Caos Libia, uno scenario male interpretato

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In un’intervista al Corsera dello scorso 7 Gennaio, Frans Timmermans, Vicepresidente della Commissione Europea, ha indicato Marco Minniti come l’uomo giusto per la Libia. Questo endorsement dell’ultimo minuto non è casuale, e arriva praticamente in contemporanea alla conferenza al Cairo dei ministri degli esteri di Italia, Francia, Egitto e Cipro, all’incontro di Di Maio col turco Cavusoglu e a ridosso delle dichiarazioni di Erdogan e Putin circa la necessità di un cessate il fuoco. Non ultimo, Conte ha incontrato per circa tre ore Haftar a Roma, mentre Serraj era a Bruxelles. Giornate piene per tentare di risolvere lo scenario libico, tremendamente complesso non solo per l’Italia, ma per molti stakeholders.

Molti degli analisti italiani tendono a sottolineare la diminuzione del peso specifico della diplomazia italiana sul dossier, ma questo corrisponde solo parzialmente alla verità sul campo. Al di là delle simpatie politiche che portano ad esternare giudizi sulla condotta dell’attuale capo del MAECI, il problema portante dell’affaire Libia è una distorsione nella visione della realtà sul campo, che è ben differente rispetto, ad esempio, a Iraq e Siria.

La guerra in Libia rimane un conflitto diverso, con un’intensità che tende a geopardizzare gli scontri, isolando (e in parte proteggendo) il resto del paese dal campo di battaglia. Negli ultimi sei mesi ho avuto modo di parlare con differenti personaggi, imprenditori e giornalisti, che tale realtà l’hanno esperita in diretta, e che mi hanno descritto il conflitto come spesso “lontano” dalla quotidianità: laddove il fronte non incombe, la vita quotidiana continua tranquillamente, pur con ovvie ripercussioni (la più vistosa, a livello economico, è la diminuzione della produzione petrolifera). Molti hanno concordato nel definire il conflitto come “istituzionale”, e non totale. Vale a dire che lo scontro tra le varie milizie, tra le quali quelle sotto Tripoli e sotto Haftar sono solo le “maggiori alleanze”, passa spesso come tempesta per poi spostarsi altrove.

Cosa c’entra questo con Minniti e Timmermans? C’entra perché Minniti (e con lui l’Intelligence nostrana) è stato il primo a capire questa natura peculiare, e soprattutto la frammentazione istituzionale che ha portato l’ex ministro a trattare non direttamente con uno dei due governi, bensì direttamente con i “sindaci” locali, che de facto amministrano l’economia, la logistica e la burocrazia delle varie città e province. Sono proprio questi “sindaci”, e le comunità che essi rappresentano, a essere i dimenticati da molti degli analisti nostrani. Tra queste comunità, in particolare, quella di Tripoli.

La maggior parte delle visioni e analisi sul conflitto in Libia vertono infatti sulle forze militari in campo e sulle ingerenze straniere, identificando due campi sostanziali, quando in realtà la situazione è ben più frammentata e, soprattutto, “fluida”.

Da una parte la Camera dei Rappresentanti, associata con il governo di Tobruk, ha più volte cambiato campo, prima accettando il Governo di Accordo Nazionale di Sarraj, per poi rigettarlo, alleandosi con Haftar. Una parte dei rappresentanti, iniziata l’ultima offensiva su Tripoli (aprile 2019), si è detta a favore dell’azione militare (31 membri), mentre una parte (49 membri) si è opposta all’offensiva. Questi ultimi hanno deciso di riunirsi nel maggio successivo a Tripoli, riconoscendo parzialmente il Governo di Accordo Nazionale. Una parte della Camera si è infine spostata a Bengasi, dove il 4 Gennaio ha di nuovo disconosciuto il Governo Sarraj, chiedendo alla comunità internazionale di fare lo stesso (in questo caso, si parla di meno di 50 Rappresentanti.

Haftar stesso ha spesso agito slegato da Tobruk, fondando la propria azione esclusivamente sulla forza militare, alternando avvicinamenti diplomatici ad improvvise azioni militari che però, con l’offensiva primaverile del 2019, hanno mostrato tutta la sua incapacità. D’altronde chi era in Libia, più che di “conquista delle città del sud”, parlava di “improvvise parate di camionette di Haftar, riprese da telecamere, sparite poi all’orizzonte”.

Sarraj dal canto suo è una sorta di ombra burocratica: il suo governo esiste ma non ha presa sulla popolazione che, soprattutto a Tripoli, si affida ad esso più per rigetto di Haftar (visto come troppo simile a Gheddafi) che non per fiducia vera e propria. Il Governo di Accordo Nazionale poi ha un supporto militare fin troppo misto: se è vero che anche il Libyan National Army di Haftar è una sorta di accozzaglia di milizie, almeno sul piano dell’immagine è riuscito a dare una parvenza di unità: sul lato di Tripoli non si può certo dire la medesima cosa.

Fondamentalmente indipendenti (fatta eccezione per 9 amministrazioni militari installate da Haftar) sono le dozzine di cittadine con consigli locali che operano per conto proprio, laddove la forza di Haftar (quelle aree generalmente colorate di rosso sulle cartine) de facto non può arrivare per mancanza di uomini e mezzi. Qui arrivano solo pochi fondi di una struttura burocratica dello stato libico, ancora permanente per quanto l’ombra di ciò che era un tempo. E come fa questa struttura, e i pochi fondi che essa fa girare, a reggersi in piedi?

È presto detto: mancano spesso nelle analisi i due convitati di pietra, oramai indipendenti da Tobruk e Tripoli, che si rimpallano l’economica del paese: la National Oil Company, che detiene buona parte delle strutture Oil&Gas del paese (anche attraverso le sue sussidiarie, spesso condivise con compagnie straniere come ENI), che continua a tentare di incrementare (nel 2019 con buoni risultati) la produzione, e che incamera soldi dall’estero, regolarmente girati alla Central Bank of Libya, che a sua volta li riassegna alle strutture burocratiche locali e alla NOC stessa, mantenendola in funzione.

Le due figure centrali, ovvero il governatore della CBL (Elkaber) e il Presidente della NOC (Sanalla) resistono (con i loro staff) da vari anni a qualsiasi tentativo di essere destituiti (da una parte o dall’altra) e mantengono regolari rapporti non solo con i propri omologhi esteri, ma spesso anche con le cancellerie europee. Intorno a questi due pilastri portanti si muove la quotidianità libica, soprattutto quella imprenditoriale (ma non solo).

Per questo l’endorsement di Timmermans, al di là della figura di Minniti, sembra un passo avanti: da una parte forse si è capito che ci sono altri possibili interlocutori, probabilmente più affidabili di Sarraj e Haftar, che oramai non hanno più credibilità di fronte ai propri stakeholders internazionali (perfino l’Egitto sembra essersi stancato delle costanti intemperanze di un generale che comunque in 5 anni ha concluso poco).

D’altronde, se anche Haftar conquistasse Tripoli, è fin troppo evidente che sarebbe una conquista effimera: i cittadini (tendenzialmente la quota più economicamente e mediaticamente forte della popolazione libica, comprendente imprenditori, dirigenti, burocrati, intellettuali) non vuole un altro generale al comando. E questo, che se ne parli o meno, conta molto.

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