Brexit: al via le trattative di Johnson

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Dopo l’ascesa di Boris Johnson come premier della Gran Bretagna, la questione della Brexit continua ad essere al centro dei dibattiti, nell’ambito del tentativo di giungere ad un accordodefinitivo con l’Unione europea, seguendo la linea politica del nuovo primo ministro.

Nella sua lettera a Donald Tusk, il Presidente del Consiglio europeo, Johnson ha riaffermato la sua disponibilità a concludere un accordo di uscita dall’Unione europea, seppur con l’opposizione al cosiddetto backstop con l’Irlanda, cioè alla disposizione relativa al confine irlandese. L’intenzione di Johnson era quella di sostituire la soluzione di backstop con un impegno giuridicamente vincolante a non costruire infrastrutture o effettuare controlli alla frontiera, a condizione di reciprocità. Tusk ha, tuttavia, rigettato la richiesta del premier britannico di eliminare tale parte fondamentale dell’accordo, considerandola una garanzia finché non sopraggiunga una valida alternativa. Chi è contro il backstop e non propone alternative realistiche di fatto sostiene la reintroduzione di una frontiera. Anche se non lo ammette” ha dichiarato il Presidente del Consiglio europeo. Dopo la ricezione della lettera di Johnson, il Consiglio europeo ha inviato un documento ai 27 Stati membri dell’UE in cui vengono definite “fuorvianti” e “non corrette” alcune affermazioni del premier britannico. Nella valutazione di Bruxelles si sottolinea che l’intesa raggiunta dalle due parti “rispetta in pieno l’Accordo del Venerdì Santo, lo status costituzionale dell’Irlanda del Nord, e l’integrità territoriale del Regno Unito. Entrambe le parti hanno iniziato questi negoziati con l’impegno ad evitare una frontiera fisica sull’isola di Irlanda. Il backstop è l’unico modo identificato, fino ad ora, da entrambe le parti, per onorare questo impegno”. Inoltre, si nota come non sia corretto affermare che i cittadini dell’Irlanda del Nord non avrebbero influenza sulla legge che verrebbe loro applicata, poiché nel Protocollo vi sono degli accordi specifici che prevedono modi di esprimere il proprio punto di vista per influenzare le decisioni. Infine, l’indicazione che due giurisdizioni legali, politiche, economiche e monetarie siano già esistenti e che possano essere gestite con una frontiera aperta risulta fuorviante ed il diritto dell’UE fornisce il quadro comune fondamentale per permettere commerci senza frizioni, senza il quale i controlli diverrebbero necessari.

Il 21 agosto Boris Johnson ha effettuato il suo primo viaggio oltre la manica da premier britannico, incontrando a Berlino la cancelliera tedesca Angela Merkel, la quale ha lanciato una sfida che può apparire impossibile: trenta giorni per raggiungere un nuovo accordo per la Brexit. La Merkel ha affermato che seppur una soluzione alternativa non sia emersa in tre anni di negoziati, può essere trovata nelle prossime settimane, magari modificando la dichiarazione politica, tuttavia, spetta a Londra presentare delle proposte credibili. Johnson ha accettato la sfida, dichiarando di essere “ben lieto” di lavorare “in tempi strettissimi” ed affermando di essere convinto circa l’esistenza di un ampio margine per raggiungere un accordo. Con pazienza e ottimismo ce la possiamo fare” ha dichiarato Johnson, usando anche la frase tedesca wir schaffen das. Johnson ha concordato con la Merkel sul fatto che in tre anni non è emersa da parte britannica alcuna soluzione alternativa. Ora finalmente le conversazioni possono iniziare – ha dichiarato Johnson – Possiamo tutelare l’integrità del mercato unico senza controlli alla frontiera irlandese”. Per ora Johnson non ha avanzato alcuna nuova e credibile proposta, ha meramente fatto riferimento alle soluzioni tecnologiche ed elettroniche contenute nel rapporto pubblicato il mese scorso dalla Alternative Arrangements Commission, già esaminato e respinto dall’UE poiché giudicato inadeguato.

Il 22 agosto è stato il turno dell’incontro all’Eliseo tra Johnson ed il Presidente francese Emmanuel Macron. Quest’ultimo ha ammorbidito il tono ma non ha modificato il suo messaggio: se ci sarà una hard Brexit, vale a dire l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea senza un accordo, la responsabilità sarà attribuita automaticamente a Londra. Il Presidente francese si è allineato alla posizione della cancelliera tedesca, affermando che con “buona volontà” è possibile giungere ad una soluzione “intelligente” nell’arco di 30 giorni, ciò solo se l’alternativa di Londra tutelerà la stabilità e la pace in Irlanda, così come l’integrità del mercato unico “sul quale è fondato il progetto europeo.

Sono spesso rappresentato come il politico più duro e rigido verso Londra ma in realtà voglio solo essere chiaro” ha dichiarato Macron. Così, ha chiaramente espresso come il backstop non sia un cavillo giuridico o una limitazione tecnica, bensì “una garanzia genuina e indispensabile”.Il futuro della Gran Bretagna può essere soltanto in Europa” ha concluso il Presidente francese.

Dunque, a Berlino ed a Parigi è stata concordata una posizione comune di apertura e disponibilità di confronto con Londra, volta a “rilanciare la palla a Johnson”.

Nel frattempo, la questione della Brexit ha avuto un impatto sull’immigrazione dall’UE verso la Gran Bretagna: gli ultimi dati resi noti dall’Ufficio nazionale di Statistica britannico, Office for National Statistics (ONS), mostrano come solo 200.000 cittadini dell’UE siano arrivati in Gran Bretagna nell’ultimo anno finanziario e tra questi solo 92.000 si sono trasferiti alla ricerca di un lavoro, vale a dire meno della metà del numero registrato nel 2016, prima del referendum del 23 giugno. L’ONS sostiene che l’indebolimento della sterlina ed il rafforzamento dell’economia dei Paesi dell’Est Europa abbiano contribuito al calo dell’immigrazione.

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