Il Consiglio europeo straordinario del 17-21 luglio: i risultati

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Dopo quattro giorni di negoziati serrati caratterizzati dalla contrapposizione tra l’Europa meridionale e i cosiddetti “Paesi frugali”, il 21 luglio, il Consiglio europeo, riunito a Bruxelles, è giunto ad un’intesa sul Recovery Fund e sul bilancio pluriennale dell’UE per il periodo 2021-2027. L’ammontare complessivo del Fondo per la ripresa, il principale strumento dell’Unione europea per stimolare la ripresa economica dopo la pandemia, sarà di 750 miliardi, di cui 390 a fondo perduto e 360 sotto forma di prestiti. Il compromesso raggiunto rappresenta un traguardo storico per l’Unione europea, che, per la prima volta, opta per un considerevole indebitamento comune. Il Presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, ha parlato di “una giornata storica per l’Europa e per l’Italia” con toni simili a quelli usati dal Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, e dalla Cancelliera tedesca, Angela Merkel, protagonisti nei negoziati. “Abbiamo raggiunto un’intesa sul pacchetto per la ripresa e sul bilancio europeo. Sono stati certamente negoziati difficili in tempi molto difficili per tutti gli europei. Una maratona che si è conclusa con successo per tutti i 27 Stati membri, ma soprattutto per i cittadini. È un buon accordo. È un accordo solido. Ma è soprattutto l’accordo giusto per l’Europa in questo momento” questo il commento del Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel.

I negoziati

Quando, il 21 luglio, alle 5,30 del mattino, è stata raggiunta l’intesa in seno al Consiglio europeo – l’istituzione dell’UE che raggruppa i Capi di Stato e di Governo – mancavano solo 25 minuti per battere il record della durata dei negoziati che resiste dal Vertice di Nizza del 2000. Il raggiungimento di un accordo sul Recovery Fund e sul bilancio pluriennale dell’UE non era affatto scontato ed è stato complicato dalla distanza tra le posizioni iniziali, dalle tensioni presenti in ogni trattativa delicata e dalla formazione e lo scioglimento continuo di coalizioni nel corso dei negoziati. La preoccupazione generale, infatti, era l’ipotesi che il negoziato si chiudesse senza un’intesa, a causa di veti esercitati dai paesi schierati in diversi blocchi di interessi. Da una parte i cosiddetti Paesi “frugali” – Paesi Bassi, Svezia, Danimarca e Austria a cui si è aggiunta la Finlandia – che chiedevano la riduzione dell’ammontare complessivo, sia del Fondo per la ripresa che del bilancio pluriennale, maggiori controlli sulle spese e una forte limitazione delle sovvenzioni a fondo perduto. Dall’altra parte quasi tutti gli altri Paesi e soprattutto quelli dell’Europa meridionale, Italia in testa, che insistevano per non procedere con la riduzione delle ambizioni e degli strumenti europei per la ripresa dal Covid-19. Tra questi si inseriva anche il blocco dell’Europa orientale, la cui posizione, prima del Consiglio era incerta: l’Ungheria di Viktor Orban in particolare, infatti, non intendeva vincolare l’erogazione dei fondi al rispetto dello stato di diritto.

Decisivo è stato il sostegno del governo tedesco – che detiene la Presidenza di turno del Consiglio dell’UE – a promuovere soluzioni ambiziose, di concerto con il governo francese. Al contempo si è rivelata proficua la rinnovata unità di intenti fra i Paesi più colpiti dalla pandemia come Italia, Spagna e Francia.

L’accordo sul Recovery Fund

Il compromesso raggiunto rappresenta un traguardo storico in primis per l’Unione europea, prima che per i singoli Stati membri: per la prima volta si è optato per un considerevole indebitamento comune per il rilancio della crescita e dunque per finanziare un trasferimento di risorse dai paesi più ricchi a quelli più in difficoltà, in un breve lasso di tempo.

Il Fondo per la ripresa, chiamato dalla Commissione “Next Generation UE”, avrà un valore complessivo di 750 miliardi di euro, che saranno raccolti sui mercati finanziari a nome dell’Unione Europea: di questi, 390 miliardi saranno distribuiti come sussidi a fondo perduto, mentre 360 miliardi sotto forma di prestiti.

L’UE potrà esercitare alcune forme di controllo sulla modalità di spesa dei fondi: è stata rifiutata la proposta dei paesi frugali di un diritto di veto sulle spese, ma l’ottenimento dei fondi sarà legato alla presentazione di un piano di riforme che dovrà essere approvato a maggioranza qualificata sia dalla Commissione Europea che dal Consiglio Europeo. Un’altra condizione è legata al raggiungimento dei termini intermedi del piano di riforme ed è stata introdotta, altresì, la possibilità per ogni Stato membro di chiedere una sospensione temporanea dei pagamenti in caso di sospetta violazione dei termini: si tratta del cosiddetto “freno di emergenza”.

Il Fondo sarà disponibile a partire dal secondo trimestre del 2021, tuttavia, l’accordo prevede che potrà essere usato per finanziare progetti avviati già dal febbraio 2020.

 

Il principale serbatoio del Fondo per la ripresa si chiamerà Recovery and Resilience Facility (RRF) dal valore di 672, 5 miliardi, di cui 312,5 saranno distribuiti come sussidi. Il 70 % di questi sussidi verrà stanziato entro il 2022, mentre il restante 30 % entro il 2023. Da ciò si deduce che i primi progetti finanziati con i nuovi sussidi europei partiranno fra il 2021 e il 2022, e i finanziamenti verranno erogati verosimilmente fino al 2025.

I criteri con cui verranno distribuite le risorse del RFF sono la popolazione di ogni singolo stato membro, il PIL pro capite, e per i primi due anni il tasso medio di disoccupazione fra il 2015 ed il 2019; nel 2023 questo criterio verrà sostituito con la riduzione del PIL nazionale fra il 2020 ed il 2021 a causa della pandemia.

Entrambi i criteri rendono l’Italia uno dei principali beneficiari del RFF e quindi dell’intero Fondo. Secondo un calcolo diffuso dal Governo italiano l’Italia otterrebbe circa 81,4 miliardi di sussidi e 127,4 miliardi di prestiti, per un totale di 209 miliardi.

Il bilancio pluriennale

Quanto al Quadro Finanziario Pluriennale (QFP) per il periodo 2021-2027, questo è negoziato degli Stati membri ogni sette anni e fornisce le linee guida per la spesa dei contributi che ciascuno stato si impegna a versare all’Unione europea in base alla loro popolazione e ricchezza. Il 21 luglio il Consiglio europeo ha raggiunto un’intesa per lo stanziamento di 1.074 miliardi di euro per il prossimo bilancio pluriennale, tuttavia, la competenza sul bilancio è condivisa con il Parlamento europeo, chiamato ad esprimersi e ad apportare le modifiche ritenute necessarie.

L’argomento più efficace per convincere i 5 Paesi frugali ad approvare il Fondo per la ripresa sono stati i cosiddetti rebates, cioè degli sconti sui versamenti nazionali al bilancio pluriennale: tutti i frugal five hanno ottenuto degli sconti maggiori rispetto allo scorso bilancio per un totale di circa 53 miliardi in meno.

Inoltre, occorre sottolineare che per la prima volta nella sua storia, dal primo gennaio 2021 l’Unione Europea raccoglierà delle entrate fiscali che non dovranno essere negoziate con singoli paesi: è un primo e significativo passo per evitare le eterne trattative sul bilancio pluriennale, nonché un modo per guadagnare sempre più sovranità. Nel dettaglio, dal 2021 ciascuno Stato membro dovrà versare 80 centesimi per ogni chilo di plastica non riciclata, mentre dal 2023 entrerà in vigore una tassa sulle importazioni dai Paesi che non rispettano gli standard europei sulle emissioni inquinanti.

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