METROPOLI, di Gabriele Basilico o il silenzio eloquente della grande città

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Metropoli è il titolo della mostra dell’artista italiano Gabriele Basilico inaugurata a Palazzo delle Esposizioni. Percorre circa 40 anni della sua instancabile attività di fotografo in giro per le città del mondo, testimoniata da 250 fotografie, tra cui alcune mai esposte.

Il percorso comincia con “Milano. Ritratti di fabbriche”, realizzato tra il 1978-80. Le vedute esterne in bianco e nero di fabbriche milanesi costituiscono il primo grande progetto di Basilico in cui gli edifici sembrano nascondere tutta l’operosità svoltasi al loro interno poiché non fanno trapelare alcun movimento umano, e contemporaneamente si delimitano volutamente dall’osservatore con la loro presenza poco invitante. Tradisce qui l’occhio di Basilico laureato in architettura al Politecnico di Milano qualche anno prima, che contempla gli aspetti architettonici delle manifatture, le linee degli edifici in relazione alle strade limitrofe e ai pilastri dei lampioni stradali, mettendo in evidenza i rapporti quasi geometrici tra luci e ombre, l’andamento dei fili dell’alta tensione rispetto ai volumi delle fabbriche, più che lo scopo utilitaristico di queste costruzioni.

Similmente, le “Sezioni del paesaggio italiano” in bianco e nero che Basilico ha realizzato nel 1996 in collaborazione con Stefano Boeri e presentato alla Biennale d’Architettura di Venezia, illustrano i 6 itinerari intrapresi da Basilico tra una città e un’altra, come “Da Napoli verso Caserta”, soffermandosi spesso sulle architetture di periferia, sui grattacieli dall’aspetto inospitale, sopraelevate, cavalcavia, manifesti pubblicitari, palazzi modulari, permettendo visivamente ai contrasti tra i pieni e vuoti di emergere. In questi paesaggi dove non sono presenti figure umane, vige un grande silenzio. L’atmosfera desertica che richiama gli scenari del neorealismo italiano, talvolta è interrotta solamente da qualche cartellone vistoso in queste immagini in cui gli scorci architettonici e stradali appaiono protagonisti prediletti. Se queste due sezioni si concentrano perlopiù su inquadrature di edifici e strade, le fotografie del ciclo “Le città del mondo” invece, colgono uno sguardo su aree urbane più vaste, spesso riprese dall’alto o da punti d’osservazione lontani, consentendo di compiere un viaggio nel tempo e in diverse metropoli, da Palermo, Napoli, Bari, Genova e Milano passando per Istanbul e Gerusalemme, per giungere infine a Shanghai, Mosca, Rio de Janeiro e New York.

Emerge la sua propensione di catturare la vita urbana agli incroci, oppure di riprendere la città dall’alto, mettendo le infrastrutture che vi conducono in risalto quando Basilico porta le strade curvilinee in primo piano, sempre lasciando il palco alle architetture e alla loro volumetria in relazione ad altri elementi quali le schiere di palazzi, i pali dei semafori, le strisce pedonali, le macchine parcheggiate, con una voluta e precisa disposizione. Quando compaiono figure umane in queste foto, diventano anch’esse componenti urbani, integrandosi nel paesaggio cittadino senza saltarne fuori. Paradossalmente, anche nelle foto che riprendono le città il silenzio è predominante. Se l’andamento stradale, le linee e geometrie di edifici, e l’equilibrio tra l’agglomerato urbano e la distensione del paesaggio scandiscono il ritmo di queste fotografie, talvolta questo viene messo in discussione da qualche elemento discordante che stimola l’osservatore a ripensare alla sua percezione.

Così nella foto “Lisbona” una veduta desolata in primo piano di un retro di una fabbrica confinante con palazzi modulari anonimi e delle macchine parcheggiate come a voler generare linee e semicerchi, è interrotta dall’apparizione graziosa di arcate a costole leggiadre sopra i binari del treno sullo sfondo, tanto da sospendere la pesantezza delle costruzioni in cemento, in una riuscita e sorprendente giustapposizione. Anche la sezione “Beirut” è allestita creando una contrapposizione sia cronologica che visiva, che mette a confronto le immagini della città vista dalla lente dell’artista nel ’91, dopo una guerra durata 15 anni, e altre, catturate 20 anni dopo, nel 2011, snodandosi nei passaggi perimetrali del piano superiore del museo. Da un lato, scorci di una città fantasma, con cumuli di macerie, vedute di palazzi nobiliari abbandonati, architetture che hanno esalato l’ultimo respiro, il tutto avvolto da un’inclinazione apocalittica.

Eppure anche in queste foto che incarnano la distruzione della capitale libanese regna un grande silenzio. Sul lato opposto, che manifesta Beirut dopo la ricostruzione, con maestria Basilico evidenzia l’importante stratificazione della città, in cui si avvicendano le testimonianze del passaggio dell’Impero Romano, influenze ottomane, segni della chiesa cristiana e maronita, con  eleganti costruzioni dalle caratteristiche più moderne, in sapienti e ibride composizioni metropolitane.

Forse la convivenza di stili, le sedimentazioni delle varie epoche ancora oggi visibili, accomuna le città che hanno avuto un grande e travagliato passato. Che implicazioni hanno sul cittadino odierno, quali sono i contorni o le delimitazioni del vivere contemporaneo in questi centri urbani sottoposti ai cambiamenti strutturali mantenendo pur sempre la loro autenticità storica? Una delle città più idonee da esplorare sotto tale aspetto per Basilico è stata Roma, che lo appassionava molto e dove tornava spesso su invito per diverse commissioni. Così nel 2007 segue l’invito al Festival della Fotografia di Roma, dove incentra il suo lavoro su vedute del Tevere che si avvolge in una nebbia autunnale atipica, ritratto tra alberi dal fogliame colorato, e che emana un senso d’insolita quiete sostituendola all’altrimenti brulicante indole del lungotevere.

Non manca l’ironia in alcune foto dell’89 che propongono Roma da angolazioni inaspettate. La prospettiva scenografica vista dalla Chiesa di Trinità dei Monti, nella foto di Basilico è volutamente ostacolata dal basamento ingombrante dell’Obelisco Sallustiano ripreso in primo piano. Qui è stato il guizzo dell’artista che ha voluto modificare la serena percezione dell’osservatore. Nel suo progetto “Le Arti di Piranesi” del 2010, invece, l’artista cerca di ritrovare le visioni di Roma che hanno ispirato le famose incisioni del maestro settecentesco, riscontrando difficoltà a inquadrare le stesse prospettive e angolature dei monumenti, chiese, scavi e fontane. Se le voluminose forme architettonico-scultoree di Fontana di Trevi nell’incisione del Piranesi sovrastano il quadro con i pochi passanti, nella foto di Basilico domina una muraglia di turisti in primo piano permettendo solo una vista ravvicinata e parziale che non consente di cogliere la Fontana nella sua complessità. Nell’intervista “With Gabriele” del 2012, Basilico spiega ai visitatori i disagi riscontrati nel voler fotografare gli scorci disegnati dal Piranesi.

E Roma, come tante altre città, avendo una struttura stratificata, si offre complice e pone sfide al contempo a pittori e fotografi, e ai semplici cittadini, donando infiniti stimoli per la vita metropolitana e ponendo limiti rispetto alla stessa. Consapevole di questa dicotomia, Basilico deplora i troppi tavolini dei ristoranti a piazza della Rotonda che quasi celano la facciata del Pantheon e le masse di turisti che invadono la Città Eterna nei suoi punti nevralgici di valore culturale, trasformandone l’immagine e l’esistenza, indicando così una tematica che scuote anche le menti di politici, sociologi, storici, psicologi e addetti culturali.

In concomitanza con la mostra Metropoli di Gabriele Basilico si svolgerà anche “La Democrazia dello sguardo”, un ricco palinsesto con oltre 40 personalità autorevoli dell’ambito della fotografia internazionale, che animeranno conversazioni, tavole rotonde, seminari, un ciclo di documentari dedicati a esperienze significative, e dal 19 marzo una rassegna cinematografica intitolata “La città negli occhi” con proiezioni di film che raccontano della metropoli moderna di maestri italiani, tra i quali Antonioni, Fellini e Visconti; offrendo vecchi e nuovi punti di vista, come nell’opera fotografica di Gabriele Basilico.

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