Venezia, acqua alta fuori scala, commercio e imprese in ginocchio e il MoSe non è ancora realtà

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Com’è triste Venezia”, cantava Charles Aznavour… e sott’acqua ancor di più! Nella notte di martedì 12 novembre 2019 il capoluogo Veneto ha conosciuto un picco di acqua alta sopra il medio mare di oltre 100 centimetri. Molto meno, finora, rispetto i 156 centimetri dell’ottobre dell’anno scorso, ma questa volta la mareggiata era accompagnata da forti raffiche di vento, tanto da creare un vero e proprio putiferio. Altre fonti, invece, riferiscono che la stazione di rilevamento della Punta della Salute ha registrato la cifra record di ben 187 centimetri sopra il medio mare.

Al di là del solito balletto dei numeri cui siamo ormai assuefatti, tutti i telegiornali hanno trasmesso scene allarmanti di Venezia allagata è dir poco e martoriata da tutti i vari danni arrecati da questo brutto maltempo, che sembra proprio non voler mollare la presa, non solo nel Nord-est ma in quasi tutto lo Stivale. La rabbia degli italiani però non è rivolta tanto alle ormai sempre più prevedibili condizioni atmosferiche, quanto piuttosto alle promesse politiche fatte e non mantenute: il grande imputato contro cui tutti puntano il dito è lui, il famigerato Mose. Per essere più precisi: MO.S.E. ovvero MOdulo Sperimentale Elettromeccanico. Roba da fantascienza! Più fanta che scienza. L’ingegner Ossola, il commissario tecnico di questo parto del genio umano, dichiara senza mezzi termini ai giornali che, allo stato attuale, il marchingegno non può alzarsi per difendere Venezia dall’acqua alta. Se anche fosse possibile azionarlo, ci vorrebbe un ordine ben preciso da una non ben definita “cabina di regia istituzionale”. In altri termini, il dito che pigerà quel pulsante non sarà certo il suo! Se mai quel pulsante funzionerà… Poco importa che nel 1973 la Legge n. 171 dichiari che il problema della salvaguardia di Venezia è “di preminente interesse nazionale”; secondo questo ragionamento dev’essere poi la burocrazia, per mezzo di chi di dovere, a regolamentare l’utilizzo dell’opera. Questi, però, sono solo problemi di forma. Quelli più preoccupanti e che fanno inviperire sono i problemi di sostanza. Ci viene detto che la struttura presenta ancora evidenti criticità a causa dei troppi sedimenti accumulati alla base delle paratoie e che senza un serio progetto di pulizia non può essere attivata al meglio. Tuttavia, pare che una parte del progetto invece funzioni, tanto che avrebbe dovuto essere azionata il giorno della commemorazione dell’alluvione del Sessantasei, il 4 novembre u.s. Alcune vibrazioni sospette provenienti dalle tubature di scarico hanno però allertato tutti gli operatori, i quali hanno preferito bloccare l’evento. Mettici pure qualche deputato della Repubblica che denuncia la mancanza di un vero e proprio collaudo delle cerniere quand’esse invece sembrano funzionare molto bene – com’è effettivamente avvenuto ad agosto per quelle dal lato di Chioggia – ed ecco che la torta in faccia ai veneziani è ben servita! Dunque, il problema risiede nella parte non terminata della faraonica costruzione o nella politica, che deve ancora ragionare su chi fa che cosa? Le lancette dell’orologio intanto scorrono inesorabili e un’occasione si è persa per poter salvare il salvabile in quest’ultima inondazione. Dal commissariamento del Consorzio Venezia Nuova sono passati cinque anni e si sono succeduti tre amministratori speciali di nomina governativa ma siamo ancora in alto mare, è proprio il caso di dirlo. Molti i nomi finiti sotto inchiesta dalla procura di Venezia, alcuni arresti illustri, qualche patteggiamento, sei miliardi di euro spesi finora e, quando l’acqua della laguna si alza, i veneziani possono solo sperare che non sia mai troppa da arrivare a fiaccare la loro proverbiale operosità. Tanto poi paga sempre Pantalone!

 

Photo Credits: Aldo Miniscalco

 

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