Istat: l’impatto dell’emergenza sanitaria sul mercato del lavoro

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Tra i settori che maggiormente stanno soffrendo delle stringenti misure prese dal Governo per far fronte alla crisi sanitaria, figura, senza dubbio, il mercato del lavoro. La fotografia scattata dall’Istituto Italiano di Statistica (Istat) riguardo le dinamiche del mercato del lavoro per il secondo trimestre 2020 riporta un tasso occupazionale in forte calo, soprattutto se paragonato al trimestre precedente. La crisi del mercato del lavoro risulta, infatti, in linea con la fase di stagnazione economica che siamo attraversando, sicuramente aggravata dal fatto che l’Italia non è mai stato un paese con un tasso occupazionale invidiabile, soprattutto se paragonato ai numeri europei.

La nota “Il mercato del lavoro” pubblicata dall’Istat in data 11 settembre, relativa al secondo trimestre 2020, riporta che globalmente “l’input di lavoro, misurato dalle ore lavorate, registra una forte diminuzione rispetto sia al trimestre precedente (-13,1%) sia allo stesso periodo del 2019 (-20,0%)”. D’altro canto, non ci si poteva aspettare altrimenti se consideriamo una caduta del Pil del -12,8% per lo stesso trimestre. Prima di continuare, tuttavia, è doveroso fare una precisazione terminologica, che tornerà utile anche a seguire. Per variazione congiunturale si indica la variazione percentuale rispetto al mese o periodo precedente (nel nostro caso faremo riferimento al trimestre precedente) mentre, per variazione tendenziale si indica la variazione percentuale rispetto allo stesso mese o periodo dell’anno passato.

Oltre al tasso di disoccupazione generale, l’Istat prede in considerazione il lato dell’offerta del lavoroe il lato delle imprese. Partendo dal lato dell’offerta del lavoro, che prende in considerazione occupati, disoccupati e inattivi nonché le loro transizioni sul mercato del lavoro, l’Istat registra nel secondo trimestre dell’anno in corso un netto calo delle persone occupate pari a -470 mila unità (-2%) in termini congiunturali, dovuto, in particolare, ad una diminuzione dei dipendenti con contratto a termine e degli indipendenti. La percentuale di occupazione cala, quindi, al 57.6% della popolazione, 1,2 punti in meno se rapportata al primo trimestre 2020. Tuttavia, la fascia di età maggiormente colpita rimane comunque quella dei più giovani tra i 15-34 anni, riporta l’Istat, che ha subito un calo nell’occupazione di -3,2 punti. Gli unici dati che fanno ben sperare sono quelli provvisori registrati nel mese di luglio, in cui si rileva un cambio di tendenza che riporta il numero di occupati a crescere lievemente del +0,4% rispetto al mese precedente di giugno, riportando così il tasso dell’occupazione al 57,8%, dati che risento soprattutto della debole ripresa economica del paese.

Inoltre, nel testo integrale della Nota Istat è molto interessante come ci siano delle nette discrepanze riguardo il tasso di occupazione a seconda del livello di istruzione raggiunto. A tal proposito, le categorie considerate dall’Istat sono tre: laureati, diplomati e coloro che hanno conseguito massimo la licenza media. Come riportato dallo studio fatto, nel secondo trimestre 2020 i laureti sono occupati al 78% (-2 punti), i diplomati al 62,9% (-2,6 punti) mentre per chi ha conseguito un titolo di studio non maggiore della licenza media il tasso di occupazione è al 42,8% (-1,4 punti). Andamento analogo si registra per quanto riguarda la percentuale di disoccupazione. La percentuale di disoccupati laureati è del 4,7%, del 7,3% per i diplomati mentre aumenta ulteriormente a 10,5% per chi è in possesso di titoli più bassi.

Guardando, ora, al lato delle imprese, l’Istat registra una flessione della domanda di lavoro tramite un calo delle posizioni lavorative dipendenti del -3,9% in termini congiunturali e del -4,0% in termini tendenziali, fortemente dovuto ad una drastica riduzione delle ore lavorate per dipendente, -19,1% rispetto al trimestre precedente e -26,2% su base annua. Nella maggior parte dei casi, la stagnazione economica ha, senz’altro, compromesso non solo l’avvio di nuovi rapporti di lavoro ma anche l’avanzamento di carriera dei dipendenti stessi. A poco sono servite misure come la cassa integrazione e il blocco dei licenziamenti per arginare i danni delle stringenti misure economiche prese dal Governo. Inoltre, l’Istat spiega come i settori maggiormente colpiti dalla crisi siano proprio quelli dove i contratti a termine sono più diffusi: commercio (al dettaglio e all’ingrosso) nonché il settore alberghiero e della ristorazione.

Infine, il secondo trimestre segna anche un ulteriore divario del mercato del lavoro a livello territoriale. L’Istituto di Statistica segna una maggiore flessione nell’occupazione nel Mezzogiorno (-5,3%) dovuto ad un minor numero di industrie e alla diffusione di dipendenti a termine, a seguire il Nord e il Centro, rispettivamente -3% e -2,9%.

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