L’artico Russo e’ in pericolo

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L’inferno descritto nel 1830 da Charles Dickens potrebbe funzionare oggi per gli altiforni russi di Nickel. Per chilometri e chilometri la tundra sembra reduce da una guerra atomica, i fiumi (versione moderna della biblica prima piaga d’Egitto) sono rossi per l’inquinamento. Tra Norilsk, le miniere della penisola di Kola e Nickel, si trova forse la regione più contaminata dell’intero emisfero settentrionale.



E’ questo il teatro dove è avvenuto quello che Greenpeace ha definito uno dei più gravi disastri ambientali di sempre nell’Artico: lo scorso  29 maggio una cisterna di un impianto gestito dalla NTEK (Norlsk-Tajmir Energy Company, sussidiaria del colosso metallurgico Norilsk Nickel) è collassata provocando lo sversamento di 20 mila tonnellate di combustibile diesel e di lubrificanti nel fiume Ambarnaya in Siberia. Si presume che la causa del disastro sia dovuta al prematuro scioglimento del permafrost dovuto alle anomale temperature dello scorso inverno.

La situazione si è rivelata da subito estremamente preoccupante a causa del rischio che le sostanze inquinanti potessero raggiungere il Mar Glaciale Artico. Dal fiume Ambarnaya gli inquinanti si sono infatti riservati nell’effluente Daldykan, per poi raggiungere il lago Pyasino. Come ha dichiarato Alexander Uss, governatore della regione di Krasnoyarsk, a questo punto la priorità è stata quella di evitare che le scorie dal lago entrassero nel fiume Pyasina, che scorre verso nord e verso l’Artico.

Più di 700 operatori sono stati coinvolti nella bonifica del fiume Ambarnaya. Le operazioni di ripulitura hanno richiesto l’installazione di una diga galleggiante per fermare gli inquinanti.  La situazione ora sembra essere sotto controllo. Secondo il Marine Rescue Service la “fase attiva di raccolta dei prodotti petroliferi” è stata completata e ora l’intenzione del governo è quella di revocare lo stato di emergenza nazionale. Continuano i lavori per la bonifica dei fiumi più piccoli.

In parallelo alle operazioni di mitigazione del disastro ambientale è stata avviata un’indagine per individuare le cause e i responsabili dell’accaduto. Secondo la commissione d’inchiesta russa, la centrale ha continuato a utilizzare il serbatoio di carburante che perdeva, nonostante fosse in stato di degrado. Inoltre, il Comitato Investigativo della Federazione Russa ha avviato un’inchiesta per un ulteriore capo d’imputazione: negligenza nell’informare le autorità centrali dell’accaduto.

I costi della bonifica, stimati oltre 140 milioni di dollari, dovrebbero essere pagati dal presidente di Norilsk Nickel, Vladimir Potanin, ma il costo reale di un tale danno ambientale non è misurabile in denaro. il completo recupero dell’area richiederà anni. “Vedremo le ripercussioni negli anni a venire”, ha affermato Verkhovets, coordinatore dei progetti artici per la sezione russa del WWF, “Stiamo parlando di pesci morti, piumaggi inquinati di uccelli e animali avvelenati”.

La drammatica vicenda mette in luce le pesanti contraddizioni dell’Artico russo. Come il Ministro delle risorse naturali Kobylkin sottolinea: le compagnie minerarie della zona ignorano da tempo gli avvertimenti ufficiali ed inoltre le “infrastrutture, costruite 30 o 40 anni fa, hanno tutte le carte in regola per il ripetersi di questo disastro”.  Tutto questo si inserisce in una delle zone al mondo più vulnerabili al cambiamento climatico, a causa dello scioglimento del permafrost.

Il rischio che esplodano nuove “bombe ecologiche” è tutt’altro che trascurabile. Non a caso Norilsk viene soprannominata dai suoi abitanti “la città delle apocalissi”. E’venuto il momento di spegnere le fiamme nell’inferno ghiacciato dell’Artico russo.

Di Laura Iannello

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