Il Giappone rinuncia al sistema di difesa Aegis Ashore e punta all’indipendenza militare

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Il governo Abe si rifiuta di proseguire con il programma americano ed ora ha solamente due possibilità: rinegoziare laccordo con gli Stati Uniti oppure cercare altrove alternative più convenienti Il governo giapponese ha confermato ufficialmente il piano di uscita da Aegis Ashore, il sistema antimissile Abm (Anti-ballistic Missile) made in USA di cui Tokyo si sarebbe dovuta dotare entro il 2025 a scopo difensivo.

A margine di una riunione del Consiglio Nazionale di Sicurezza, è stato il Ministro della Difesa Kono Taro a spiegare le ragioni che hanno portato allo strappo” nipponico con il partner occidentale. Alla base della decisione di rinunciare allimplementazione delle due batterie antimissile, mettendo anzitempo la parola fine ad un accordo che si riteneva “blindato” da un contratto dal valore iniziale di almeno 1,7 miliardi di dollari stipulato tra Giappone e Stati Uniti nel dicembre del 2017, ci sarebbero motivazioni di carattere principalmente economico e tecnico, ma anche una precisa strategia politica.

Le motivazioni tecniche ed economiche

Secondo l’esecutivo presieduto dal premier Abe Shinzo, la questione tecnica è strettamente legata a quella finanziaria: lo “scudo” statunitense, così come attualmente concepito, non garantirebbe la sicurezza dei cittadini delle zone di Yamaguchi e Akita, aree densamente popolate limitrofe ai siti di lancio designati. Il Ministro Kono ha anche dichiarato che per risolvere il problema e dirimere le controversie sorte tra l’amministrazione centrale e i governatori delle prefetture dove sono presenti le basi di difesa, sarebbero stati necessari lunghi e costosi aggiornamentihardwaree il supporto di Washington.

La scelta giapponese è stata perciò quella di sostituire l’ambizioso progetto di marca a stelle e strisce con i sistemi di difesa Patriot Advanced Capability-3 (PAC3) dotati di missili terra-aria, già installati su gran parte del territorio e ritenuti più che sufficienti a garantire la sicurezza e la protezione della nazione.

Le motivazioni politiche

Il governo centrale, inoltre, sarebbe stato orientato nella scelta anche da considerazioni di tipo ambientale, dopo che alcuni studi hanno evidenziato la possibilità che i potenti radar del sistema avrebbero potuto causare problemi di salute alla popolazione. Ma a pesare sulla decisione sarebbe stato anche un grossolano errore di valutazione sulla scelta di uno dei due siti di lancio, quello di Akita, considerato oggi come non più necessario a livello strategico.

Tuttavia, secondo alcuni osservatori, la mossa del Giappone deriverebbe anche da un raffinato calcolo politico e dalla volontà del Paese del Sol Levante di ricalibrare la propria posizione in un contesto geopolitico parzialmente diverso rispetto al passato.

Il governo nipponico, infatti, stracciando di fatto il patto siglato con l’amministrazione Trump a fine 2017, quando lo spettro dell’escalation militare da parte della Corea del Nord favorì le strategie economiche e militari americane, e cogliendo le momentanee “distrazioni” di Washington che si trova alle prese con la pandemia ed una delicata situazione interna in cui si sovrappongono proteste sociali e campagne elettorali per le prossime elezioni presidenziali, si avvicina alle ormai imminenti ridiscussioni dell’accordo sul finanziamento per le truppe americane di stanza in Giappone, in scadenza a marzo 2021, da una posizione di forza, cosa impensabile fino ad un anno fa, quando Trump chiese ad Abe Shinzo di quadruplicare i pagamenti annuali, passando da 2 a circa 8 miliardi di dollari.

L’alleanza resta stabile

I passi indietro di Tokyo, la sensazione che i giapponesi non abbiano più intenzione di essere partner passivi di unalleanza con gli USA fin qui percepita quasi a senso unico”, le divergenze nei rapporti con la Corea del Sud e i recenti accordi commerciali siglati tra Giappone ed Unione Europea non mettono però al momento a rischio un’alleanza che resta stabile.

I due Paesi sono infatti uniti in una stretta e necessaria collaborazione soprattutto in funzione anticinese: il nuovo ruolo globale della Cina, le mai sopite frizioni sinogiapponesi sulle isole Senkaku nel Mar Cinese Orientale e la generale situazione nellintero scacchiere marittimo del Pacifico Occidentale, dal Mar del Giappone fino al Mar Cinese Meridionale, sono minacce condivise che richiedono obbligatoriamente un gioco di squadra tra la “spada” americana e lo “scudo” giapponese.

Tokyo, del resto, continua comunque ad essere legata militarmente a doppio filo conWashington: nel 2019 è stato confermato lordine per 42 nuovi F-35B, facendo delle Jsdf (Japan Self Defense Forces) il più grande contingente di un Paese che non siano gli Stati Uniti.

Lobiettivo del Giappone

Non deve però meravigliare la rinnovata assertività giapponese sul piano militare e in politica estera. Sono ormai diversi anni che Tokyo vuole ricominciare a camminare con le proprie gambe in tema di difesa nazionale. Prova ne sono la reiterata volontà del premier Abe Shinzo di abrogare larticolo 9 della Costituzione che impone al Giappone di non avere forze armate atte all’offesa, il nuovo piano presentato nel 2018 che prevede un cospicuo aumento delle spese militari e la simbolica ma emblematica decisione datata 2019 di ripristinare ufficialmente la bandiera militare del “Sole Nascente”.

È perciò sempre più chiaro come l’obiettivo nipponico siala restaurazione di un esercito il più possibile indipendente. E i recenti avvenimenti lo confermano.

 

Andrea D’Ottavi

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