Il futuro del terrorismo di matrice jihadista

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Il 29 ottobre si è tenuto a Palazzo Montecitorio, nella Sala della Regina, il convegno “Il futuro del terrorismo di matrice jihadista”. L’evento, promosso dall’Associazione culturale Europa Atlantica, dal Centro Studi Internazionali, dalla rivista Formiche e dall’Osservatorio ReaCT, ha posto al centro del proprio dibattito tre diversi temi che hanno però come filo conduttore la lotta al terrorismo jihadista, ovvero l’evoluzione del fenomeno, gli strumenti di contrasto e le possibili strategie di prevenzione contro quest’ultimo. Il senso generale che gli ospiti hanno voluto imprimere durante il convegno è stato, anche alla luce di quanto è accaduto la scorsa settimana, ossia la morte del leader di DAESH al-Baghdadi, quello di tenere alta l’allerta su un fenomeno che proprio per la sua fisionomia non è destinato a finire solo per l’uccisione di uno dei suoi capi.

Su questo aspetto si è concentrato l’On. Pagani, membro della Commissione di Difesa, nel suo intervento introduttivo alla prima sessione; la lotta al terrorismo, sostiene Pagani, ha avuto inizio nel 2001 dopo la caduta delle Torri Gemelle e da quel momento non c’è stata una fine, in quanto il terrorismo ha sì dei connotati politici, ma non una localizzazione precisa. E soprattutto, come ogni cosa figlia del proprio tempo, ha saputo evolversi in contesti differenti: basti pensare al fatto che gli ultimi attacchi in Europa sono stati frutto dell’operato di un singolo individuo che non ha bisogno di una vera pianificazione. Avendo quindi base ideologica, il terrorismo deve essere soprattutto contrastato tramite la promozione del modello culturale delle società occidentali, poiché prolifera dove l’individuo si sente escluso dalla propria comunità e accresce tramite la percezione di sé come un combattente rispetto ai valori della società liberale. E’ uno scontro ideologico cercato fortuitamente dalle menti jihadiste, e questa strategia deve essere combattuta a tale livello non tramite il distacco ma attraverso la coesione, poiché non è il grado di fede alla religione il problema.
Dopo l’intervento introduttivo è seguita poi un’analisi di Claudio Bertolotti, Direttore di ReaCT, che si è prevalentemente concentrato sulla dimensione quantitativa degli attacchi terroristici e sugli effetti multi-livello di questi. Dalla proclamazione del Califfato Islamico, nel 2014, in Europa si sono registrati ben 116 attentati per un totale di 388 vittime per terrorismo jihadista; dati rilevanti su cui è occorsa una riflessione. Dividendo gli episodi in tre categorie (ad ampia, media e bassa intensità) emerge che solo 11 di questi sono classificati nella prima categoria per il bilancio delle vittime e la visibilità che hanno avuto dai media; il restante è diviso tra la media (36%) e la bassa intensità (34%), mentre nel 24% dei casi essi si sono rivelati fallimentari. Gli episodi più rilevanti hanno avuto come effetto il blocco funzionale, ovvero il blocco dei trasporti, specialmente quello del traffico aereo, il dispiegamento delle forze militari nel luogo colpito e l’attenzione consistente dei media. Proprio quest’ultimo effetto, l’attenzione mediatica, ha il ruolo di attivatore per altri episodi, considerando che il 27% degli attacchi è avvenuto in un breve lasso di tempo dopo quest’ultimo. Stando ai dati che quest’analisi statistica offre, bisognerebbe porre l’accento sull’ultima percentuale poiché la maggior parte di questi attentatori è stata in qualche modo convinta ad operare solo dopo un episodio più importante, confermando così il pensiero secondo cui questi non abbiano avuto reale contatto con le organizzazioni terroristiche fino al momento dell’attacco; pertanto esso risulta poco prevedibile se non si agisce tramite la prevenzione.
Hanno preso parola al convegno anche Matteo Bressan, analista e membro del Comitato scientifico NATO, e il Gen. Luciano Portolano, attualmente comandante del COI, Comando Operativo di vertice Interforze. Il primo ha messo in evidenza il fattore di rischio che corrono gli stati europei nella gestione del ritorno dei foreign fighters, ovvero i combattenti del jihadismo che possiedono cittadinanza europea e che quindi non sono soggetti a controlli nell’area Schengen; in Italia si sono registrate più di 6.000 partenze tutt’ora sotto controllo, alcune di queste nel 2011, ancor prima dell’avvento del Califfato, giusto per tener conto della complessità all’interno del fenomeno jihadista. Tuttavia il monitoraggio dei foreign fighters comunitari non è l’unico problema di cui l’Unione Europea, tramite la cooperazione dei singoli, si deve far carico; interrogandosi sugli scenari futuri del fenomeno integralista infatti, Bressan sostiene che in zone a noi vicine dove mancano le risorse istituzionali per fermarlo, come i Balcani, esiste la concreta possibilità che si sviluppi un focolare jihadista, un rischio peraltro avvalorato dal numero di partenze dal Kosovo, circa 350, dalla Macedonia e dal Montenegro. Sulla stessa linea è il Gen. Portolano, e come Bressan afferma che un’altra area di crisi è l’Africa che, se non presa per tempo, rischia di avere ricadute ben più gravi per via della mancanza di istituzioni in grado di contrastare l’attività terroristica. Il continente africano, diviso in più macroregioni come il Maghreb, il Sahel, il Corno d’Africa e l’Africa Centrale, ha già dei focolai in Somalia e in Nigeria, e l’attività di proselitismo jihadista su questi territori può estendersi per via dell’organizzazione sociale africana basata sulle tribù e i clan e, in una sorta di dipendenza tra le macroregioni, stressate già per il cambiamento climatico, può attecchire facilmente se viene lasciata come unico interlocutore.
La seconda sessione del convegno si è focalizzata invece sugli strumenti di contrasto al terrorismo di cui l’Italia è dotata, sia sul piano tecnologico, ovvero sulla rete, che sul piano legislativo. Il Comandante della Divisione Antiterrorismo, il Col. Marco Rosi, sulla scia di quanto precedentemente detto dal Direttore del servizio di contrasto al terrorismo esterno, Claudio Galzerano, ha ribadito la necessità di tenere il passo con gli sviluppi fatti dall’attività jihadista in Europa. Su questi sviluppi vanno fatte due considerazioni: la prima è che si è passati dal monolite qaedista alla fluidità del nuovo jihadismo, la seconda è che l’attività di quest’ultimo ha trovato un terreno estremamente fertile sulla rete. Prendendo ad esempio l’operato svolto in Italia, le forze dell’ordine erano riuscite a individuare il maggior centro operativo di DAESH in viale Jenner a Milano nel 2016, ma ciononostante l’attività di coordinamento dei jihadisti è continuata e continua grazie all’uso della rete. Sempre su questa, continua il Gen. della Guardia di Finanza Cosimo Di Gesù, avviene la maggior parte dei finanziamenti alle attività terroristiche; in un breve quadro diacronico Di Gesù spiega come siano cambiati i canali di finanziamento delle attività terroristiche nel corso degli anni fino ad arrivare ai fondi acquisiti dall’ISIS grazie alla vendita dei beni sotto il proprio controllo, come il petrolio e le opere d’arte. Il ciclo di finanziamento di Daesh ha un percorso inverso e più sottile rispetto agli altri tipi di criminalità poiché parte dalla vendita di un bene lecito e, tramite l’occultamento dei proventi, viene finanziata l’attività illecita; lo strumento principale per contrastare queste operazioni risiede nelle norme anti-riciclaggio, e in un futuro, auspica Di Gesù, un maggior controllo su sistemi ancora poco disciplinati come quello delle criptovalute. Sul piano legislativo, segue il magistrato Stefano Dambruoso, l’ordinamento dal 2015 ha ampliato i casi di punibilità tramite l’istituzione di norme, richieste dall’Unione Europea, per prevenire la radicalizzazione dei singoli. La sfida futura, afferma sempre Dambruoso, è rafforzare la cultura giuridica della prevenzione e del recupero di luoghi di socializzazione primaria e socialmente rilevanti.
La terza e ultima sessione del convegno ha sempre seguito il tema della prevenzione dalla radicalizzazione, e delle linee guida per il piano legislativo italiano, che secondo Lorenzo Vidino ha, per via della mancanza di attentati terroristici e di una forte comunità arabo musulmana, dei ritardi rispetto a partner europei come Olanda e Danimarca, i quali si sono attivati già da molto tempo per contrastare il fenomeno dell’home-grown terrorism. In tal senso la strategia italiana per prevenire fenomeni di radicalizzazione potrebbe essere quella di replicare, con accortezza alle differenze di contesto, modelli che sono stati efficaci all’estero. Andrea Margelletti, presidente del Ce.S.I., ha sottolineato come di per sé l’acquisizione di informazioni non basti se non è poi accompagnata da un’analisi su questi, e che per massimizzare l’efficacia legislativa lo Stato dovrebbe soffermarsi maggiormente sulla solidarietà locale. La parola è poi passata ad Andrea Manciulli, presidente di Europa Atlantica e relatore della norma di cui porta il nome sul contrasto preventivo per i casi di radicalizzazione, la legge Dambruoso-Manciulli del 2016. Il presidente di Europa Atlantica, in un’analisi sul momento che sta vivendo il mondo rispetto al terrorismo, ha ricordato che la fase attuale era stata già predetta nel 2004 da Osama Bin Laden poiché nella sua dottrina il jihadismo avrebbe vinto solo in seguito alla proliferazione di ricettacoli in Occidente, un fatto che stando ad oggi viene confermato: la panoramica del terrorismo islamico sul mondo nel 2019 vede accesi suoi focolai in Cina, Malesia, Filippine, Medio Oriente, Africa e Balcani. Per tale motivo la guerra al terrorismo non può considerarsi terminata. Il convegno si è concluso con l’intervento di Lorenzo Guerini, Ministro della Difesa, il quale ha auspicato una condivisione bipartisan di intenti per combattere il terrorismo di matrice jihadista.

 

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