La morte corre in rete, tra Haters e cyberbullismo aumentano i suicidi

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Non è il titolo di un film dell’orrore o di un giallo, purtroppo, ma è drammatica realtà. La rete è, né più né meno, una piazza, un luogo dove incontrare persone, parlare e tenere molti degli stessi comportamenti che si possono tenere anche nel reale. In rete non sono possibili i contatti fisici, ma ciò non toglie che ai possa vivere nel virtuale la maggior parte di ciò che ci offre il reale, specialmente nel male.

Furti e truffe online sono probabilmente nate contemporaneamente ad internet ed alla diffusione dei nuovi sistemi di comunicazione. Chi non ricorda le clonazioni dei telefoni cellulari di primissima generazione che venivano clonati per fare telefonate lunghe e costosissime in Perù, Nigeria, India e altri luoghi esotici. Il furto dati e identità sembra che siano tra i reati più commessi al mondo, così come l’accesso abusivo ai sistemi. Insulti, minacce e diffamazioni sono all’ordine del giorno per chi frequenta i social, ma non mancano episodi anche più gravi e inquietanti che dovrebbero far riflettere e riconsiderare quelli che possono essere i più tragici effetti di un uso improprio della rete, in particolare di quello dell’emulazione. Esempi? Basti pensare che mentre nessuna persona dotata di un minimo di discernimento sarebbe scesa in piazza a mostrare una sua foto di dieci anni fa, milioni di persone hanno partecipato alla Ten years challenge su Facebook, e chissà quanti, anche personaggi famosi, si sono rovesciati addosso un secchio di acqua e ghiaccio pur di avere il loro quarto d’ora di visibilità.

La rete può portare anche alla morte, perché ciò che vi accade è molto più reale di quanto non si possa pensare. Sembra che non si registrino più molti legati al devastante Blue Whale, il fenomeno che alcuni anni fa portò al suicidio o all’automutilazione di alcuni adolescenti nel mondo. Sembra in Russia si sia indagato su oltre un centinaio di casi sospetti.

Ma non c’è bisogno di andare lontano; basta cercare in rete il nome di Gian Marco Lorito, un appartenente ad un corpo di polizia locale, suicidatosi dopo che la rete gli si era scagliata contro per una foto postata sui social della sua auto parcheggiata su un posto riservato ai disabili. Non ha retto all’attacco di massa ricevuto. Comportamento censurabile quello dell’uomo, ma la reazione della rete non è stata solo una critica, ma l’odio e il furore. La pubblicazione era una doverosa secondo il presidente dell’associazione che aveva postato la foto; ma il non essersi posto neppure una domanda sulle possibili conseguenze è un comportamento quantomeno irresponsabile. Perché non sappiamo chi è dall’altra parte dello schermo. In questo caso, 

Una certezza però esiste, e dovrebbe indurre chiunque a fermarsi e pensare alle conseguenze che può avere un click: la rete comprende il mondo intero. Una foto inviata su un cellulare può, pochi secondi dopo, essere in pasto a milioni di persone, magari dall’altra parte del globo. Haters professionisti o semplici follower di massa del trend del momento sono merce molto diffusa sul mercato di internet e a basso costo,

Ed è bastato un click per portare a conoscenza del mondo la vicenda di Tiziana Cantone, la ragazza che vide diffusi alcuni video che la ritraevano in atteggiamenti intimi: lei, vittima di revenge porn, vinse anche una causa per ottenere la rimozione dei video, ma fu condannata alle spese legali in quanto consenziente. Ma i video continuarono a girare anche su Whatsapp, dopo che erano stati rimossi dai maggiori portali e finirono anche su siti porno. Non resse alla vergogna e al peso di ciò che la aveva travolta e si suicidò. La rete aveva scatenato una violenza fatta non solo di insulti o di turpiloquio, ma di condivisioni: un gesto impalpabile, se non per la vittima. Sembra che una frase detta dalla ragazza durante uno dei video fosse finita anche su magliette e cover di cellulari. Come se non fosse bastato l’accaduto, si sono aggiunti stupidità e sciacallaggio. E l’inchiesta in sede penale venne archiviata perché il GIP ritenne non sussistere l’ipotesi id istigazione al suicidio: nessuno spinse Tiziana verso la morte.

Ma sono solo due storie di morti a causa della rete. Gail McKinney, una ragazza inglese si suicidò a causa di gravi episodi di cyber bullismo dovuti al suo peso; Jadin Bell si tolse la vita in Oregon: era bullizzato in quanto omosessuale. L’elenco è lungo e le facce con cui può presentarsi un cyberattacco sono le più imprevedibili e le conseguenze, anche se non estreme, possono essere devastanti. E’ il caso di una bambina che, infetta dal Covid 19 ancorché asintomatica, ha visto il suo nome girare su tutti i telefoni del comune di residenza e oltre. Ed insieme ai suoi dati, ovviamente in quanto riconoscibili in una piccola realtà, sono diventati di ancor più pubblico dominio quelli dei familiari, l’indirizzo e così via. Con buona pace anche della privacy.

Comportamenti incoscienti nel caso di Lorito, o gravemente irresponsabili per Tiziana Cantone. Più gravi in altri casi, dove le manifestazioni di cyber bullismo giungevano a veri e propri inviti al suicidio delle vittime; in ogni caso la rete è un luogo intrinsecamente pericoloso quanto una strada, ma molto più subdolo, perché offre apparenti scappatoie sulle quali è opportuno riflettere.

Le forme di anonimato sono sicuramente tra gli strumenti che facilitano haters e professionisti dell’odio; aggiungiamo l’assoluta incoscienza con cui, purtroppo spesso, viene condivisa qualunque cosa giunga sui nostri cellulari o nelle bacheche social. E stiamo parlando solo del web in chiaro: quello di Google per intenderci. Secondo alcuni si tratta solo del cinque per cento di tutto ciò che circola o è reperibile sulla rete. Chissà quali altri pericoli si possono trovare nel dark e nel deep web. O nell’animo più nascosto: il Mariaanne’s web. Internet ha una storia breve e recente se pensiamo che è solo dal 1993 che è possibile per tutti accedere alla rete che prima era desinata ad altri scopi. Viene da chiedersi se abbiamo avuto il tempo di imparare ad usarla e se ci rendiamo conto della potenzialità di quella che può essere ad ogni effetto un arma mortale.

 

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