Tregua in Nagorno-Karabakh, chi sono i vincitori?

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Dopo circa sei settimane di combattimenti, in Nagorno-Karabakh è stata firmata una tregua tra Armenia e Azerbaijan, il 9 novembre, con la mediazione della Russia. La firma di questa tregua ha seguito la presa della città di Shusha, l’8 novembre, da parte dell’esercito azero.

Come nella guerra del 1990-1994 la conquista di questa città ha avuto un enorme significato strategico: la sua posizione, infatti le permette di tagliare in due in collegamenti tra l’Armenia e Stepanakert nel suo percorso più breve a sud e di tenere sotto tiro la stessa capitale vista la breve distanza che divide le due città, circa 15 chilometri. La notizia dell’armistizio tra le parti è stata accolta ad Erevan con proteste e disordini: i manifestanti hanno fatto irruzione nel Parlamento ed hanno chiesto le dimissioni del governo Pashinian, che nei giorni scorsi ha licenziato il Ministro degli Esteri. A Baku invece la popolazione si è riversata nelle strade, manifestando la propria felicità per un torto che dopo 30 anni sente almeno parzialmente riparato.

La tregua firmata da Azerbaijan e Armenia prevede il dispiegamento di circa 2000 peacekeeper russi nel Nagorno-Karabakh per un periodo di circa 5 anni estendibili di altri 5 su richiesta di Baku ed Erevan, la restituzione all’Azerbaijan dei setti distretti non appartenenti al Nagorno-Karabakh che l’Armenia aveva conquistato nel 1994, la conquista della parte meridionale della regione da parte di Baku. La domanda che ora tutti si chiedono è: alla luce di questa tregua, chi esce vincitore da questo ultimo scontro? Per rispondere dobbiamo analizzare i punti di vista di Russia, Turchia e Azerbaijan. La tregua firmata con la mediazione russa rappresenta una vittoria militare per l’Azerbaijan. Secondo il documento, a Baku vengono restituiti anche quei territori non coinvolti negli scontri durante il mese di ottobre (quelli settentrionali di Kelbajar e di Agdham) e prende anche il controllo del distretto di Lachin, strategicamente importante perché attraverso questo distretto passano le vie meridionali di comunicazione tra Stepanakert, Shushi e l’Armenia. All’Azerbaijan viene anche garantito la comunicazione tra il suo territorio e l’enclave della Repubblica Autonoma del Nakhchivan, territorio azero compreso tra Armenia, Turchia e Iran, i cui collegamenti fino ad oggi erano garantiti solo per via aerea o attraverso il territorio iraniano. Non è ancora chiaro quali infrastrutture verranno costruite per collegare le zone e in che preciso punto, se attraverso il distretto di Lachin o in territorio armeno che costeggia il confine con l’Iran. L’analista Vladimir Socor ha anche evidenziato un guadagno importante per l-Azerbaijan ma tralasciato nell’analisi della tregua: con questa vittoria, i processi di nation-building e state-building vengono rafforzati, e rappresentato un passo decisivo per il consolidamento dello stato nazionale azero. Senza considerare che la figura dello stesso Aliyev si rafforza dal punto di vista interno ed internazionale.

Per le due super potenze alleate di Armenia e Azerbaijan, rispettivamente Russia e Turchia, la firma della tregua rappresenta una forma di cooperazione diplomatica che ha portato dei benefici ad entrambe. Mosca in questa crisi rischiava di perdere molto, ma i punti fondamentali della tregua rappresentano l’attuazione di un progetto noto come “Piano Lavrov” creato anni fa ma di cui il Cremlino ha sempre negato l’esistenzaL’attuazione prevedeva il ritiro delle truppe armene dalla regione e il dispiegamento di forze russe per la protezione della popolazione locale di origine armena, anche se pare che le forze da stanziare nella regione inizialmente fossero più dei 2000 effettivi inviati il 10 novembre. Con il dispiegamento di truppe nella parte del Nagorno-Karabakh non occupata dall’esercito azero, Mosca ha raggiunto l’obiettivo di una presenza militare in tutti e tre i paesi del Caucaso. La Russia ha una base militare in Armenia e ha forze dispiegate in Georgia (nelle regioni dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud), e con questa tregua ha truppe in Azerbaijan pur formalmente rispettandone la sovranità perché forze di peacekeeping. Infatti, la Russia ha sempre riconosciuto formalmente la sovranità di Baku sul Nagorno-Karabakh. Da un punto di vista internazionale, la vittoria di Mosca consiste nell’avere estromesso i paesi occidentali dalla regione: il gruppo di Minsk infatti non ha avuto alcun ruolo nella tregua e gli Stati Uniti, sin dal loro primo intervento nella crisi, a fine ottobre,  si sono ritrovati a rincorrere diplomaticamente Mosca, ribadendone così il ruolo da protagonista per quanto riguarda gli avvenimenti nello spazio post-sovietico. Alcuni analisti hanno espresso opinioni differenti rispetto all’effettivo distanziamento dell’Occidente nella regione e agli effettivi obiettivi internazionali perseguiti da Mosca con la tregua. Secondo Dmitri Trenin, Mosca è intervenuta nel conflitto per evitare che ci fossero delle ripercussioni interne, in particolare sulla minoranza armena e sulla minoranza azera (che contano 2 milioni di persone ciascuna) e per bloccare un effetto spill-over sulle minoranze etniche musulmane che vivono nel Nord Caucaso. Per quanto riguarda il coinvolgimento dell’Occidente, questa opinione sembra essere suffragata dal fatto che organizzazioni come l’OSCE e l’ONU, a cui la Russia non ha richiesto il mandato per l’invio di peacekeeper, potrebbero essere coinvolte per la gestione dei flussi di profughi dal Nagorno-Karabakh. 

Anche la Turchia può essere considerata una vincitrice. Findall’inizio degli scontri tra Armenia e Azerbaijan, Ankara ha appoggiato gli azeri sia militarmente che diplomaticamente, premendo perché entrasse a tutti gli effetti nel Gruppo di Minsk per la risoluzione della crisi. Con la firma della tregua la Turchia ha ampiamente raggiunto il suo obiettivo: Russia e Turchia hanno stipulato un memorandum secondo il quale anche Ankara avrà un ruolo, seppur minore rispetto a quello di Mosca, nella missione di peacekeeping e di monitoraggio del territorio dove saranno dispiegati i peacekeeper russi. Il ruolo nella missione di peacekeeping è il riconoscimento russo alle aspirazioni regionali della Turchia nel Caucaso, perché teoricamente nella tregua firmata non vi è specificato nessun ruolo per Ankara. Ma la vera vittoria turca può essere l’esclusione di altri paesi musulmanidagli affari regionali: se infatti durante la crisi l’Iran aveva sollecitato la sua partecipazione attiva nei lavori del Gruppo di Minsk, al momento della tregua, Teheran è stata totalmente esclusa pur confinando con le zone interessate nel conflitto. Ivantaggi per la Turchia non si fermano qui: con l’aiuto procurato all’Azerbaijan, la Turchia può aumentare la sua influenza in Asia Centrale e nel mondo turcofono (ricordiamo che entrambi fanno parte del Consiglio Turco) che e può intervenire anche per le questioni che riguardano lo sfruttamento delle risorse energetiche nel Mar Caspio, di cui l’Azerbaijan è un enorme esportatore grazie alla presenza di giacimenti petroliferi di fronte alle sue coste. La questione sullo sfruttamento delle risorse energetiche del Mar Caspio non è stata risolta con la firma della Convenzione sullo status giuridico del Mar Caspio nel 2018, perché non si occupa nello specifico dei fondali marini, ma solo della superfice. In futuro, la questione rischia di essere più spinosa perché oltre ai cinque paesi coinvolti, il peso della Turchia potrebbe farsi sentire attraverso le posizioni di Baku. 

Per ritornare alla domanda iniziale: chi esce vincitore da questa crisi? C’è una differenza tra ciò che hanno guadagnato Azerbaijan, Russia e Turchia: gli effetti a lungo periodo. Se si dovesse considerare questo aspetto, allora la Turchia è da considerarsi l’unica vincitrice. L’Azerbaijan ha riguadagnato dei territori che secondo il diritto internazionale gli appartenevano, ma questo accordo non è definitivo e c’è sempre la possibilità di una nuova recrudescenza del conflitto, senza considerare il fatto la sua vittoria è anche dovuta agli interventi di Russia e Turchia. Quella di Baku è quindi una vittoria nel breve periodo. La Russia ha ribadito di essere ancora il principale attore nella regione, è riuscita a portare le sue truppe sul territorio azero, si è fatta garante di almeno 5 anni di pace ed ha estromesso i paesi occidentali dalla diretta risoluzione del conflitto. Senza considerare che nelle prossime settimane la crisi politica in Armenia potrebbe far cadere il governo di Pashinian e un nuovo esecutivo potrebbe cercare di riavvicinare i due paesi in politica estera. La Russia è quindi la vincitrice nel medio periodo. Nel lungo periodo la vincitrice è la Turchia. Il suo riconoscimento come partner della Russia nel Caucaso le da’ una posizione internazionale che di preminenza nei confronti dei paesi occidentali e potrà fare leva sugli aiuti dati per coinvolgere Baku nel raggiungimento dei suoi obiettivi in politica estera. Infine la Turchia, aumentando la sua influenza nel mondo turcofono grazie al supporto dato a Baku, può presentarsi come alternativa alla Russia e alla Cina in Asia Centrale sfruttando la tradizionale politica multi-vettoriale dei quei paesi, cambiando gli equilibri di quel contesto geopolitico.

Di Cosimo Graziani

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