La musica e il contagio

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E noi che viaggiamo in treno uscendo dal lavoro per arrivare a trovare parenti confortare malati ritrovare amici. . .
Noi proprio noi che guardiamo sfilate di Altolocati guarire in situazioni speciali. Dal finestrino sul treno rincorri il sole e guardi gli acquedotti eterni che si stagliano in successioni ordinate su prati d’oro.



Le geometrie di questi parchi sono ancora più labili, osservate dentro al suono del treno che passa. E nelle ore che ti separano dalla stazione, dalla discesa e dal tuo arrivo, dal non abbraccio della persona che non ti starà aspettando che non ti potrà baciare ma avrà voglia di guardarti in faccia per un “Come stai?” che sa di “Sei sicuro di non essere stato contagiato?”. Tu in quelle ore sul treno pensi che sarà comunque bello, che sarà vita trascorsa. In un giorno qualunque di un mese qualunque. Non importa se piove non importa se la grandine ha fretta di graffiare i tetti delle automobili, non importa se queste pagine di notti buie non sono ancora state scritte.

La luce giallognola dei ricordi basta a raccontarla, la vita. Ma questa vitalità di modi esecutivi, quest’angoscia che si espande e che gonfia le menti e i cuori, questa paura persa e dispersa che non muore anzi nasce in altre forme inconsapevoli dell’atteggiamento umano si manifesta in uno dei lavori più nobili che si possano svolgere: l’insegnamento.
La docenza di oggi, quella che si perpetra nei Licei, nei Convitti, negli istituti di istruzione secondaria professionali, negli istituti per geometri e ragionieri, nautici o alberghieri, non dovrebbe forse essere la stessa che gelosamente si custodiva nei protocolli di azione didattica di qualche decennio fa? Igiene e cultura, sanità ed educazione: binomi che poco tollerano qualsiasi forma di pacifica convivenza; rapporti tra le innumerevoli istanze scritte e prescritte onde evitare o perlomeno ridurre al minimo il rischio di contagio. Il Rischio. Il contagio. Parole altisonanti che incutono non poco timore. Il rischio, il contagio e le altre parole quasi non le sentiamo più perché concentriamo l’attenzione su quelle.
Noi che prendiamo il treno e che di gente ne vediamo tanta, noi che speriamo per ore che i voli partano e aspettiamo confusi negli aeroporti in attesa del viaggio . . .

Il rischio, il contagio, il viaggio.
Noi che ci facciamo osservatori dei rapporti interumani stravaganti, di queste mascherine che coprono la bocca occludono il naso che ci preservano da ipotesi di vitalità o virulenza o conseguenze catastrofiche. Mascherine bianche nere colorate. Mascherine che non conosciamo. Mascherine che danneggiano la comunicazione. Mascherine che amplificano la non comprensione dei periodi e dei pensieri. Mascherine che proteggono dalle terapie intensive e dal probabile morire come si moriva nelle descrizioni del Manzoni. Morire senza salutare nessuno. Dipartite finali e finali di partita. Queste partite perse o vinte poco importa. Ma comunque giocate. La partita della vita o la partita del cuore. La partita dei cuori giovani meno giovani o semplicemente stanchi. La Musica è socialità. Fare musica a distanza non sempre si può. Se è sociale, questa scienza, deve stare in mezzo alla gente deve essere fatta dalla gente per la gente assieme alla gente. Ma si deve immaginarla, la gente che questa musica la fa. O perlomeno trovare un modo consapevole, una modalità tranquilla per discenti e docenti.

Noi che non vogliamo morire ogni giorno, ogni giorno giochiamo rischiamo l’attacco dell’Innominato, che ti avvolge ti penetra ti avvelena e lentamente divora la parte che ti faceva respirare. E tu non parli più non suoni più non guardi più non pensi più. Ma la musica in sicurezza si può fare. Come mangiare parlare camminare dipingere i pensieri per renderli visibili quasi che tu li possa toccare. Il massaggio della mente. Il medium è ancora il massaggio.

Di Eugenia Tamburri

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