Somalia: il ruolo della Turchia nella liberazione di Silvia Romano conferma la crescente influenza di Ankara nel Corno d’Africa

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La collaborazione tra Italia e Turchia nella liberazione di Silvia Romano, la cooperante italiana rapita nel novembre 2018 in Kenya e liberata lo scorso sabato, ha messo nuovamente in luce la crescente influenza di Ankara nel Corno d’Africa.

Al potere dal 2003, prima come Primo ministro e poi come Presidente, Recep Tayyip Erdoğan ha già compiuto in Africa oltre 30 viste di stato, ed esteso la rete diplomatica turca nel Continente, passando da 12 a 41 ambasciate operative.

Negli ultimi anni, tuttavia, è nel Corno d’Africa che il soft power turco si è consolidato maggiormente, grazie alla modulazione di ingenti aiuti umanitari uniti ad accordi commerciali e militari che hanno permesso ad Ankara di estendere la propria influenza in una zona del Continente sempre più al centro dei giochi geopolitici delle medie e grandi potenze mondiali.

L’anno cruciale della partnership turco-somala è il 2011, quando Erdoğan, al tempo Primo ministro, visitò una Mogadiscio devastata da carestia, siccità e terrorismo, divenendo il primo leader non africano a recarsi in Somalia dopo oltre vent’anni.

 

In quel periodo tutti scansavano la Somalia, invece Erdoğan venne e ci aiutò. Da allora la Turchia è rimasta nel cuore dei somali”, ha confidato nel 2018 Abdulkadir Ahmed-Kheir Abdi, Ministro degli Esteri della Somalia.

 

In quell’anno Erdoğan mise in moto la sua Agenzia per la cooperazione Tika (Turk Isbirligi ve Koordinasyon Idaresi Baskanligi), con il compito di fornire aiuti umanitari ed avviare progetti di sviluppo e cooperazione. Il soft power turco in Somalia si è quindi consolidato grazie all’invio di generosi aiuti ed investimenti, uniti ad un incremento delle relazioni commerciali tra i due Paesi. Nel 2016 fu lo stesso Erdoğan ad inaugurare la nuova ambasciata turca a Mogadiscio, la più grande nel Continente.

Nel corso degli anni i due Paesi hanno avviato una stretta cooperazione anche in ambito militare, fondata su un accordo del maggio 2010, in base al quale la Turchia si impegnava ad addestrare le Forze armate somale al fine di garantire la stabilità interna e la tenuta del governo federale, poi insediatosi ufficialmente nell’agosto 2012. Tuttavia, l’intesa più significativa raggiunta tra i due Paesi è senz’altro il Memorandum of Understanding (MoU) sull’energia e le risorse minerarie del 2016, con cui Mogadiscio ha aperto alle esplorazioni petrolifere nelle proprie acque territoriali da parte della Turchia, prevedendo inoltre l’avvio di numerosi progetti congiunti nel settore.

In base ai termini del MoU, che ha una durata rinnovabile di cinque anni e le cui controparti sono rispettivamente il Ministero dell’Energia e delle Risorse Naturali di Ankara e il Ministero somalo del Petrolio e delle Risorse Minerarie, la compagnia statale turca Turkish Petroleum sarà responsabile, insieme alle sue sussidiarie, di condurre le esplorazioni al largo delle coste somale.

 

Non sorprende affatto, perciò, che da anni la Turchia stia tentando – con successo- di estendere la propria influenza nel Corno d’Africa, con una mossa che mira a contrastare le mire geopolitiche delle monarchie del Golfo. Da anni, infatti, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi hanno aumentato la loro presenza in loco, cercando di trarre profitto da un’area strategica cruciale per le rotte del petrolio.

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