Israele è il primo paese a imporre un secondo lockdown

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La scorsa primavera Israele è stato uno dei primi paesi ad adottare misure di contenimento sociale per evitare la diffusione del coronavirus, imponendo l’isolamento dei propri cittadini già dal 9 marzo, prima che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ufficializzasse lo stato pandemico del virus; ciononostante, oggi Israele è diventata la prima nazione al mondo ad imporre un secondo lockdown a livello nazionale per via del preoccupante aumento di casi giornalieri nelle ultime settimane.  

Già da domenica sera il primo ministro per metà mandato Benjamin Netanyahu aveva annunciato tramite un messaggio televisivo la necessità di una nuova chiusura, aggiungendo che le nuove misure sarebbero state dannose per la vita economica quanto necessarie vista la pressione che viene esercitata sul sistema sanitario nazionale. Queste sono state consigliate dal ministro della salute israeliano Ronni Gamzu, il quale una volta assunto l’incarico a luglio si era detto inizialmente contrario a nuove imposizioni fino a che il bollettino sanitario lo consentisse; difatti il primo lockdown ha deteriorato l’economia del paese, ora in recessione e con un tasso di disoccupazione del 25%. Tuttavia le statistiche dell’istituto sanitario sono tornate a montare vertiginosamente e hanno costretto il ministro Gamzu ad abbandonare le sue iniziali posizioni.

Negli ultimi giorni Israele ha registrato tra i 3.000 e i 4.000 nuovi casi al giorno e attualmente ci sono più di 40.000 casi attivi in un paese di appena 9 milioni di persone. In vista delle festività religiose che tradizionalmente vedono gli israeliani riunirsi con i parenti a casa o partecipare alle preghiere nelle sinagoghe, i direttori degli ospedali avevano avvertito a inizio settimana il parlamento israeliano che il sistema sanitario rischia di crollare se i casi continuano a crescere, pressando così l’esecutivo affinché attuasse misure adatte, ufficializzate poi ieri pomeriggio.

Il nuovo blocco nazionale arriva in concomitanza alle maggiori festività, come oggi sabato 19 settembre, data in cui si festeggia il capodanno ebraico, il Rosh Hashana, e ne coprirà successivamente anche altre come lo Yom Kippur e il Sukkot. L’esecutivo teme che l’esasperazione dei cittadini israeliani assieme alla cadenza delle nuove misure con le festività possa portare gli stessi ad ignorare le disposizioni; per questo motivo sono stati schierati circa 7.000 poliziotti e soldati e allo stesso tempo sono state varate misure meno stringenti rispetto a marzo scorso.

In base al nuovo blocco, quasi tutte le attività aperte al pubblico verranno chiuse. Le persone devono rimanere entro un chilometro da casa, ma ci sono numerose eccezioni, tra cui la spesa per cibo o medicine, andare al lavoro, partecipare a proteste e persino cercare cure essenziali per animali domestici. Il pubblico può anche assistere a funerali o cerimonie di circoncisione, fare esercizio fisico e altro ancora, il tutto con rigide limitazioni, così già da ieri pomeriggio le forze dell’ordine intimavano ai passanti di Gerusalemme e Tel Aviv di rincasare nelle proprie abitazioni e sgomberare le piazze.

Tuttavia questo secondo lockdown non sembra essere percepito bene dai cittadini. Il primo ministro Netanyahu ha detto che al governo non era rimasta altra scelta che imporre un blocco, mentre ieri il quotidiano più venduto nel paese, lo Yedioth Ahronoth, ha titolato “Questo non è il modo per chiudere un paese”, con annesse interviste a medici, economisti e insegnanti contrari al lockdown. Sembrerebbe quindi che gli iniziali elogi per la gestione della pandemia durante la scorsa primavera si stiano trasformando in critiche per come la questione è stata affrontata in estate.

In questo periodo il governo di Netanyahu aveva tentato varie misure negli ultimi mesi per evitare una chiusura completa, come la chiusura del fine settimana, ma ha ripetutamente fatto marcia indietro di fronte all’opposizione. All’inizio di questo mese, la coalizione ha tentato di imporre blocchi localizzati in luoghi con alti tassi di infezione, solo per declassare la misura al coprifuoco e alla chiusura delle scuole dopo aver affrontato un importante respingimento. Netanyahu ha affrontato settimane di proteste pubbliche contro la sua leadership e giovedì centinaia di israeliani si sono radunati a Tel Aviv contro il secondo blocco.

Le nuove restrizioni hanno incontrato infatti un’ampia opposizione da parte del pubblico: da parte degli ebrei religiosi e ultraortodossi, perché avranno un impatto sui servizi di preghiera pubblica durante le festività; da parte degli imprenditori, a causa della perdita di scambi; e dal grande pubblico, perché la chiusura del sistema educativo costringerà molti genitori a perdere il lavoro mentre rimangono a casa per prendersi cura dei bambini piccoli. Effettivamente il nuovo lockdown di tre settimane sarà economicamente devastante: le nuove misure porteranno alla chiusura definitiva di centri commerciali, altri negozi non essenziali e i ristoranti, mentre solo le farmacie e i supermercati rimarranno aperti mentre il ministero delle finanze israeliano ha stimato che il secondo blocco causerà una perdita economica di 1,88 miliardi di dollari.

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