l’Europa  e  la pandemia:  gli interventi e la solidarieta’ nella prospettiva  di  una piu’ forte  integrazione

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Mentre prosegue con determinazione l’azione di contrasto della diffusione del contagio da coronavirus e di potenziamento delle prestazioni di cura e di assistenza,  si sviluppa il dibattito sulle strategie che investono la cosiddetta fase 2 che dovrà consentire la ripresa e il rilancio delle attività produttive e commerciali.   A fronte del pregiudizio economico determinato dalla battuta d’arresto impressa dall’emergenza all’economia, l’innesto di una fase credibile ed efficace di ripresa richiede necessariamente  un impegno di risorse pubbliche di dimensioni inconsuete e straordinarie.   I Paesi europei, per l’attuazione di questo salvataggio, guardano inevitabilmente alle istituzioni comunitarie.   E non potrebbe non essere così, per chi ha creduto in quell’ideale e in quella strategia, anche se spesso quell’orizzonte sembra declinato in modo diverso, negli Stati membri, in base alle correnti politiche e culturali di appartenenza e alle diverse sensibilità.   Nella riunione dell’Eurogruppo del 9 aprile scorso sono emerse diverse possibili modalità di intervento, subito rimbalzate come elemento dirimente nel dibattito politico italiano, con riferimento soprattutto all’utilizzazione del MES per far fronte all’emergenza sanitaria.  Maggioranza di governo e opposizione di centrodestra si sono addirittura divise al loro interno, in ordine al possibile ricorso a questo strumento.

    Gli oppositori dell’inclusione dei prestiti Mes tra gli strumenti per contenere i contraccolpi dell’emergenza contrappongono come alternativa gli eurobond, denunciando la pretesa insensibilità di quei governi europei che si mostrino riluttanti nei confronti di ipotesi di mutualizzazione del debito.   Ma nel pacchetto di misure previste dall’accordo maturato in seno all’Eurogruppo si ravvisano misure che rispecchiano, nella sostanza, la tipologia dell’obbligazione condivisa propria  dell’eurobond, se si considera, ad esempio – come giustamente rilevato da Carlo Cottarelli sul quotidiano La Stampa del 12 aprile scorso – che il cosiddetto Sure, lo strumento che dovrebbe essere adottato per la salvaguardia dei posti di lavoro (attraverso prestiti a tasso agevolato) sarebbe finanziato mediante l’emissione di titoli garantiti dai Paesi Ue e anche le garanzie della Banca Europea degli Investimenti per il finanziamento delle imprese sarebbero coperte attraverso l’emissione di titoli da parte di quello stesso istituto di rilevanza europea e con parziale garanzia dei Paesi membri dell’Ue che sono i suoi azionisti.   E pure il Fondo per la ripresa dovrebbe essere, almeno in parte, finanziato con l’emissione di titoli comuni, quindi, ormai, il percorso in questa direzione, l’accettazione del metodo per fronteggiare la grave emergenza che si è venuta a creare, sembrano, nella sostanza, acquisiti, sia pure con le dovute ed inevitabili gradualità.    La pressione e l’impegno negoziale per ottenere margini più ampi di intervento e di solidarietà devono essere certamente incoraggiati, ma non appare utile – e potrebbe, anzi, rivelarsi controproducente – che la battaglia per ottenere di più debba passare attraverso divisioni politiche fondate su schemi “nominalistici” (eurobond contro Mes, per semplificare) che sembrano astrazioni, rispetto agli obiettivi sostanziali che devono essere perseguiti.

Ogni conquista del delicato percorso verso l’unità europea viene, in genere, raggiunta mediante una progressione assai graduale di piccoli steps normativi o consuetudinari, resa ancor più complessa e farraginosa dal notevole allargamento realizzato all’inizio di questo millennio che, con il più recente ingresso della Croazia, ha portato l’Unione a quota 27.     Anche nei momenti di maggiore difficoltà o di criticità particolarmente gravi ed imprevedibili, come nel caso del coronavirus, persistono necessariamente diffidenze, malintesi, resistenze.   Ma il cammino procede comunque, i passi in avanti sono evidenti, anche in questa drammatica congiuntura.   Basti pensare all’intervento assai incisivo di Bce nell’acquisto di titoli del debito italiano e alla sospensione del Patto di Stabilità.     La vocazione all’ideale europeo deve spingere sempre a conseguire lo step successivo, nella prospettiva dell’integrazione, ma, al tempo stesso, non dobbiamo precluderci quanto ci viene, già da oggi, pacificamente riconosciuto.   Sul prestito che dovrebbe essere erogato con risorse del Mes – circa 36 miliardi solo per l’Italia, anche in questo caso finanziato, in larga misura, con l’emissione di titoli garantiti dagli Stati membri – graverebbero tassi certamente più contenuti di quelli che potrebbero derivare dall’emissione di titoli di Stato con la stessa scadenza. Le risorse derivanti dal MES sarebbero finalizzate alla copertura dei costi (anche indiretti) derivanti dall’emergenza Covid.   Una preziosa occasione per un intervento sensibilmente migliorativo del nostro sistema sanitario, in una fase in cui un’offensiva imprevista e devastante ha messo a dura prova la tenuta dei nostri presidi e dei nostri servizi, con le conseguenze drammatiche che ancora quotidianamente registriamo.   L’emergenza ha rivelato con maggiore evidenza i limiti delle nostre strutture,  la scarsità di posti letto, la necessità di incrementare i contingenti di personale, soprattutto quello in giovane età, l’urgenza di maggiori investimenti tecnologici.

Nell’imminenza del Consiglio Europeo del 23 aprile, restano, naturalmente, degli aspetti da chiarire e precisare ulteriormente, come la scadenza e le possibili implicazioni del prestito Mes “senza condizionalità”, oltre all’ampiezza dell’area di intervento per l’utilizzazione di questi fondi (tra i “costi indiretti”, anche le ricadute economiche del contagio e in che misura ??).    Occorrerà precisare anche la reale dimensione del programma SURE e del Fondo per la ripresa.    Ma la strada per una più intensa cooperazione sembra ormai aperta e la sofferenza comune alimenta gradualmente una più sentita solidarietà.

 

 

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