Barcellona, giorni di protesta degli indipendentisti catalani

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La condanna dei leader indipendentisti catalani da parte del Tribunale Supremo spagnolo ha dato luogo ad una serie di violente proteste che continuano da ormai più di qualche giorno. Lunedì scorso, il tribunale di Madrid ha diffuso la sentenza di condanna ai leader imputati nel processo relativo ai fatti che hanno portato alla dichiarazione unilaterale di indipendenza della Catalogna nell’ottobre 2017. Tale sentenza potrà essere impugnata di fronte al Tribunale Costituzionale spagnolo, nonché alla Corte europea dei diritti dell’Uomo.

Il processo è iniziato nel febbraio 2019 ed ha visto coinvolti 12 imputati, coloro che hanno appoggiato la secessione della Catalogna dalla Spagna nell’ottobre 2017, attraverso il referendum sull’indipendenza considerato illegale e la dichiarazione unilaterale sull’indipendenza catalana proclamata dall’allora presidente catalano Puigdemont, fuggito in Belgio ed oggetto di un mandato di arresto internazionale.

Così come è accaduto per il processo, molto discusso e protestato, l’opinione pubblica ritiene anche la sentenza molto dura, proprio per questo in Catalogna ci sono proteste da parte di migliaia di persone. Le polemiche durano da molti mesi e si sono intensificate questi giorni proprio a seguito della sentenza: i giudici del tribunale hanno condannato nove dei dodici imputati – in prigione già da nove mesi – per il reato di sedizione, il quale si verifica quando si attua una protesta pubblica e violenta contro l’autorità e l’ordine pubblico, e si distingue da quello di ribellione principalmente per l’uso e le ragioni della violenza; se la violenza non è strumentale e funzionale ai fini della rivolta si tratta di sedizione. Inizialmente, l’accusa mossa verso gli imputati era proprio quella di ribellione, nonostante il carattere pacifico del movimento indipendentista catalano. Sempre nella sentenza, il Tribunale ha negato l’esistenza del “diritto a decidere”, usato durante il processo dagli avvocati difensori per giustificare le azioni dei loro clienti, ed ha condannato quattro imputati per malversazione, vale a dire l’uso illecito di fondi pubblici; in totale, gli impuntati dovranno scontare pene tra i 9 e i 13 anni di carcere. Tra questi vi sono Junqueras (con la sentenza più pesante a 13 anni), la ex speaker del Parlamento catalano Carmen Forcadell, Jordi Sanchez, Jordi Cuixart, gli ex ministri Dolors Bassa, Joaquim Forn, Raul Romeva, Jordi Turull e Josep Rull.

La motivazione alla base della sentenza è la violazione della legalità democratica da parte dei leader indipendentisti che hanno portato avanti il referendum e la dichiarazione di indipendenza. La reazione da parte della società catalana non si è fatta attendere: migliaia di manifestanti hanno protestato bloccando l’aeroporto di Barcellona El Prat e scontrandosi con la polizia. I manifestanti sono arrivati all’aeroporto a piedi, percorrendo circa 16 chilometri, poiché la polizia ha deciso di sospendere i mezzi di trasporto pubblici. L’obiettivo dei manifestanti è stato quello di paralizzare le vie di comunicazione e i vari hub aeroportuali, proprio come è stato attuato anche ad Hong Kong. “Sorry about your lost flight but think about losing your democracy” scrivono i manifestanti sul vetro dell’aeroporto, consapevoli del disagio creato nel traffico aereo – oltre cento voli sono stati cancellati – ma fermi sulla loro protesta in nome della democrazia. Dentro e fuori l’aeroporto ci sono stati numerosi scontri, caratterizzati anche dal lancio di fumogeni da parte della polizia.

Il presidente del governo catalano Quim Torra ha riconosciuto l’importanza della manifestazione ma sottolineando la necessità di rimanere nella forma di protesta pacifica; “Non possiamo permettere che un gruppo di infiltrati danneggino l’immagine dell’indipendentismo” ha dichiarato, per poi aggiungere “non ci sono giustificazioni per bruciare le auto né per qualsiasi atto di vandalismo. La protesta deve sempre essere pacifica”. Anche Puigdemont è dello stesso avviso ed ha dichiarato con un tweet “Non abbiamo bisogno della violenza per vincere, è lo Stato che ne ha bisogno per sconfiggerci. Mobilitazione e non violenza”.

Tali dichiarazioni sono seguite alla richiesta del primo ministro spagnolo Sanchez, il quale ha chiesto di condannare ogni tipo di violenza. In realtà, gli scontri violenti ci sono stati ed hanno causato molti feriti nelle giornate di lunedì, martedì e mercoledì, continuando non solo a Barcellona, ma anche nelle città di Girona e Madrid, dove si è svolta una manifestazione di solidarietà per i leader catalani condannati. Nella prima notte sono rimaste ferite circa 50 persone, mentre in quella tra martedì e mercoledì si contano circa 125 feriti. I manifestanti hanno eretto barricate in strada, dato fuoco ad alcune auto e lanciato oggetti contro la polizia, che a sua volta ha risposto con lacrimogeni e cariche. La terza notte di scontri è stata una delle più violente, si contano infatti circa 80 persone ferite, di cui 46 sono poliziotti, e 33 persone sono state arrestate.

Il primo ministro Sanchez ha cercato un punto di incontro con le varie forze politiche per provare ad adottare un comportamento comune rispetto alla questione catalana ma al momento ciò sembra difficile: tra meno di un mese si tornerà a votare in Spagna e l’indipendenza della Catalogna è da sempre una questione centrale durante la campagna elettorale.

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