La democrazia tunisina alla prova delle seconde presidenziali della sua storia

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Con la morte di Beji Caid Essebsi a fine luglio, il popolo tunisino si appresta a votare per la seconda volta nella sua storia il futuro Presidente della Repubblica a suffragio universale. Il primo turno dell’elezione del nuovo capo di stato è stato indetto per domenica 15 settembre, due mesi prima di quanto inizialmente previsto in virtù della scomparsa di Essebsi prima dello scadere del suo mandato. Il secondo turno si svolgerà nel mese di novembre, dopo le elezioni parlamentari previste in ottobre. Dopo la primavera araba del 2011, il popolo tunisino ha bel accolto il principio democratico del pluralismo politico, tanto che vi sono bel 26 candidati alla presidenza. Tra questi vi sono personalità di rilievo della recente esperienza istituzionale tunisina: due ex primi ministri (tra cui l’uscente Youssef Chahed), l’ex Presidente della Repubblica ad interimMarzouki ed il ministro della Difesa in carica Abdelkarim Zbidi, già sottosegretario ai tempi di Ben Ali. Tra i candidati in lizza c’è però anche un outsider, Nabil Karoui, un imprenditore “self-made man” alla guida di un movimento populista che promette di “sradicare la povertà dalla Tunisia”[1].Dopo il suo arresto per «riciclaggio di denaro ed evasione fiscale» alla fine di agosto, è la moglie che prosegue la campagna elettorale accusando il premier di strumentalizzazione della giustizia.

È importante considerare che l’attuale configurazione costituzionale, nata sulla scia della rivoluzione del 2011, ha notevolmente ristretto la sfera delle competenze presidenziali rispetto a quanto previsto dalla precedente Costituzione del 1959. Se sotto il padre fondatore della Tunisia, Habib Bourguiba, i poteri del presidente si estendevano in quasi tutte le sfere della società, oggi il mandato presidenziale è limitato agli Affari Esteri, alla Sicurezza Nazionale e alla Difesa.

Nelle ultime settimane il dibattito politico tra i 26 candidati è stato molto vivo e proficuo. La campagna elettorale ha visto l’utilizzo di inediti dibattiti televisivi all’americana con cui i candidati hanno avuto modo di confrontarsi e chiarire ai cittadini i loro obiettivi programmatici. Oggi, infatti, i campi ideologici non sono più nettamente marcati come era avvenuto nella precedente tornata presidenziale del 2014, in cui da un lato c’era il campo islamista-rivoluzionario, rappresentato da Moncef Marzouki, e dall’altro il campo modernista di Beji Caid Essebsi. Oggi il rischio di un’eccessiva polarizzazione della politica è assente dato che si riscontra un progressivo avvicinamento tra l’ala islamista e quella progressista-modernista. In questa tornata elettorale, infatti, ogni famiglia politica è rappresentata da almeno tre candidati, il che consente all’elettore un ampio ventaglio di possibilità di scelta. Scopo principale dei 26 candidati è convincere gli elettori ancora incerti su chi votare, tentando di scongiurare le attuali previsioni che annunciano un ampio livello di astensionismo soprattutto tra i giovani. Il senso di sfiducia che questo dato dimostra trova le sue radici in un generale disincanto della popolazione verso l’effettiva capacità della politica di colmare i ritardi accumulati in questi anni post-rivoluzionari, soprattutto sul versante del progresso economico. La democrazia ha avuto ingenti costi e le contraddizioni politiche e istituzionali, nel tentativo di far coesistere partiti di matrice religiosa e i neo-partiti di origine laica e democratica, non sono mancate. L’esito delle imminenti elezioni parlamentari e presidenziali sarà un importante banco di prova per la stabilità e l’efficienza dell’assetto democratico tunisino.

[1]https://www.tap.info.tn/en/Portal-Politics/11788511-2019-presidential

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