La tregua imposta dagli USA ad Ankara sul confine e il destino del Nord della Siria

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Nella giornata di oggi, in data 18 ottobre, la Turchia ha annunciato una tregua dalle proprie operazioni militari lungo il confine turco-siriano. L’ufficialità è stata data dal Dipartimento di Stato USA tramite una conferenza stampa ad Ankara, preceduta da un colloquio tra Recep Tayyip Erdogan e il vicepresidente statunitense Mike Pence. L’accordo è stato fortemente voluto dall’amministrazione di Washington, la quale ha pressato nel corso di questa settimana il presidente turco per porre fine alla propria offensiva; Erdogan infatti, che proprio pochi giorni fa aveva snobbato i vice di Trump, affermando di voler sedere al tavolo solo con il tycoon americano, ha sciolto le proprie riserve dopo un’opportuna riflessione. 

La minaccia concreta di sanzioni economiche da parte degli Stati Uniti ha giocato un ruolo cruciale in questa faccenda. In tal senso hanno pesato le parole di Trump; infatti tramite una dichiarazione ufficiale del 14 ottobre aveva affermato che, se Ankara non avesse smesso la propria azione scellerata in Siria, avrebbe diramato un ordine esecutivo per imporre severe sanzioni verso la Turchia, come l’innalzamento fino al 50% delle tariffe siderurgiche e lo stop alle negoziazioni per un accordo commerciale da 100 miliardi di dollari, al di là di altre pesanti misure come il blocco delle proprietà e il divieto d’ingresso sul suolo americano. 

L’accordo prevede una tregua di 5 giorni, 120 ore che serviranno alle Forze Democratiche Siriane e alle YPG/YPJ per lasciare le proprie postazioni militari entro 32 chilometri dal confine, soglia entro cui verrà istituita una safe-zone sotto il controllo turco. Gli Stati Uniti saranno i garanti di questo accordo redatto in 13 punti, e supporteranno le forze curde in questa transizione; la Federazione del Rojava sembra accettare questo compromesso, almeno per le zone di Ras-al-Ain e Tal Abyad, dove l’assedio turco è stato più severo. Il vicepresidente USA Mike Pence, l’artefice americano dell’accordo, afferma che da parte sua Washington revocherà le sanzioni economiche solo al termine dell’offensiva militare, e nel frattempo s’impegneranno a non imporne delle nuove. Da parte turca invece, il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu definisce l’accordo come temporaneo, definitivo solo se le forze curde manterranno la promessa di sgomberare l’area al confine.  

L’eventuale sospensione delle sanzioni economiche alla Turchia ha suscitato una disapprovazione bipartisan al Congresso americano; primi fra tutti a criticare la scelta dell’esecutivo sono Nancy Pelosi e Chuck Schumer, che hanno descritto questo accordo come un falso arresto per Ankara, che non rinuncerà alla sua offensiva in Siria, e un passo falso per gli Stati Uniti la cui politica estera verrà indebolita. L’accordo segna tuttavia una pace precaria; l’Osservatorio dei Diritti Umani in Siria (SOHR), che parla di 72 morti civili più centinaia di combattenti curdi e di un flusso migratorio da 300.000 persone dall’inizio dell’offensiva, ha segnalato nella notte il proseguimento di alcune azioni bellicose nonostante il cessate-il-fuoco. 

Sul fronte siriano, la Federazione Democratica del Rojava il 14 ottobre aveva siglato un accordo di cooperazione con le forze governative di Bashar Assad per contrastare l’esercito turco; le truppe governative sono state quindi scortate fino a Manjib e Kobane dalla polizia militare russa, il maggior alleato del presidente siriano. Il patto stipulato fra le due forze siriane offre innanzitutto ad Assad la possibilità di porre fine alle pretese curde per una futura regione autonoma di Rojava all’interno di un federalismo, e riprendersi quei territori senza spargere una singola goccia di sangue, e al tempo stesso dà al presidente russo Putin l’opportunità di mediare il conflitto fra Ankara e Damasco, visti anche i buoni rapporti con Erdogan, e dare una spinta maggiore su Idlib.

Situata a 130 km dalla costa mediterranea, a 40 km dal confine con la Turchia e a 60 km da Aleppo, oggi Idlib rappresenta l’ultima roccaforte dell’Esercito di Liberazione Siriano (ESL) e di alcune frange più estremiste come al-Nusra, che insieme formano la fazione degli insorti sunniti suppportati fin dall’inizio del conflitto da Ankara. Oggi i governativi di Assad, sostenuti dal Cremlino, hanno riacquisito quasi la totalità dei territori che prima erano stati conquistati dai ribelli, relegandoli di fatto nel territorio di Idlib. I ribelli ormai decimati e quasi sconfitti sanno che la loro resistenza potrebbe durare poco se Assad impegnasse il proprio esercito per espugnare la regione, ma fin’ora gli è stato sconsigliato dal suo alleato Putin e dall’Onu, in quanto un’offensiva potrebbe dare adito a un’ulteriore strage di civili, e per questo auspicano entrambi una de-escalation con la mediazione della Turchia in rappresentanza dei ribelli. E’ difficile prevedere come evolverà questo conflitto, o quale possa essere il futuro per la Federazione Democratica del Rojava, ma con il disimpegno statunitense sul territorio siriano Erdogan e Putin acquisiscono sempre più rilevanza, e non è impensabile che possano scendere a patti sugli ultimi due fronti aperti e porre fine a questa guerra per procura ricavandone i propri interessi, come la messa in sicurezza del confine per Ankara, e la stabilità della regione per Mosca, una regione su cui ha molti interessi come Tartus, l’unica basa navale che ha la Russia sul Mediterraneo; i due leader intanto hanno fissato un incontro al Cremlino per il 22 ottobre. 

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