Nobel per la pace, tra polemiche e messaggi distorti. Greta e Malala

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Contro molti pronostici, il Nobel per la Pace non è andato a Greta Thunber, la giovane svedese che ha portato nelle piazze sette milioni di giovani a protestare a favore del clima. Non sarebbe stata la prima volta che il prestigioso riconoscimento venisse attribuito a chi direttamente non si confronta con temi direttamente attinenti alla pace.

Era già accaduto nel 2007 quando venne premiato, insieme ad Al Gore, l’IPCC, Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico presso l’ONU. Qualcuno ha sottolineato come non dare il premio alla ragazza svedese sia un’occasione perduta, in quanto i cambiamenti climatici sono elementi di geopolitica che incidono su migrazioni e conflitti, ma allo stesso modo è stato rilevato come assegnare il premio alla Thunberg avrebbe incensato un operato che ha visto poche reazione, se non quelle di piazze colorate e, allo stesso tempo, avrebbe probabilmente dato più forza alle polemiche e agli haters.

Non sono mancate le polemiche anche sul Nobel per la letteratura allo scrittore austriaco Peter Handke, ma sembrano più circoscritte sia per il maggiore rilievo del premio per la pace, sia per la maggior visibilità mediatica del personaggio che in molti speravano ottenesse il riconoscimento. E probabilmente è proprio questo il punto: il personaggio.

In ogni caso il vincitore del Nobel per la pace, il non ancora cinquantenne primo ministro dell’Etiopia Abiy Ahmed Alì, è probabilmente più degno della giovane attivista, e la sua biografia che si trova in rete (non quella scarna dei siti italiani), evidenzia il suo impegno che ha visto, tra l’altro, non solo la firma di un accordo che mette fine a una guerra trentennale, ma anche importanti risultati per la riconciliazione tra diverse chiese presenti nello Stato ex colonia Italiana. E non dimentichiamo che le condizioni in cui ha operato non sono certo delle migliori, in uno stato che pur avendo un’economia in forte crescita, risente di condizioni disagiate antiche e della guerra con l’Eritrea.

Quello di Abiy Ahmed è un nome che, a giusto diritto, si può trovare accanto a quelli di chi lo ha preceduto: Jean Henri Dunant, fondatore della Croce Rossa, Nelson Mandela, Albert Schweitzer, il Dalai Lama e Martin Luther King, solo per citarne alcuni. Che cosa li caratterizza dalla Thunber? Che a differenza di lei, si ribadisce, personaggio che ha portato in strada moltissimi giovani, loro hanno fatto qualcosa di concreto. Le loro vite sono tutte caratterizzate dalla realizzazione di risultati concreti e tangibili. Come anche Madre Teresa di Calcutta. Vi sono stati nei Nobel molti premi probabilmente dati a sproposito, primo tra tutti quello a Barack Obama, o che hanno generato altre polemiche, quali il caso di Henry Kissinger, anche se è difficile negare che fu lui a porre termine al conflitto in Vietnam, iniziato per gli americani sotto la presidenza Kennedy. Ma in ogni caso parliamo di personalità che, forse anche nel male, hanno lasciato una loro impronta. Tutto ciò Greta Thunberg non lo ha fatto, forse non solo per la giovane età, ma anche perché non ha effettivamente portato alcunché di concreto e non è andata alla ricerca di soluzioni. Sensibilizzare ha la sua importanza, ma scendere in piazza con cori e catene festanti, chiedendo ai politici di fare, non è attività che risolve. Anzi. Greta è adesso un’immagine da spendere, o poco più.

Diverso, e mai adeguatamente celebrato e neppure compreso, specialmente dalle adoranti masse, un caso che scuole e piazze italiane dovrebbero tenere in maggiore considerazione: quello di Malala Yousafzai. Qualcuno addirittura potrebbe chiedere chi sia costei. Malaila è nata in Pakistan, in uno dei paesi con maggiori problemi al mondo, e non nella civile e attrezzata Svezia, e non ha genitori nel mondo dello spettacolo che possono aiutarla a scrivere libri.. Venne ferita nel 2012, da uomini armati, mentre su un pulmino tornava a casa da scuola, in un luogo in cui l’istruzione è negata ai più. Volevano farla tacere. Lei ha risposto alla violenza e all’odio portando avanti il suo impegno. Ha avuto il Nobel per la Pace nel 2013 e, l’anno prima, il Premio Sakharov per la libertà di pensiero, così come Mandela, e Alexander Dubčektra gli altri. Ha rivendicato il diritto allo studio, quello al sapere. I suoi pensieri non sono slogan come “dovete fare qualcosa.” Tra tutte le sue frasi non dimentichiamo, e divulghiamo quella secondo cui un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo, e che l’istruzione può uccidere il terrorismo. Lei lo ha provato sulla sua pelle. Malaila “ha fatto.” Ma purtroppo per lei, nonostante i risultati, sembra che il messaggio che i giovani preferiscono, sia quello di scendere in una piazza festante e non quello di usare le scuole per il loro scopo. Magari con il benestare di un ministro che giustifica la piazzata fine a sé stessa. Ricordiamolo, specialmente a chi scende in piazza per rivendicare, giustamente da un lato, il diritto allo studio, ma lo confonde con il diritto al pezzo di carta, comunque preso, magari comprandolo, dimenticando che l’altro lato della medaglia è il dovere di studiare. Oggi Malaila, meritatamente, studia ad Oxford.

1 Comment

  1. Appoggio e condivido in pieno tutto il Tuo post: i nostri figli oggi hanno un solo e principale inpegno: STUDIARE ed essere curiosi della vita ! un altro modo creativo per “assorbire” e conoscere il mondo che li circonda e con il ns aiuto sentirsi liberi di sperimentare.
    “La lingua ferisce più di una spada” perciò saper parlare e comunicare ci rende liberi e capaci di affrontare le diversità.

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