Brexit, Johnson perde la maggioranza in Parlamento

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Insediatosi a fine luglio nel governo inglese, il Premier capo del Partito Conservatore si trova già in una situazione di crisi. Dopo poco più di un mese dall’inizio del suo mandato, la questione Brexit – sempre più complessa – ha comportato la perdita di maggioranza in Parlamento per Boris Johnson, nonché la presa da parte dei parlamentari del controllo del calendario parlamentare.

La Brexit è questione centrale da più di tre anni nel Regno Unito, e l’obiettivo del Neopremier è stato sin da subito quello di portare a termine il processo di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Nonostante gli sforzi di Theresa May, ex primo ministro inglese, non si è riuscito ancora a concretizzare la Brexit per mancanza di un accordo accettato da tutti, Regno Unito e Unione Europea. Alla luce di ciò, Johnson ha sin da subito messo in chiaro la sua idea: far uscire il Regno Unito dall’UE entro il 31 ottobre 2019, con o senza un accordo.

L’ipotesi di No deal – l’uscita senza accordo – non trova favorevoli gran parte dei parlamentari inglesi: il Regno Unito lascerebbe l’Unione europea senza un accordo che regoli il processo di uscita, lasciando il Mercato unico e l’Unione doganale senza regolamentazione degli scambi tra i Paesi membri che impedisca l’introduzione di controlli e tariffe. L’accordo inizialmente raggiunto da Theresa May prevedeva, infatti, di mantenere lo status quo per un periodo di transizione di 21 mesi durante i quali si sarebbe potuto negoziare un accordo commerciale. Johnson invece sembra voler a tutti i costi far uscire il Regno Unito dall’UE, anche senza accordo. Per fare ciò, è arrivato a compiere un gesto considerato quasi estremo, che non avveniva dal 1948: il Premier ha chiesto alla Regina di sospendere i lavori del Parlamento per evitare che i deputati inglesi blocchino un’uscita dall’UE senza accordo. Benché tale gesto potesse essere fatto in modo legittimo dal premier, è stata criticata da molti ed è passata come una mossa quasi antidemocratica, poiché si è utilizzata una regola costituzionale con un obiettivo totalmente politico. Tuttavia, il 28 agosto la Regina ha acconsentito a tale sospensione, che sarebbe dovuta durare fino al 14 ottobre. In realtà però, dopo la pausa estiva e prima dell’avvio della sospensione, i deputati inglesi hanno a disposizione ancora una settimana, dal 3 al 10 settembre.

Proprio il 3 settembre Johnson ha iniziato a perdere la maggioranza in Parlamento, a causa di parlamentari conservatori considerati “ribelli”: il conservatore Phillip Lee è passato ai Liberal Democratici e poiché Johnson aveva una maggioranza di un solo seggio, si è trovato a non avere più il sostegno del Parlamento. La Camera dei comuni, con una votazione di 328 a 301, è riuscita a prendere il controllo dell’agenda, consentendo ai deputati di presentare un disegno di legge che richiede una proroga per la Brexit. Johnson sembra non essere disposto a negoziare alcuna ulteriore proroga, ma pare che gli oppositori abbiano i numeri per far passare la legge. Di conseguenza, il premier ha avvertito di essere pronto a presentare una mozione di scioglimento della Camera dei Comuni per indire elezioni anticipate a metà ottobre: mozione che andrebbe però sostenuta da due terzi dell’aula.

Altra sera importante è stata quella del 4 settembre, quando la camera bassa del Parlamento ha votato e approvato la legge che costringe il governo a chiedere all’Unione Europea di rimandare la scadenza di Brexit, con una votazione di 327 contro 299. Per entrare in vigore, la norma deve superare ancora due passaggi: l’approvazione della Camera dei Lord, dove è già iniziata la discussione degli emendamenti, e la firma della Regina. L’opposizione spera che entrambi i passaggi vengano completati entro la fine di questa settimana, poiché poi inizierà il periodo di sospensione di cinque settimane del Parlamento.

Johnson è intervenuto criticando la legge, sostenendo che avrà l’effetto di togliere qualsiasi potere negoziale del Regno Unito nei colloqui con l’Unione Europea, ed ha poi proposto di convocare elezioni anticipate per il 15 ottobre, una possibilità di cui si parlava da settimane. La proposta però non è passata: ha ottenuto 298 voti a favore e 56 contrari, ma per essere approvata serviva la maggioranza di due terzi dei parlamentari, cioè 434 voti. Il Partito Laburista si è astenuto, appoggerà le elezioni anticipate ma solo dopo che la legge che impedisce il “no deal” sarà firmata dalla Regina.

Il Parlamento britannico nell’arco di qualche mese ha votato contro tre proposte di accordo della May, all’uscita senza accordo ed anche alle elezioni anticipate: rimane senz’altro la certezza che vi è un’incapacità di accordarsi e prendere una decisione, con una situazione di stallo che va avanti da molto tempo.

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