’ l’indispensabile aiuto degli Ayatollah. Le due organizzazioni perseguono ciascuna il proprio scopo ma, senza il supporto economico e in armi di Teheran, avrebbero ben maggiori difficoltà nel condurre le loro azioni. Il paradosso è che sia tra gli iraniani sia nel mondo arabo i palestinesi come popolo non riscuotono personali simpatie, ma il leit-motiv della loro difesa contro il torto subito con la creazione dello Stato israeliano è un mantra percepito come un dovere. Per i Governi che puntano a conquistare una loro egemonia nell’area, schierarsi a loro favore è una tattica utile per attirarsi il consenso di tutti i musulmani e insidiare il consenso che potrebbe indirizzarsi verso altri. Anche l’Iran, come fa la Turchia attraverso plateali dichiarazioni contro Tel Aviv, condanna l’esistenza di Israele in quanto tale e, comprensibilmente, Netanyahu ha buon gioco ad additarne la pericolosità.

Un secondo motivo di ostilità all’accordo è, ingigantendo il pericolo iraniano, Netanyahu vuole garantirsi la permanenza dell’”ombrello protettivo” americano scongiurando pressioni o critiche per il moltiplicarsi degli insediamenti o per le reazioni, probabilmente esagerate, a Gaza o in Libano. Aprendo il dialogo con Teheran, Obama aveva raffreddato i rapporti con Israele, arrivando anche a ridurre gli aiuti in armamenti che da decine d’anni Washington elargiva generosamente. Il terzo motivo è quello più “personale” e riguarda la posizione politica dello stesso premier israeliano all’interno del Paese: Netanyahu è sotto accusa per corruzione assieme alla moglie e la sua popolarità è in forte calo. Accentuare il pericolo esterno serve a ricompattare gli israeliani attorno al Governo, cioè a lui.

COSA SUCCEDE IN USA

A Washington la lobby israeliana è molto forte e, assieme a quella saudita e al conglomerato dei produttori di armi, è considerata tra quelle con maggiore capacità di penetrazione nei centri decisionali statunitensi. Il genero di Trump è ebreo di origine e ben ammanicato con il Likud. Contemporaneamente, è amico personale dell’erede al trono saudita Mohamed bin Salman. E’ quindi un uomo chiave sia per rinfrescare i rapporti con Netanyahu che per avvicinare quel Paese con l’Arabia Saudita ed entrambi con la nuova politica americana. C’e’ però un altro uomo che va considerato: è Sheldon Adelson, il “re di Las Vegas”, che fu il maggior finanziatore della campagna elettorale di Trump. Anch’egli è di origine ebraica, amico di Netanyahu e si è fatto notare come fautore della minaccia nucleare da usarsi contro Tehran. Anche tra i neo-conservatori, oggi non più in vista come ai tempi di Bush figlio ma sempre influenti, c’è chi giudicò un errore l’attacco fatto a Saddam Hussein perché, sostengono, sarebbe stato più opportuno dichiarare guerra all’Iran piuttosto che all’Iraq. A questo proposito ricordo una conversazione con Michael Leeden avvenuta poco dopo l’inizio dell’attacco: era furioso perché capiva che eliminare Saddam avrebbe significato aprire le porte agli iraniani. Era, al contrario, fortemente convinto che si dovesse invece attaccare l’Iran con ogni mezzo e che, sconfitti gli Ayatollah, anche Saddam si sarebbe riallineato con gli USA.

Oltre alla lobby pro Israele è potentissima anche la saudita, che risulta essere quella che più ha investito, e investe, per “informare” adeguatamente i politici di Washington. Considerata la somma delle due lobby, diventa evidente che ci sarebbe stato da stupirsi se Trump avesse deciso altrimenti.

Inoltre, durante la Presidenza Obama la situazione successoria in Arabia saudita non si era ancora chiarita mentre ora i rischi d’instabilità nel Regno sembrano superati.

La nomina a successore di Mohamed bin Salman sembra non aver incontrato eccessivi ostacoli. Per ancora maggiore garanzia, il neo nominato ha provveduto a tacitare in vari modi, non sempre di dominio pubblico gli altri possibili pretendenti e a fare arrestare tutti coloro che, per le loro capacità economiche avrebbero potuto, un domani, cercare di condizionarlo o sostituirlo. Per qualcuno di questi è bastato un avvertimento, per altri si è ben pensato di accusarli di evasione fiscale e sottrarre loro una buona parte delle loro ricchezze. Occorreva però anche lanciare segnali positivi graditi dalle opinioni pubbliche occidentali e, perché no? modernizzare veramente il paese. Bin Salman ha allora lanciato un ambizioso piano di riconversione dell’economia locale facendola transitare dall’essere totalmente basata sulle rendite degli idrocarburi a una diversificazione industriale “sostenibile” (Vision 2030). Contemporaneamente, pur continuando a foraggiare le madrasse salafite all’estero, ha attuato, all’interno, alcune riforme più che simboliche, utili a lasciare passare il messaggio che con lui si ha a che fare con un “islam moderato”.  In effetti, se un singolo paese puo’ essere identificato come la madre di tutto il terrorismo sunnita che insanguina varie parti del mondo, quello è proprio l’Arabia Saudita e togliersi di dosso quell’etichetta è indispensabile per fare accettare a tutto il pubblico occidentale, e soprattutto americano, il rafforzamento di una nuova alleanza.

Recuperato, quindi, un rapporto virtuoso con Israele e garantita la stabilità futura dell’Arabia Saudita, per Trump non era così più indispensabile dover riabilitare l’Iran. C’e’ da aggiungere che Tehran non è mai stata disponibile a diventare un Paese vassallo degli americani e le sue ambizioni, una volta rinforzata la propria economia, l’avrebbe resa poco controllabile. Resta il rischio di una proliferazione nucleare ma gli strateghi di Washington pensano che un rinnovamento delle sanzioni, magari ancora più pesanti che nel passato, dovrebbe mettere il paese in ginocchio e spingerlo a più miti atteggiamenti. Se ciò non bastasse, resterà pur sempre l’ipotesi di minacciare dei bombardamenti mirati e, se anche questo non fosse sufficiente, si procederà a farli veramente. Negli Stati Uniti non tutti sono convinti che tutto ciò funzionerà e perfino il Pentagono ha sostenuto che eventuali bombardamenti potrebbero rallentare ma non impedire lo sviluppo del programma nucleare iraniano.

Nel nuovo scenario gli USA tornano, quindi, allo schema pre-Obama: l’Iran resta il nemico comune e si riconfermano le alleanze storiche. Per consentire l’obiettivo di ridurre la presenza (e le relative spese) delle truppe americane in loco, si riforniscono gli Stati amici dell’area di nuove armi, ottenendo così anche il risultato di favorire l’industria bellica americana che ne è il maggior fornitore.

Questo il calcolo che sta dietro al ritiro di Trump dallo JCPOA. Tuttavia, come sempre nella politica internazionale, le variabili sono innumerevoli e le conseguenze non sono sempre quelle attese.

L’IRAN

L’Iran non è certo un fulgido esempio di democrazia liberale ma chi pensa che si tratti di un Paese gestito da un dittatore solitario che fa il bello e cattivo tempo è totalmente fuori strada. Formalmente, il supremo Ayatollah Seyyed Alī Ḥoseynī Khāmenei ha l’ultima parola su ogni decisione ma, come sempre succede nelle dittature, il “capo” basa il suo potere sull’equilibrio tra le fazioni che stanno sotto di lui e lascia che prevalgano gli uni o gli altri secondo le sue convenienze. Nessuno deve però acquisire sufficiente potere da poterlo insidiare. La vita politica di Tehran va letta con questa chiave di lettura e si potrà notare che le varie correnti si polarizzano su due fronti principali: i cosiddetti “moderati”, oggi rappresentati da Rohani, e le Guardie Rivoluzionarie (IRGC) che s’identificano con i conservatori. Il panorama reale è ancora più articolato ma, al momento, lo scontro sembra focalizzarsi tra questi due centri di potere.  Consapevole della domanda di sviluppo economico e di maggiore libertà crescente nella popolazione soprattutto giovanile, Khamenei ha favorito Rohani consentendogli di arrivare alla firma dell’accordo al fine di eliminare l’isolamento del Paese e le sanzioni che impedivano l’ammodernamento del sistema industriale. Osservatori superficiali si soffermano su dichiarazioni del Grande Ayatollah che sembrerebbero, a volte, sconfessare l’operato del Presidente ma quell’atteggiamento rientra tra i comportamenti sopra descritti. Poiché ogni decisione strategica richiede il suo consenso, se veramente fosse stato ostile alle negoziazioni dei 5+1, nemmeno Rohani avrebbe potuto accettare i risultati ottenuti. Prudentemente, Khamenei ha però lasciato che le Guardie Rivoluzionarie rimanessero padrone di gran parte dei settori cruciali dell’economia, riservandosi di agire contro di loro quando i benefici dell’accordo fossero diventati più evidenti. Non bisogna tuttavia dimenticare che le IRGC hanno a loro disposizione una sorta di esercito parallelo, ben equipaggiato e impegnato a sostenere i proxi al di fuori del territorio nazionale quali i vari Hezbollah, Hamas, Houti etc. La forza economica dei “conservatori” si esercita principalmente attraverso “Fondazioni caritatevoli” e puo’ contare su notevoli mezzi finanziari. Questi strumenti possono contare su un certo sostegno popolare grazie ai posti di lavoro che sono in grado di distribuire e alle forme di assistenza che sono fornite ai più diseredati. Timorosi che l’apertura verso l’Occidente potesse ridurre di molto la loro influenza, sia politica sia economica, si sono opposti con forza all’accordo, accusando Rohani di aver svenduto il Paese. Dopo la denuncia americana dello JCPOA, il capo delle Guardie Rivoluzionarie Ali Jafari si è perfino “felicitato” che Trump lo avesse deciso. A loro giudizio il possesso della bomba atomica era e rimane un fattore indispensabile per ottenere il rispetto dei vicini e dei nemici e il ritiro degli USA voluto da Trump sembra dare loro ragione. Come inequivocabile esempio si menziona la Corea del Nord che nonostante le minacce ricevute, dopo aver dimostrato la propria capacità di colpire perfino gli Stati Uniti, sono riuscita a obbligare gli americani al tavolo delle trattative. Non è successa la stessa cosa a Saddam e Gheddafi che, avendo rinunciato all’atomica, sono stati attaccati e distrutti.

Dal momento dell’annuncio della firma, l’economia iraniana aveva cominciato a svilupparsi in modo significativo. Nel 2017 il PNL era cresciuto dell’ 11% e l’inflazione era precipitata in termini percentuali. Certamente ha giocato un ruolo anche il contemporaneo aumento del prezzo del petrolio, arrivato ora attorno ai 70 dollari il barile, ma il fermento di aziende pubbliche e private è stato subito evidente. Pochi mesi orsono hanno avuto luogo forti manifestazioni di malcontento in alcune città del Paese ma erano dovute a lotte intestine al regime e ad aspettative premature di aumento del benessere.  Qualcuno a Washington (e altrove) pensa che le sanzioni riescano a fomentare ulteriore malcontento tra le popolazioni sofferenti e che ciò finisca con causare il cambio di regime. Così non è: pur divisi tra fazioni contrapposte, con minoranze etniche a volte insofferenti e con una crescente diffidenza verso i “clerici” da parte delle giovani generazioni, gli iraniani nutrono un forte sentimento di appartenenza nazionale e il sentirsi attaccati dall’esterno li rinsalderebbe attorno al potere che più s’identifichi con la nazione. Lo si capisce se capita di trovarsi una qualunque sera nei ristoranti ove si mangia a suon di musica. Chi li frequenta è spesso un pubblico giovanile di classe media e mediamente di buon livello culturale. In altre parole lo stesso tipo di persone che manifestò nelle cosiddette “proteste verdi”. Ebbene, se l’orchestra si mette a suonare l’inno nazionale, tutti si alzano spontaneamente in piedi e lo cantano a voce spiegata con aria partecipe.

Le accuse (pretestuose) che Trump ha rivolto a Tehran sono di fomentare il terrorismo internazionale e di sviluppare un sistema missilistico pericoloso per la pace nell’area. Ha anche accusato di non rispettare i contenuti dell’accordo sottoscritto ma a questo proposito non vale la pena parlarne perché l’AIEA ha confermato che l’Iran sta facendo esattamente tutto quanto è previsto nelle clausole sottoscritte.  Quanto all’accusa di terrorismo, basta ricordare che il regime stesso è stato più volte vittima di attentati e che, comunque, la matrice degli attentatori nel mondo è sempre d’ispirazione sunnita e va quindi fatta risalire più alla dottrina Wahabita/Salafita saudita che a presunte ispirazioni iraniane.

Per ciò che concerne i programmi missilistici, fatto salvo il diritto di ogni Paese di garantire la propria sicurezza, occorre ricordare che l’aviazione iraniana è ai minimi termini per il suo mancato ammodernamento dovuto alle sanzioni; che l’esercito, figlio di una guerra sanguinosa contro l’Iraq durata ben otto anni, non ha saputo (o potuto) riorganizzarsi in un modo efficiente e che dotarsi di missili moderni di medio raggio è un modo piuttosto economico per “avvertire” i vicini se non vogliono incorrere in pericolose ritorsioni. Basta aggiungere che il bilancio iraniano per la difesa è attorno ai 17 miliardi di dollari mentre quello di Israele è di 20 miliardi (più altri 3 quale aiuto diretto americano) e si suppone che lo Stato ebraico abbia anche almeno 70/80 bombe atomiche pronte all’uso. Da parte sua, l’Arabia Saudita ha un bilancio per la difesa di almeno 70 miliardi. E’ allora comprensibile, ci piaccia o no, che Tehran voglia garantirsi in qualche modo delle capacità di difesa. Chiedere agli iraniani di rinunciare alla bomba atomica e, contemporaneamente, di non puntare nemmeno su un moderno sistema missilistico che supplisca le altre carenze è come in una partita di calcio far giocare una sola squadra senza scarpe e con una fascia sugli occhi.

Nelle prossime settimane dovremo attendere di vedere cosa succederà nella dialettica politica interna al Paese e, soprattutto, cosa faranno gli altri sottoscrittori dell’accordo.

IL FUTURO DELLO JCPOA

L’Europa, per ora, ha dichiarato che intende tenere sicuramente  fede agli impegni sottoscritti nel 2015 e altrettanto hanno fatto Cina e Russia. Se gli Stati Uniti dovessero rimanere isolati nel sottrarsi allo JCPOA, Rohani, con l’aiuto di Khamenei (se ci sarà), potrebbe riuscire a tacitare le richieste dei conservatori che vorrebbero riprendere con urgenza l’arricchimento dell’uranio. Ciò che serve ai “moderati” è che le aperture economiche europee, gli investimenti promessi e l’arrivo di nuovo know how comincino a realizzarsi. Qualora ciò non avvenisse e Bruxelles dovesse accodarsi agli americani, a Tehran rimarrebbe l’appoggio della Russia e, teoricamente, anche della Cina. Recentemente, Rohani ha compiuto una visita di Stato in India firmando accordi economici importanti tra cui uno per l’ammodernamento delle ferrovie iraniane con investimenti e tecnologia indiana.  Si è recato anche in Turchia e Russia per rinsaldare i legami che gia’ li vedono collaborare in Siria e ottenere rassicurazioni.

Tuttavia, è presto per sapere cosa esattamente succederà perché mantenere la validità dell’accordo non sarà di facile attuazione. L’Europa si trovò di fronte a un caso simile con Cuba, quando gli americani vararono sanzioni che gli europei non condividevano. Anche allora Washington minacciò “sanzioni secondarie”, cioè quelle che avrebbero colpito tutte le società non americane che non avessero rispettato i limiti gia’ imposti alle aziende a stelle e strisce.  Quella minaccia non fu attuata perché l’Europa approvò, nel 1996, una procedura detta “legge di bloccaggio” che serviva a proteggere le aziende europee dalle “sanzioni extraterritoriali” americane. Alla fine non servì perché la crisi fu risolta politicamente. Bruxelles dichiara ora di essere pronta ad applicarla a partire dal 6 di agosto, quando entreranno in vigore le prime mosse americane. All’inizio, le sanzioni riguarderanno le conversioni monetarie, i metalli di vario tipo, l’automotive e il software a fini industriali.  Dal 4 novembre, invece, saranno anche coinvolti tutti i servizi portuali, il settore navale, le transazioni relative al settore petrolifero e chimico, le operazioni finanziarie di ogni genere, il mondo dell’energia e delle assicurazioni. La “legge di bloccaggio” permetterebbe alle imprese e ai tribunali europei di non sottomettersi a regolamenti sanzionatori stabiliti da Stati esteri e di rifiutare qualunque sentenza straniera emessa a seguito di quegli stessi regolamenti. Purtroppo, occorre considerare che le società europee che lavorano anche con gli USA potrebbero essere colpite direttamente nei loro interessi sul territorio americano. E’ per questo motivo che, nonostante la firma dell’accordo, l’incertezza sulla posizione americana provocata dalle dichiarazioni di Trump gia’ in campagna elettorale ha convinto tutte le grandi banche europee a congelare ogni mossa in attesa di futuri sviluppi. Solo le piccole banche che non lavorano con gli USA hanno cominciato a operare con la Banca Centrale Iraniana e lo fanno evitando l’uso del dollaro, o per non correre il rischio di vedersi bloccare in America le loro transazioni. Quali siano le difficoltà per gli investimenti stranieri in Iran che ne conseguono, è reso evidente dall’accordo firmato pochi mesi orsono tra il gigante Total e il Governo iraniano: l’importante finanziamento è dovuto essere garantito da banche cinesi. Che cosa significhi incorrere nelle reazioni americane per chi non rispetta le loro sanzioni si è visto ancora prima dello JCPOA, quando le banche europee accusate di aver fatto transazioni finanziarie con banche vicino al regime sono state condannate dai tribunali americani per una cifra di ben 33 miliardi di dollari.

L’INTERSCAMBIO EUROPA-IRAN

Di là dalle ritorsioni formali dirette contro le aziende che non rispettino la volontà americana di rompere i rapporti con Tehran, nelle mani di Washington esistono altri strumenti per “convincere” i Governi europei. Lo si vede nella decisione trumpiana di far partire i dazi doganali su acciaio e alluminio e nei contenziosi in corso con la Germania in merito al reciproco interscambio. Forse non è nemmeno casuale che le società automobilistiche di questo paese siano sotto scacco in attesa di sentenze definitive per aver mentito sui dati dei gas di scarico.

L’Iran è certamente un paese giudicato interessantissimo da tutte le aziende europee per il potenziale sviluppo economico che promette, ma non va dimenticato che il mercato americano rappresenta gia’ per tutti i Paesi europei produttori uno sbocco molto più grande e gia’ acquisito.  Con tutta la buona volontà di non cedere alle pressioni di oltre oceano bisogna anche sapere che alcuni tipi di prodotto, come ad esempio gli aerei di Airbus, hanno componenti fabbricati negli Stati Uniti e non potranno quindi più essere venduti all’Iran. In questo settore, proprio in considerazione dell’arretratezza dell’aviazione locale, Tehran aveva firmato contratti per l’acquisto di un centinaio di aerei dalle due compagnie, Airbus e Boeing, ma soltanto poche unità sono state consegnate e per le altre sarà impossibile procedere.

Quanto all’Italia, noi siamo attualmente il primo Paese europeo nell’interscambio commerciale: acquistiamo principalmente petrolio per circa 3,5 miliardi di euro ed esportiamo per 1,7 con tendenza a crescere. Fino al 2011 il nostro commercio con l’Iran ammontava a più di 7 miliardi, è poi sceso durante il periodo delle sanzioni a quasi 1 miliardo e si è attestato nel 2017 a 5 miliardi. La Germania è il primo esportatore, la Francia viene dopo di noi. Dopo la firma dell’accordo, la prima visita ufficiale in Europa del Presidente Rohani è stata proprio a Roma e in quell’occasione fu firmato un Memorandum of Understanding (MOU) per circa 20 miliardi di euro. La difficoltà di attuare i finanziamenti secondo le usuali procedure ha poi spinto il nostro Governo a garantire in proprio una copertura di 5 miliardi che, teoricamente, dovrebbero essere utilizzabili da subito. Purtroppo, in attesa di cosa realmente farà Bruxelles davanti alle pressioni americane che andranno aumentando, la prudenza fa sì che sia le aziende italiane, sia le iraniane firmino pre-accordi ma non si affrettino a dare esecutività ai progetti.

LA CINA

Oltre all’Europa, la più grande incognita di oggi è sapere quel che farà la Cina, sia dal punto di vista politico sia economico. Se Pechino continuerà a tenere fede allo JCPOA e quindi non applicherà le sanzioni, si creerà, nei fatti, un fronte politico che andrà dalla Turchia a Mosca a Pechino, passando per il Pakistan o, in alternativa, l’India. La Cina ha ottimi rapporti con Islamabad ma pessimi con l’India, l’Iran ne ha buoni con l’India e così così con il Pakistan. L’Arabia Saudita ha invece ottimi contatti da molto tempo con quest’ultimo e, in funzione di un’accentuata ostilità verso Tehran, cercherà sicuramente di avere un appoggio nel vecchio amico.  Comunque si pongano le cose in Medio Oriente e in Asia centrale, l’isolamento voluto dall’Occidente nei confronti  dell’Iran (se l’Europa si accoderà alle posizioni americane), spingerà il Paese nelle braccia accoglienti di Pechino, com’è gia’ successo con la Russia. Gia’ oggi la presenza cinese in Iran è pervasiva: per le strade non si vedono molti cinesi (non sono generalmente amati) ma i loro capitali sono disseminati in tutto il territorio. Durante le sanzioni precedenti, anche la Cina ufficialmente le rispettava ma, tramite triangolazioni o artifici vari, le sue merci invadevano fabbriche e negozi iraniani. A Washington sono consapevoli del rischio politico ed economico di uno “sfilarsi” cinese e certamente eserciteranno, anche in quella direzione, tutte le pressioni che saranno loro possibili. Per Pechino, come per l’Europa, il mercato americano è più importante che qualunque altro e lo dimostra la volontà di negoziare ad ogni costo dopo le minacce sui dazi.  Si consideri che il commercio cinese con gli USA lo scorso anno è stato di circa 636 miliardi di dollari mentre con l’Iran il volume era attorno ai 38 miliardi. Fino ad ora, la politica della Cina è sempre stata quella di apparire il più possibile neutrale in ogni crisi che avvenisse lontana dal loro territorio. Così è per la questione Israelo-Palestinese, per i litigi nel Golfo che coinvolgono Iran, Saudia e Qatar e anche per la guerra siriana. E’ però vero che più il tempo passa e più l’economia cinese si sviluppa, più la politica estera di Pechino diventa assertiva, come si è visto nel Mar Cinese del Sud. Prima o poi, i nuovi “Mandarini” dovranno esplicitare l’ambizione, per ancora taciuta, di voler assurgere al ruolo di prima potenza mondiale e quella della crisi con l’Iran potrebbe anche essere l’occasione. Oggettivamente, è improbabile che davvero lo diventi ma qualora ciò avvenisse (e se la guerra commerciale con Washington dovesse davvero scoppiare, tutto diventa più probabile) costituirebbe un importante passo su quella strada espansionistica cominciata in silenzio da almeno venti anni.

Per ora a Pechino conviene la prudenza e i motivi sono almeno due. Nel recente passato, con l’accusa di aver violato le sanzioni, il Ministero statunitense del Commercio Estero aveva ordinato la non importazione di tutti i prodotti della società cinese ZTE. Si tratta di gigantesco produttore di materiale elettronico con la maggior parte delle merci destinate al mercato USA. Il blocco di questo mercato l’ha spinta vicino alla bancarotta e la sua salvezza rientra oggi nelle trattative fra Trump e XI per evitare una guerra commerciale. Di casi simili ce ne sono certamente molti e gli USA potrebbero usarli come pressione. Un secondo motivo di prudenza riguarda invece i problemi interni che Pechino ha con la minoranza islamica degli Uiguri, nello Xingyang: sono di fede sunnita e uno schierarsi della Cina con l’Iran potrebbe spingere i sauditi a ergersi quali “protettori” dei fedeli locali, finanziandoli e aiutandoli nelle loro rivendicazioni.

Infine, la Cina ha interesse a sviluppare la sua “via della seta” che passa, tra l’altro per il porto di Chabahar, a 75 chilometri da Gwadar, ove i cinesi hanno investito in infrastrutture ben 50 miliardi di dollari per completare il collegamento economico con il Pakistan. Ebbene, quella è una zona, proprio al confine con l’Iran abitata dai Balushi, una minoranza etnica sunnita presente anche in territorio iraniano. I sauditi stanno finanziando in loco alcune madrasse in funzione anti-sciita per usarle all’occorrenza contro il regime.

Come dunque si comporterà la Cina resta, per ora una domanda cui è difficile dare una risposta. Se l’Europa terrà fede all’accordo JCPOA si creerà allora una frattura nel mondo Occidentale e la Cina ne potrebbe approfittare offrendosi come alternativa a uno dei due contendenti. Se, invece, l’Europa cederà e applicherà le sanzioni, Pechino dovrà valutare da quale parte stare, anche tenendo in conto l’esito delle negoziazioni commerciali con Washington.

Come si è visto, la partita sul nucleare iraniano non è piccola cosa e ha ricadute che vanno ben oltre l’ipotesi che tutto nasca o si limiti a una ripicca personale fra Trump e il suo predecessore Obama. Di certo, qualora tutto saltasse e l’Iran procedesse veramente verso l’acquisizione di una bomba atomica, sappiamo che Arabia saudita, Turchia ed Egitto non assisteranno senza far nulla e vorranno anch’essi dotarsene. Con la conseguenza che il rischio che, in un qualunque prossimo conflitto, qualcuno non si limiti alle armi tradizionali.

 

 

Dopo la battaglia nessuno ricorda la questione curda

MEDIO ORIENTE di

Un vecchio detto di quel popolo recita: “I Curdi hanno come amici solo le loro montagne”. Sembra che la saggezza popolare colga ancora nel segno meglio di ogni analisi politica o di ogni promessa pur dispensata a piene mani. Anche se, dopo aver letto dei loro sacrifici, le opinioni pubbliche occidentali hanno imparato a conoscere ed apprezzare qualcosa della storia dei curdi i diffusi sentimenti di simpatia non sembrano essere bastato a spingere i Governi occidentali a un minimo di riconoscenza. I curdi di Siria e di Iraq sono stati la forza di combattimento piu’ efficace per fermare l’avanzata dei seguaci del “Califfo” che sembrava irresistibile e sono stati altrettanto utili per la riconquista dei territori occupati dai fanatici islamisti. Ciò che però li ha fatti amare da europei e americani non è stato soltanto il coraggio dimostrato sui campi di battaglia, ma anche il fatto che, pur essendo di religione islamica, vivano la loro fede senza alcuna intolleranza verso altre religioni e sembrino condividere i valori che ci appartengono. Molti di loro han vissuto o studiato all’estero e parlano piu’ lingue e, quasi ovunque, le donne nelle loro società non sono discriminate né sottomesse.

Tuttavia, la realpolitik non considera la riconoscenza né la simpatia e, come nel passato, le promesse ricevute e le aspettative che ne derivavano sono state tradite. È successo prima in Iraq e ora in Siria.

BREVE STORIA RECENTE: IRAQ

Forte dei meriti conquistati sui campi di battaglia e convinti che si dovesse in qualche modo obbligare Baghdad a venire a patti piu’ favorevoli, il Governo regionale del Kurdistan iracheno (KRG) aveva indetto lo scorso 29 settembre un referendum consultivo tra la propria popolazione chiedendo se si voleva l’indipendenza. Come ampiamente previsto, il 93 percento dei votanti rispose affermativamente e il Presidente Regionale, Massoud Barzani, pensò che o si sarebbe realizzato il sogno che i curdi coltivavano da almeno un secolo o, nel peggiore dei casi, avrebbe potuto negoziare con il Governo iracheno da una posizione di maggior forza. Naturalmente sapeva che Iran, Turchia e Baghdad stessa erano state contrarie fin dall’inizio a quella consultazione e lo avevano diffidato dal tenerla, minacciando ritorsioni. Anche Washington lo aveva invitato a posporre il voto, giudicandolo inopportuno in quel momento. Ugualmente si erano espressi i Governi europei. Israele, al contrario ma sottovoce, si era pronunciata a favore, così come fecero qualche ex diplomatico e politici stranieri. Barzani si era convinto che, in caso di un voto plebiscitario, anche le potenze riluttanti avrebbero dovuto accettare lo stato di fatto e i rappresentanti curdi residenti nei vari paesi lo confortavano in quella convinzione. La realtà fu ben diversa e immediatamente dopo il voto Iran e Turchia annunciarono di chiudere tutti valichi di frontiera con il Kurdistan e di impedire il sorvolo di qualunque aereo diretto agli aeroporti della Regione. Contemporaneamente, il Primo Ministro iracheno Al Abadi inviò proprie truppe affiancate da milizie sciite contro le città e le aree strappate dai Peshmerga all’ISIS e le riconquistò quasi senza colpo ferire. L’obiettivo principale della manovra irachena fu Kirkuk, il centro petrolifero per eccellenza, che dalla conquista da parte curda era diventato la maggior fonte di introiti per il Governo di Erbil. La vendita era fatta direttamente attraverso un nuovo oleodotto che arrivava in Turchia rimanendo interamente sul territorio controllato dal KRG. Kirkuk era stata una città abitata prevalentemente da curdi ma arabizzata durante gli anni di Saddam Hussein. Nonostante Erbil la reclamasse, dopo la liberazione dalla dittatura non fu inserita nella Regione Autonoma e, ancora prima dell’inizio del conflitto con lo Stato Islamico, rimase uno dei contenziosi sempre aperti tra la capitale nazionale e quella regionale. Un altro forte motivo del contendere è una diversa interpretazione della Costituzione irachena (approvata con voto popolare) in merito al possesso e allo sfruttamento dei nuovi pozzi petroliferi. I curdi sostengono che solo quelli in territorio arabo debbano essere gestiti a livello statale, mentre quelli nuovi aperti e sfruttati nel Kurdistan devono essere gestiti, anche per la vendita, direttamente dalla Regione. Naturalmente, Baghdad sostiene che tutto quanto si trovi all’interno dello Stato Iracheno costituisca una proprietà statale indivisibile e che la commercializzazione del petrolio debba tutta passare dall’Ente statale SOMO. Anche i diritti doganali sono un oggetto del contendere perché’ Erbil rivendica a sé tutto quanto derivi dalle merci in transito sul proprio territorio. Perfino nelle modalità di accesso c’erano differenze: se un Europeo atterrava a Baghdad, per entrare nel Paese doveva essere munito di visto; se, invece, si fosse diretto solo in Kurdistan nessun visto gli era richiesto.

A seguito di quel contenzioso e nonostante numerosi tentativi di negoziazione, dal febbraio 2014 Baghdad ha sospeso il pagamento del 17% del budget pubblico statale che, secondo Costituzione, dovrebbe essere versato al KRG. Nel frattempo, nel 2013, cominciarono gli scontri con le truppe del “Califfo” e l’eliminazione delle entrate previste fece sì che la situazione economica della Regione iniziasse a diventare rischiosa. Fino a quel momento il Kurdistan era andato sviluppandosi velocemente grazie a investimenti locali e stranieri e alle nuove entrate petrolifere. Purtroppo la fine dei versamenti in arrivo da Baghdad, i prezzi in calo del petrolio (tra l’altro venduto necessariamente a prezzi piu’ bassi del valore di mercato, causa le diffide lanciate dal Governo iracheno a chi avesse comprato direttamente dai curdi), il costo della guerra in corso e il dover provvedere alla gestione di quasi due milioni di rifugiati (la popolazione autoctona della regione curda non arriva ai sei milioni) misero le finanze del Governo locale in ginocchio. Una grande fetta degli abitanti lavora nell’apparato pubblico o dipende da esso e, per la carenza di denaro, molti stipendi dovettero essere tagliati anche del 75%. Baghdad aveva interrotto anche l’aiuto umanitario destinato ai rifugiati ed elaborato un piano finanziario per il 2018 che prevedeva forti tagli delle somme destinate alla regione curda. Fu anche per cercare di tacitare il calo dei consensi popolari e obbligare gli altri partiti a ricompattarsi attorno al Governo che il Presidente Barzani decise il referendum. Non tutti erano convinti che fosse la soluzione giusta ma opporvisi pubblicamente sarebbe suonato come il tradimento di una secolare ambizione comune.

L’intervento dell’esercito iracheno e delle milizie sciite iraniane di Al Shaabi su Kirkuk sembra sia stato preceduto da un colloquio del Generale iraniano delle Guardie Rivoluzionarie Qassem Suleimani con alcuni esponenti del partito (PDK) del defunto leader Jalal Talabani e tutti oggi pensano che ciò spieghi perché’ i Peshmerga filo-PDK dispiegati alla difesa della città si allontanarono senza combattere appena le truppe nemiche si avvicinarono. La reazione del partito di Barzani fu immediatamente di gridare al tradimento e forti critiche furono lanciate verso gli USA che, implicitamente, avevano consentito l’operazione senza battere ciglio. Furono notati sul campo carri armati e armi a suo tempo forniti dagli americani agli iracheni per essere usate contro lo Stato Islamico e questo confermò i curdi nella convinzione che anche gli “amici” americani avevano tradito chi era stato fino a quel momento il loro maggiore alleato nella zona.

BREVE STORIA RECENTE: SIRIA

Anche in Siria, le forze di combattimento curde sono state indispensabili per la sconfitta dell’ISIS. Dopo la strenua difesa di Kobane ampiamente coperta dai media occidentali, i curdi avevano dato vita ad un esercito che, oltre ai locali Peshmerga, comprendeva gruppi arabi uniti a loro nella lotta contro i terroristi. Nella Siria degli Assad i curdi non erano considerati cittadini come gli altri e non godevano della cittadinanza o degli stessi diritti degli altri cittadini. Piu’ volte erano stati aperti contatti con il Governo di Damasco per ottenere un riconoscimento o una qualche autonomia gestionale, ma sempre con scarso successo. Allo scoppio del fenomeno ISIS e non parteggiando per Assad, le comunità curde avevano approfittato della situazione per creare una loro “zona franca” e impedire allo Stato Islamico e a chiunque altro di entrare nei loro territori. Ciò aveva consentito all’esercito siriano di concentrare le proprie forze su altri campi di battaglia, lasciando che fossero i curdi stessi a contrastare il comune nemico in quelle aree. Chi non si disinteressò, invece, di ciò che succedeva in quei luoghi fu la Turchia che denunciò il locale partito PYD di essere legato al PKK (considerato internazionalmente un gruppo terrorista curdo-turco). I Peshmerga siriani, la forza armata del partito denominata YPG, fu accusata immediatamente di ricevere armi e ordini dal PKK. La cosa è verosimile, anche se sia il PYD si l’YPG hanno sempre smentito ogni collegamento. Per questi motivi, durante l’assedio di Kobane, Ankara impedì che curdi di Turchia potessero unirsi ai difensori della città e, solo dopo le pressioni internazionali, consentì che vi arrivassero Peshmerga del partito iracheno PDK, considerati più vicini ai propri interessi. Va però aggiunto che, almeno in un primo tempo e non ufficialmente, armi turche erano a disposizione dello Stato Islamico per essere usate sia contro Saddam sia contro i curdi di Siria. La preoccupazione della Turchia era, fin dall’inizio, che una possibile caduta del regime di Damasco consentisse la nascita di una nuova enclave curda vicino al proprio confine. Se fosse nata una regione amministrata da curdi o addirittura se fosse nato uno Stato curdo in Siria, ciò avrebbe galvanizzato i seguaci del PKK incoraggiandoli nella loro lotta e rendendo piu’ difficile bloccare il desiderio di autonomia curda all’interno della Turchia. Anche quando Ankara, dopo l’accordo con i russi, virò decisamente a favore della lotta contro gli Islamisti, la preoccupazione che nessuna enclave curda potesse nascere in Siria continuò a essere presente nei suoi incubi.

Chi, al contrario, vide nell’YPG una forza utile per i combattimenti sul campo furono i russi e gli americani. La Russia nel periodo di forte crisi con Ankara aveva consentito a Mosca l’apertura di un ufficio di rappresentanza del PYD e si suppone che abbia anche contribuito agli armamenti dell’YPG. Gli Usa, con la filosofia di “No boots on the ground” videro nei Peshmerga siriani le truppe di terra che non volevano mandare direttamente e organizzarono addestramenti, informazioni tattiche e fornitura di armi letali. L’accordo tra americani e curdi siriani si dimostrò molto efficace sul campo di battaglia e i miliziani dell’YPG cominciarono a dilagare anche fuori dalle aree abitate prevalentemente da curdi. Nella conquista della “capitale” dell’ISIS, Raqqa, il loro contributo fu determinante, così come lo fu nella conquista di molti altri villaggi. Preoccupati che russi, turchi e iraniani si fossero messi d’accordo per spartirsi il futuro della Siria, con o senza Assad, gli americani individuarono nei curdi una loro possibile roccaforte nell’area e, all’inizio di gennaio, annunciarono l’intenzione di continuare a presidiare l’area assieme ai curdi, anche finita la guerra, con almeno 30.000 soldati. Evidentemente, perché’ questa ipotesi potesse realizzarsi, occorreva che gli americani dessero per scontato che una qualche entità istituzionale curda potesse nascere in loco. Fu questa ipotesi a convincere definitivamente Ankara ad intervenire direttamente, prima che fosse troppo tardi.

LA SITUAZIONE OGGI IN IRAQ

Come abbiamo visto, la situazione economica della Regione Autonoma Curda si trova oggi in gravi difficoltà, perfino piu’ pesante dopo la perdita di Kirkuk e la rinuncia del Presidente Barzani ad accettare una proroga del suo mandato. Il Governo di Al Abadi è uscito finora vincente dal confronto e sta cercando di capitalizzare quanto ottenuto imponendo ai curdi condizioni inaccettabili che costituiscono un passo indietro perfino rispetto all’autonomia prevista dalla Costituzione e alle libertà di cui già godevano. I posti di frontiera con l’Iran sono stati rimessi in funzione e dal 16 gennaio sembrerebbe che anche un accordo per la riapertura degli aeroporti possa essere raggiunto. Tuttavia, tra le condizioni poste ( ben tredici) per iniziare nuove negoziazioni ci sono: a)la dichiarazione scritta che il referendum sia considerato totalmente nullo, b)la rinuncia ad ogni futura richiesta di indipendenza, c)negli aeroporti curdi di Erbil e Suleimaniya devono essere presenti rappresentanti permanenti dell’Autorità dell’Aviazione Civile Irachena, d)tutti i valichi frontiera, compresi quelli con la Turchia, devono non essere piu’ controllati da forze curde ma solo da quelle irachene, e)tutti i pubblici ufficiali curdi che vogliono recarsi all’estero per qualunque motivo devono ottenere l’autorizzazione da Baghdad, f)tutti i futuri proventi doganali o derivanti dalla vendita di petrolio devono essere lasciati alle autorità Federali e la vendita degli idrocarburi deve essere effettuata solo attraverso la SOMO (l’Ente petrolifero nazionale), g)il controllo delle dighe su territorio curdo dovrà passare sotto il controllo dello Stato centrale, ecc.

È evidente che queste richieste, se mai saranno accolte, significano la fine non solo della (im)possibile indipendenza ma anche di gran parte dell’autonomia usufruita in precedenza. Il controllo iracheno di aeroporti e frontiere implica che gas, petrolio e traffici di merce varia saranno strettamente controllati da Baghdad e non sarà piu’ possibile per il KRG condurre qualunque tipo di affare con società straniere senza il permesso del Governo centrale. Perfino l’impossibilità di recarsi all’estero senza autorizzazioni per i pubblici ufficiali significa che i rapporti internazionali, tessuti accuratamente dai curdi in questi anni, dovranno anch’essi sottostare al placet iracheno.

La rinuncia di Massoud Barzani alla posizione di Presidente (nonostante resti il capo carismatico del partito di maggioranza PDK) si era resa indispensabile per cercare di rendere possibile il dialogo con le Autorità centrali senza una presenza diventata troppo ingombrante per il suo ruolo nell’indizione del referendum. Tocca ora al cugino, il Primo Ministro Nechirvan Barzani, giocare il ruolo del “moderato” e in questa veste, per cercare supporto, si è recato a Parigi, a Davos e ha chiesto di incontrare Erdogan. Nella località svizzera ha potuto incontrare molti capi di Stato e anche il Segretario di Stato americano Tillerson. Sia quest’ultimo che Macron, così come hanno fatto altri esponenti politici di altri Paesi (pure l’UE) sono intervenuti su Al Abadi, invitandolo ad aprire i negoziati senza irrigidirsi. Almeno in apparenza tutte queste azioni diplomatiche hanno ottenuto un qualche successo, tant’è che Baghdad ha preannunciato l’istituzione di una commissione parlamentare composta da curdi e da arabi iracheni che avrà il compito di affrontare tutti i motivi della discordia. Sarà composta da sette persone, di cui però cinque arabe e solo due curde. La strada di un possibile accordo è però complicata dal fatto che a maggio si terranno le elezioni nazionali e locali in tutto l’Iraq e ciò obbliga i politici delle due parti ad essere prudenti nelle rispettive concessioni. Che la situazione resti molto complicata lo si può vedere dal seguito dell’incontro avvenuto a Davos tra Al Abadi e Nechirvan Barzani. Dopo il loro colloquio avvenuto in forma riservata, il Primo Ministro iracheno ha detto ai giornalisti (e ripetuto nel suo intervento ufficiale) che un accordo era stato raggiunto in merito alla diatriba petrolifera e che i curdi avevano accettato di lasciare tutto nelle mani della SOMO. Appena informato della cosa, il Barzani si è precipitato a smentire quanto affermato dalla controparte dicendo che si trattava di una menzogna e che il loro (breve) incontro aveva solo accennato ai vari problemi senza nemmeno toccare la questione petrolifera. Il ministro curdo ha aggiunto che l’unico accordo raggiunto era che ci sarebbe stato un altro incontro nella settimana seguente.

Mentre la contrapposizione con Baghdad quindi continua, anche in casa curda i problemi non mancano. Il partito dell’Unione Islamica del Kurdistan, il maggior partito islamico della regione, ha annunciato di voler uscire dalla maggioranza di Governo per unirsi agli altri due partiti di opposizione, Goran e il Gruppo Islamico Curdo che già si erano ritirati in precedenza dopo esservi entrati nel 2013. Il Governo resta stabile poiché’ su 111 parlamentari 38 appartengono al PDK, 18 al PUK e altri voti utili sono quelli del piccolo Partito Cristiano e quello dei Turkmeni, consentendo così di arrivare a 72 voti. Anche il maggior alleato del PDK, il PUK, dopo la morte del suo capo carismatico Talabani attraversa un periodo di grande incertezza. Da piu’ di due anni non riesce a tenere il previsto congresso ed è sostanzialmente diviso in almeno tre spezzoni. La voce piu’ importante al suo interno resta quella della signora Hero Talabani, moglie del defunto leader, che ha potuto imporre uno dei figli, Qubad, al posto di Vice Primo Ministro. Tuttavia le contestazioni contro di lei sono in costante crescita e viene da molti ritenuta la vera causa della crisi interna. Hero Talabani è donna di fortissimo carattere e fu una combattente tra i Peshmerga nelle guerre contro Saddam, rimanendo pure ferita in combattimento. La persona che sembrava potesse far contenti tutti, almeno in attesa del congresso annunciato ora per il 5 marzo prossimo, sarebbe stato il Vice Presidente del Kurdistan Kosrat Rasul, già capo dei Peshmerga di Suleimaniya. Costui era appena rientrato dalla Germania ove si era recato per ricevere importanti cure mediche e qualcuno aveva pensato di affidare a lui l’incarico ad interim per guidare il partito fino al congresso. Lui stesso aveva annunciata l’intenzione di creare un nuovo esecutivo provvisorio con l’intento di includervi rappresentanti di tutte le fazioni. Il tentativo è però fallito per l’opposizione di alcuni membri dell’Ufficio Politico in carica che hanno rifiutato di dimettersi. Non manca di qualche peso anche il sospetto che una parte del partito abbia “negoziato” il ritiro da Kirkuk con gli iraniani. Ai due Barzani e al PDK non conviene enfatizzare troppo tale questione per non dover subire ricadute nella maggioranza che sostiene il Governo ma è certo che la cosa prima o poi tornerà a galla.

LA SITUAZIONE IN SIRIA

Il 20 gennaio scorso, con un’operazione chiamata (ironicamente?) Ramo d’Ulivo, l’artiglieria e gli aerei turchi hanno iniziato il bombardamento della zona di Afrin, città vicina al confine e una delle roccaforti dei curdi siriani dell’YPG. Dopo aver dichiarato che lo scopo era quello di “pulire” il terreno dalla presenza dei “terroristi”, le truppe turche sono entrate in territorio siriano e sono arrivate in prossimità della prima città obiettivo. Accompagnate da miliziani dell’Esercito Libero Siriano composto da 25.000 uomini hanno occupato il Monte Bursaya che sovrasta Afrin e conquistato il villaggio di Qestel Cindo che sta ai piedi del monte. Ufficialmente, l’azione turca si era resa indispensabile come risposta ad attacchi di missili curdi contro le cittadine turche di confine Kilis e Hatay ma è certo che il lancio di missili in territorio turco avvenne soltanto dopo i primi bombardamenti subiti dai curdi.

Ankara aveva sempre chiesto agli alleati americani (senza mai ottenerne l’assenso) di poter creare una zona cuscinetto in territorio siriano che non vedesse la presenza di popolazioni di etnia curda e ciò sempre per la paura che avere un’entità curda vicino al confine avrebbe consentita la possibilità di passaggio di armi e gruppi armati da e per il PKK. Aveva anche chiesto che gli Stati Uniti smettessero di fornire armi all’YPG e ne avevano ottenuto una dichiarazione in linea di massima che le forniture sarebbero cessate. Dichiarazione però che diventava poco credibile dopo l’annuncio dell’intenzione americana di creare un corpo di 30.000uomini armati proprio a ridosso del confine. A quel punto Erdogan ha dato il via all’operazione militare, ribadendo che considerava l’YPG, il PYD e il PKK come un’unica organizzazione terroristica e che andasse distrutta in ogni modo. Anche il Primo Ministro Binali Ildirim non è stato da meno e ha annunciato l’intenzione di “liberare” una zona di almeno 30 chilometri a partire dalla stessa Afrin. Non è la prima volta che le truppe turche varcano il confine siriano perché’ già lo fecero con carri armati e aerei nell’agosto 2016 tramite l’operazione detta Scudo dell’Eufrate. Allora, la motivazione data fu la volontà di allontanare l’ISIS dal confine e impedire l’avanzata delle milizie curde.

In realtà Ankara, con l’attuale intervento, oltre a voler impedire la creazione di un Governo curdo locale, vuole anche diventare protagonista ineludibile negli assetti della futura Siria e un’azione militare come quella ora in corso le consentirà di negoziare il futuro da una posizione di relativa forza anche con gli alleati russo e iraniano.

La reazione internazionale all’invasione turca non è stata positiva: i francesi, memori del loro ruolo storico di colonizzatori della Siria, hanno immediatamente chiesto che si riunisse d’urgenza il Comitato di Sicurezza dell’ONU e il Ministro degli Esteri Le Drian ha telefonato al collega turco Cavusoglu chiedendo di fermare ogni ostilità. Anche gli americani avevano, già il 19 gennaio, invitato i turchi a non intraprendere nessuna azione bellica in Siria, garantendo che non avrebbero costituito nessuna forza militare al confine turco siriano. Ciò nonostante i richiami sono caduti nel vuoto, perché come dice un analista politico turco: “Il dentifricio non si può rimettere nel tubetto” e: “Erdogan ha passato il suo Rubicone”. Il vice Primo Ministro turco Bekir Bozdag è arrivato a definire le richieste americane come “vuote e prive di senso”. Non bisogna dimenticare che Erdogan sta da tempo conducendo una cruenta battaglia in patria contro l’etnia curda e che la maggior parte della popolazione lo appoggia in questa direzione. Dopo l’inizio dei bombardamenti, il partito curdo di Turchia l’HDP ha invitato a scendere in piazza per contestare la decisione del Governo ma pochi sono stati i cittadini che hanno raccolto l’invito e anche i partiti che più si oppongono in Parlamento ad Erdogan si sono dichiarati favorevoli all’intervento militare.

Gli americani hanno le mani legate: i loro rapporti con Ankara sono già molto tesi a causa dell’avvicinamento turco a Mosca e per l’arresto di funzionari e diplomatici americani a Istanbul con l’accusa di sostenere i golpisti. Non va dimenticato che, subito dopo il tentato golpe, a tutto il personale americano presente nella base aerea di Incirlik fu proibito di uscire per diversi giorni e che Washington ancora rifiuta di consegnare alla Turchia la presunta mente del colpo di stato Fetullah Gulen.

Sembrerebbe, piuttosto, che prima di lanciare le proprie truppe, Erdogan si sia consultato con Mosca per averne l’avallo, ma dal Cremlino non si fanno commenti. Tuttavia (da fonte russa che cita un giornale turco) sembra che il generale Hulusi Akar a capo dell’esercito turco, prima di effettuare azioni aeree, abbia consultato la sua controparte russa Valery Gerasimov. Di certo, nell’incontro che si è tenuto negli scorsi giorni a Sochi, organizzato da Mosca con l’obiettivo di definire il futuro asseto della Siria, nessun rappresentante curdo è stato invitato, anche per il veto posto dalla Turchia. La conferenza ha previsto la partecipazione di ben 1600 invitati da Iran, Turchia, Russia e dalla stessa Siria. Europei ed americani avevano rinunciato a parteciparvi ribadendo che il luogo e il formato del negoziato rimanevano Ginevra e l’ONU mentre l’inviato ONU, Staffan De Mistura, che già era stato presente ai precedenti incontri ad Astana, ci è andato.

CONCLUSIONI

Le opinioni pubbliche occidentali e la maggior parte dei giornalisti quando parlano dei curdi pensano ad una popolazione compatta, unita dagli stessi interessi e divisa tra vari Stati (Siria, Iraq, Iran e Turchia) solo in base alla decisione di potenze straniere, decisione presa nell’unico interesse di quest’ultime. Ciò è vero solo in parte. Nel corso dei secoli, il popolo curdo ha attraversato storie ed evoluzioni diverse e anche la lingua, di origine simile al farsi, è suddivisa in piu’ dialetti rendendo non sempre facile la comprensione reciproca. Se pur è assodato che tutti condividono formalmente il desiderio di vedersi riunificati in uno Stato/Nazione, gli attuali interessi di ciascuno sono diversi e, a volte, contrastanti. Non è un caso che Massoud Barzani, intervistato dalla BBC, nel rispondere se i Peshmerga curdi sarebbero intervenuti in aiuto dei “confratelli” siriani ad Afrin, si è limitato a dire che condannava l’intervento militare perché “non è con le armi che si risolvono i problemi e mandare i Peshmerga non avrebbe risolto la situazione”. Ha aggiunto: “La piu’ grande assistenza che noi possiamo dare è cercare di fare il nostro meglio per fermare le ostilità”.

Anche in questo caso, la realtà vera è che i curdi iracheni hanno bisogno della Turchia sia come aiuto negoziale con Baghdad sia come unico sbocco per le loro comunicazioni con l’estero. Infatti, raggiungere il Golfo Persico significherebbe dover transitare da Baghdad, la Siria è nella situazione che si sa e di andare verso l’Iran non se ne parla. La stessa Iran è un altro fattore di divisione tra gli stessi curdi iracheni: mentre il PDK di Barzani ha da tempo identificato nella Turchia un interlocutore privilegiato, messo in forse solo dalla questione referendum, il PUK della famiglia Talabani ha da molto tempo un canale di comunicazione privilegiato con Teheran. L’Iran, ha già grande influenza su ogni Governo possa esserci a Baghdad e approfitta dei suoi amichevoli rapporti con il PUK per tenere sotto controllo anche il Governo di Erbil e impedire che la regione sia egemonizzata dai turchi, attualmente alleati ma concorrenti nell’ambizione di esercitare una leadership sul Medio Oriente. Il PUK ha anche contatti “riservati” con il PKK, anche se, piu’ o meno ufficialmente, il Governo Regionale Curdo iracheno collabora attivamente con Ankara nel combattere questi terroristi.

In Siria, nonostante il PYD, attraverso l’YPG controlli il territorio, una buona parte della popolazione curda non vi si riconosce e guarda piuttosto a Barzani come leader naturale. La concorrenza tra le varie fazioni è a volte palese, a volte sotterranea e smentita a gran voce, ma anche le ambizioni personali dei vari leader hanno la loro parte non insignificante.

Di tutte queste divisioni tra i vari gruppi curdi hanno sempre approfittato le potenze straniere interessate a quelle zone e, ahimè, bisogna ammettere che si sono ammazzati piu’ curdi tra loro di quanti ne abbiano uccisi armi straniere. Un esempio eclatante del secolo scorso è la strage degli armeni. È risaputo che furono i reparti curdi arruolati nell’esercito ottomano a commettere i maggiori eccidi; eppure, dove si rifugiavano gli armeni che riuscivano a scappare dalle carneficine? Presso altre tribù curde, nemiche delle prime perché’ affiliate al regno Persiano.

Anche oggi sulla pelle dei curdi si giocano partite che non li riguardano ma cionondimeno li coinvolgono. Quanto sta succedendo in Siria è anche uno scontro incrociato e a distanza tra Iran, USA, Russia, Turchia e monarchie del Golfo. Ognuno di loro vuole avere un modo per controllare tutta l’area, ma soprattutto vuole impedire che sia l’altro a farlo. Lo stesso succede in Iraq ove, non a caso, i curdi di Barzani godono l’appoggio di Arabia Saudita ed Emirati (e Israele) in funzione anti-Iran. L’inerzia (o la complicità) americana a Kirkuk li ha fatti gridare al tradimento perché’ la Regione curda ha rappresentato, e rappresenta, il miglior caposaldo a stelle e strisce in un’area egemonizzata da Teheran.

Tutti, quindi li vogliono, da una parte e dall’altra. Ciò che però tutti gli attori stranieri condividono è che nessuna fazione curda debba poter diventare troppo forte da sola e, soprattutto che i curdi non si riunifichino mai sotto un’unica nazione.

l’Isis attacca Teheran

Varie di

La coincidenza tra la decisione dei Sauditi e dei loro principali alleati di rompere le relazioni con il Qatar per un suo presunto avvicinamento all’Iran e i due attacchi terroristici avvenuti a Teheran ha spinto alcuni commentatori a legare i due fatti come conseguenza l’uno dell’altro. L’abbinamento è tuttavia particolarmente improbabile poiché gli attentati contro il mausoleo di Khomeini e il Majlis (Parlamento iraniano) sono stati così ben coordinati tra loro e tanto articolati nell’esecuzione da escludere che possano essere stati organizzati in pochi giorni. L’uso di fucili d’assalto, la scelta dei luoghi e del momento, la trasmissione via video in diretta degli avvenimenti da parte degli assalitori lasciano pensare a qualcosa in preparazione da qualche tempo, ben prima che Trump pianificasse il suo viaggio in Arabia Saudita e rilanciasse l’”asse” contro l’Iran.

Nonostante si ripeta continuamente che è la prima volta che la Repubblica degli Ayatollah sia oggetto di attacchi terroristici, ciò non corrisponde a verità. Seppur da alcuni anni non si registrassero eventi simili, episodi terroristici non sono nuovi in alcune parti del Paese e specialmente nel Kurdistan iraniano o e nella provincia del Sistan-Belucistan. L’ultimo attentato avvenuto nella capitale risale al 2001 e fu opera di un gruppo terroristico interno, i Mujahiddin- e- Khalq (conosciuti anche come Mujahiddin del Popolo facenti capo a Marjam Rajavi, autoesiliatasi in Francia).

Costoro sono un’organizzazione di militanti d’ispirazione islamico-comunista che partecipò alla rivoluzione contro lo Scià, ma fu poi emarginato da Khomeini e si dette alla macchia riunendo poi la maggior parte dei propri militanti nel vicino Iraq. Oggi, i suoi seguaci rimasti nel Paese sono pochi e la popolazione iraniana li disprezza come traditori per la collaborazione da loro data a Saddam Hussein durante gli otto anni di guerra tra i due vicini. Pur tuttavia sono ancora attivi, con una rete segreta di seguaci evidentemente ben introdotta in posti chiave dello Stato, tanto da essere stati loro a rendere noto alla comunità internazionale l’esistenza del progetto nucleare iraniano e provocare, di conseguenza, le reazioni che portarono dapprima alle sanzioni e poi all’accordo dei 5+1 sottoscritto durante la Presidenza Obama.

Anche nel 2008 Teheran fu colpita da un atto terrorista con un’esplosione in un sobborgo della città che causò almeno quindici morti. In quel caso non ci furono rivendicazioni e mai si scoprì la natura degli attentatori, ma i sospetti furono indirizzati verso Israele che avrebbe colpito un convoglio supposto trasportare armi destinate a Hezbollah libanese.

L’ISIS è un naturale nemico dell’Iran e il loro confronto diretto è sui campi di battaglia in Siria e Iraq ove, almeno ufficialmente, sono i Pasdaran e non l’esercito ufficiale a combattere. Per quanto le differenze religiose siano un puro pretesto per scopi più prettamente politici, la ragione formale dell’ostilità’ tra i due è l’”apostasia” del regime sciita degli Ayatollah contrapposto alla “purezza” sunnita del “califfato”. Agenti dello “Stato Islamico” avevano già cercato di agire nel passato contro il regime iraniano, ma un loro “emiro” nel Paese era stato identificato e ucciso mentre undici possibili terroristi erano stati arrestati nel settembre 2016 mentre facevano incetta di armi ed esplosivi, forse proprio per realizzare quanto poi verificatosi lo scorso 7 giugno. Nel marzo di quest’anno i media dell’ISIS diffusero un video in lingua farsi nel quale invitavano i sunniti iraniani (il Paese, seppur a maggioranza sciita, comprende minoranze di altre religioni tra cui sunniti, cristiani, ebrei e zoroastriani) a ribellarsi e colpire organi governativi.

Occorre qui aggiungere che la stragrande maggioranza della popolazione iraniana, pur divisa su varie etnie, nutre un forte sentimento patriottico d’identità nazionale e ogni tentativo esterno di fomentare divisioni tra i vari gruppi è sinora caduto nel vuoto.

L’attacco delle scorse settimane ha avuto il duplice effetto di rinsaldare i legami interni alla popolazione comune ma di accentuare le divisioni tra conservatori e moderati. Nonostante i terroristi fossero evidentemente seguaci dello Stato Islamico, il Governo del Presidente Rohani appena rieletto, per tacitare le proprie opposizioni, dovrà alzare i toni contro i vicini nemici sauditi e contro gli Stati Uniti. Infatti, la prima reazione di molti deputati, nonostante il Presidente del Parlamento Larjani cercasse di minimizzare, è stata il cantare “Morte all’America”.

Le Guardie Rivoluzionarie, uscite pesantemente sconfitte dalle ultime consultazioni elettorali, troveranno in questi attentati la scusa per rilanciare contro Rohani le accuse di troppa accondiscendenza verso i “nemici della rivoluzione”, per aver sottoscritto un patto che riduce la sovranità del Paese e aver così lasciato spazi ad azioni terroriste come quelle capitate. Poco importa che la sicurezza del Paese e i servizi d’informazione dipendano da loro e che quindi proprio ai Pasdaran andrebbe imputata l’incapacità di prevenire quei sanguinosi eventi.

La necessità di rispondere visibilmente all’attacco subito obbligherà il Governo ad aumentare l’impegno in Siria e in Iraq contro lo Stato Islamico e per farlo non potrà che appoggiarsi agli stessi Pasdaran, ridando loro uno spazio politico che sembrava in caduta libera. Che questo, cioè la maggior conflittualità politica interna, fosse uno degli obiettivi dei terroristi è probabile. Così com’è certo che il simbolismo dei luoghi scelti per gli attentati, la tomba del fondatore dell’attuale Repubblica e l’organo costituzionale più rappresentativo, servivano a mostrare la vulnerabilità dello Stato e rinfrancare le schiere dei guerriglieri del “califfato”demoralizzati dalle continue sconfitte sul campo di battaglia.

Trump e la politica USA in Medio Oriente

Varie di

Nelle loro politiche estere non è comune vedere gli Stati cambiare drasticamente le loro strategie al cambiare delle amministrazioni di Governo. Di là  dalle parole spese in campagna elettorale, una volta giunti nella stanza dei bottoni, ogni politico fa i conti con la realtà che lo circonda guardandola da un punto di vista diverso rispetto a chi non ha la responsabilità delle decisioni.

E’ pur vero che, se nel frattempo è cambiato qualcosa nel mondo, sia per nuovi equilibri tra le potenze sia per importanti variazioni nelle politiche altrui, ognuno deve adattarsi e applicare nuove visioni.

Nel passaggio di poteri tra la Presidenza USA di Obama e quella di Trump niente di rilevante è cambiato fuori dagli Stati Uniti: la crisi israelo-palestinese è a un punto morto come prima, le guerre e i vari conflitti in corso perdurano immutati, la Cina continua lentamente ma inesorabilmente nella sua politica espansiva e l’Europa procede nella sua marcia verso una possibile decadenza. Al contrario, la Presidenza americana ha cambiato drasticamente rotta.

Il recente viaggio di Trump a Riad ha mostrato solo il primo di grandi cambiamenti che potrebbero verificarsi anche verso altri teatri.

Mentre Obama aveva allentato i legami che tradizionalmente legavano gli Usa agli alleati storici in loco, aveva riproposto l’attenzione verso la tutela di un minimo di rispetto dei diritti umani e cercava un nuovo dialogo con l’Iran, magari concedendogli il riconoscimento di una sua area d’influenza, il nuovo Presidente è ritornato sulle linee impostate da altri predecessori.

Il rapporto con Israele e l’Arabia Saudita sono di nuovo il perno centrale della politica americana in Medio Oriente e l’Iran ridiventa il nemico numero uno degli interessi americani nell’area.

Il discorso tenuto ai cinquantacinque leader riunitisi per incontrarlo è stato piuttosto chiaro: non contano le differenze tra le religioni e non siamo di fronte ad uno scontro di civiltà, ognuno deve scegliere da solo come vivere all’interno della propria società e i predicatori di ogni fede devono emarginare gli estremismi. L’avversario da battere è solo il terrorismo, che ci colpisce tutti allo stesso modo e il suo maggiore sponsor sta a Teheran. Nessun accenno alla tutela di minoranze interne, nessun richiamo contro atteggiamenti autoritaristici, nessuna menzione sui gruppi integralisti pur notoriamente sostenuti proprio dai sauditi.  Che il tycoon, contrariamente ad Obama, fosse in totale sintonia con il Governo israeliano lo si era visto già in campagna elettorale ma l’apertura all’Islam, in precedenza definita una religione implicitamente aggressiva e pericolosa, ha lasciato realisticamente il posto a una netta distinzione tra la sua pratica normale e i devianti estremismi.

Se si va oltre il primo sguardo, si vede comunque una sua coerenza tra il Trump di prima e di dopo l’elezione. Il suo obiettivo sempre dichiarato era di voler rivitalizzare l’economia interna americana e questa prima tappa del viaggio non l’ha dimenticato. Oltre alla netta scelta politica di campo, uno dei risultati di questi incontri è il volume di contratti firmati e la pioggia di denari (e, conseguentemente, di posti di lavoro) che dovrebbero riversarsi sugli USA. Com’è giusto che sia, politica ed economia camminano insieme e la volontà di rinforzare l’Arabia Saudita e i Paesi arabi contro la “minaccia” iraniana si traduce nella cessione ai sauditi e Paesi vicini di un’enorme quantità di armamenti di fabbricazione statunitense. Si ipotizza una cifra di circa 350 miliardi di dollari in dieci anni, di cui almeno un centinaio da spendersi immediatamente. Di questi ultimi, circa sessanta saranno destinati per l’acquisto di aerei, navi, bombe di precisione, munizioni e un sistema di modernizzazione della difesa cibernetica. Anche i missili THAAD (quelli che sono stati stanziati in Corea del Sud e che Trump vorrebbe fossero i riluttanti coreani a pagare) saranno parte del pacchetto. Della delegazione americana facevano parte, non a caso, rappresentanti di alcune grandi imprese americane, quali la Boeing, la Lockeed e la General Electric.  I sauditi, pur alle prese con un deficit interno di almeno 53 miliardi di dollari che li ha obbligati a tagliare i salari degli impiegati pubblici, hanno promesso investimenti, in partnership, nelle infrastrutture americane per un montante di 200 miliardi in quattro anni. Anche gli Usa hanno concesso qualcosa: 150 elicotteri della Lockeed saranno assemblati in Arabia Saudita creando 450 nuovi posti di lavoro e la società mista Aramco dovrebbe poter investire almeno 50 milioni in attività diversificate dal settore petrolifero.

Tornando all’aspetto più direttamente politico e di là dei discorsi ufficiali, è possibile ipotizzare che si sia cercato di stringere ulteriormente e allargare ad alcuni altri Paesi arabi la collaborazione (già esistente ma mai resa ufficiale) tra Israele e l’Arabia Saudita con una duplice funzione: anti iraniana da un lato e per la ricerca di un vero e duraturo accordo con i palestinesi dall’altro.

Come in tutte le circostanze simili, occorrerà vedere in seguito se quanto discusso e quanto annunciato si tradurranno veramente nella realtà. Gli ostacoli non mancano, a partire dal fatto che alcuni dei presenti hanno nutrito, e probabilmente continuano a sostenere, proprio quei gruppi estremisti e terroristici che sono stati identificati come il nemico comune. Oltre alla stessa Arabia Saudita, alludiamo al Qatar e al suo coinvolgimento con alcuni gruppi ribelli in Siria, con i Fratelli Musulmani e con Hamas nella striscia di Gaza. Né si possono nascondere gli interessi divergenti nello stesso mondo arabo, con relativi supporti a gruppi combattenti in Libia o in Egitto(vedi Fratelli Musulmani).

Infine, il coalizzarsi del mondo sunnita contro l‘Iran significa escludere dalla partita la Russia e, oltre a rendere impossibile una soluzione per la crisi siriana, non potrà certo essere facilitato il raggiungimento di una stabilizzazione della regione, dove gli sciiti sono pur sempre un numero rilevante e godono di posizioni geopoliticamente molto forti.

Dario Rivolta

 

 

Photo Credit: Per gentile concessione

Valentin Muriaru www.valentinmuriaru.com

 

Dario Rivolta
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