Aufwiedersehen Angela! Come cambia l’Europa con i Verdi tedeschi.

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Il prossimo 26 Settembre in Germania si terranno le elezioni federali. Dopo sedici anni di impero merkeliano gli assetti politici nel Bundestag potrebbero radicalmente cambiare. Infatti, gli ultimi sondaggi indicano una forte preferenza dell’elettorato tedesco per i Verdi guidati da Annalena Baerbock, che – secondo Bild – si assesterebbero al 23%, stessa percentuale dei cristiano-democratici della CDU. Con l’unica differenza che, se nelle elezioni del 2017 i Grünen ottennero un discreto ma comunque moderato 8,8%, l’unione conservatrice la faceva da padrona con il 32,9% delle preferenze. Sebbene sia ancora difficile stabilire quale sarà il primo partito tedesco, tuttavia la presenza dei Verdi nella coalizione di governo dovrebbe essere cosa certa. Con importanti ripercussioni non solo per la Germania, ma per l’intera Unione Europea. E’ cosa nota che le proposte di riforma della governance dell’Unione di rado vengono realizzate senza il placet di Berlino, per questioni di potere economico e politico. E la Germania a trazione cristiano-democratica, rappresentata da Angela Merkel, in Europa ha difeso strenuamente lo status quo, soprattutto per quanto riguarda l’economia dell’eurozona e il mantenimento di regole fiscali votate alla frugalità. Basti pensare all’ostruzionismo tedesco verso proposte come l’emissione di eurobond o l’introduzione di una golden rule europea che svincoli dal computo del deficit gli investimenti pubblici. I Verdi al governo potrebbero invertire questa tendenza. Ma c’è dell’altro.

Infatti le cose in Germania non stanno cambiando solo nello scacchiere politico. In primo luogo, decenni di frugalità improntati al raggiungimento e mantenimento del pareggio di bilancio stanno sortendo i loro effetti. In Germania, nel periodo tra il 2000 e il 2019, l’investimento pubblico è stato sotto la media dell’eurozona. Il mancato supporto statale per investimenti pubblici come innovazione e transizione digitale ha limitato la capacità delle imprese tedesche di incrementare la produttività e quindi la crescita potenziale. Anche le infrastrutture, centrali per un’economia basata sulla manifattura come quella tedesca, necessitano di interventi urgenti. Inoltre, come la maggior parte delle economie occidentali, in Germania l’invecchiamento della popolazione stra riducendo drasticamente la forza lavoro, con impatti negativi sulla produzione.

Parallelamente a questo scenario socioeconomico, nelle università tedesche si sta affermando una nuova generazione di economisti che sembra avere posizioni diverse rispetto alla generazione precedente che era orientata all’ordoliberismo e quindi al rigore fiscale. Il quotidiano Süddeutsche Zeitung nel 2015 ha intervistato più di cento economisti tedeschi chiedendo loro se la politica fiscale – ossia spesa pubblica e tassazione – potesse giocare un ruolo duraturo nell’ aggiustamento del ciclo economico. Il 36% degli intervistati ha risposto in maniera affermativa, mentre solo cinque anni prima la stessa posizione era supportata solo dal 18%. Inoltre due terzi degli intervistati si sono detti a favore di un intervento di ultima istanza della banca centrale in caso di crisi finanziaria, ossia comprando i titoli del tesoro di quei paesi a rischio default. Questo risultato acquista rilevanza se si considera l’ostruzionismo del presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, nel 2012 di fronte all’intenzione di adottare misure straordinarie per gestire la crisi dei debiti sovrani. Ostruzionismo poi definitivamente superato col celebre ‘whatever it takes’ di Draghi.

Infine anche le condizioni dell’economia internazionale sono cambiate e remano contro il rigore e conservatorismo tedesco in materia di politiche fiscali europee. Si consideri ad esempio, la crisi del debito pubblico in Grecia. La Germania si oppose radicalmente a proposte di modifica della governance europea che potessero favorire la ripresa di paesi come la Grecia, come un alleggerimento  delle regole fiscali disegnate dal Patto di Stabilità. Al contrario, sostenne l’introduzione del Fiscal Compact che quelle stesse regole invece le inaspriva. D’altro canto l’economia tedesca si basa da sempre sulle esportazioni, favorite da un sistema interno di moderazione salariale. In tale contesto, alla Germania – così come agli altri paesi frugali con economie trainate dall’export (si pensi all’Olanda) – importava relativamente poco dello stato di salute dell’economia greca – cosi come di quella italiana, spagnola e portoghese – ovvero della domanda interna europea, in quanto la produzione tedesca poteva agilmente essere piazzata su altri mercati, come quello americano o asiatico. In altri termini, poco importava alla Germania se il consumatore medio greco non potesse più permettersi una Mercedes perchè aveva perso il lavoro o per la miseria del suo salario, tanto ci sarebbe comunque stato un altro consumatore in Cina disposto a comprare quella Mercedes. Tuttavia – come detto – il contesto economico internazionale è cambiato. Le guerre commerciali tra gli USA e la Cina stanno minando il commercio internazionale e quindi le possibilità di export tedesco, e anche la pandemia da Covid-19 potrebbe favorire una tendenza verso un consumo meno globalizzato e più locale. Tutti questi fattori potrebbero portare la Germania a riconsiderare il giardino di casa, ossia i partner europei, come mercati di sbocco per le proprie merci. A tal fine però occorre che in questi paesi la domanda interna venga sostenuta e non compressa come accaduto durante gli anni dell’austerità. E quindi occorre che le regole fiscali europee vengano riformate.

Pertanto, in questo contesto generale la vittoria dei Verdi di Annalena Broenback potrebbe innescare il definitivo cambio di posizione della Germania rispetto alle politiche di governance economica europea, e in particolare rispetto alle regole fiscali. E’ evidente che la transizione ecologica dell’economia tedesca ed europea, punto saliente dell’agenda politica della Baerbock, passi attraverso un massiccio piano di investimento pubblico che per forza di cose non può coesistere con l’attuale sistema di regole fiscali che vige in Europa, ossia il pacchetto composto dal Patto di Stabilità e dal Fiscal Compact. In questo senso, il primo grande risultato di una coalizione guidata dai Verdi potrebbe essere l’approvazione in sede europea di una golden rule degli investimenti. La golden rule consiste nel non conteggiare nel computo del deficit pubblico (che secondo il Patto di Stabilità non può superare il 3% del PIL) gli investimenti in beni capitali, come le infrastrutture, che quindi potrebbero essere finanziati senza vincoli di spesa dai governi, a differenza delle spese in spesa corrente, come gli stipendi della pubblica amministrazione, che dovrebbero essere comunque coperti dalle entrate tributarie. In questo modo si agevolerebbe il rinnovamento delle infrastrutture e l’introduzione di nuove tecnologie necessarie per accomodare la transizione ecologica. Tuttavia, alcuni economisti sostengono che la nuova golden rule europea dovrebbe adottare un approccio funzionale più che contabile, per far si che vengano escluse dal computo del deficit tutte quelle spese funzionali allo stimolo della crescita del paese e al suo benessere. Ad esempio, se si adottasse una golden rule ‘contabile’, le spese derivanti dall’ assunzione di personale medico – che pure contribuiscono al benessere del paese – dovrebbero essere considerate nel calcolo del deficit in quanto spese correnti e quindi contingentate. Al contrario, una golden rule ‘funzionale’ non ragionerebbe per categorie contabili ma si fonderebbe sull’ individuazione di tutti quegli investimenti che il governo di un paese – di comune accordo con le istituzioni UE – ritiene essere necessari per rilanciare la propria economia.

Per concludere, le elezioni tedesche del prossimo 26 Settembre potrebbero rappresentare un importante crocevia non solo per la Germania ma per l’intera Unione Europea, ed in particolare per l’eurozona. La vittoria dei Verdi, unitamente ad altri fattori relativi al contesto economico internazionale e alle dinamiche interne tedesche, potrebbe portare ad un riposizionamento della Germania nel dibattito economico europeo e quindi ad una riformulazione della governance europea, con un probabile alleggerimento delle regole fiscali e l’introduzione di una golden rule che favorisca gli investimenti pubblici e la transizione ecologica. Nessuno sa come finirà, quel che è certo è che la sera del 26 Settembre le chiamate tra Berlino e Bruxelles si faranno molto più intense.

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