Le proteste sociali al tempo del Coronavirus

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In tutto il mondo i cittadini continuano a far sentire la propria voce. L’attuale pandemia COVID-19 ha cambiato la forma delle proteste, ma non le ha silenziate.

Se le immagini più forti e significative del 2019 sono state quelle delle piazze gremite di manifestanti in lotta per il riconoscimento dei propri diritti, le foto del 2020 raffigurano città deserte, sospese a data da destinarsi.

In un battito di ciglia, l’anno delle proteste è sfociato nell’anno del lockdown. 

Tuttavia la gente non ha smesso di far sentire la propria voce: i desideri di cambiamento e giustizia sono, se è possibile, più sentiti di prima. Se il momento storico obbliga le persone a stare a casa, il protestare, anziché spegnersi, semplicemente cambia forma, adeguandosi alla realtà della pandemia. 

Ad Hong Kong gli attivisti pro-democrazia che da ottobre 2019 si oppongono all’ingerenza di Pechino nella regione hanno organizzato in diversi punti del territorio delle “edicole” dove si raccolgono le iscrizioni al sindacato (e dove non sono presenti mai più di 4 persone, come impongono le ordinanze). 

Anche le manifestazioni sono continuate, nonostante i divieti delle autorità. Il 24 aprile e il 1° maggio, alcune centinaia di dimostranti si sono radunati all’interno del centro commerciale New Town Plaza. La protesta è stata interrotta dalla polizia in tenuta antisommossa, che ha spruzzato spray al peperoncino e gas lacrimogeni per disperdere gli attivisti.

Spostandosi in Israele, colpisce la potenza evocativa della manifestazione organizzata a Tel Aviv per denunciare i rischi per la democrazia legati alle trattative fra il primo ministro BanjaminNetanyahu e il suo ex avversario politico Benny Gantz per formare un governo di coalizione.

Più di 2000 persone, tutte vestite di nero, hanno occupato piazza Rabin mantenendo la distanza di sicurezza di due metri e indossando mascherine protettive, in linea con le regole sul distanziamento sociale previste per contenere l’epidemia. L’effetto finale di questa geometria ordinata e silenziosa è stato sicuramente potente e di forte impatto.

In Russia si assiste ai primi raduni di protesta virtuali senza la presenza fisica dei manifestanti. Gli organizzatori delle proteste hanno sfruttato le applicazioni per la mobilità “Yandex.Navigator” e “YandexKarti”, che permettono agli utenti di lasciare dei commenti visibili in punti specifici della mappa. Al posto dei commenti sul traffico, alcuni cittadini si sono lamentati delle difficoltà economiche dovute al lockdown e hanno protestato contro le autorità politiche. I luoghi virtualmente scelti per lasciare i propri messaggi sono stati quelli intorno agli uffici governativi, che si sono in questo modo ritrovati circondati da una vera e propria “folla virtuale”. 

Negli Usa, il lockdown imposto dal Coronavirus non è solo un ostacolo per le manifestazioni, ma la causa stessa per cui si protesta. Dalle Hawaii al Michigan, migliaia di persone, molte anche armate, sono scese in piazza per chiedere libertà di fronte ad uno stop delle attività che ritengono non democratico e in violazione dei diritti costituzionali.

Le manifestazioni affondano le radici nelle difficoltà economiche: a causa del lockdown milioni di americani sono senza lavoro,costretti a casa senza stipendio e senza assicurazione sanitaria.

A Berlino il movimento ambientalista europeo, nato nel 2019 e guidato dalla giovane attivista Greta Thunberg, si fa sentire in maniera pacifica e creativa. Mentre la mobilitazione si è trasferita per il momento online, il movimento ha trovato un modo per portare comunque la voce ambientalista davanti al parlamento tedesco. Un numero limitato di attivisti ha collocato centinaia di cartelli colorati, uno dei simboli del Fridays for Future, davanti al Bundestag, per chiedere una ripresa dell’economia all’insegna dell’ambiente e delle energie rinnovabili.

Queste carrellata rappresentativa dei tanti fermenti sociali oggi in atto ci mostra che, da un angolo all’altro del globo, la paura del virus non ha frenato la volontà dei cittadini di far valere i propri diritti. Che conseguenze potrà avere l’attuale emergenza sanitaria sul futuro delle mobilitazioni?

Che le proteste siano nuove o vecchie, che il motivo sia pre-covid o post-covid non importa: la pandemia getterà inevitabilmente ulteriore benzina sul fuoco del malcontento globale, soprattutto a causa della recessione economica che seguirà. E così da sanitaria l’epidemia potrebbe rapidamente trasformarsi in una “pandemia sociale” di gravissima portata. La cesura imposta del virus dovrebbe essere quindi l’occasione per ripensare le basi della nostra società e ripartire diversamente.

Di Laura Iannello

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