GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Alessandro Forlani

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Essenziale la pacificazione e la stabilità della Libia per la sicurezza dell’area mediterranea

AFRICA di

Il conflitto scaturito dall’avanzata delle forze del generale Haftar verso Tripoli potrebbe vanificare definitivamente l’impegno quasi decennale profuso dalla comunità internazionale per la stabilizzazione della Libia e determinare una condizione di tendenziale deflagrazione delle tensioni in essere nella regione maghrebina, con pesanti riflessi per tutta l’area mediterranea. Continue reading “Essenziale la pacificazione e la stabilità della Libia per la sicurezza dell’area mediterranea” »

Il referendum in Catalogna, un precedente che preoccupa l’Europa

EUROPA di

Il referendum sull’indipendenza della Catalogna potrebbe costituire un efficace incentivo al rilancio di aneliti autonomisti presenti, in misura più o meno accentuata, in diverse parti d’Europa. Ragioni storiche, conflittualità e incomprensioni antiche,

specificità etniche e culturali e, talvolta, anche ingiustizie e persecuzioni, hanno determinato in alcune aree del Vecchio Continente – come, peraltro, nel resto del mondo – un forte sentimento identitario che, a volte, viene percepito quale segno di contraddizione, rispetto alla condizione di appartenenza nazionale, secondo gli assetti statuali predefiniti.   Anziché costituire una risorsa aggiuntiva della cittadinanza di uno Stato, diventa fattore di contrasto con quella stessa appartenenza.   Nella stessa Spagna fenomeni di questo tipo li troviamo anche in altre comunità regionali (baschi, galiziani), così come in Scozia, nelle Fiandre, in alcuni fermenti del nostro nord est italiano, dove, a breve, verrà celebrato un referendum per ottenere maggiore autonomia dallo Stato centrale.

Tensioni e sentimenti antichi, legati spesso a ferite profonde e dolorose, ma che devono essere ricomposti dalla politica, possibilmente quella di largo respiro, o, come si dice, con la “P” maiuscola.   E’ la politica che deve evitare il caos derivante dalla disgregazione degli Stati e dalla proliferazione dei particolarismi e conciliare la stabilità con le istanze autonomistiche.   In alcuni casi questo equilibrio è stato raggiunto con saggezza illuminata, come in quello dell’Alto Adige (ma anche delle altre regioni italiane a statuto speciale), del federalismo dei Lander, in Germania, della convivenza della comunità fiamminga e di quella vallone nel Regno del Belgio.

La composizione delle differenze etniche, linguistiche, culturali avrebbe poi dovuto trovare la sua massima realizzazione nel disegno di integrazione europea che, tuttavia, negli ultimi anni, ha mostrato qualche esitazione nella definizione della natura dell’Unione, incerta tra la fisionomia di una sorta di super stato sovraordinato ad altri stati, sia pure dotati di propria sovranità, o una federazione di stati.   In tal modo è stata sempre più percepita, anziché come ulteriore strumento di tutela e valorizzazione delle autonomie locali, in virtù del principio di sussidiarietà (a lungo si è vagheggiata l’Europa delle regioni, anche da parte dei leghisti di casa nostra), come sovrastruttura burocratica e opprimente, insensibile alle istanze legate alle peculiarità locali.

Questa sensazione ha alimentato i movimenti sovranisti, autonomisti e anti euro che tanta preoccupazione hanno suscitato negli ultimi mesi a Bruxelles e nelle cancellerie europee.     Ma ha anche attenuato la fiducia nella capacità dell’integrazione europea di favorire il superamento di alcuni momenti di più sensibile criticità tra governi nazionali e autonomie locali.   E il caso emblematico è proprio quello della Catalogna: come possono, le autorità comunitarie di Bruxelles, assistere inerti a quanto sta accadendo ?   E’ necessaria una moral suasion assai più forte ed efficace per sedare il conflitto, a fronte di due parti in causa che hanno preferito, alla fine, un muro contro muro che ha provocato ulteriori tensioni e violenze e che appare, al momento, privo di sbocchi costruttivi e rassicuranti.   Come uscire dalla crisi ? La secessione di una regione da uno Stato nazionale, in forma pacifica, può verificarsi solo in base ad un accordo, con il consenso di entrambe le parti, o grazie alla passiva desistenza dello Stato nazionale che subisce la dissociazione.   Quella tra cechi e slovacchi si rivelò certamente indolore, ma ogni caso ha una sua storia peculiare.

In quello della Catalogna l’esempio ceco appare difficilmente applicabile, le autorità di Madrid sembrano irriducibili a rassegnarsi alla perdita della regione più ricca del Paese.   Rischiando poi nuovi fermenti secessionistici, in una nazione che ancora serba in sé le ferite causate da una sanguinosa guerra civile e da una pesante dittatura che hanno lasciato inevitabilmente una lunga scia di diffidenze e conflittualità. Occorre, tuttavia, rilevare come questi quarant’anni di democrazia abbiano determinato processi di integrazione, di collaborazione e di solidarietà, uniti a momenti di crescita e di successi economici e prodotto un sistema più avanzato di decentramento e di autonomia regionale che hanno certamente contribuito ad una intensificazione dello spirito di unità nazionale.

Per questo, nel pieno rispetto degli orientamenti espressi con il referendum, trovo difficile sottrarmi alla sensazione di una certa esasperazione del dissenso degli indipendentisti, così come appare eccessiva la reazione repressiva del governo centrale.   Deve peraltro rilevarsi che se il 92% dei votanti si è espresso a favore dell’indipendenza, più della metà degli elettori catalani non ha partecipato alla consultazione.   E anche questo dato ha un suo valore e un suo significato.     L’unica via d’uscita è quindi rappresentata dall’abbandono del muro contro muro e degli atteggiamenti muscolari e dal ritorno alla “Politica”, al negoziato, con il supporto, finalmente, delle autorità dell’Unione Europea, per arrivare ad una forma più avanzata di statuto autonomo della Generalitat e ad una ripartizione dei poteri più aderente alle specifiche esigenze di una popolazione che, per ragioni storiche, si sente nazione.

 

di Alessandro Forlani

Il Regno Unito, dopo le elezioni che non rafforzano la May

EUROPA di

Il ricorso alle elezioni anticipate, per la premier britannica Theresa May, si è rivelato un boomerang.   Il 18 aprile aveva annunciato la sua decisione sul voto, nonostante la legislatura fosse iniziata soltanto due anni fa e i Tories avessero ancora numeri sufficienti per governare, proprio nell’intento di ottenere una maggioranza ancora più ampia che le consentisse di affrontare il negoziato di uscita dall’Unione Europea in una posizione più forte, per ottenere condizioni più favorevoli.   Ha ottenuto, invece, un risultato esattamente contrario.   I Tories hanno vinto, sì, ma di stretta misura e senza ottenere la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera dei Comuni. Né possono contare, al momento, su un possibile sostegno dei liberaldemocratici – di cui a suo tempo si era giovato Cameron – che hanno visto aumentare i propri seggi, ma non sembrerebbero più disponibili ad un’alleanza con i Tories.

May si trova oggi con una maggioranza relativa che, teoricamente, non le consentirebbe di governare e anche se qualche alchimia parlamentare rendesse possibile l’insediamento di un nuovo esecutivo a guida Tory, questo sarebbe probabilmente soggetto a continui e stringenti condizionamenti parlamentari e dovrebbe sottoporsi a frequenti ed estenuanti negoziazioni interne, anche per la definizione di termini e condizioni delle trattative “esterne” per l’uscita dall’Unione Europea.   E quest’ultimo negoziato appare, già di per se stesso, assai complicato, considerando l’atteggiamento in qualche modo “risentito” ” – in termini politici, naturalmente – che Brexit sembra, talvolta, aver suscitato nei vecchi partners europei e nelle leadership di Bruxelles.

Quindi la May si verrebbe a trovare, di fronte alle autorità dell’Unione Europea e ai governi dei paesi membri, proprio nella condizione opposta a quella vagheggiata, al momento di decidere il ritorno alle urne. Una condizione di complessiva debolezza, con margini limitati di discrezionalità politica, tanto nei confronti degli ex partners europei, tanto di fronte all’opinione pubblica di casa sua, spaccatasi prima sulla Brexit e ora sulle consultazioni politiche.   Il voto si è svolto, peraltro, in un’atmosfera di tensione e preoccupazione innescata dalla vittoria della Brexit stessa nel referendum di un anno fa e dai recenti drammatici episodi di terrorismo che hanno colpito il Paese.

Lo psicodramma indotto dalla storica decisione popolare di abbandonare l’Unione Europea si rivela tuttora incombente e alimenta le incognite sui destini economico-finanziari del Paese e, più in generale, sul suo ruolo futuro nello scacchiere internazionale e nei rapporti con l’Unione Europea.   Permane, probabilmente, in larga parte dell’opinione pubblica, la sensazione del salto nel buio, di un azzardo che, ancorché agevolare la soluzione dei nodi più insidiosi, abbia posto il Paese di fronte a nuove sfide e nuove insidie.    Ed è su questo scenario di persistente attenuazione di equilibri e di certezze che è calato di nuovo, sul Paese e sulla sua Capitale, l’incubo della minaccia terroristica e della sfida dell’estremismo fondamentalista, riflesso dei tormentati conflitti mediorientali, ma anche delle insufficienze rivelate dai processi di integrazione delle comunità di immigrati di più generazioni.

In questo scenario, tra i più cupi nella storia recente dell’isola che in passato ha esercitato un ampio dominio sui mari e su molte popolazioni del mondo, la risposta del Paese all’appello del Primo Ministro ad una investitura popolare che ne consolidasse la delicata missione si è rivelata alquanto tiepida, confermando la condizione di netta frattura politica, già evidenziata dal voto su Brexit.   Anzi, forse il trauma della Brexit ha alimentato la freddezza verso la leadership della May che, dopo un tiepido consenso al “remain” durante la campagna referendaria, è ora decisa fautrice di una “hard Brexit”.

In un’epoca di pesanti incognite sul fronte dello sviluppo economico, della conservazione del welfare e delle diseguaglianze sociali, il rischio di desertificazione della City e di perdita di quel ruolo di massimo crocevia della finanza internazionale rappresentato da Londra, ha indotto parte della popolazione e molti giovani, in particolare, a rifuggire quell’attrazione dell’euroscetticismo che nel Regno Unito sembrava irresistibile e riscoprire quelle istanze di solidarietà e di condivisione che sembrano incarnate proprio dal principale avversario della May, il leader laburista Jeremy Corbyn. Con il suo programma, nettamente distinto e contrapposto a quello conservatore,   che segna una sorta di discontinuità rispetto alla linea tendenzialmente centrista dei laburisti, inaugurata da Blair negli Anni Novanta, Corbyn rilancia i temi originari della sinistra radicale, propugnando la nazionalizzazione delle imprese operanti in determinati settori di pubblico interesse (energia e trasporti), l’imposta patrimoniale sui grandi redditi, imposte più alte per le società e pesanti stanziamenti per la spesa sociale e per l’edilizia popolare.

Particolare attenzione ha suscitato nei giovani, in particolare, il proposito di questo “New Old Labour” di eliminare la retta per l’iscrizione all’Università e ridurne comunque i costi assai elevati.   Questo programma ha consentito al partito di Corbyn di recuperare terreno, rispetto ai Tories, nei sondaggi delle ultime settimane che hanno preceduto il voto.     Il risultato elettorale però ha superato i sondaggi più favorevoli al Labour, piazzandolo due punti di percentuale al di sotto dei conservatori.   Il recupero, realizzatosi in seguito alla divulgazione di un programma che potremmo definire, appunto, di sinistra radicale, può ritenersi rivelatore di una diffusa stanchezza del Paese, rispetto alle politiche di questi anni e, in particolare, all’involuzione indotta dalla Brexit che a molti settori della società e, in particolare, ai giovani, è apparsa come un fenomeno di retroguardia e di potenziale decadenza.

Il risultato deludente della May, il sensibile incremento di un Labour tornato su posizioni di sinistra tradizionale, l’avanzata dei liberali – come Corbyn, contrari alla scelta del “leave” -, il totale insuccesso dell’UKIP, il partito che dell’uscita dall’Unione aveva fatto la sua ragion d’essere, evidenziano una ricerca di certezze, di soluzioni positive, di costruzione di un futuro che non possa esaurirsi nei muri, nelle regressioni, nelle discriminazioni, nelle chiusure.   Il voto evidenzia un’aspirazione a riforme migliorative ed inclusive che garantiscano un futuro ed esorcizzino gli incubi dello scenario presente.   Non sappiamo se le ricette prospettate dal New Old Labour siano quelle risolutive per il Paese, ma almeno hanno suscitato delle speranze in aree sfiduciate del tessuto sociale.

Si pone ora un serio problema di governabilità.   Theresa May ha voluto le elezioni per trattare una “Hard Brexit”, per la quale si sentiva troppo debole e precaria con i suoi 15 deputati di maggioranza.   Ora non ha più nemmeno una maggioranza parlamentare. Difficilmente potrà insistere per una “Hard Brexit”.     La mancata acquisizione di quella maggiore legittimazione popolare per una dura trattativa dovrebbe spingere la leader ad un negoziato che prescinda da atteggiamenti rivendicativi o di rivalsa, o da striscianti risentimenti ed ostilità – e questo vale, naturalmente, anche per le controparti di Bruxelles, che, a volte, tradiscono un’inutile e controproducente “reattività”, nei confronti degli ex partners che hanno dato forfait (per ora) dal disegno europeo – ma persegua un accordo equo che, comunque, garantisca libero scambio e cooperazione sui grandi temi della sicurezza, delle migrazioni, della formazione e della cultura, senza inutili e anacronistiche penalizzazioni, dall’una e dall’altra parte, lasciando che la grande isola continui a rappresentare un’opportunità per tanti cittadini del continente e non solo e l’Europa, nel suo complesso, resti anch’essa un’occasione preziosa per i cittadini britannici.

La Francia al bivio, tra Il tecnocrate europeista e La “pasionaria” sovranista

EUROPA di

Dal primo turno delle elezioni presidenziali francesi, che si è svolto domenica 23 aprile, è sembrato emergere un temporaneo rallentamento dell’ascesa di Marine Le Pen, da molti temuta e da altri – ma molti di meno – auspicata.     Si è attestata tra il 21 e il 22% e, considerando la mancanza di alleati e la chiusura, nei suoi confronti, dei concorrenti “caduti” al primo turno, un incremento di consensi tale da portarla alla vittoria al secondo sembra un obiettivo di difficile realizzazione.

Benché i sondaggi di queste ultime due settimane abbiano, in certe fasi, registrato una crescita di consenso più rapida di quella di Macron, la forbice a favore di quest’ultimo sembra tuttora piuttosto ampia.     Ma le diffuse preoccupazioni in ordine alla sicurezza, alle migrazioni, al terrorismo internazionale, la delusione verso la governance europea rivestono un peso che non deve essere sottovalutato.

E occorre inoltre considerare le incognite legate al disimpegno sulla candidatura Macron da parte di Mélenchon, candidato al primo turno del movimento di sinistra “La France Insoumise”.     A chi andranno quei voti, circa il 20 % ?   La stessa astensione, secondo autorevoli osservatori, giova soprattutto all’appassionata Marine.

La corsa di Macron all’Eliseo ha colto, comunque, una congiuntura favorevole, segnata dal declino dei maggiori partiti e dalla tendenza della classe politica tradizionale a fare quadrato, a tutti i costi, per impedire la vittoria della destra “sovranista” di Marine Le Pen, arrivata, come era prevedibile, al ballottaggio.   L’aspettativa per la vittoria di Macron si è così consolidata, dopo il primo turno.   Già in ambito internazionale, gli ambienti politici cominciano ad interrogarsi sulla possibile reiterazione, negli altri contesti nazionali, di un modello analogo a quello realizzato in Francia dal giovane tecnocrate e outsider e dal suo nuovo movimento denominato “En Marche !”.     Soprattutto in Italia, in cui le incognite su equilibri, alleanze e identità stentano a trovare soluzione, sembra si sia scatenata la caccia per individuare, nel confuso scenario contingente, il possibile “nuovo Macron” !

Il fondatore e leader di “En Marche !” è un tecnocrate, un manager che è stato chiamato, in virtù delle sue competenze e delle qualificate esperienze professionali, a rivestire l’incarico di Ministro dell’Economia nel secondo governo Valls e che ha lasciato il Partito Socialista, ancora maggioritario nel Parlamento uscente, ma in condizioni di rapido declino, come ha dimostrato il risultato di Hamon – e la stessa rinuncia a ricandidarsi del Presidente Hollande, inconsueta nella storia della Quinta Repubblica, dopo un solo mandato – e ha fondato lo scorso anno un nuovo movimento, dall’identità ancora un po’ vaga e incerta, ma in grado di suscitare interesse e fiducia in una parte crescente di elettorato, ormai stanco dello schema di contrapposizione tradizionale socialisti-gollisti, ma spaventato dalla possibile alternativa lepenista.

En Marche! ha assunto una connotazione di centro, centrosinistra, che non disdegna tuttavia il dialogo con il centrodestra, tanto che Fillon, candidato appunto del centrodestra (“Les Républicains”, di matrice gollista) al primo turno, subito dopo si è affrettato ad invitare i suoi elettori a sostenere Macron nel ballottaggio.   E altrettanto ha fatto Hamon, candidato socialista.   Ma i sondaggi registrano anche possibili defezioni, tra gli elettori di Fillon e Hamon, rispetto ai richiami dei due leaders in favore di Macron.   Defezioni tendenti all’astensione, o addirittura all’opzione Le Pen (questo, in misura maggiore, è stato riscontrato nell’area di centrodestra).

La convergenza di Fillon e Hamon su Macron è dovuta soprattutto all’esigenza di arginare le possibilità di vittoria di Marine Le Pen, ma forse si può ritenere agevolata proprio da quella sorta di equidistanza che l’identità non ancora ben delineata, o comunque fuori dagli schemi, del nuovo movimento, fondato dall’ex ministro dell’Economia, sembra evidenziare rispetto alle due forze che fino ad ora si sono contese la guida della Quinta Repubblica.

Macron è un convinto europeista e ritiene che la globalizzazione possa costituire un’opportunità, non una minaccia per l’economia francese.     Intende innovare e moralizzare il confronto politico nel suo paese e superare lo schema destra-sinistra, secondo nuove interpretazioni delle sfide che investono il nostro tempo.     Si pone nell’alveo progressista, ma non appare neppure troppo lontano dalle posizioni neogolliste, tanto che Fillon non ha manifestato un particolare imbarazzo, assicurandogli il proprio sostegno.

Che possa essere questo, forte proprio di tale pragmatismo post ideologico, il segreto del successo conseguito dall’ex banchiere ed ex ispettore delle finanze, già consigliere di Hollande e ministro socialista e rappresentare quindi la ricetta per affrontare la crisi dei partiti tradizionali di governo anche in altri paesi d’Europa, arginando, con realismo e concretezza, scevra di tentazioni demagogiche, la crescita dei cosiddetti populismi antieuropei e sovranisti ?   Fenomeni questi, efficaci quando assecondano e stimolano paure e diffidenze diffuse nell’opinione pubblica, ma più carenti nella progettualità e nell’individuazione di soluzioni alternative alle politiche che contestano.

La ricetta Macron, considerando l’appoggio incassato dal repubblicano Fillon e dal socialista Hamon, dovrebbe ritenersi orientata, in caso di vittoria nelle presidenziali, a privilegiare comunque il dialogo con quelli che sono stati finora i due maggiori partiti, o comunque con uno dei due.   Questo dialogo si renderà necessario, perché difficilmente il “giovane” movimento di Macron, anche a seguito dell’eventuale elezione alla Presidenza del suo leader, potrà ottenere, nelle successive elezioni legislative di giugno, una maggioranza autosufficiente nell’Assemblea Nazionale.

Il sistema semipresidenziale vigente nella Quinta Repubblica francese richiede la creazione di un rapporto fiduciario tra l’Assemblea Nazionale e il Governo, costituito da un Primo Ministro e dai ministri che saranno nominati dal nuovo Presidente.   Sempre nell’ipotesi di elezione di Macron alla Presidenza, il suo movimento, pur traendo certamente un sensibile beneficio da questa vittoria nelle elezioni dell’Assemblea Nazionale, potrebbe scontare, in quell’occasione, lo scarso radicamento territoriale dovuto al suo recentissimo esordio sulla scena politica.

Parlamentari uscenti e dirigenti di lungo corso dei due partiti che si sono, per oltre mezzo secolo, contesi il governo della Quinta Repubblica potrebbero dare filo da torcere, nei singoli collegi, ai neofiti seguaci di Macron e riscattare, in quella fase, l’insuccesso dei rispettivi candidati – Fillon e Hamon – alla Presidenza.

Dunque, in questa prospettiva, Macron, per evitare il rischio di una sostanziale ingovernabilità, dovrebbe sviluppare affinità e convergenze con i partiti tradizionali, finalizzate non soltanto all’esigenza di contrastare l’estrema destra lepenista, ma anche ad una condivisione programmatica, senza la quale non si può realizzare una coalizione di governo. Difficile poi prevedere, al momento, se le convergenze dovranno ricercarsi con i repubblicani o con i socialisti, o forse con entrambi, nell’eventuale prospettiva di Grande Coalizione che potrebbe costituire, peraltro, la direttrice della politica europea dei prossimi anni, spostandosi gradualmente il confronto, dallo schema popolari-socialisti a quello sovranisti-europeisti (potrebbe essere il caso della Germania, dopo le prossime elezioni politiche, forse anche dell’Italia,… chissà !?…ipotesi “futuribili”, indotte tuttavia da una evidente crisi di rappresentatività delle “categorie” politiche cui da tempo ci eravamo assuefatti).

Ancor più critico apparirebbe il quadro, in caso di vittoria, nel ballottaggio, di Marine Le Pen, perché poi, nelle elezioni legislative, potrebbe ottenere ancor meno seggi parlamentari.   Un partito isolato, come il Front National, non è molto competitivo, con il sistema a doppio turno e avrebbe ancor meno possibilità di quelle di Macron di ottenere una maggioranza nell’Assemblea Nazionale, anzi, in genere stenta ad ottenere una sia pur minima rappresentanza.   Con l’elezione della sua leader alla Presidenza della Repubblica si verificherebbe forse un effetto trascinamento, ma difficilmente potrebbe conseguire una forza parlamentare, in grado di reggere da sola le sorti del governo.   Ne potrebbe derivare il ricorso alla “coabitazione” tra la nuova Presidente e un Primo Ministro del tutto eterogeneo e politicamente ostile, con riflessi assai problematici, per la navigazione governativa.

Un quadro, dunque, incerto, per il futuro istituzionale di questa grande potenza europea, un futuro che ora è affidato alla scelta del popolo sovrano che si pronuncerà domenica 7 maggio.

Alessandro Forlani

Elezioni usa: incognite e attese all’alba dell’era Trump

AMERICHE/POLITICA di

La vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali americane ha suscitato, negli Usa e nel mondo, sensibili preoccupazioni, data la totale “verginità” politica del neoeletto e gli argomenti “politicamente scorretti”, a più riprese utilizzati durante la corsa verso la Casa Bianca.    Abbiamo assistito, nelle ultime settimane, alle manifestazioni di protesta popolare che si sono svolte negli Stati Uniti, un fenomeno cui non eravamo abituati, in quelle dimensioni e con quell’intensità di esasperazione, nei confronti dell’elezione di un Presidente di quel grande paese.    Anche in Europa si avverte il timore diffuso di una nuova era della politica americana che possa compromettere il rapporto di collaborazione e di alleanza strategica che finora si è sviluppato tra le due sponde settentrionali dell’Atlantico.    Incombe lo spettro di un tendenziale disinteresse verso il destino dell’Unione Europea.    Al tempo stesso, taluni osservatori ipotizzano la rinuncia ad un certo interventismo nelle crisi più gravi che minacciano il pianeta e un rapporto preferenziale con la Russia di Putin.

Tanto nelle cancellerie degli stati, quanto negli establishment dei partiti, l’outsider, l’uomo nuovo, estraneo agli schemi consueti della politica, incute sempre una certa diffidenza ed inquietudine, soprattutto quando linguaggio e programmi si rivelino decisamente stonati, rispetto alle posizioni comunemente espresse dalle leadership “professionali”.    E verso Trump non  si registra, peraltro, solo la normale perplessità che suscita il nuovo ed il “diverso”, il neoeletto ci ha sicuramente messo del suo, nel corso della campagna presidenziale e un po’ anche dopo, per evidenziare una “controtendenza”, nei confronti di posizioni e di schemi ormai consolidati.    L’allungamento del muro con il Messico, il respingimento dei clandestini, il processo alla sua rivale Hillary, la promessa abrogazione dell’Obamacare, il contrasto delle pratiche abortive, una certa diffidenza verso gli islamici sono temi che dividono inevitabilmente l’opinione pubblica  e suscitano allarme e repulsione in vasti settori della stessa, negli Stati Uniti e fuori.      La stessa immagine personale del tycoon neoeletto è stata pesantemente compromessa da battute poco edificanti sul genere femminile, riemerse negli ultimi giorni della campagna elettorale.    Ma i più “allarmati” devono tenere comunque conto che l’assetto costituzionale degli Stati Uniti prevede forme di controllo e di contrappeso che non consentono a un Presidente di discostarsi sensibilmente dall’operato dei predecessori, soprattutto su valori fondamentali della convivenza derivanti dai principi della democrazia e dello stato di diritto.     Occorre pur sempre una vigilanza costante dell’opinione pubblica e dei media, perché, in alcuni frangenti di panico e di emergenza, si possono sempre annidare tentazioni “elusive” delle conquiste di civiltà e del rispetto dei diritti umani e delle minoranze.    Questi rischi si corrono soprattutto, quando la cultura, la tensione etica che ha favorito e promosso queste conquiste, venga posta in discussione o relegata in una condizione di marginalità.    Ecco, su questo Trump dovrà dare dei segnali chiari, rasserenando quella parte di America che appare profondamente turbata dalla sua elezione.    Già in queste settimane successive all’election day, l’approccio del Presidente eletto sui temi principali del suo programma politico sembra un po’diverso e più cauto, rispetto ai toni di una campagna elettorale fin troppo aggressiva e conflittuale.   Ci sono poi i contrappesi (Congresso, Corte Suprema, in particolare) che costituiscono una solida garanzia.    Ma i segnali di moderazione, negli obiettivi e nella scelta dei collaboratori, sarebbero utili a rassicurare l’opinione pubblica interna e la comunità internazionale.

Questo vale per le politiche migratorie, la riforma sanitaria – lasciando comunque una forma di copertura per i più poveri -, la sicurezza e il rispetto di etnie, culture e religioni, Islam in particolare, distinguendo nettamente tra la professione di questa fede e i fenomeni eversivi e terroristici che, arbitrariamente, nel suo nome scatenano violenze efferate e conflitti.       Il voto a Trump è stato soprattutto un voto “contro”, di protesta nei confronti dell’establishment dominante, ha evidenziato la frustrazione della classe media, legata alla crisi economica, alla riduzione dei salari e dei posti di lavoro, anche a causa della delocalizzazione produttiva.   Un voto ispirato dall’insofferenza verso la vecchia classe politica – repubblicana e democratica – più che da fondate aspettative nei confronti del vulcanico candidato “outsider” e delle sue promesse.    Ma è stato anche un voto di accorata esortazione verso il cambiamento !!   Gli obiettivi di politica economica del tycoon catapultatosi in politica sollecitano l’ansia di riscatto di quell’America che non si sente più rappresentata dalle élites tradizionali: investimenti nelle infrastrutture (strade, ponti, aeroporti), la promozione e l’agevolazione degli insediamenti produttivi sul territorio nazionale, una certa dose di protezionismo, dalla Cina o da altri  “giganti” economici stranieri.    E, soprattutto, un consistente taglio di tasse, non semplice da realizzare con una maggioranza del suo stesso partito, nei due rami del Congresso, che però sembra preferire i tagli di bilancio.  Difficile conciliare una politica espansiva di investimenti, con la riduzione delle entrate fiscali e con l’orientamento repubblicano per i tagli di spesa.    Vedremo, in questi anni, se la ricetta funzionerà, anche a dispetto di queste criticità.     Di fronte ai fenomeni nuovi che si impongono nello scenario storico-politico, occorre sempre abbinare  ad un sano e controllato scetticismo una certa dose di fiducia e di ottimismo, confidando nelle risorse della democrazia, del pluralismo, delle forme possibili di controllo popolare.    A volte, le apparenze iniziali e i pregiudizi ingannano.      Forse non c’è un’evidente analogia, ma la vittoria di Trump mi ha ricondotto, con la memoria, a quella di Ronald Reagan su Jimmy Carter, nel 1980.   Certamente altri tempi e altra storia, molte differenze, Reagan era già un politico a pieno titolo, ex Governatore dello Stato più popoloso dell’Unione, la California e non così  “politicamente scorretto” nel linguaggio, come si è rivelato Trump, nella campagna elettorale.  Ma anche lui era considerato troppo conservatore – si era appena concluso il decennio dei “Settanta”, segnato dall’egemonia culturale di una certa sinistra intellettuale -, anche lui un poco “outsider”, per i suoi trascorsi di attore, anche lui non era molto amato dall’establishment del Partito Repubblicano – il suo partito, come nel caso di Trump – ed era ritenuto poco esperto nel campo della politica internazionale, forse perché l’approccio appariva, in qualche misura, semplicistico e approssimativo.    Eppure, nel corso dei suoi due mandati (1981-1989), si rivelò uno dei più grandi presidenti, tanto in politica interna, quanto nelle strategie internazionali e la stessa caduta del comunismo nell’Europa orientale (“Mr. Gorbaciov, tear down this wall !”), quanto la fine della Guerra Fredda possono ritenersi un effetto indotto delle sue scelte politiche.    E ancora oggi è la vera icona, l’uomo – simbolo, di quel Partito Repubblicano che all’epoca non sembrava del tutto persuaso del suo valore.       Riguardo a Trump…, staremo a vedere…, fiduciosi e senza inutili pregiudizi, rispettando il risultato elettorale.

Di fondamentale importanza deve ritenersi la scelta dei componenti dello staff, collaboratori, consiglieri, ministri.    Questo vale soprattutto per un Presidente privo di esperienza politica.  E’ all’interno della squadra che, in genere, maturano le decisioni importanti.

Nello scenario internazionale, sarà necessario, a mio giudizio, assegnare la priorità alla ricostituzione degli Stati falliti – Siria e Libia, in particolare –, fonte di tensione e di instabilità.   E, soprattutto, chiudere il conflitto siriano, con la catastrofe umanitaria che quotidianamente produce, in termini di vittime, sofferenze e migrazioni di massa.      La maggiore apertura verso Putin dovrebbe spingere Trump verso una “distensione costruttiva”, superando il clima di revival di Guerra Fredda che si è determinato negli ultimi anni e realizzando una forma di cooperazione finalizzata soprattutto alla pacificazione della Siria.   Una cooperazione che includa a pieno titolo un’Europa  che appare oggi priva  della necessaria coesione e, soprattutto, di una leadership forte e rappresentativa delle diverse sensibilità, nella trepidante attesa dell’esito delle urne in Francia e Germania.     Ma la sfida deve essere raccolta, rilanciando la politica estera e di sicurezza comune.   Le divisioni e contraddizioni potrebbero, infatti, diventare il pretesto per una marginalizzazione della costruzione comunitaria, stretta tra i due “giganti” – non particolarmente “europeisti” – dello scenario mondiale.

Turchia:  dopo il tentato  “golpe”, le prospettive politiche

EUROPA di

Le conseguenze del fallito colpo di Stato in Turchia suscitano pesanti interrogativi sul futuro di quel grande paese, sul piano interno e internazionale.   L’azione di destabilizzazione è stata stroncata in poche ore, ma ha prodotto effetti particolarmente cruenti, con 271 morti.    Le sue dinamiche e il suo rapido fallimento hanno evidenziato limiti organizzativi sensibili e carenze e approssimazioni nell’attuazione del piano.

Buona parte delle alte sfere delle forze armate sono risultate estranee al tentato golpe, condannato da larga parte dell’opinione pubblica e dalla stampa che hanno espresso piena solidarietà e sostegno al Presidente Erdogan.    Le stesse opposizioni parlamentari hanno preso nettamente le distanze dall’iniziativa eversiva, pur esprimendo caute preoccupazioni sulla reazione repressiva posta in essere dal governo.  Almeno 70.000 sospensioni dal lavoro o dalle cariche, circa 18.000 arresti, passaporti ritirati, sanzioni e misure cautelari assunte con criteri che appaiono fin troppo generalizzati e indiscriminati.

Troppe persone sono state colpite in pochissime ore e pochissimi giorni – con modalità talvolta raccapriccianti, per gli aspetti degradanti e lesivi della dignità umana – perché sospettate di collusione con la fallita cospirazione.

Difficile evitare, quindi, almeno il sospetto di una resa dei conti generalizzata, a prescindere dalle responsabilità, in ordine al tentato putsch.    E da tempo, peraltro, gli osservatori più attenti segnalano ombre e ambiguità nel regime guidato dal leader dell’AKP, il partito per la Giustizia e per lo Sviluppo, affacciatosi sulla scena politica come promotore di un islamismo moderato e democratico, aperto all’Occidente e alla prospettiva di integrazione nell’Unione Europea.    Questa linea è stata poi ribadita dal suo leader Erdogan, dopo la prima vittoria elettorale del 2002 e l’insediamento come Primo Ministro nel 2003 (dal 2014 è Presidente della Repubblica, eletto dal popolo, dopo l’introduzione dell’elezione diretta).   L’AKP ha cercato di apparire, fin dall’inizio, come il baluardo della moderna democrazia liberale nel Medio Oriente.    Ma sull’indirizzo politico impresso dalla leadership di Erdogan, negli ultimi tre lustri, affiorano, da anni, fondate perplessità, in considerazione delle repressioni e dei processi a carico di dissidenti e cronisti, delle persistenti penalizzazioni dell’etnia curda, delle ribadite posizioni negazioniste sul genocidio armeno, dei violenti interventi della polizia nei confronti dei manifestanti di Piazza Taksim, nel 2013, delle ambiguità evidenziate nel contrasto della minaccia Isis.   All’immagine di baluardo ed esempio di democrazia e di modernità nel Medio Oriente, si è gradualmente sostituita quella di un aspirante sultanato, con connotazioni di inquietante autoritarismo.   Un’immagine che trova conferma nelle drastiche misure repressive assunte dopo il golpe, nella tentazione di ripristinare la pena di morte, nell’atteggiamento di sfida assunto nei confronti degli alleati occidentali (Europa e Stati Uniti).   Non è semplice, al momento, cogliere le motivazioni di scelte e posizioni così drastiche ed estreme.

La Turchia è collocata in un’area investita da conflitti e tensioni che rendono il ruolo del Paese particolarmente strategico, ai fini della composizione degli stessi e, al tempo stesso, espongono la nazione al continuo rischio di subirne i riflessi, in termini di stabilità e di sicurezza.    Alle porte c’è la complicata guerra civile siriana, anzi siro-irachena e l’assedio alla roccaforte del Califfato, ormai in evidente affanno.

Un conflitto dalle imponenti conseguenze in termini di barbarie, devastazioni, pulizia etnica e migrazioni di massa, che deve essere superato al più presto, per fermare la catastrofe umanitaria.  Alla realizzazione di questo intento non può mancare il contributo di una nazione come la Turchia, per la sua posizione geografica, la sua forza militare, il ruolo politico rivestito nello scacchiere mediorientale.

Negli ultimi tempi, prima del golpe, Erdogan si era mostrato, dopo le iniziali ambiguità, più collaborativo nei confronti di Usa e Russia, nella lotta contro lo Stato Islamico e aveva ristabilito relazioni più distese con gli israeliani.   Con l’UE aveva concluso il noto accordo sui flussi migratori, in grado di alleggerire la pressione verso l’Europa stessa delle moltitudini in fuga dai conflitti.   Ora però il Presidente appare sempre più solo nello scenario internazionale, le repressioni indiscriminate e brutali, tipiche dei regimi totalitari e le dure polemiche contro Stati Uniti ed Europa provocano il suo crescente isolamento.   Forte nel Paese, sostenuto ancora dai mezzi di informazione e dai militari rimasti in servizio, con un consenso popolare forse addirittura più esteso, dopo la tentata deposizione, rischia di diventare il classico “paria”, tra i grandi della Terra.  E’ vero, l’Europa ha bisogno di lui per i migranti, Usa e Russia forse non possono prescinderne, ai fini di un efficace contrasto del Califfato, ma tirando troppo la corda sui diritti umani e sulle accuse agli alleati (di scarsa solidarietà agli europei, addirittura di complicità con i golpisti agli americani), la collaborazione potrebbe diventare troppo imbarazzante per gli occidentali.   E la stessa appartenenza alla Nato potrebbe essere messa in discussione.

Quindi la deriva intrapresa tende a provocare seri rischi di isolamento e incrinare, nel corso del tempo, anche quel consenso di cui ancora può giovarsi il Presidente, nel popolo, nei media e nelle forze armate, potenziando il dissenso di quei partiti minoritari che oggi appaiono deboli, irrilevanti e intimiditi, ma potrebbero crescere, se si sviluppasse l’esigenza di un’alternativa a un regime sempre più oppressivo ed autoritario.   Regime che, accentuando questi aspetti, potrebbe provocare l’allontanamento di turisti e investitori, con conseguenti penalizzazioni economiche per il Paese, considerando che proprio l’economia viene ritenuta il fiore all’occhiello di Erdogan, sotto i cui governi il benessere dei ceti medi sarebbe cresciuto e si sarebbe registrata una migliore distribuzione della ricchezza.

Di fronte a sé il Presidente ha una sola prospettiva ragionevole: l’inversione di rotta, il ripristino delle garanzie e delle libertà proprie di uno Stato di diritto e la distensione nei rapporti con gli alleati americani ed europei.    Tentando di nuovo di pervenire agli accordi di pace con i curdi e collaborando con gli alleati nella lotta al terrorismo del Califfato e nella ricerca di una soluzione politica per la vicina Siria, la cui deflagrazione minaccia la stabilità di tutta l’area e anche della Turchia.

 

 

BREXIT, The day after

EUROPA di

Il voto sulla Brexit del 23 giugno costituisce una sorta di elettroshock nel processo di integrazione europea, che, sia pure tra rallentamenti, stop and go e sensibili contraddizioni, non ha mai smesso di procedere verso gli obiettivi fissati dai padri fondatori.   Questo complesso cammino aveva subìto già un vulnus di una certa rilevanza, con la mancata approvazione del Trattato Costituzionale di Roma, nei referendum popolari di Francia e Paesi Bassi della tarda primavera del 2005. Parziale rimedio fu costituito, poi, dal Trattato di Lisbona del 2007.

Ma questa volta gli effetti, politici, prima ancora che economici o giuridici, appaiono ancor più dirompenti.

Per la prima volta, uno Stato sovrano lascia l’Unione.   Una possibilità contemplata dall’ordinamento comunitario, ma finora mai sperimentata, tanto che si era ormai ingenerata una sensazione di irreversibilità della scelta di adesione di un singolo paese. E parliamo poi, nel caso di Brexit, di un paese importante, una grande potenza.   Oltre quarant’anni fa, pochi giorni prima di un altro referendum britannico, quello del 5 giugno 1975, indetto per convalidare o annullare l’allora recente adesione alla Comunità Europea, Alberto Ronchey, sul Corriere della Sera (31 maggio 1975), sottolineava come al di fuori di quello che allora si chiamava il MEC, l’Inghilterra era “un mercato angusto, un muro tariffario la separava dell’Europa” e come versasse in quel momento nella crisi economica peggiore degli ultimi trent’anni, da quando cioè aveva vinto la guerra, ma perduto il suo Impero coloniale.   Dopo trent’anni di faticosa transizione dall’economia imperiale a quella competitiva, i fautori dell’ingresso nella Comunità si aggrappavano all’opzione europea come a un’ancora di salvezza, confidando nella stessa – rilevava sempre Ronchey – come “garanzia contro l’isolamento fra i grandi mercati” e di recupero di slancio competitivo.   E ancora oggi, gli operatori economico-finanziari credono all’Europa come ineludibile opportunità per il Regno, come ha dimostrato la decisa opzione anti-Brexit dell’establishment e degli ambienti della City.

Ma nella popolazione sono prevalsi gli impulsi di fuga, di isolazionismo, di recupero della piena sovranità nazionale, nonostante tutti gli appelli degli europeisti e del premier Cameron che evocavano i rischi di regressione in termini di opportunità, di formazione dei giovani e di welfare.     Difficile, dunque, cogliere le motivazioni della vittoria di “leave”, in presenza di tante controindicazioni e senza grandi vantaggi evidenti.   Si avverte la sensazione di un disagio profondo, di una sfiducia crescente, di una mancata immedesimazione nel disegno europeista che ha radici psicologiche ed emotive, ma non per questo meno importanti e meritevoli di un’analisi attenta.   Uno stato d’animo che non investe soltanto quella che è stata per secoli la più prestigiosa potenza marittima e commerciale, ma pervade tutta l’area comunitaria, paesi con storie e tradizioni molto diverse e con diversa “anzianità” di appartenenza all’Unione, o alle comunità che l’hanno preceduta.   L’esito del voto costituisce un campanello d’allarme, rispetto a un’insofferenza diffusa nei confronti del disegno di integrazione, non tanto sotto il profilo dell’ideale, quanto rispetto al concreto svolgimento storico del disegno stesso, almeno con riguardo agli ultimi quindici-venti anni.

Una progressiva insoddisfazione che ha ingenerato diffidenza anche nelle forze tradizionalmente favorevoli all’Europa e ha alimentato la diffusione di movimenti contrari all’integrazione, incrementandone i consensi.   Burocratizzazione delle istituzioni di Bruxelles, direttive troppo invasive e vincolistiche, percepite come eccessive compressioni delle sovranità nazionali (di prassi ormai, la giustificazione di politici di livello nazionale, rispetto a misure contestate o impopolari: “ce lo chiede l’Europa !!”), oneri spesso ritenuti difficilmente sostenibili per i singoli paesi membri.   A fronte di tutto questo, l’incapacità e l’inconcludenza, rispetto ai temi che veramente, nell’immaginario collettivo, dovrebbero ascriversi alle competenze di istituzioni comunitarie sovranazionali, come la politica estera, la sicurezza, la difesa comune, le politiche sui flussi migratori, il completamento dell’unione bancaria e la garanzia sui depositi.   Carenze, esitazioni, divisioni e contraddizioni, coperte da reiterate ed estenuanti riaffermazioni retoriche sempre meno convincenti, che hanno smorzato nei cittadini europei l’ideale comunitario e offerto nuove motivazioni a quelle forze populiste e nazionaliste. Motivazioni che i vertici europei hanno a lungo sottovalutato o evitato di approfondire tempestivamente. Le forze antieuropee ora raddoppiano il loro vigore, chiedono nuovi referendum, cercano di solcare tempestivamente la scia lasciata dalla svolta britannica.

Dalla Francia, dove riprende vigore il lepenismo, dopo la sconfitta nelle elezioni regionali, in vista delle politiche del prossimo anno, ai Paesi Bassi, fino all’Ungheria di Orbàn, alla Polonia guidata dal partito di Kakzynski, alle repubbliche ceca e slovacca.   Con l’incognita delle imminenti elezioni in Spagna e gli entusiasmi emulativi di Salvini a casa nostra.   Emerge poi prorompente il destino della Scozia, in cui prevale l’opzione europea e si profila dunque un contrasto che investe il tema dell’unità del Regno. La risposta dei fautori dell’Europa deve mostrarsi equilibrata, scevra di animosità verso gli “uscenti” – e questo mi è parso emergere dalla dichiarazione congiunta rilasciata, a caldo, dai presidenti delle quattro istituzioni centrali europee – univoca nelle finalità e nelle priorità.     E soprattutto la palla deve essere rimessa in campo dai paesi fondatori, cui spetta, moralmente, l’indicazione di un nuovo percorso, più bilanciato sull’integrazione politica, sulla coesione sociale, sulla solidarietà e la crescita, sul superamento delle diseguaglianze

Brexit: un test sull’Europa?

EUROPA/POLITICA di

La campagna già intensa ed accesa sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea ha assunto connotati di cupa tragedia, con il barbaro delitto di cui è rimasta vittima la giovane deputata laburista ed europeista Jo Cox.   Il sangue innocente di una coraggiosa paladina dell’ideale europeo alimenta, da un lato, la carica emotiva che accompagna la consultazione referendaria, dall’altro dovrebbe indurre i sostenitori delle opzioni contrapposte a recuperare serenità di analisi e di giudizio.   Credo che, innanzitutto, debba essere sgomberato il campo dalle tinte fosche e dagli atteggiamenti ritorsivi che, pure, hanno contrassegnato, in ambito internazionale, la polemica sulla Brexit.

Come ci ha recentemente ricordato un esperto del calibro di Enzo Moavero Milanesi (Corriere della Sera del 17 giugno scorso), la Gran Bretagna ha sempre rivestito una sorta di “status” particolare, all’interno dell’Unione Europea.   Patria dell’euroscetticismo, è rimasta fuori dall’Unione monetaria, dal sistema Schengen sulla libera circolazione, da taluni vincoli in materia di diritti fondamentali e di giustizia. La sua resistenza alle forme più stringenti di integrazione non le ha tuttavia impedito di concorrere ai notevoli passi in avanti compiuti dai paesi europei nella prospettiva dell’unione politica, nell’ultimo quarto di secolo. E, come la campagna referendaria ha reso evidente, buona parte della sua popolazione, che forse giovedì si rivelerà la maggioranza, crede nella prospettiva dell’integrazione europea.   Pur dosando con attenzione il suo consenso, rispetto alle decisioni comuni e caratterizzandosi, in genere, nel contrasto delle politiche più restrittive delle sovranità nazionali, la Gran Bretagna partecipa alla politica estera e di sicurezza dell’Unione e costituisce una risorsa essenziale, ai fini di consolidare il ruolo dell’Europa nei delicati scenari globali.   Trovo dunque condivisibili gli appelli diffusi contro l’opzione Brexit, ma non gli accenti vagamente ritorsivi ed intimidatori che sembrino precludere nuovi accordi e trattati con il Regno Unito o gravi ripercussioni economiche e commerciali.

Proprio così si rafforzano nell’opinione pubblica britannica, a mio giudizio, le inclinazioni più ostili all’Europa.   Come rileva puntualmente Moavero nell’articolo citato, in caso di vittoria dei fautori della Brexit, la successiva adesione del Regno Unito allo Spazio Economico Europeo (SEE) e la rinnovata sottoscrizione degli accordi commerciali di cui ora è parte, quale membro UE, attenuerebbero sensibilmente i rischi di ricadute economiche negative.   Ancorché drammatizzare e intimidire, occorrerebbe sottolineare gli effetti benefici della permanenza del Regno nell’Unione.   Per l’uno e per l’altra.   Perché, se è vero, come ha rilevato il premier Cameron, che il suo paese perderebbe taluni benefici e opportunità – soprattutto in termini di welfare -, è altrettanto vero che, per la prima volta, in caso di Brexit, un Paese membro lascerebbe l’UE, creando un precedente che potrebbe rivelarsi contagioso.

In uno scenario in cui si rafforzano i populismi e i neonazionalismi antieuropei e sembra crescere l’insofferenza verso vincoli e oneri derivanti dall’appartenenza all’Unione – basti pensare al tema della gestione dei flussi migratori – si potrebbe innescare una deriva disgregativa dagli esiti imprevedibili.   Ci ritroveremmo un’Europa “a porte girevoli”, in cui si entra e si esce, a seconda delle opportunità e del gradimento delle politiche comunitarie.   Tale condizione favorirebbe, forse, la tendenza a promuovere le cosiddette “cooperazioni rafforzate” e a stimolare nuclei ristretti di paesi di più sicura “osservanza” europeista a realizzare modelli di più stringente integrazione, soprattutto su temi centrali, sotto il profilo politico, come le relazioni internazionali, la sicurezza e la difesa, i flussi migratori, la giustizia, i diritti civili, il welfare. Ma le “porte girevoli” determinerebbero anche una condizione di permanente precarietà del processo di integrazione, la possibilità di disertare in qualsiasi momento le intese intercorse e le obbligazioni assunte, poteri decisionali sempre più sbilanciati a favore degli Stati nazionali – , pronti magari a minacciare l’uscita, in caso di dissenso dalle politiche comuni – rispetto a quelli delle istituzioni comunitarie.

In definitiva, un cammino più incerto e discontinuo che potrebbe allentare il vincolo tra i paesi membri e indurre una condizione di complessiva debolezza dell’Europa nel suo complesso e, forse, dell’intero occidente, rispetto ai giganti emergenti, in particolare la Cina, come ha rilevato in questi giorni il Premio Nobel Shimon Peres.   Più che a un modello di federazione politica, rischieremmo di tendere verso quello della CSI, sorta per conservare una solidarietà tra le repubbliche ex sovietiche e ben lontana, nel suo concreto sviluppo storico, dal disegno di integrazione dei padri fondatori dell’Europa comunitaria.   Per questo il referendum su Brexit, nell’immaginario collettivo, al di là del quesito in se stesso, ha ingenerato la sensazione di una sorta di giudizio universale sulla tenuta dell’Unione.

Italia, Mattarella Presidente

POLITICA di

Sergio Mattarella è il dodicesimo Presidente della Repubblica italiana, eletto al quarto scrutinio da una larga maggioranza che sfiora quei due terzi degli aventi diritto al voto che sarebbero stati necessari nelle prime tre prove.

Una scelta all’altezza del ruolo che attende il nuovo primo cittadino e dei valori che deve rappresentare.   Insigne giurista e giudice costituzionale, annovera nel suo curriculum qualificate esperienze di governo, parlamentari e di partito che attestano una profonda conoscenza dell’assetto e delle prassi istituzionali e dell’organizzazione amministrativa dello Stato.

Non è un aspetto marginale in una fase in cui l’ondata di antipolitica e di delegittimazione dei partiti e delle classi dirigenti ha favorito sovente l’improvvisazione e l’incompetenza.    In trent’anni di vita politica e di esercizio di funzioni pubbliche, Mattarella ha dato prova di sobrietà, serietà e intransigenza sui princìpi, ancor più evidenziate dalla fermezza dimostrata nella lotta al fenomeno mafioso, già pagata a caro prezzo dal fratello Piersanti, Presidente della Regione Sicilia, assassinato dalla mafia nel 1980.

L’elezione in tempi rapidi di una figura di alto profilo alla massima magistratura dello Stato riscatta, in un certo senso, il nostro sistema politico, pur con le sue lacerazioni e contraddizioni.  Nei momenti più solenni e delicati, infatti, si rivela in grado di esprimere scelte responsabili e lungimiranti che trascendano miserevoli tatticismi e calcoli di convenienza.     Sulla logica dei veti incrociati e del compromesso al ribasso, paventati da diversi osservatori nelle scorse settimane, prevale, con la scelta di Mattarella, il senso di responsabilità e la coscienza dell’interesse superiore del Paese.

Sebbene puntasse ad aggregare un’ampia maggioranza, come è giusto che avvenga per l’elezione del Capo dello Stato che è una figura di garanzia, il PD ha preferito utilizzare il suo sensibile vantaggio numerico per proporre agli altri partiti un unico nome, puntando coraggiosamente sul prestigio del candidato, in grado di attrarre un consenso molto ampio e trasversale.

Il Patto del Nazareno, sulla scelta dell’inquilino del Quirinale, non ha funzionato.  Questa volta, Renzi si è trovato nelle condizioni di poter prescindere dal consenso degli alleati del Nuovo Centrodestra – i cui “grandi elettori” hanno poi, comunque, in gran parte, votato per Mattarella – e dall’ “oppositore-amico” Berlusconi e di ottenere, sulla carta,  un’autonoma maggioranza di partenza ricompattando il suo partito e SEL sul nome del giudice costituzionale siciliano.

Se questa scelta di Renzi di smarcarsi dal Nazareno e, in un primo momento, anche dagli alfaniani, in un passaggio così importante, avrà effetto sulla tenuta dell’esecutivo e sul percorso delle riforme, non è dato sapere, ma probabilmente il NCD non tirerà troppo la corda, perché i rapporti di forza sono assai sbilanciati in favore del premier. E lo stesso Berlusconi non ha forse interesse, al momento, a far saltare il tavolo delle riforme – come al tempo della Bicamerale D’Alema ! -, poiché ciò comporterebbe il rischio di nuove elezioni e questo non è certo il momento più propizio per Forza Italia.

Meglio fare buon viso e continuare a confrontarsi lealmente con Renzi sulle riforme stesse, nell’interesse superiore del Paese, tenendo conto che Mattarella, nonostante trascorsi politici di evidente avversione nei confronti del Cavaliere, nella posizione attuale, per la sua serietà e il rigore etico universalmente riconosciuto, costituirà certamente una garanzia del rispetto delle regole e dei diritti delle parti contrapposte.    E rappresenterà, soprattutto, per il Paese un baluardo della legalità costituzionale nelle acque turbolente della dialettica tra i partiti e dei processi di riforma in essere.

di  Alessandro Forlani

La minaccia dell’Isis e il ruolo dell’Europa nel superamento dei conflitti mediorientali

POLITICA di

La minaccia alla pace e alla civiltà mondiale rappresentata dall’Isis richiede una risposta univoca coesa da una comunità internazionale che in questa sfida decisiva deve ritrovare le ragioni di solidarietà, vincendo antichi pregiudizi e reciproche interdizioni strumentali ad interessi economici e geopolitici.

L’Isis è il frutto avvelenato di errori e conflitti, il prodotto insidioso di ambiguità e doppiogiochismi tesi a ridefinire all’infinito le sfere di influenza nell’area mediorientale. Le guerre di “esportazione della democrazia” in Afghanistan, Iraq  e Libia hanno aggravato l’offensiva fondamentalista, anziché neutralizzarla e le stesse primavere arabe del 2011, suscitatrici di grandi speranze, hanno prodotto rinnovate condizioni di autoritarismo, anarchia, conflitto e barbarie.

L’approccio dell’Occidente alle crisi e alle turbolenze deve essere profondamente ripensato, quanto a modalità d’intervento, alleanze in loco, scelte di governance.    L’ISIS, ad esempio, raccoglie l’esasperazione sunnita, in Iraq, anche a seguito di eccessi delle milizie sciite nei confronti delle popolazioni sunnite che sono stati colpevolmente tollerati o non sufficientemente contrastati, né dalle forze angloamericane che avevano occupato l’Iraq, né dai governanti che si sono insediati a seguito di quell’invasione.

La frustrazione e la penalizzazione subite in Iraq dall’etnia sunnita e l’emarginazione delle caste burocratico-militari baathiste – anch’esse sunnite – dopo la caduta di Saddam hanno prodotto questo formidabile centro di polarizzazione dell’estremismo islamico che è l’Isis.  Quest’ultimo, qualificandosi come “Stato islamico dell’Iraq e del Levante”, ha rispolverato l’antico mito del Califfato, richiamo formidabile per tutte le nostalgie imperialistiche ancora annidate in alcuni settori della civiltà islamica, ma soprattutto per quelle giovani generazioni del Medio Oriente deluse ed esasperate da regimi autoritari e logori, troppo sordi alle loro istanze.

Ma la suggestione del Califfato ha contagiato anche altri giovani, anch’essi musulmani, che però vivono nei paesi occidentali, nauseati dai valori del consumismo e della ricchezza dai quali si sentono schiacciati ed esclusi, a causa della disoccupazione e delle troppo ampie diseguaglianze economiche e sociali.    Per questo l’Isis rappresenta, oltre che una minaccia militare e una feroce aggressione ai più elementari principi di civiltà – pensiamo alle decapitazioni, ai sequestri, alle lapidazioni – un monito per le nazioni, per i vecchi e nuovi regimi arabi e mediorientali, per le insufficienti politiche di integrazione e di mobilità sociale delle stesse società occidentali.    E mette definitivamente in crisi la teorizzazione dell’esportazione manu militari della democrazia, l’illusione retorica e astratta di ottenere dai popoli oppressi dalle dittature il consenso verso la “propria” democrazia, attraverso l’intervento bellico, oppure armando i ribelli contrapposti ai vecchi dittatori, senza approfondire l’autentica vocazione politica di costoro, né la loro idoneità, nei casi in cui un’inclinazione democratica effettivamente sussista, ad assumere la guida della ribellione, senza lasciarsi soverchiare dalle avanguardie del fondamentalismo più autoritario ed intollerante.   Proprio questo è accaduto in Siria e in Libia.   La comunità occidentale, in larga misura, ha sostenuto le ribellioni, confidando negli ambienti moderati che sembravano assurgere ad un ruolo di leadership, mentre, in corso d’opera, si sono poi rafforzate le fazioni estreme che ora innescano la destabilizzazione e il caos.

L’Isis è il salto di qualità di quel terrorismo che si annidava nelle caverne afgane e attizzava l’odio antiamericano e antioccidentale, eccitando il fanatismo degli adepti attraverso terribili attentati come quello dell’11 settembre.   Si registra ora una fase più avanzata:  l’offensiva ha un esercito e controlla porzioni di territorio – e di giacimenti petroliferi – in Siria e in Iraq,  rivendicando l’eredità del Califfato e minacciando così la sopravvivenza di regimi logorati dall’autoritarismo, dai privilegi, dall’incapacità di ascolto dei rispettivi popoli.     Il conflitto, così come ormai si configura, sembra precludere la possibilità di uno sforzo di natura diplomatica. A  questo punto la risposta all’Isis potrà essere soltanto, purtroppo, di natura militare.   Ma evitando gli errori del passato.

Non dovrà apparire, anzi non dovrà essere una guerra dell’Occidente contro fazioni islamiche radicali,  questa è innanzitutto una guerra tra musulmani.  Perché Isis minaccia e aggredisce, prima di ogni altro, le componenti islamiche che non si riconoscano nella sua offensiva e nei suoi propositi, che non si uniscano alla sua lotta.  Già in questa fase l’Isis è combattuto dai peshmerga curdi, dalle milizie sciite legate al regime iraniano, dall’esercito turco – pur con alcune ambiguità legate alla questione curda – , da quello che resta dell’esercito del governo di Baghdad – a guida sciita –, dalle forze siriane ancora fedeli al regime di Assad  (a conduzione sciita allawita) e rappresenta una minaccia mortale anche per i moderati sunniti iracheni.    L’azione di contrasto da parte di queste entità musulmane mediorientali potrà essere supportata dalle nazioni occidentali, già 3100 uomini sono stati mandati dal governo Usa in territorio iracheno e curdo, con compiti di addestramento e supporto strategico ai peshmerga curdi.   Coscienze irriducibilmente ostili alla violenza e all’uso delle armi, come quella di chi scrive, non possono non avvertire profondo disagio e turbamento rilevando l’ineluttabilità, allo stato, di un conflitto militare.

Ma non credo sia possibile per gli attori internazionali istituzionali immaginare alcun tipo di interlocuzione con Al Baghdadi e i suoi.    Deve essere chiaro tuttavia che, una volta scampato il pericolo Isis, se così sarà, lo scenario dell’area non potrà più essere quello di prima.  Altrimenti il fondamentalismo aggressivo si riprodurrà ancora e in forme sempre più devastanti e destabilizzanti.    E’ necessaria una spinta all’apertura di spazi di libertà e di democrazia da parte dei paesi arabi, uno sforzo di conciliazione tra le diverse confessioni religiose, una più efficace tutela delle minoranze, un rinnovamento reale nello spirito della pacifica coesistenza e nella valorizzazione delle energie popolari che, invocando libertà, avevano promosso quelle primavere arabe dagli sbocchi, purtroppo, in larga misura, ingloriosi !

E’ su questa fase del  “dopo Isis” che l’Europa dovrebbe svolgere un ruolo significativo, come entità politica sovranazionale dotata di una propria politica estera e di un legame antico e profondo, per ragioni storiche e geografiche, con i popoli arabi e mediterranei.

Ora l’Europa integrata, l’Europa dei diritti, tollerante e democratica, scevra di ambizioni coloniali e non più lacerata dai conflitti per la supremazia interna, potrebbe veramente rendersi promotrice di una conferenza per la pace, senza doppie finalità o segreti tornaconti.    Coadiuvando le diverse posizioni nella ricerca delle ragioni di coesistenza pacifica e di cooperazione e di nuovi modelli ordinamentali e costituzionali, attraverso riforme progressive, senza ribellioni violente e guerre civili dalle quali sovente emergono le componenti peggiori (vedi Afghanistan, Siria, Iraq e Libia).    Mediando tra gli Stati Uniti e l’Iran – la “strana coppia” di alleati di fatto, a questo punto, nel conflitto con Isis – sulla questione nucleare, dopo che una porta è rimasta aperta, a seguito dei negoziati di Vienna, conclusi  a fine novembre con un ulteriore rinvio.   L’Europa dovrà, in particolare, fare uso della sua influenza per:

1)     attenuare le diffidenze ancora sensibili tra il regime sciita di Teheran e l’Arabia Saudita, roccaforte dei sunniti, per il superamento del millenario conflitto tra le due maggiori confessioni dell’Islam;

2)    tornare a insistere per il superamento delle rigidità che ancora ostano alla creazione dello stato palestinese, in condizioni di pacifica coesistenza con Israele;

3)    prospettare alla Turchia ipotesi risolutive e distensive rispetto alla questione curda, ossessione delle classi dirigenti di quel paese, che rende oggi le stesse ambigue e incerte nell’azione di contrasto dell’Isis.   Se la Turchia vuole essere realmente quell’avamposto della democrazia in Medio Oriente che ritiene di essere, deve innanzitutto rispettare la cospicua minoranza curda al suo interno, accordando quelle tutele e quelle autonomie amministrative che si rendano necessarie;

4)    spingere il regime siriano a riattivare il processo di riforme timidamente iniziate nel 2011 e  avviare la transizione alla democrazia;

5)     concorrere alla riconciliazione tra sunniti e sciiti in Iraq, anche in questo caso favorendo una legislazione che tuteli le minoranze.

6)    far valere la sua influenza sul nord Africa, soprattutto per ristabilire l’ordine, la legalità e la    governabilità in Libia.

Su questi temi la politica estera e di sicurezza dell’Unione Europea, confrontandosi nelle sedi diplomatiche bilaterali e multilaterali, dovrà dimostrare veramente di esistere e  di essere molto di più di una pomposa e solenne espressione letterale, come vorrebbero coloro che all’ideale europeo non hanno mai creduto.

 

Alessandro Forlani

Alessandro Forlani
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