“Where the lights enter”: il Partito Democratico verso l’Election Day

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A seguito della Convention di partito che ha reso definitivi gli schieramenti elettorali – Biden- Harris per i democratici, Trump Pence per i repubblicani, si è dato inizio alla campagna elettorale per l’elezione del futuro presidente degli Stati Uniti d’America. Una sfida elettorale questa, definita tra le più incerte e ardue degli ultimi tempi, a causa di fattori ormai ben noti a tutti come la crisi pandemica, che ha costretto entrambi i partiti a rivedere forme e modalità che da decenni dettano riti, simbologie e linguaggi delle convention di partito.

Per avere un quadro più chiaro circa i temi e le personalità chiave di questa corsa alla presidenza, è bene tenere presente le diverse falle del sistema socio-politico-economico americano. Partendo proprio dall’emergenza sanitaria, che ha messo in ginocchio il sistema sanitario american evidenziandone le inefficienze e le diseguaglianze, scalfite soltanto durante la presidenza Obama e avversata dai repubblicani. Alla luce dei quasi 180.000 morti per Covid, il diritto alla saluta è uno dei principali problemi degli USA, che rende visibili le contraddizioni presenti nella società.

Una profonda crisi economica che vede crescere il tasso di disoccupazione del 15%, ai livelli della grande depressione del ’29. Infine, non per importanza, le proteste razziali che rivelano i profondi limiti di un approccio basato su forme di militarizzazione fortemente influenzato dal “racial profiling”. Un tema che mette in luce le profonde e ben radicate discriminazioni di genere, razza, etnia, che hanno caratterizzato sin dalla sua nascita lo sviluppo democratico americano.

Sono proprio queste le tematiche portate avanti dal partito democratico, il quale ha voluto far emergere la sua capacità di sintesi fra le diverse correnti che combattono per un dare un nuovo volto all’America, che sembra non avere più un bagaglio valoriale condiviso come in passato.

La scelta del partito democratico, a seguito delle Primarie e del ritiro di Bernie Sanders, ricade su Joe Biden, eletto senatore del Delaware dal 1973 al 2009 e vicepresidente USA sotto l’amministrazione Obama dal 2009 al 2017. È risultato vincitore di 10 Stati su 14 in occasione del Super Tusday, il 3 Marzo 2020, giorno in cui si sono tenute le Primarie, fischio di inizio per la corsa alla Casa Bianca.

Chi è Joe Biden: nasce a Scranton in Pennsylvania nel 1942, da una modesta famiglia cattolica irlandese. Nell’età adolescenziale, Joe si trasferisce nel Delaware assieme ai due fratelli e alle due sorelle. Si laurea nel 1965 in scienze politiche presso la University of Delaware e nello stesso anno conosce la sua futura moglie, Neila Hunter, che sposerà l’anno dopo nel 1966. Dopo aver conseguito la specializzazione in legge, si laurea nel 1968 e dopo qualche anno inizia a lavorare presso uno studio legale al Wilmington. In quegli stessi anni entra a far parte del Partito Democratico: viene prima eletto nel consiglio della Contea di New Castle dal 1970 al 1972, poi senatore in rappresentanza dello Stato del Delaware. Nella sua lunga carriera politica, tra le più longeve, Biden si distingue per alcuni incarichi di prestigio come quella di Presidente del Comitato di Giustizia (1987-1995), Presidente della Commissione Esteri degli Stati Uniti d’America (dal 2001 al 2003 e dal 2007 al 2009).

Già in passato, Biden, aveva provato a partecipare alle elezioni presidenziali, ma si ritira alle primarie del Partito Democratico; anche nel 2008 succede una situazione analoga, quando il preferito risultò essere Barack Obama, con cui però stringe un’alleanza politica e viene designato vicepresidente. Queste presidenziali, quindi, sono la sua occasione per realizzare il suo desiderio di diventare il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America. Al suo fianco, nella battaglia elettorale, Biden ha scelto Kamala Harris, prima donna nera candidata alla vicepresidenza- particolarmente rilevante con il centenario 19° emendamento sul suffragio femminile, che si celebra quest’anno-, in ossequio alla volontà del partito di essere ancora più inclusivo, di voler rappresentare rappresentare un’America in mutamento dal punto di vista degli equilibri sociali e razziali.

Dunque, si è difronte ad un partito democratico che vuole diventare il perno di una “coalition of trasformation”, definita da Ronald Brownstein su “The Atlantic”, composta da giovani, donne, college-educated, ceti urbanizzati, minoranze, che si oppone a una ‘coalition of restoration’ composta da un elettorato prevalentemente bianco, blue-collar, cristiano, rurale che nel partito repubblicano trova il suo riferimento. Al di là della capacità di cogliere la realtà mutevole come quella statunitense, Joe Biden ha dimostrato di aver compreso il profondo mutamento dei rapporti di potere all’interno del partito democratico e di voler riposizionarlo su quelli che sono i veri interessi della coalizione democratica- epidemia, difficoltà economica, questione, razziale, cambiamento climatico. L’agenda elettorale democratica, quindi si presenta eguale ed inclusiva, in contrapposizione a quella repubblicana che punta invece a “restaurare” l’anima dell’America, ovvero il faro della democrazia, il cosiddetto “sogno americano”.

Oltre a Joe Biden, il lato democratico della medaglia elettorale americana è composto da altre personalità chiave per queste elezioni, tra cui Bernie Sanders, senatore del Vermont, la senatrice del Massachusetss, Elizabeth Warren, Pete Buttigieg in rappresentanza dello stato dell’Indiana, grazie alle quali secondo le previsioni sondaggistiche, il candidato BIden ha ancora un vantaggio (di circa 7 punti, secondo la media RealClearPolitics) su Donald Trump. Ma quali saranno gli Stati per cui si deciderà tutto? A due mesi dalle elezioni, la sfida è ancora aperta e la geografia del voto è imprevedibile.

Eliana Gullo

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