L’Unione europea dei vaccini, tra approccio comunitario e rivendicazioni

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Negli ultimi giorni diversi Stati membri dell’Unione europea hanno annunciato che prenderanno autonomamente delle decisioni relative all’acquisto dei vaccini contro il Covid-19. Gli ultimi a rompere simbolicamente il fronte comune sono stati i governi di Austria e Danimarca: i due Stati, accodandosi ad Ungheria, Slovacchia, e Repubblica Ceca, derogheranno, invero, all’approccio comunitario, fino ad ora garante di una maggiore forza contrattuale, ma accompagnato da lunghi negoziati. Ad essere nel mirino è proprio la complessità alla base delle trattative e delle procedure europee di approvazione dei vaccini. In definitiva, la gestione della campagna vaccinale europea si fa sempre più complessa e appare chiaro come si stiano creando le condizioni per uno scenario che le istituzioni europee hanno voluto scongiurare fin dai primi mesi dell’emergenza pandemica: permettere a ciascun paese di muoversi autonomamente in ordine sparso.

I “dissidenti”

Il primo marzo, i governi di Austria e Ungheria – aderenti ad un approccio conservatore dal punto di vista economico – hanno annunciato che avvieranno dei negoziati con il governo israeliano per una possibile partnership volta ad ospitare dei centri di produzione delle aziende farmaceutiche Pfizer e Moderna sul proprio territorio. L’obiettivo è quello di ottenere una corsia preferenziale nelle forniture del vaccino rispetto ai contratti stipulati dalle istituzioni europee.

Il Cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, ha dichiarato che l’approccio comunitario “è stato fondamentalmente corretto” ma l’Agenzia europea per il farmaco (EMA) è stata “troppo lenta” nell’approvare i vaccini, e che in futuro il suo Paese “non dovrebbe dipendere soltanto dall’Unione Europea per la produzione di vaccini”. Dal canto suo, la Prima Ministra danese, Mette Frederiksen, ha adottato un approccio meno critico, tuttavia, ha sottolineato che “potremmo trovarci a dover vaccinare di nuovo, magari una volta l’anno: per questo dobbiamo potenziare con forza la produzione dei vaccini”.

L’Austria e l’Ungheria sono solo gli ultimi Stati membri dell’UE che hanno deciso di derogare all’approccio comunitario, fino ad ora adottato per la fornitura di vaccini contro il Covid-19: invero, l’Ungheria, Paese guidato da un governo semi-autoritario, nell’ambito della propria campagna di vaccinazione nazionale sta utilizzando anche il vaccino russo Sputnik V nonché il vaccino cinese Sinopharm, entrambi non approvati dall’Agenzia europea per il farmaco (EMA); inoltre, anche la Slovacchia ha ricevuto 2 milioni di dosi dello Sputnik V, mentre Polonia e Repubblica Ceca stanno negoziando rispettivamente con Cina e Russia per ricevere forniture di vaccini.

La strategia comunitaria

Fino ad ora l’approccio comunitario ha garantito agli Stati membri una maggiore forza contrattuale, appannaggio soprattutto degli Stati membri di piccole dimensioni, i quali non avrebbero potuto permettersi di stipulare contratti vantaggiosi; al contrario, tale approccio sembra essere meno conveniente per gli Stati membri di medie e grandi dimensioni, i quali autonomamente sarebbero probabilmente riusciti a ricevere un maggior numero di dosi rispetto a quelle attuali.

La Commissione europea ha effettivamente stipulato contratti a prezzi minori e condizioni più vantaggiose rispetto, ad esempio, agli Stati Uniti ed al Regno Unito, tuttavia, la complessità e le tempistiche dei negoziati sono state considerate eccessive.

In realtà la scrupolosità dei controlli dell’EMA si spiega con l’esigenza di rassicurare un’opinione pubblica europea inizialmente molto scettica nei confronti di vaccini realizzati in tempi così rapidi. Inoltre, la Commissione europea ha puntato molto sul vaccino prodotto dall’azienda britannico-svedese AstraZeneca, il cui vaccino è prodotto soprattutto in Europa, è uno dei meno costosi e più facili da conservare, inoltre prevede una dose di richiamo che può essere somministrata anche a distanza di tre mesi. La drastica riduzione delle forniture annunciata dall’azienda a fine gennaio, ha, tuttavia, inciso pesantemente sulle campagne vaccinali europee.

In definitiva, a mettere in difficoltà i Paesi europei e la strategia comunitaria sarebbero stati quindi i ritardi – legati altresì alla necessità di mettere d’accordo i governi di 27 paesi – e i tagli nelle forniture da parte dei produttori di vaccini.

La Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha minimizzato le accuse dei “dissidenti”, sostenendo che i ritardi nelle forniture di vaccini dovrebbero esaurirsi entro qualche settimana, e che nei prossimi mesi gli Stati membri dell’UE “avranno molte più dosi di quelle che serviranno”. Invero, l’aumento delle forniture previsto per i prossimi mesi –  reso possibile anche dalla disponibilità di nuovi vaccini come quello di Johnson & Johnson, la cui autorizzazione è prevista per metà marzo – dovrebbe consentire di accelerare le campagne vaccinali in tutti gli Stati membri dell’UE.

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