Attacco a Villejuif: in Francia la lotta contro il terrorismo torna al centro dell’attenzione

in EUROPA by

Cinque anni dopo gli attacchi terroristici che hanno colpito Parigi nel 2015, venerdì 3 gennaio, a Villejuif, comune francese a pochi chilometri dalla capitale, un uomo ha accoltellato diversi passanti: un uomo è morto e due donne sono state ferite gravemente. L’aggressore, noto come Nathan C., ventiduenne, è stato ucciso dalla polizia dopo aver tentato una fuga.

L’aggressione

L’uomo ha agito all’interno del parco Hautes-Bruyères: in seguito all’attacco gli accessi al parco sono stati bloccati ed il tratto dell’autostrada adiacente è stato chiuso al traffico per motivi di sicurezza.

Secondo il procuratore di Créteil, Laure Beccuau, i testimoni hanno descritto un atteggiamento di “estrema determinazione” da parte di Nathan C, essi hanno affermano di esser stati colpiti dalla “apparente calma” del giovane, che ha agito con le continue grida di “Allah akbar!”. Secondo i primi elementi dell’indagine, quest’ultimo ha prima risparmiato un passante perché era un musulmano, prima di attaccare una coppia uccidendo l’uomo a livello del cuore e ferendo gravemente sua moglie di 47 anni, poi un corridore, colpito alla schiena.

Nathan C. era conosciuto dalla polizia per un fatto di diritto comune – era stato accusato di violenza intenzionale durante una manifestazione nel 2016- ma non per radicalizzazione.

La questione del movente terroristico

Quanto al movente, descritto dalla famiglia come “intellettualmente geniale”, l’aggressore era sotto trattamento psichiatrico dall’età di 5 anni, era stato ricoverato in ospedale diverse volte ed aveva lasciato una struttura lo scorso maggio prima di interrompere le sue cure a giugno. Tuttavia, i pubblici ministeri hanno dichiarato che “un atto di terrorismo non può essere escluso solo perché una persona ha problemi psichiatrici”. Philippe Bugeaud, Vicedirettore della Polizia giudiziaria regionale, ha affermato che nella sacca del ventiduenne sono stati trovati diversi libri religiosi, alcuni dei quali possono essere classificati come “salafiti”- relativi dunque alle prime tre generazioni di musulmani- e una “lettera testamentaria con ripetizioni che sono abbastanza caratteristiche del mondo musulmano che incita il compimento del grande passo”.

Un comunicato stampa del Ministero della Giustizia francese ha anche confermato che il dipartimento antiterrorismo nazionale stava indagando sul caso, affermando che le indagini hanno “stabilito una certa radicalizzazione dell’accusato” ed aggiungendo che nuovi elementi giustificano che le indagini continuino in merito ai reati di omicidio e tentato omicidio “in connessione con un’impresa terroristica”.

Le indagini in corso

Dunque, dopo le prime indagini, durante le quali i fatti erano stati trattati come un crimine secondo la legge ordinaria ed erano state condotte sotto l’egida dell’autorità della procura di Créteil, il 4 gennaio l’antiterrorismo ha ripreso il caso, rilevando una “certa radicalizzazione” dell’aggressore e “la preparazione organizzata della sua azione”. Le indagini ora sono condotte congiuntamente dalla polizia giudiziaria e dall’intelligence interna (DGSI- Direction Générale de la Sécurité Intérieure) ed esse dovranno fare luce sulle motivazioni dell’assalitore.

Un esperto ha sottolineato che l’assassino assomigliava molto al prototipo di “persone deboli e facilmente influenzabili”, obiettivi della propaganda di Daesh che, per anni, ha richiesto attacchi “a basso costo”.

Sembra, così, che il terrorismo islamista non solo sia riuscito a diffondere paura e sospetto, recuperando ed ispirando atti isolati, ma sia anche riuscito a confondere l’opinione pubblica e le menti degli stessi specialisti dell’antiterrorismo. Dopo il dibattito sull’attacco alla Prefettura di polizia del 3 ottobre – l’azione di un pazzo per alcune autorità, un attacco ispirato dall’Islam radicale per altri – l’attacco a Villejuif ha dimostrato ancora una volta il carattere delicato e controverso e tecnicamente difficile nello scegliere di “terrorizzare” un’indagine. La giustizia deve prestare attenzione ad una doppia trappola: pronunciare la parola “terrorismo” seminerebbe disordine legale e offrirebbe una vittoria per i terroristi; tuttavia, negare che le “persone pazze di Dio” a volte siano semplicemente pazze alimenterebbe sia la paura dei cittadini sotto shock che la negazione di fronte a una minaccia reale.

Ultimi sviluppi

Nel corso delle indagini, il 7 gennaio, giorno dell’anniversario dell’attacco a Charlie Hebdo del 2015, fra polemiche e commemorazioni, la giovane compagna con la quale l’aggressore desiderava sposarsi, è stata presa in custodia per “associazione terroristica” nella sua casa a Palaiseau (Essonne), dove alcuni giorni fa è stata effettuata una perquisizione. Gli investigatori sospettano che l’aggressore abbia pianificato di uccidersi attaccando i poliziotti, come dimostrerebbero le intercettazioni telefoniche che hanno giustificato l’arresto della compagna. Entrambi si erano convertiti all’Islam nel 2017 e sembra che anch’essa avesse minacciato di commettere azioni violente contro la polizia.

Nel frattempo, in seguito all’aggressione del 3 gennaio, è stata istituita un’unità medica e psicologica per i numerosi testimoni che hanno assistito all’attacco e le due donne ferite sono state dimesse dall’ospedale.

 

 

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*