Il Myanmar ricade in una dittatura militare dopo cinque anni di tentativi verso la democrazia

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Lunedì 1 febbraio i militari della Birmania con un colpo di stato hanno dichiarato lo stato di emergenza della durata di un anno, accusando irregolarità con le elezioni di novembre che avevano conferito alla Lega nazionale per la democrazia (NLD) una vittoria schiacciante con una quota di seggi parlamentari pari all’83%. L’esercito ha consegnato il potere al comandante in capo delle forze armate, il generale maggiore Min Aung Hlaing, il quale ha successivamente arrestato la leader del partito NLD, Suu Kyi, e altri leader e figure pro-democratiche.

Chi è Aung San Suu Kyi?

Figlia di un rivoluzionario che ha fondato le forze armate del paese e ha guidato la spinta per l’indipendenza dalla Gran Bretagna, Suu Kyi ha trascorso 20 anni dentro e fuori gli arresti domiciliari per il suo ruolo di leader dell’opposizione prima di essere rilasciata dai militari nel 2010.

Ricoprendo la carica di segretario generale del partito NLD, aveva già vinto un’elezione nel 1990 ma la giunta si era rifiutata di accettare i risultati. La sua lotta per la democrazia le è valsa un premio Nobel per la pace mentre era ancora agli arresti domiciliari, celebrata come “uno straordinario esempio del potere dei deboli”. Ciò ha contribuito a renderla un’icona internazionale nel 1991.

Solo nel 2000 i militari hanno accettato una graduale transizione verso la democrazia, poi ulteriormente incoraggiata nel 2015 quando Suu Kyi vince le prime elezioni del Myanmar e diventa de facto il capo del governo. Ciò nonostante, durante i cinque anni del suo governo la giunta militare ha continuato a svolgere un ruolo importante, mantenendo il controllo di tre ministeri (interni, dei confini e della difesa) e dominando interessi commerciali come l’estrazione mineraria.

L’equilibrio di forze conseguito per cinque anni è però venuto meno lo scorso lunedì, 1 febbraio, occasione in cui Suu Kyi è stata destituita da un colpo di stato e arrestata, mentre i militari hanno ripreso il controllo del governo e imposto lo stato di emergenza di un anno.

I motivi della rottura dell’equilibrio: i rapporti con la comunità internazionale

Sin da quando è diventata consigliera di stato del Myanmar, la leadership di Suu Kyi è stata in parte definita dal trattamento discriminatorio riservato alla minoranza Rohingya, a maggioranza musulmana, del paese.

Nel 2017 centinaia di migliaia di Rohingya sono stati costretti a fuggire nel vicino Bangladesh a causa della repressione dell’esercito birmano. Suu Kyi è stata successivamente accusata di non aver fatto nulla per fermare stupri e omicidi, anzi rifiutandosi di condannare l’esercito ancora potente o di riconoscere i resoconti di atrocità durante i procedimenti presso la Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite nel dicembre 2019.

Gli effetti di tale condotta hanno determinato l’accusa di genocidio per il Myanmar da parte della Corte internazionale di giustizia (ICJ), nonché l’accusa di crimini contro l’umanità da parte della Corte penale internazionale.

Alcuni inizialmente sostenevano che Suu Kyi fosse una politica pragmatica, che cercava di governare un paese multietnico con una storia complessa, ma la sua difesa delle repressioni dell’esercito, ha provocato la perdita della sua reputazione di leader della democrazia presso la comunità internazionale e il venire meno della fiducia di tutti coloro che l’avevano invece sostenuta per decenni.

I motivi della rottura dell’equilibrio: i rapporti con l’esercito

Suu Kyi aveva coltivato fin dall’inizio stretti rapporti con i massimi vertici militari e la sua Lega nazionale per la democrazia era del resto stata costituita in alleanza con alti ufficiali militari. I suoi sostenitori hanno evidenziato che, figlia del fondatore dell’esercito del Myanmar, Suu Kyi ha sempre dichiarato pubblicamente una sincronicità di emozioni con i generali che superava la mera utilità politica.

Pertanto, se da un lato la politica di Suu Kyi è stata contraddistinta dalla difesa dei generali nella loro pulizia etnica dei musulmani Rohingya, è pur vero che negli ultimi anni sono nati dei dissapori tra il partito al governo e i militari. Suu Kyi avrebbe infatti lasciato cadere i negoziati con il generale Min Aung Hlaing, perdendone di conseguenza il favore, e incrinando un rapporto delicato in un paese dove la politica è profondamente personale.

Il golpe avvenuto lo scorso lunedì ha infranto dunque ogni illusione che il Myanmar avesse fornito al mondo un esempio, per quanto imperfetto, di democrazia in ascesa.

Sebbene la sua immagine abbia sofferto a livello internazionale a causa della sua risposta alla crisi che ha colpito la minoranza Rohingya, rimane estremamente popolare sia tra la maggioranza buddista del paese, sia tra i leader della comunità internazionale che la considerano la migliore – e unica – arma per contenere i generali.

Roberta Ciampo è una giornalista freelance con un Master in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali ottenuto all’università di Roma La Sapienza. Ha conseguito un progetto di ricerca post-laurea in Cina in analisi e sviluppo delle politiche economiche volte alla sostenibilità, e ha collaborato con l’università di Aalborg, Danimarca, ad attività di analisi e monitoraggio delle pratiche di sviluppo nei paesi emergenti. Lavora a stretto contatto con diverse agenzie delle Nazioni Unite, Unione Europea, ONG e istituti di ricerca su temi di cooperazione allo sviluppo e aiuto umanitario.

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