UE-Libia: dopo Sophia, ai blocchi di partenza la nuova Operazione Irene

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Oggi 31 marzo 2020 volge al termine il mandato della missione europea nel Mediterraneo EuNavForMed, meglio conosciuta come Operazione Sophia. Il suo posto verrà preso da una nuova missione da attuare a largo delle coste libiche, nota come Operazione Irene.

Il “semaforo verde” alla nuova operazione è stato concesso lo scorso 26 marzo a Bruxelles, nel corso di una riunione del Comitato dei Rappresentanti Permanenti (COREPER). L’accordo raggiunto ha di fatto confermato e ratificato quanto deciso a gennaio dai Ministri degli esteri UE, generalmente favorevoli a superare la missione Sophia e le sue contraddizioni. Questa era stata avviata nel 2015 con l’obiettivo di far rispettare l’embargo sulle armi decretato con lo scoppio della guerra in Libia nel 2011, contrastando al tempo stesso il traffico di esseri umani.

I forti dubbi sull’effettivo raggiungimento di questi obiettivi, nonché l’assenza prolungata di una componente navale, hanno spinto numerosi Stati UE ad opporsi ad un ripristino della missione. Una tendenza al superamento di Sophia, in realtà, era già sorta all’indomani della Conferenza di Berlino del 19 gennaio scorso. In quell’occasione è stato infatti approvato un piano di 55 punti in cui, tra le altre cose, è stato previsto un monitoraggio europeo sull’embargo di armi e sul cessate il fuoco in Libia.

 

Il timore più diffuso, espresso soprattutto da Ungheria ed Austria, è che il dispiegamento di mezzi navali nel Mediterraneo potrebbe nuovamente tramutarsi in un “pull-factor” per i flussi migratori.

Il compromesso trovato lo scorso 26 marzo tra i governi dei 27, non era quindi affatto scontato. Lo stesso Josep Borrell, Alto rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, pochi giorni fa ammetteva l’esistenza di uno stallo nelle trattative, puntando al raggiungimento di un’intesa in sede di Coreper entro il 31 marzo, data di cessazione della missione Sophia.

 

La nuova missione Irene vedrà l’impiego di mezzi navali, aerei e satellitari con l’obiettivo monitorare sull’embargo di armi in Libia. A differenza di Sophia, che riguardava la totalità delle coste libiche, Irene opererà solo nelle acque ad Est della Libia, principale punto di arrivo dei carichi di armamenti. Questo assetto navale preverrebbe quindi la trasformazione della Missione UE in fattore di richiamo per le partenze dei migranti, le quali si concentrano maggiormente ad ovest.

È in ogni caso prevista la possibilità di un’interruzione delle attività navali nel caso la missione venga nuovamente a delinearsi come un “pull-factor” per i flussi migratori.

L’intesa raggiunta il 26 marzo scorso, necessita ora del vaglio dei singoli Stati membri. L’Italia, tramite il Ministro degli Esteri Di Maio, nei giorni scorsi si è detta indisponibile ad accogliere le navi della nuova missione nei propri porti, in virtù dell’emergenza Covid-19 che il nostro Paese sta affrontando. La Grecia, dal canto suo, ha accettato di accogliere eventuali migranti salvati nelle sue acque, mentre altri governi europei hanno concordati di contribuire a coprire i costi portuali, per evitare ulteriori pressioni finanziarie su Atene.

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