Hong kong in rivolta cerca libertà o combatte la miseria?

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Le dimostrazioni ad Hong Kong sono nate contro la decisione del potere centrale di Pechino di stringere piu’ o pesantemente il pugno sull’autonomia della città. La legge che avrebbe imposto anche per i residenti il trasferimento sul continente per il processo qualora ritenuti sospetti di certi reati.

In effetti era un modo per superare la diversa legislazione locale e imporre anche ai locali abitanti le leggi in vigore nel resto del Paese. Quando la sovranità sulla città fu trasferita dalla Gran Bretagna alla Cina Popolare, l’accordo fu che si sarebbero mantenuti due differenti ordinamenti legislativi in alcuni settori tra cui quelli commerciale e finanziario. Lo slogan creato per l’occasione fu: “Un solo Paese, due sistemi”. La soluzione faceva comodo anche a Pechino poiché consentiva alla madrepatria di contare su un’attrattiva particolare per i capitali stranieri invogliati grazie ad una certezza del diritto molto simile a quella occidentale.

La cosa funzionò benissimo, tanto è vero che negli anni dal 2010 al 2018 ben il 64% dei capitali in arrivo nell’entroterra sono passati da Hong Kong. Anche le società prettamente cinesi hanno preferito usare la piattaforma borsistica della città per allocare le loro quotazioni e perfino le sanzioni americane hanno esentato l’isola da alcuni dazi su molti prodotti. Oltre a ciò, la maggiore facilità di ottenere visti d’ingresso e di uscita ha spinto molte società a stabilirvi la propria sede, o almeno gli uffici operativi.

Nel corso degli anni, lo sviluppo e il successo delle zone franche di Shenzen e di Shanghai possono però aver convinto il Governo di Pechino che oramai era possibile cominciare a far ritornare nella “normalità” cinese anche quella eccezione e, probabilmente, la legge contestata sarebbe stato il modo di dare l’inizio ad una maggiore omogeneizzazione giuridica. Da qui le proteste degli abitanti abituati ad una libertà molto maggiore di quella dei connazionali di terraferma, rimasti oggetto del pugno di ferro del Partito Comunista Cinese.

Credere tuttavia che l’enorme partecipazione di folla alle manifestazioni sia tutta dovuta soltanto a quanto sopra sarebbe fuorviante, così come fu superficiale la lettura di chi volle attribuire ai manifestanti di piazza Tien An Men nel 1989 la domanda di una vera democrazia e di una maggiore libertà individuale. Anche in quel caso (lo posso affermare per essere stato sul posto durante l’occupazione della piazza ed aver interloquito con molti dei manifestanti) le domande formulate erano democrazia e libertà ma ciò che spingeva la gente in piazza erano ragioni molto piu’ “economiche”.

Quando si parla dell’indubbio successo di Hong Kong non si pone sufficiente attenzione alle conseguenze che questo ha avuto nella vita di tutti i giorni per i suoi abitanti originari. L’arrivo di numerosi stranieri e dei relativi capitali ha innescato un eccezionale boom immobiliare che, vista l’alta densità di popolazione e lo scarso territorio disponibile, ha fatto partire a razzo i prezzi delle abitazioni. Le condizioni di maggiore libertà e la nuova offerta di lavoro ha anche spinto molti cinesi dell’entroterra a trasferirsi ad Hong Kong accettando, spesso, paghe inferiori a quelle cui i locali erano abituati. Il risultato per i residenti è stato (ed è) drammatico: maggiore concorrenza per un posto di lavoro ed il costo della vita che è andato alle stelle. Per i più benestanti e qualificati non ha fatto molta differenza, ma per i più povere e anche per gli studenti questo ha significato un drastico calo nella speranza di migliorare la propria posizione attraverso quella mobilità sociale che fino a pochi anni fa sembrava garantirla. Così si spiegano le moltitudini nelle strade: si chiede libertà e piu’ autonomia ma, in realtà, si protesta per condizioni di vita sempre peggiori.

L’occidente guarda con comprensibile simpatia i giovani e i meno giovani che manifestano con gli ombrelli e non si può nemmeno escludere che qualcuno dall’estero li incoraggi. Il governo cinese, che avrebbe potuto stroncare sul nascere quelle manifestazioni, non ha finora osato farlo per paura di spaventare i capitali internazionali e subire ritorsioni politiche e di immagine da parte della comunità internazionale.

Gli ultimi giorni hanno però visto un forte inasprimento della situazione quando alcuni manifestanti (non isolati) hanno sventolato la bandiera americana e quella di altri Paesi occidentali arrivando a bruciare quella cinese. Se fino ad ora si poteva trattare di una protesta che poteva essere trattata come una questione puramente interna, questi atti non possono non aver allarmato Pechino che vi ha letto una spinta separatista per loro inaccettabile. Lasciare senza conseguenze questi comportamenti potrebbe costituire un incoraggiamento ai desideri di secessione di altre zone, quali lo Xinjiang, il Tibet e la stessa Taiwan ove nel prossimo gennaio si terranno le elezioni presidenziali e dove la campagna elettorale sarà centrata sui rapporti da tenersi verso la Cina Popolare.

Non ci sarebbe quindi da stupirsi se, nei prossimi giorni e qualora le manifestazioni continuassero, gli interventi della polizia diventassero piu’ brutali con perfino maggiore spargimento di sangue. Se poi la repressione fosse affidata ai reparti dell’esercito già pronti nell’immediato retroterra, allora il parallelo con Tien an men diventerebbe assoluto.

 

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