Bolivia, una crisi ignorata

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Cosa sta succedendo in Bolivia? 24 manifestanti uccisi e 120 feriti, diritti umani violati, giornalisti intimiditi e caos per le strade: questo è l’allarmante quadro che emerge in Bolivia da quando il 20 ottobre l’ex Presidente e leader del partito MAS Evo Morales si è dimesso. L’opinione pubblica e internazionale si è divisa, c’è chi ha parlato di un vero e proprio colpo di stato, come i sostenitori  di Morales in Venezuela, Argentina, Messico e Cuba e chi invece come l’Unione Europea si è mostrato più cauto, limitandosi ad appelli alla moderazione. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump invece ha commentato l’uscita di scena dell’ex Presidente come un momento storico per la Democrazia: «Quanto è accaduto in Bolivia – ha aggiunto- è un segnale forte anche ai regimi illegittimi di Venezuela e Nicaragua». L’ostilità di Trump tuttavia non stupisce: Morales è stato un leader socialista che ha spesso accusato gli Stati Uniti di imperialismo e di intromissioni nella politica interna dell’America Latina. Nei suoi 14 anni di governo, l’ex sindacalista e coltivatore di coca Evo Morales ha intrapreso molte misure in favore degli indios (i Quechua e gli Ayamrà rappresentano il 65% della popolazione) e della ridistribuzione equa delle ricchezze. Salito al potere nel 2005, durante la “marea rossa” che ha visto insediarsi governi di sinistra simili anche in Venezuela, Argentina e Brasile, Morales formò subito un governo costituito da ministri  indios e intellettuali attivisti. Una delle sue prime misure fu quella di dimezzare il suo stipendio e quello degli altri membri del Governo, successivamente nazionalizzò i proventi derivanti dalla vendita delle risorse naturali alle società straniere (soprattutto litio e gas), portando cosi le entrate annue derivanti dalle tasse di estradizioni da 200 milioni di dollari a 1,3 miliardi. Quei soldi vennero utilizzati per compiere investimenti sociali e  infrastrutturali: durante i suoi anni di governo il PIL pro capite è triplicato, la mortalità infantile dimezzata, l’analfabetismo quasi scomparso. La povertà assoluta è scesa dal 38 al 17%, e molte sovvenzioni mirate sono state devolute alle fasce più deboli come gli indigeni, gli anziani, le donne incinta e i minori a rischio. Con il passare degli anni tuttavia, Morales si è spostato sempre più al centro, ha continuato a concedere alle imprese straniere estrazioni minerarie e disboscamenti di foreste per le coltivazioni intensive, che hanno recentemente portato all’incendio di 4 milioni di ettari di foresta amazzonica. Il suo consenso inoltre ha cominciato ad essere eroso dalle sue tendenze sempre più autoritarie, come il tentativo di eliminare, nel 2016,  il limite alle candidature presidenziali possibili (essendo lui già arrivato al suo quarto ed ultimo mandato). Fallito il tentativo fece ricorso al Tribunale Supremo,  il quale stabilì che il limite dei mandati era una violazione dei diritti umani, cosa che permise a Morales si ripresentarsi alle elezioni dell’Ottobre del 2019. Il suo consenso tuttavia era ormai minato: la sua politica aveva perso la spinta propulsiva, mostrava tendenze autoritarie e una vulnerabilità alla corruzione. Il 20 Ottobre Morales ha ottenuto il 50% dei voti (comunque il risultato più basso dall’inizio della sua carriera politica) mentre il suo rivale centrista Carlos Mesa si è distaccato di una decina di punti. Le accuse di brogli non sono mancate e sono cominciate delle proteste che nel giro di tre settimane hanno portato la polizia ad ammutinarsi e l’esercito a chiedere a Morales di lasciare il potere. Il Presidente ha dato le sue dimissioni e si è rifugiato in Messico, il potere è stato assunto dall’ex presidente del Senato Jeanine Áñe, esponente di un partito di estrema destra, autoproclamatasi Presidente con il sostegno dei militari. Da quel momento la situazione è peggiorata a causa degli scontri tra i sostenitori di Morales, che gridano al colpo di stato, e i militari che reprimono brutalmente qualsiasi forma di dissenso. A suscitare particolare timore è soprattutto il decreto presidenziale approvato il 15 novembre che concede alle forze armato un potere molto ampio e discrezionale, esentando i militari dalla responsabilità penale quando agiscano in caso di legittima difesa. Il timore è naturalmente che si tratti di una misura volta a soffocare e reprimere i movimenti di dissenso, ad alimentare le preoccupazioni sono anche le dichiarazioni del Ministro delle Comunicazioni Roxana Lizàrraga: « le autorità prenderanno provvedimenti pertinenti inclusa la deportazione contro i giornalisti che commettono sedizione».

Jeanine Áñe ha promulgato la legge per lo svolgimento delle prossime elezioni dopo quelle annullate il 20 ottobre scorso. Cosa accadrà ora in Bolivia, se il paese tornerà alle elezioni o se invece rimarrà sotto un regime militare, se finirà sotto un governo reazionario di destra o più centrista, lo scopriremo nelle prossime settimane.  

 

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