Quando tutto sarà finito… O quasi… Parte 2….

in SICUREZZA/SOCIETA' by

Tempo fa su EuropeanAffairs.it avevamo ipotizzato quale potesse essere uno scenario auspicabile per la considerazione di cui le Forze Armate e di Polizia dovrebbero godere presso la popolazione e presso le autorità, dopo l’impegno profuso durante l’emergenza Covid19.

In quell’articolo auspicavamo che le Forze Armate e in particolare l’Esercito potessero finalmente assurgere a quell’aura di sacralità da cui sono avvolti i corpi militari (e di polizia) negli altri Stati, europei e non, specie a seguito dell’impegno profuso in caso di calamità e disastri naturali.
Ahinoi, ciò non è avvenuto!
E’ ormai entrata nella storia recente l’immagine dei soldati che trasportano i banchi di scuola presso gli istituti scolastici che si preparano ad accogliere gli studenti dopo la riapertura, a seguito del lungo lockdown. v
Sinceramente, quell’immagine non mi ha particolarmente scandalizzato, perché ormai sono abituato -insieme a tutti gli italiani – a vedere i nostri soldati che scavano nelle macerie, nella neve, che assicurano sicurezza lungo le nostre strade, che si occupano persino del filtraggio per l’accesso ai monumenti che accolgono quotidianamente migliaia di visitatori.
A differenza di alcuni politici, di entrambi gli schieramenti, io non griderei allo scandalo e, soprattutto, non attribuirei con cattiveria ai vertici  della Difesa la colpa di aver addossato ai nostri militari questo ulteriore, gravoso e apparentemente spiacevole compito e di aver “accettato” questo ulteriore task
Non mi meraviglio, perché – ormai da tempo – anche il motto social dell’Esercito Italiano è #noicisiamosempre.
Ed è vero.
Le Forze Armate, e quelle di Polizia, ci sono sempre.
Certo, l’idea di far sfacchinare i percettori del reddito di cittadinanza non sarebbe stata una cosa sbagliata da un punto di vista mediatico e, forse, anche politico.
Ma pensate, solo per un attimo, all’ipotesi in cui un cittadino si fosse infortunato durante il trasporto degli effetti scolastici.
Cosa sarebbe successo?
Di chi sarebbe stata la responsabilità?
Qualcuno avrebbe gridato ad una minore sicurezza sul lavoro?
Se così fosse stato per un militare, sicuramente la cosa sarebbe passata sotto opportuno silenzio. 
Il problema del reddito di cittadinanza non è il reddito in sé: perché sicuramente esistono persone povere che ne hanno tratto beneficio e che ne hanno e ne avevano sicuramente oltremodo diritto.
Il problema del reddito di cittadinanza è che tale diritto è stato riconosciuto – almeno stando a quanto si legge sui giornali – a troppe persone, indiscriminatamente e – spesso – in casi in cui i soggetti erano a dir poco non meritevoli di alcuna considerazione da parte della Repubblica.
Lasciamoli stare, i percettori.
Mi viene allora in mente che il nostro codice penale, all’art. 216, contempla l’esistenza della “casa di lavoro” … una specie di colonia penale in salsa tricolore.
Però non mi pare di aver mai sentito  che persone condannate anche a sanzioni di minore entità espiino la propria pena in siffatte strutture.
Se è per questo, esisterebbe anche la colonia agricola, contemplata dal medesimo articolo, ma – altrettanto sinceramente – non ne ho mai sentito parlare per casi pratici di cronaca.
Allo stesso modo, coloro che – per esempio – sono stati condannati a svolgere servizi sociali avrebbero ben potuto contribuire alle fatiche a cui sono stati chiamati indegnamente i nostri soldati.
Quindi, come vedete, non esistono soltanto i percettori del reddito di cittadinanza, che per una volta non c’entra nulla (e, semmai, la colpa non è dei percettori del reddito, ma dell’area politica pauperista ed assistenzialista del nostro Paese che ne ha consentito l’esistenza).  
Esistono altre figure di soggetti che, magari, devono anche pagare un debito ben più rilevante nei confronti della società, ma che non vengono toccati.
Verosimilmente, se ciò fosse avvenuto, qualcuno avrebbe gridato allo scandalo, affermando che in Italia esistono ancora i lavori forzati.
Quindi, in sostanza, meglio far sudare e faticare i nostri soldati piuttosto che qualcuno di coloro che avrebbero dovuto assicurare – magari anche in piccola misura –  un servizio alla società.
I nostri soldati sono addestrati per compiere operazioni di pace e, in qualche caso, anche se è spiacevole dirlo, dovrebbero essere anche capaci di fare la guerra (in realtà, questa cosa è politicamente scorretta ed effettivamente le missioni internazionali oggi sono, per fortuna, solo ed esclusivamente di pace).
Tuttavia è innegabile che l’addestramento militare preveda in larga misura l’uso dell’aggressività e della violenza: non una violenza fine a sé stessa, ma una violenza ponderata, giuridicamente supportata da regole di ingaggio e, soprattutto, una violenza che va utilizzata in maniera equilibrata ed assolutamente in casi necessari ed indispensabili. 
Un addestramento ed una vocazione, che oggi sono finalmente riconosciuti come componenti di una professione molto particolare.
La cosa che ulteriormente mi ha spaventato in questi giorni è che circola su i canali WhatsApp il video di un comico, fortunatamente non molto famoso, che dileggia bellamente il lavoro dei nostri soldati, sia durante il loro addestramento sia durante le attività che vengono normalmente e quotidianamente svolte nell’operazione ormai nota col nome di “Strade sicure”.
Tra le tante amenità di quel video, i nostri soldati, quelli che presidiano obiettivi sensibili o che magari in qualche circostanza regolano addirittura il traffico, sono definiti “spaventapasseri armati”.
Aldilà della satira e della critica, che sono sempre ammesse in uno spettacolo comico, e che trovano anche tutela giuridica come scriminanti nei reati ingiuriosi o diffamatori, ritengo che  questo video di comico non abbia veramente nulla.
In realtà questo video altro non è che la testimonianza di come  l’appello lanciato dal nostro giornale quale tempo fa (ma, a dire il vero, anche da altre riviste o da altri opinionisti) sia rimasto inascoltato.
I nostri militari, nonostante gli sforzi, non godono ancora del prestigio, della fama, della giusta reputazione che meriterebbero.
Secondo chi scrive, ancora non viene apprezzata l’opera dei nostri militari – diuturna e preziosissima – di garantire la nostra sicurezza durante un periodo così difficile.
Allora ben vengano gli scavi, ben venga il traffico, ben venga il trasporto dei banchi: ma quando arriverà il momento del riconoscimento, della gratitudine e del’apprezzamento da parte della popolazione e delle autorità politiche verso i nostri militari?
Quando verrà riconosciuto gli ex appartenenti alle Forze Armate e di Polizia uno status privilegiato, simile a quello dei “veterani”, così come avviene oltreoceano?
Il nostro appello rimane valido anche oggi, ed è ancora più accorato. Speriamo che, quando tutto sarà finito, ma davvero finito, portare la mimetica e le stellette torni ad essere motivo di orgoglio e di vanto e che i nostri soldati possano nuovamente essere guardati con ammirazione quando camminano tra la folla, indossando quell’uniforme che ricorda il sacrificio, l’onore, lo spirito di servizio e l’amor di Patria di chi li ha preceduti.

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