Un recente caso di cronaca ha nuovamente portato alla luce un nervo scoperto del nostro sistema giudiziario.

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Nel 2016 una donna venne strangolata e del fatto venne accusato l’uomo che stava frequentando da, pare, appena un mese. In primo grado questi fu condannato a pena detentiva di trenta anni ma in appello la pena fu ridotta a sedici anni perché, fu il ragionamento del Collegio, l’imputato aveva commesso il fatto sotto la spinta di una “soverchiante tempesta emotiva e passionale”, conseguenza anche del suo deludente passato sentimentale. La Corte di Cassazione ha invece cassato con rinvio la sentenza resa in secondo grado, rimettendo gli atti alla Corte di Appello di Bologna, sul presupposto che la “tempesta emotiva” non può essere considerata una attenuante.

Questo è il fatto di cronaca che, sia immediatamente chiaro, è solo uno spunto di riflessione su un orizzonte assai più ampio. Non è pertanto in discussione né la sentenza riformata né tantomeno la pronuncia della Corte di Cassazione, di cui si potrà peraltro parlare – mai giudicare – solo quando essa sarà resa pubblica con le sue motivazioni.

Il vero punto che si cerca invece di mettere in luce è la posizione di chi commette un reato in stato di totale o parziale incapacità di intendere e di volere.

Pienamente comprensibile è la reazione rabbiosa della vittima che consegue la pronuncia di totale o parziale incapacità dell’imputato. Meno comprensibile è la gogna mediatica che ne segue la scia, cosa che puntualmente accade in un Paese in cui la cultura (giuridica ma non solo) è affidata a trasmissioni urlate e salotti televisivi in cui si celebrano e diffondono non la conoscenza ma l’indignazione e le reazioni emotive. Fior di specialisti noti e stimati dimenticano di essere professionisti e si schierano apertamente verso quella che ormai si ritiene essere la vera giustizia, quella che deve necessariamente farla pagare a chi ha commesso un reato ma che è invece solo populismo inteso nella sua accezione meno nobile.

La cronaca che ormai nasce sempre più indietro nel tempo e non accenna a diventare “storia” sta inevitabilmente portando le persone a reagire in maniera anche scomposta a fatti che scaturiscono da disagi mentali esistenti, documentati e scientificamente ineccepibili.

Soggetti che delinquono in stato di sofferenza psichica hanno l’innegabile diritto di essere considerati come tali e quindi in stato di disagio psichico; il loro diritto ha lo stesso peso di chi chiede giustizia.

Parole pesanti, che colpiranno allo stomaco togliendo il fiato. Il punto però è che il disturbo di personalità esiste; il disagio mentale esiste; il reato commesso in situazioni di totale o parziale incapacità di intendere e di volere è molto più frequente di quanto non si creda. Persone che vivono uno stato di sofferenza psichica ingestibile senza cure e sostegno costanti, affidati a soggetti spesso incapaci di andare oltre la mera somministrazione di farmaci.

Quello che si cerca di nascondere sotto il tappeto, come la polvere più molesta, è che il vero responsabile di questi atroci delitti è chi non prende in cura i malati mentali. Chi se ne lava le mani, prima tenendoli semplicemente rinchiusi a marcire (non ce ne voglia chi ha ormai assunto la paternità di questa espressione) nei propri escrementi; poi aprendo le porte e lasciandoli allo stato brado; infine vagheggiando di residenze assistite che nella cruda realtà hanno dei posti limitati e liste di attesa lunghissime.

Contemperare i diritti di tutti gli attori di questi drammi è difficile ma non impossibile; sicuramente alcuni risulteranno scontenti ma risulta sempre più importante, vista la drammatica polveriera sociale su cui si regge ormai l’Italia, affrontare la questione e prendersi veramente carico di persone, esseri umani, che compongono una larga fetta di quella che ci si compiace quasi definire “questione sociale”. Non basta pensare al malato psichiatrico come ad un malato che deve essere curato ed inserito in un percorso di inclusione sociale; non basta pensare a delle strutture alternative che, sulla carta, sembrano rappresentare il punto di svolta nel sottile equilibrio tra il “sorvegliare e punire”. Non è più tempo di legiferare e porre gli operatori in condizione di non poter applicare pienamente quanto viene poi loro imposto. Men che meno si può attendere oltre nel garantire giustizia ai cittadini, persone offese e colpevoli totalmente o parzialmente imputabili.

 

 

 

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