L’Armenia di Pashinyan tra crisi politica interna, minaccia Covid-19 e dubbi sul futuro dell’economia nazionale

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L’Armenia sta vivendo un profondo periodo di crisi politica a cui si aggiunge una situazione di emergenza dovuta al Covid-19 che caratterizza il paese come il maggiormente colpito della regione caucasica e un’economia che, seppur aveva registrato negli ultimi anni interessanti progressi, è ancora troppo dipendente dagli aiuti russi e dalle rimesse della Diaspora.

La repubblica dell’Armenia nel 2018 aveva visto un cambio della leadership a seguito della Rivoluzione di Velluto che aveva dato speranza per l’affermazione di un processo democratico stabile e duraturo nel paese, ma a distanza di due anni emergono i contrasti interni all’attuale governo e dubbi sul crescente ruolo e potere ottenuto dal primo ministro Nikol Pashinyan.

Si evince un contrasto interno tra la leadership attuale che ha preso il potere nel 2018 e la vecchia nomenclatura armena formata dagli ex presidenti Serzh Sargsyan e Robert Kocharyan le cui fondamenta del loro potere provengono dai propri clan/famiglie situati nella regione del Nagorno-Karabakh. Lo scontro politico che potrebbe acutizzarsi in Armenia è possibile riscontrarlo anche nelle parole dello stesso primo ministro armeno Nikol Pashinyan il quale ha dichiarato che la stabilità del paese potrebbe essere minacciata in un qualsiasi momento viste le agitazioni politiche che l’entourage di Sargsyan e Kocharyan stanno animando con il fine ultimo di rovesciare l’attuale governo imposto dalla rivoluzione del 2018.

Uno scontro interno che delinea un sistema nella repubblica nata dalla disgregazione dell’Unione Sovietica che si basa principalmente su gruppi ‘oligarchici’ o clan in lotta per il controllo dell’Armenia e quindi rimanda ad un passato che fonda le proprie radici nel sistema sovietico e nel clientelismo che spesso contraddistingue le repubbliche post-sovietiche e distanzia ancor di più lo Stato armeno dai principi democratici stabiliti dall’Unione Europea a cui tutti i paesi interessati a cooperare con Bruxelles dovrebbero aspirare.

In politica interna Kocharian, a seguito del suo rilascio dal carcere, ha recentemente incontrato Sargsyan, come riportato dalla testata giornalistica armena ‘Hraparak’, con l’obiettivo di discutere l’attuale situazione dell’Armenia e dare vita ad una opposizione unita che appiani le proprie differenze e contrasti interni in modo da sviluppare un piano d’azione congiunto che possa porre fine al governo di Pashinyan considerato dai due ex presidenti come una minaccia per la sopravvivenza dello Stato armeno stesso.

Sin dalla presa di potere nel 2018 a seguito della rivoluzione, Pashinyan ha avviato una attività di forte contrasto nei confronti di Sargsyan e Kocharyan cercando di dividere l’opposizione e avviando processi giudiziari. Il caso di Kocharyan è stato emblematico: lo stesso presidente russo Vladimir Putin aveva cercato di intervenire personalmente chiedendo la scarcerazione dell’ex presidente armeno avviando un braccio di ferro con Pashinyan conclusosi con l’inevitabile liberazione e con il raffreddamento dei rapporti Erevan – Mosca.

Leader della rivoluzione del 2018, Pashinyan era stato visto dalla popolazione armena come la speranza di dare vita nel paese ad un sistemadi governo non più basato sulle dinamiche dei clan come in passato avevano fatto Kocharyan e Sargsyan. A soli due anni dalla sua salita al potere, l’attuale primo ministro armeno vede un netto calo nei consensi popolari e nel tempo ha visto emergere i contrasti con gli altri leader e membri dei partiti politici presenti nel governo, tra cui figura Gagik Tsarukyan di ‘Armenia Prospera’ che attualmente sembra essere divenuto il rivale e nemico più pericoloso di Pashinyan.  Magnate dell’economia, Tsarukyan aveva recentemente richiesto le dimissioni di Pashinyan dalla guida del governo: dopo aver perso la propria immunità parlamentare a seguito di un voto in parlamento, Tsarukyan è stato accusato di corruzione a livello politico durante le elezioni del 2017 e, secondo le prove fornite dal Servizio di Sicurezza Nazionale armeno, avrebbe comprato più di 17 mila voti.

Critiche sono giunte anche da Mane Tandilyan, deputata del partito ‘Armenia Luminosa’, la quale, durante la sessione straordinaria del Parlamento in merito alla discussione del bilancio statale del 2019 avvenuta lo scorso 25 giugno, ha dichiarato che l’Armenia non ha registrato nessun successo nel campo delle riforme del sistema giudiziario, sociale, economico.

La personale crociata di Pashinyan per cambiare la Costituzione ha avuto la forte opposizione della magistratura armena, così come il progetto di interrogare e imprigionare Sargsyan per i combattimenti lungo il confine armeno-azerbaigiano del Nagorno-Karabakh avvenuti nell’aprile del 2016.

Se in politica interna l’attuale primo ministro armeno sta incontrando una forte opposizione anche all’interno del suo governo e sta assistendo al fallimento del suo progetto di eclissare Kocharyan e Sargsyan, in politica estera l’Armenia sta piano piano perdendo il supporto della Russia di Putin che è di fatto necessaria per la sopravvivenza economica del paese e che permette all’Armenia stessa, grazie all’Unione Economica Euroasiatica, di uscire dallo stato di isolamento in cui si trova all’interno della regione caucasica. È stata emblematica, in questo senso, la presenza del ministro della difesa armeno David Tonoyan alla parata della Vittoria svoltasi a Mosca in sostituzione dello stesso Pashinyan a dimostrazione di un inasprimento dei rapporti con il Cremlino e con lo stesso Putin.

La crisi che l’Armenia sta vivendo attualmente ha interessato anche il mondo diplomatico con le recenti dichiarazioni dell’ex ambasciatore armeno presso la Santa Sede, Mikayel Minasyan, nonché genero di Sargsyan, il quale ha accusato Pashinyan e sua moglie Anna Hakobyan di aver creato una élite di governo il cui obiettivo è la suddivisione del potere, delle risorse finanziarie ed economiche del paese in modo da imporre il loro dominio. Dichiarazioni pesanti che hanno scosso il mondo politico e diplomatico armeno: Minasyan ha anche affermato che l’Armenia si sta trasformando in una sorta di ‘Pashinyanstan’ (paese di Pashinyan) con il primo ministro armeno oramai forte della sua posizione a tal punto di non negare più la perdita o mancanza di democrazia nel suo paese. A supporto di queste sue dichiarazioni l’ambasciatore armeno ha citato il caso del ‘contrabbando di tabacco’ emerso il 17 giugno in Russia con l’apertura di procedimento penali nelle città di Krasnodar e Voronezh, e ha accusato Pashinyan e sua moglie di essere coinvolti in esportazioni illegali di metalli, diamanti, oppure di ‘gonfiare’ i progetti di realizzazioni di infrastrutture statali come il recente edificio della dogana di Gyumri.

Minasyan descrive quasi un regime di polizia quello che si è andato a creare negli ultimi due anni in Armenia diretto da Pashinyan che, grazie all’utilizzo personale degli organi di sicurezza nazionale, della polizia, della procura e tramite la propaganda della testata ‘Haykakan Zhamanak’ sta imponendo quello che può essere considerato un ‘sistema di estorsione’ legalizzato verso tutti gli uomini d’affari del paese costretti a pagare ‘tasse’ a Pashinyan e sua moglie.

Occorre ricordare che all’inizio del mese di giugno era stato riportato da diversi media che le autorità armene avevano sequestrato diverse attività commerciali legate a Minasyan come la società di gestione della PanArmenian, una centrale idroelettrica nella regione di Lori, la più grande compagnia di navigazione del paese, due hotel di lusso a Erevan e la famosa catena di caffè Jazzve. Sequestri che sono avvenuti nello stesso momento in cui Minasyan aveva assunto il ruolo di critico del governo in esilio, molto probabilmente in Italia secondo alcune fonti locali, dopo essersi rifiutato di tornare in Armenia per rispondere alle accuse di riciclaggio di denaro. In risposta a queste azioni Minasyan ha pubblicato una serie di video sul suo profilo social di Facebook intitolati “La fine della menzogna” in cui ha attaccato il primo ministro armeno.

La modifica della Costituzione ha incontrato l’opposizione del presidente della Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa Gianni Buquicchio il quale, rispondendo alla lettere e richiesta di aiuto di Hrayr Tovmasyan, ormai ex presidente della Corte Costituzionale armena esonerato dal suo incarico dallo stesso Pashinyan lo scorso giovedì, ha dichiarato che l’intera Commissione sta seguendo con profondo interesse i recenti eventi in Armenia e palesa le proprie preoccupazioni sul fatto che le autorità armene non abbiano accolto i consigli dati. L’organo del Consiglio d’Europa aveva infatti inviato un documento di 20 pagine di consigli e annotazioni in risposta al ministro della giustizia armeno Rustam Badasyan chiedendo un’attenzione maggiore e una revisione degli emendamenti con l’obiettivo finale di salvaguardare la Costituzione. Il cambiamento della Costituzione è avvenuto lo stesso all’interno di un parlamento che ha visto il partito di Pashinyan votare in favore degli emendamenti mentre ‘Armenia Prospera’ e ‘Armenia Luminosa’ hanno preferito boicottare la seduta.

Se la situazione politica sembra preoccupante per quel che riguarda la democrazia e la stabilità politica, quella sanitaria ed economica sono lo stesso allarmanti. È di questi giorni la notizia apparsa sui media italiani che riporta l’esperienza del medico italiano David Redi inviato con una equipe medica a Erevan dove risiederà per le prossime settimane per combattere il Covid-19 il quale ha dichiarato che il paese caucasico rischia di essere tra gli undici stati a maggior rischio della seconda ondata ed è con più di 23 mila casi la repubblica caucasica meridionale più duramente colpita dal virus. I dati del 30 giugno forniti dal Centro Nazionale per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie riportano 415 nuovi casi COVID-19 ed un numero complessivo di 25.542 persone infette con 14.048 ricoveri ed un bilancio dei morti pari a 443 persone. Dati molto preoccupanti per un paese dove la popolazione reale, secondo le fonti ‘ufficiose’, è ora meno di due milionidi abitanti anche se i dati ufficiali riportano una popolazione totale pari circa 3 milioni di persone.

Come riporta il CIA World Factbook, l’isolamento geografico e politico della repubblica armena, le esportazioni ridotte ed il monopolio di alcuni clan/famiglia in settori economici vitali per il paese hanno reso l’economia nazionale armena particolarmente vulnerabile alla volatilità dei mercati globali delle materie prime e alle sfide economiche della Federazione Russa. L’Armenia dipende in particolare dal sostegno commerciale e governativo russo, poiché la maggior parte delle infrastrutture strategiche è gestita o di proprietà del Cremlino, in special modo quelle del settore energetico. Le rimesse della Diaspora Armena rappresentano invece circa il 12-14% del Prodotto Interno Lordo (PIL). In politica economica estera l’Armenia ha aderito nel 2015 all’Unione Economica Euroasiatica come voluto da Mosca, ma continua a perseguire legami e relazioni con l’Unione Europea avendo firmato un accordo di partenariato con Bruxelles nel novembre 2017.

Nell’analisi della performance economica armena fatta dalla Banca Mondiale è stato evidenziato come il paese ha subito una forte influenza dalla crisi del Covid-19 che ha comportato il crollo dei prezzi delle materie prime. Prevendendo così un periodo di ripresa verso metà estate 2020, il tasso di crescita del PIL reale armeno dovrebbe arrivare a 1,7%, un quarto del tasso di crescita medio negli ultimi tre anni a causa dell’impatto negativo che il virus ha avuto sulle esportazioni e sulla domanda interna. Il rallentamento economico, secondo la Banca Mondiale, ha interessato maggiormente i settori che necessitano di manodopera, fattore che influirà sulla riduzione della povertà che dovrebbe essere modesta. Le incertezze sul Covid-19 influenzeranno maggiormente l’Armenia, come il resto del mondo, e se lo scenario di una pandemia prolungata dovesse essere reale, il paese caucasico vedrebbe ridotta e ritardata la propria crescita economica del PIL con forti riduzioni.

Il futuro dell’Armenia appare incerto con un contrasto politico interno che rischia di degenerare in forti privazioni della libertà qualora le accuse contro Pashinyan fossero vere e dimostrate: è interessante, però, vedere come i casi di corruzione o riciclaggio di denaro abbiano colpito coloro che, come Tsarukyan e Minasyan, si erano schierati contro l’attuale governo e il primo ministro armeno. Erevan guarda in direzione europea come dimostra l’accordo firmato con Bruxelles nel 2017 anche se il clima di tensione politica, le accuse di alcuni esponenti politici presenti nel paese o in esilio, e alcuni organi di stampa e organizzazioni non governative evidenziano lacune e forti preoccupazioni sulla reale democrazia del paese. La repubblica armena necessita di stabilità politica, sociale ed economica ed una apertura verso l’esterno che favorisca l’interesse degli investitori stranieri: il clima di tensione, i procedimenti legali avviati per volontà del Governo, e la possibilità di una significativa seconda ondata di Covid-19 pongono in serio dubbio la sicurezza e tenuta del paese.

 

di Giuliano Bifolchi

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