Il bullismo cinese riprende piede nella zona economica di esclusività vietnamita minacciando la stabilità dell’ASEAN.

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L’ attuale incertezza globale e la crisi da Covid-19 fungono da terreno fertile per la Cina, la quale è tornata ad intraprendere azioni nuove e audaci nel Mar Cinese Meridionale, che pongono in contrasto non solo con gli interessi vietnamiti e dei membri dell’ASEAN, ma anche con lo schieramento aeronavale presieduto da Washington.

Secondo un rapporto del Marine Traffic, lo scorso 23 aprile, la Cina ha inviato la sua prima portaerei, la Liaoning e un’altra nave da guerra nello stretto fra le isole giapponesi di Okinawa e Miyako, dirigendosi ad est di Taiwan. Nei giorni precedenti, la nave da ricognizione cinese Haiyang Dizhi 8 è tornata nelle acque della zona economica esclusiva del Vietnam (ZEE), tenendo sotto stretto controllo una nave perforatrice battente bandiera delle Filippine, che era stata incaricata dalla Malesia per rilevare petrolio nella ZEE. Nonostante tali manovre abbiano rischiato di provocare nuovamente una crisi marittima per il Vietnam, la Cina continua a ribadire la sua ambizione (e quindi il diritto) di assicurarsi un acceso al Pacifico. Il tutto è condito dal rallentamento operativo degli schieramenti navali statunitensi, che pur avendo una prontezza militare superiore a quella cinese, sono immobilizzati dalla presenza di contagi da coronavirus a bordo delle imbarcazioni.

Ed è proprio in tali circostanze che toccherebbe all’ASEAN e soprattutto al Vietnam, in quanto Presidente dell’Associazione del sud-est asiatico, valutare una strategia per contenere la Cina e migliorare la sicurezza di ciascun paese membro.

Ma la Cina non è molto flessibile in questo senso. Ritenendo di essere in grado di intimidire il Vietnam, si considera altrettanto capace di manipolare l’ASEAN e tenere gli Stati Uniti fuori dal Mar Cinese Meridionale. D’altro canto, è anche consapevole che più esercita pressioni sul Vietnam, più Hanoi si sposterà verso gli Stati Uniti.

Non è per nulla infondato il timore, che Pechino possa cercare di sfruttare l’incertezza globale per accaparrarsi le vulnerabili risorse offshore del Vietnam o persino stravolgere l’equilibrio degli interessi che caratterizzano quella specifica area.

Secondo quanto affermato da “The Strategist”, ilthink thank di politica estera dell’ASPI (Istituto Australiano di Politica Strategica), per contrastare le ambizioni della Cina e colmare il vuoto strategico lasciato dagli Stati Uniti, è necessaria una nuova architettura della sicurezza regionale per il Sud-est asiatico.  Ciò potrebbe essere tradotto in un accordo “Quad-plus”, ovvero più forte, in base al quale gli Stati Uniti, il Giappone, l’India e l’Australia lavoreranno più da vicino sulla cooperazione in materia di sicurezza regionale con la Nuova Zelanda, la Corea del Sud, il Vietnam con la partecipazione di Indonesia e Malesia. Tale raggruppamento potrebbe, inoltre, consentire al Giappone di svolgere un ruolo di sicurezza più centrale nel Mar Cinese Meridionale.

L’ex consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, H.R. McMaster ha recentemente scritto che l’ambizione della Cina è alimentata dall’insicurezza e dalla sfiducia dilagante che ne conseguono anche dall’erosione dell’influenza e del dominio di Washington all’interno della regione. Si azzarderebbe quasi a dedurre che in un’apparente scappatoia dall’attuale politica americana definita “narcisismo strategico”, la “empatia strategica cinese” con i partner regionali, potrebbe prendere piede.

Guardando il lato positivo, la pandemia potrebbe essere l’occasione ideale per riformare ulteriormente l’ASEAN e far fronte alle crescenti sfide strategiche dell’imminente mondo post-pandemico. Le riforme atte a migliorare la struttura si a interna che esterna dell’associazione asiatica, potrebbero riguardare ad esempio, la modifica del “consenso dell’ASEAN” – requisito secondo cui le decisioni devono essere supportate da tutti e 10 per essere vincolanti – che dovrebbe, altresì essere sostituito con un requisito per la maggioranza dei due terzi; il principio di “non interferenza”, in base al quale gli stati-membro rifiutano l’intervento esterno, potrebbe invece essere consentito solo in casi eccezionali, come il ripristino della sicurezza regionale.

Certo è che la ripartenza da una visione di stabilità e cooperazione è necessaria. Il Vietnam e l’ASEAN dovranno mettere da parte le controversie marine che da troppo tempo ormai affliggono la comunità, puntando ad un futuro privo di ingerenze.

 

Di Eliana Gullo

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