Calogero Caruso: “Una figlia che accudisce allunga la vita. Parola di scienza”

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Il Professore Emerito Calogero Caruso, già ordinario di Patologia generale all’Università di Palermo, ha coordinato un prestigioso progetto nazionale finanziato dal Miur sui longevi. Quali sono i segreti di una vita lunga e in salute? Il professore ci svela qualche evidenza emersa dalla ricerca del suo gruppo di lavoro. Senza sorprendersi troppo se la scienza non dice cose poi così distanti dal migliore buon senso antico della nostra secolare tradizione mediterranea. Per saperne di più, basta collegarsi il 25 settembre dalle ore 14 alle ore 16 alla tavola rotonda presieduta dal Professor Caruso, “Successful aging, Blue Zones and Mediterrasian Diet” nell’ambito della manifestazione WelFair 2020 che si sta svolgendo alla Fiera di Roma.

Professore, in che cosa consiste la ricerca che ha coordinato?

Ho coordinato un progetto nazionale sulla longevità, alla ricerca dei “fenotipi positivi”. La vita media si allunga, ma non necessariamente questo corrisponde all’allungamento della durata della salute: è sempre maggiore dunque l’interesse su come invecchiare “con successo”. L’approccio di studio che abbiamo utilizzato è quello della “Biologia Positiva”, ovvero l’osservazione e l’analisi dei modelli positivi, in questo caso le persone che vivono a lungo e in salute, per comprendere le ragioni alla base di questo successo. Abbiamo così cercato di analizzare e comprendere quali siano i meccanismi che hanno permesso ai longevi di sfuggire alla mortalità neonatale, alle malattie infettive in era pre-antibiotica e alle malattie cronico-degenerative proprie dell’età avanzata.

Ci svela il segreto di longevità?

Un segreto per la longevità è il “network” familiare: non avevamo bisogno che fosse il Covid ad insegnarci che nelle case di riposo gli anziani muoiono prima. Dall’analisi dei centenari si evince che la gran parte vivono in famiglia, con figlie femmine che si prendono cura di loro. E se questo ha destato stupore tra i ricercatori dei Paesi nordici, ha provocato molto meno meraviglia da noi mediterranei che abbiamo mantenuto maggiore consuetudine con una certa organizzazione familiare. Gli stessi modelli positivi ci svelano che le aree con le maggiori concentrazioni di centenari sono montuose, ovvero obbligano le persone a salire e scendere: l’attività fisica quotidiana è un altro segreto di longevità. 

Che ruolo gioca l’alimentazione?

L’alimentazione ha un peso rilevante, soprattutto cosa si è mangiato in giovinezza. Non è un caso che nelle zone con più longevi, come il Cilento o le Madonie, la dieta tradizionale fosse molto ricca di frutta e verdura e molto povera di carne rossa: questo ha preservato i centenari di oggi da molti danni. Molto meno determinante è la loro alimentazione attuale: non dobbiamo tenere conto tanto del fatto che la signora 111enne di Canicattì mangiava, ai tempi della nostra visita,  un uovo al giorno, ma di che cosa abbia mangiato in gioventù. Un esempio molto emblematico in tal senso è quanto si è verificato in Olanda nei primi Anni Duemila. Analizzando un’epidemia di sindrome metabolica, si è scoperto che riguardava un gruppo di persone che avevano in comune l’essere state concepite nel 1945 nell’area del Paese ancora sotto la dominazione nazista, dove le persone, donne gravide comprese, assumevano appena 300-400 calorie al giorno. Sessant’anni dopo i bambini di quelle mamme si trovarono in dote una maggiore predisposizione a sviluppare diabete e altre patologie perché il loro organismo, memore di quel periodo, approfittava in modo abnorme del cibo introdotto. In termini scientifici: modificazioni epigenetiche

Che cosa sono le “zone blu” su cui vi siete concentrati nella vostra ricerca?

Le cosiddette “zone blu” sono alcune regioni del mondo – Okinawa in Giappone, il nuorese in Sardegna, Nicoya in Costa Rica, Icaria in Grecia – in cui la popolazione condivide stile di vita e ambienti comuni e la cui eccezionale longevità degli autoctoni è stata accuratamente verificata (per provare l’eccezionale longevità della  popolazione, il numero di centenari nati nell’area è riferito al numero di neonati nella stessa area un secolo prima). Queste aree presentano caratteristiche ricorrenti, come una condizione di insularità e isolamento, altitudine e pendenza del terreno. È una zona blu anche la comunità di Avventisti di Loma Linda in California, ma si tratta di un gruppo umano che vive in condizioni peculiari, tra cui il veganesimo integrale. Non sono vere e proprie zone blu -perché ancora non sono stati fatti studi sufficientemente approfonditi sull’anagrafe secolare della popolazione-, ma sono sicuramente aree con una concentrazione di longevi particolarmente elevata il Cilento e le Madonie. 


Quanto dipende dalla genetica e quanto da noi? 

Quanto la longevità dipenda dalla genetica è uno degli argomenti più studiati e discussi. I due geni individuati costantemente come nei longevi sono l’APOE (allele ε4, sfavorevole per la longevità), che codifica per l’apolipoproteina E4 che è associata alla Malattia di Alzheimer e alle Malattie cardiovascolari e il FOXO3A, che codifica per la proteina FOXO3A che ha un ruolo importante nella regolazione dell’omeostasi cellulare, modulando la risposta cellulare agli agenti stressanti. Più che geni della longevità mi piace definirli geni della sopravvivenza, che sicuramente hanno giocato un ruolo in quella dei 12 supercentenari (>110 anni) distribuiti su tutta la superficie italiana e, per esempio, in quella della Signora Oliva, 111 anni da Piazza Armerina, la decana d’Italia,  ha  superato, senza eccessivi problemi,  numerosi ricoveri ospedalieri negli ultimi anni. In questi casi per certo la genetica ha il suo peso, ma dobbiamo ricordare che – come testimoniano gli studi di epigenetica – i diversi nutrienti contenuti negli alimenti possono mettere in atto modifiche a livello di DNA. In conclusione, ci sono le vincite alla “lotteria genetica”, ma con una dieta sana, un giusto allenamento mentale e fisico, un adeguato “network” familiare, possiamo davvero fare la nostra parte.

 

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