Legge spazzacorrotti e sospensione della prescrizione, effettiva giustizia o populismo?

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“Non voglio vendetta, chiedo giustizia” è la frase che sempre più spesso sentiamo dire da vittime di reato o, più spesso, dai loro stretti congiunti ed è innegabilmente comprensibile. Tutti, anche chi di noi solo apprende di un reato commesso a danno di qualcuno, vorremmo che il responsabile fosse condannato ad una pena esemplare. Dobbiamo però ammettere che troppo spesso questo non succede e vediamo l’imputato, se mai si arrivi ad una imputazione, sfuggire alle maglie della giustizia per intervenuta prescrizione. Allora si solleva l’indignazione popolare che, più o meno giustamente, manifesta rabbia verso chi ha permesso che l’imputato la facesse franca.

Da un punto di vista puramente emotivo potremmo anche affiancarla questa indignazione, farla nostra. Quello che però non dovrebbe ma deve fermarci è il principio razionale secondo cui la legge è uguale per tutti. Ma siamo in un Paese in cui le leggi vengono introdotte in base al principio “populismo vs civiltà”.

La legge 3/2019, nota alle telecamere come legge spazzacorrotti ha modificato profondamente l’istituto della prescrizione, stabilendo al suo articolo 1, comma 1, lettera e) n. 1 che “Il corso della prescrizione rimane altresì’ sospeso dalla pronunzia della sentenza di primo grado o del decreto di condanna fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio o dell’irrevocabilità del decreto di condanna”.

È giusto precisare in termini molto semplici per i non addetti ai lavori cosa sia, tecnicamente, la prescrizione: essa rappresenta, causa il trascorrere di un tempo eccessivo, il venir meno della possibilità di continuare le indagini, individuare un ipotetico reo, sottoporlo a giudizio ed emettere una sentenza che sia di condanna o di assoluzione. Ingiusto? Forse sì.

Volendo restare ancora per pochi minuti nell’àmbito del tecnicismo, possiamo dire che usare il vero “sospendere” è decisamente errato perché in diritto la prescrizione “sospesa” riprende a decorrere dal momento in cui cessa la causa sospensiva e riprende esattamente dal punto in cui essa era stata appunto sospesa.

Questa lieve digressione giuridica serve a spiegare come la riforma della prescrizione abbia visto la luce in un contesto sociale in cui, riportandoci ad un biasimevole principio già espresso, il populismo batte la civiltà giuridica enne a zero. Certo, le vittime di un reato che non hanno ottenuto giustizia “perché il reato è prescritto” chiedono e premono affinché questa riforma sia portata a compimento il prima possibile; sospinti anche da qualche rigurgito di finta vicinanza umana che in realtà nasconde un mero e bieco opportunismo politico. Insomma, sembra impossibile spiegare a chi dovrebbe ma non vuol capire la gravità di quanto sta per accadere: il rischio concreto che si arrivi al totale annullamento della prescrizione stessa, tanto da rendere ogni reato tecnicamente imprescrittibile; lasciare una persona sine die sotto la scure del giudizio. Paradossalmente, si potrebbe ottenere il risultato opposto a quello cui oggi si cerca di porre maldestramente rimedio: non ottenere mai una sentenza definitiva di condanna.

Non dimentichiamo, presi dalla furia giustizialista, che una condanna in primo grado non è una condanna definitiva. Potrebbe però diventarlo. Potremmo trovarci di fronte ad un condannato in primo grado il cui ricorso ero in appello non terminerà mai, lasciandogli sulla fronte il marchio del ladro, del truffatore, del corruttore. Dello stupratore. Del pedofilo. Ingiusto? Decisamente.

Allora forse è arrivato il momento di fermarsi un attimo, smettere di ridurre tutto ad una guerra di voti ed audience e cominciare a guardare le cose in faccia per quello che sono e capire dov’è davvero il corto circuito nel processo. Potremmo avere diverse sorprese.

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