Segnali di stabilità al vertice di AlUla

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Si è concluso con una nota positiva il 41° summit del Consiglio della Cooperazione del Golfo (GCC) tenutosi nella città saudita di AlUla, a 300 km da Medina, il 5 gennaio scorso. Il summit è stato presieduto dal prinicipe ereditario saudita Mohammed Bin Salman e ha visto la partecipazione dei leader dei sei paesi dell’organizzazione (Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar). 

L’atteso summit si è aperto sotto i migliori auspici, con un notevole ottimismo di Arabia Saudita e Bahrain, che ne hanno visto le potenzialità per affrontare non solo tematiche regionali importanti in un momento delicato di ridefinizione post-pandemica, ma anche l’occasione per attenuare le divergenze con il Qatar. Ricordiamo, infatti, che dal 2017, Arabia Saudita, Bahrain, Emirati ed Egitto hanno interrotto le relazioni diplomatiche con Doha e imposto un blocco aereo, terreste e marittimo, condannando – con questo gesto – il supporto del Qatar a gruppi terroristici e la sua vicinanza all’Iran, accuse sistematicamente respinte dalla monarchia qatarina. 

All’apertura del summit, il principe ereditario bin Salman ha ribadito le priorità del paese alla luce della Vision 2030, ovvero il piano strategico dell’Arabia Saudita per i prossimi 10 anni. Tra queste, rafforzare la cooperazione arabo-islamica e l’unità del GCC, come mezzo per garantire la sicurezza e la stabilità della regione. Inoltre, è stata sottolineata l’importanza di unificare e indirizzare gli sforzi comuni verso gli stessi obiettivi, con occhio particolarmente vivo sull’Iran e il suo programma nucleare. La persecuzione del programma, la produzione di missili ballistici, gli atti di sabotaggio, il supporto ai gruppi terroristici ne definiscono, infatti, quel “disruptive behaviour”, una delle prinicipali minacce alla sicurezza e stabilità della regione. Motivo per cui, la vicinanza tra Doha e Teheran ha destato preoccupazioni all’interno del GCC. 

In questo clima di rinnovato impegno per l’equilibrio regionale, viene, dunque, firmata la Dichiarazione di AlUla, ovvero un accordo tra i leader del GCC che mira a alleviare le tensioni tra il Consiglio e il Qatar. Il principe ereditario bin Salman sottolinea come la dichirazione “affirms the importance of the solidarity and stability in the Gulf, Arab and Islamic countries and strengthens the bonds of friendship and brotherhood among our countries and people in order to serve their aspiration”. 

La dichiarazione può essere, dunque, letta come un segnale di impegno per riunificare il GCC dopo la frattura del 2017, ed è esito anche di un intenso lavoro di mediazione di USA e Kuwait. Negli ultimi mesi, infatti, l’uscente amministrazione Trump aveva nuovamente incitato una risoluzione dei contrasti tra il quartetto e il Qatar. Le tensioni tra questi paesi hanno, di fatto, diviso importanti alleati strategici degli Stati Uniti, dando altresì modo all’Iran di beneficiare di tali contrasti e rafforzare la sua posizione ed la sua influenza a livello regionale. Soddisfatto dell’esito dell’incontro, il Kuwait ha annunciato la riapertura dei confini tra Arabia Saudita e Qatar, un passo significativo nell’ottica di ristabilire i rapporti ante 2017.

La Dichiarazione rinnova l’impegno dei paesi membri del GCC a perseguire gli obiettivi e scopi della Carta istitutiva del Consiglio, tra cui miglior coordinamento ed integrazione tra le nazioni membro in tutti i settori (“the union of the states”); pace, sicurezza, stabilità e prosperità nella regione; rafforzamento delle relazioni tra GCC ed Egitto; completamento dei requisiti necessari per l’istituzione di una Custom Union e un Common Gulf Market. 

Il summit, intitolato alla memoria del Sultano Qaboos bin Said (ex sultano dell’Oman scomparso nel gennaio 2020) e allo sceicco Sabah al-Ahmad (ex emiro del Kuwait comparso nel settembre 2020) ha raggiunto risultati significativi e sembrerebbe porre le basi per un futuro più roseo e armonioso tra le monarchie del Golfo e, di conseguenza, nella regione. Tuttavia, resterà da testare “sul campo” la stabilità di questa intesa, in un periodo dove le tensioni non mancano, con conflitti ancora in corso in Yemen, Corno d’Africa, Sahel e un Iran aggressivo nel cortile di casa. 

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