Il Sudan firma uno storico accordo di pace

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Il governo del Sudan e il Fronte Rivoluzionario del Sudan (SRF), l’organizzazione che unisce gruppi ribelli degli stati sudanesi del Darfur Occidentale, del Kordofan Meridionale e del Nilo Azzurro, hanno firmato a Giuba un accordo di pace che mette fine a diciassette anni di guerra civile. Si tratta di un accordo storico, che vede la luce dopo lunghi e complessi negoziati tra le parti in lotta, un passo importante per la transizione democratica ed economica del Sudan.

 

La guerra tra forze governative e SRF nei territori del Kordofan Meridionale e del Nilo Azzurro, era iniziata nel 2011, a seguito di conflitti non risolti durante la guerra civile sudanese del 1983-2005, mentre il conflitto in Darfur, come è noto, aveva preso avvio già nel 2003. In quest’ultima regione, le fazioni in lotta erano i miliziani arabi della tribù dei Baggara noti come i Jajawid, minoritari nell’area ma maggioritari nel resto del paese, e la popolazione non Baggara della regione, rappresentata dai gruppi ribelli del Sudan Liberation Movement e del Justice and Equality Movement; secondo dati delle Nazioni Unite, solo quest’ultimo conflitto ha portato alla morte di oltre 300mila persone.

 

Dopo quasi due decenni di guerra civile, il nuovo accordo di pace apre quindi ad un importante processo di riconciliazione. Il Comprehensive Peace Agreement cui si è giunti si compone di otto protocolli, i quali regolano aspetti cruciali delle relazioni tra lo stato centrale e i territori periferici, nel quadro di un rinnovato sistema di governo federale: nei documenti si attribuisce infatti autonomia amministrativa ai governi del Darfur Occidentale, del Nilo Azzurro e del Sud Kordofan, disponendo l’integrazione delle forze militari degli ex ribelli all’interno dell’esercito sudanese entro un periodo di 39 mesi.
L’accordo prevede inoltre l’istituzione di una Commissione nazionale per la libertà religiosa, con il mandato di garantire la tutela dei diritti delle comunità cristiane nel sud del Paese.

 

Va notato che il percorso che ha portato alla firma dell’accordo è stato lungo e non certo agevole. Bisogna infatti ricordare, che già nel 2006 si era giunti ad un accordo per la pacificazione della regione del Darfur, che tuttavia finì per determinare soltanto una temporanea sospensione delle ostilità, poi riprese pochi mesi più tardi.

Ad oggi, dopo la caduta di al-Bashir nel 2019 e l’insediamento del governo presieduto dall’ex funzionario delle Nazioni Unite Abdalla Hamdok, il percorso di pacificazione sembra poter dare risultati più credibili. La pacificazione delle regioni meridionali del Kordofan meridionale e del Nilo azzurro, oltre che del Darfur, è sempre rientrata tra le priorità dell’agenda politica del Primo Ministro Hamdok, considerandola come la precondizione fondamentale per il successo della transizione democratica avviata ormai da un anno. Accogliendo la maggior parte delle richieste dei ribelli, il governo è ora finalmente riuscito a concludere un accordo storico, accolto con entusiasmo anche dai leader dei movimenti ribelli, che al momento della firma hanno alzato i pugni in segno di vittoria.

I presupposti per una pace duratura, intesa come condizione fondamentale per garantire l’assetto democratico, appaiono oggi ben più fondati che in passato. Il 3 settembre scorso, ad esempio, il Primo Ministro Hamdok e il ribelle al-Hilu hanno firmato una dichiarazione d’intenti in cui, tra le altre cose, si prevede che la separazione tra stato e religione dovrà essere posta a fondamento della nuova costituzione sudanese, così come richiesto dai pochi gruppi ribelli non firmatari dell’accordo di pace. La volontà dimostrata da questi ultimi a proseguire i negoziati, allargando la base di consenso interno attorno all’accordo, è un segnale positivo per la fine definitiva del conflitto.

 

 

 

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