Elezioni in Israele, nuovo stallo tra il Likud e Blu e Bianco

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Il 17 settembre 2019 Israele è tornata al voto per la seconda volta in un anno, dopo che le precedenti elezioni del 9 aprile avevano dato vita a una legislatura fragile che non è mai riuscita a trovare un’intesa di maggioranza; motivo per cui il parlamento israeliano, la Knesset, il 30 maggio aveva deciso mediante votazione di sciogliersi e indire nuove elezioni. 

Dalle passate consultazioni elettorali era uscito vincitore Benjamin Netanyahu, anche detto ‘King Bibi’ per via della sua longevità in politica; difatti dopo il 9 aprile pur essendo riuscito a presiedere il suo quinto incarico, e così a infrangere il record di mandati prima detenuto dal fondatore di Israele David Ben Gurion, la vittoria del suo partito non è stata tale da formare un governo stabile. Sui 120 seggi totali della Knesset il Likud, suo partito, ne ha ottenuti 35 ovvero gli stessi del suo rivale Benny Gantz, leader del neo-partito centrista Blu e Bianco. Sebbene entrambi i partiti abbiano ricevuto lo stesso numero di seggi il Presidente Reuven Rivlin aveva però deciso in fase di consultazione di assegnare a Netanyahu il compito di formare un nuovo governo, poiché il suo partito godeva di un’ampia gamma di partiti conservatori minori con cui poter formare una coalizione di maggioranza; partiti sia di carattere religioso come Shas e lo United Torah Judaism per un totale di 16 seggi, che secolaristi come Israel Beitenu con 6 seggi. 

Non era la prima volta che a Netanyahu spettava il compito di formare una coalizione, anzi c’era riuscito persino nel 2009 quando malgrado il Likud ottenne soli 27 seggi Netanyahu riuscì a portare a termine il mandato; tuttavia dopo le elezioni della scorsa primavera i suoi tentativi di dar vita a un esecutivo forte sono falliti in sede di contrattazione con gli altri partiti. Il motivo di questo impasse nelle negoziazioni è stato il dissidio che si è creato tra il partito laico Israel Beitenu di Avigdor Liebrman e i partiti ‘haredi’ (ortodossi); lo UTJ e Shas infatti ponevano come condizione necessaria per aderire alla maggioranza di governo la revisione del regolamento interno della IDF (forze armate israeliane), tramite l’equiparazione del corso di studi dei testi sacri con la leva militare visto che tutt’ora gli studenti ‘Yeshivah’ non sono esentati dall’obbligo di prestare servizio. Questa proposta di legge però ha destato subito l’avversione di Israel Beitenu poiché a loro detta contravviene al carattere laico di Israele che è fondamentale mantenere, specialmente in un periodo delicato come questo. La disputa sulle esenzioni dall’IDF ha quindi tenuto duro per tutto il periodo di negoziazioni e, arrivati alla scadenza fissata dal Presidente Rivlin per il 30 maggio, il Likud si è trovato senza una coalizione di governo solida, e per non concedere al rivale Gantz la possibilità di formare una sua coalizione ha votato in massa per nuove elezioni. 

Dalle ultime elezioni del 17 settembre il partito Blu e Bianco è uscito vincitore anche se con uno scarto irrisorio sul Likud, 33 seggi a 31, mentre la crescita più significativa l’ha avuta la coalizione progressista filo-araba guidata dal partito Hadash con 13 seggi totali. Sono passati mesi e nonostante la necessità di un cambiamento forte per superare la crisi, le elezioni del 17 settembre hanno dato vita a un parlamento pressocché uguale, anche perché i partiti hanno deciso di bypassare le proprie primarie e ripresentarsi con le stesse liste. Stando ai dati raccolti la Knesset post 17 settembre, ovvero la XXII legislatura, ha cambiato solo 14 parlamentari mentre la XXI, ovvero quella uscita dal 9 aprile, è stata la più rinnovata di tutta la storia con 49 nuovi parlamentari. 

Non sembrerebbero quindi esserci sconvolgimenti tali da poter formare un governo con facilità; nel frattempo il Presidente Rivlin sta organizzando una nuova fase di consultazioni che dovrebbe cominciare domenica 22 settembre, tramite degli incontri con i partiti eletti, e dovrebbe culminare il 24 con la nomina di un leader per formare una nuova maggioranza. Le uniche scelte di Rivlin sono Gantz e Netanyahu, preferibilmente il primo visto che il suo partito si è affermato come prima forza parlamentare e dato che il Likud, a meno che non trovi nuovi compromessi con i suoi alleati, resta bloccato sulla disputa tra gli ortodossi e Lieberman. Proprio quest’ultimo rispetto alla precedente legislatura ha guadagnato 3 seggi e potrebbe rivelarsi la chiave di svolta in questa dura fase; il suo partito, Israel Beitenu, che fin’ora ha rappresentato la mela della discordia sarebbe favorevole a un governo di unità nazionale, come del resto lo è il Presidente Rivlin. Anche Netanyahu è dello stesso avviso e a tal proposito in una conferenza stampa ha invitato Gantz a sedersi al tavolo delle trattative, ma quest’ultimo ha respinto la chiamata o quantomeno posto come condizione necessaria la sua nomina a premier. 

Se così dovesse essere o meglio, se Netanyahu non riuscisse a stare a capo di un esecutivo, il leader più longevo della storia di Israele potrebbe non sopravvivere politicamente nei prossimi mesi viste le tre accuse che lo riguardano; l’accusa più grave è quella di corruzione e frode per un presunto allentamento delle norme in favore del colosso delle telecomunicazioni Bezeq; in cambio di questo favore il suo maggiore azionista, Elovitch, avrebbe offerto a Netanyahu una copertura favorevole sul suo quotidiano Walla, e in caso Likud non riesca a formare un governo che approvi una riforma sull’immunità Benjamin Netanyahu potrebbe essere estromesso dalla politica israeliana dopo più di 25 anni. 

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