Sudan: L’ex diplomatico ONU Abdalla Hamdok è il Premier del governo di transizione

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Dopo la deposizione in aprile del controverso leader Omar al-Bashir, il processo di stabilizzazione del Sudan ha compiuto oggi un passo importante. L’ex diplomatico delle Nazioni Unite (ONU) Abdalla Hamdok ha infatti giurato a Khartum come nuovo Primo ministro del Sudan, divenendo così capo di uno dei due organi che traghetteranno il paese nei tre anni di transizione verso nuove elezioni nel 2022.

Hamdok, ex vicesegretario esecutivo della Commissione Economica dell’ONU per l’Africa, oltre ad essere un rinomato economista, detiene un curriculum ricco di esperienze nell’ambito della diplomazia e della cooperazione internazionale. La sua nomina è uno dei risultati dell’accordo tra il Consiglio militare del Sudan (Tmc) e i capi delle proteste civili, riuniti nell’Alleanza per la libertà e il cambiamento, raggiunto il 17 agosto scorso grazie anche alla mediazione dell’Etiopia e dell’Unione Africana (UA). In base a questo accordo, nei giorni passati è stato infatti nominato il Consiglio sovrano del Sudan, l’altro organo chiave della fase di transizione triennale dopo lo scioglimento della Giunta militare. Il Consiglio sovrano è composto da 11 membri: cinque militari e sei civili, di cui due sono donne.

Con riferimento alla presidenza di quest’organo, l’accordo prevede la guida di un militare per i primi 21 mesi e di un civile per i successivi 18. In linea con quanto previsto, ieri il generale Abdel-Fattah Burhan, già a capo della Giunta militare dopo la deposizione di al-Bashir, ha prestato giuramento davanti alla Corte Suprema sudanese, pronto a servire il suo incarico per il tempo prestabilito. La prima riunione tra il nuovo governo ed il Consiglio è in programma per il primo settembre.

È necessario ricordare che oltre a queste due nuove istituzioni, i termini dell’accordo stipulato tra i militari e l’opposizione, prevedono l’istituzione entro tre mesi di un organo legislativo. La maggioranza all’interno dell’assemblea dovrà essere garantita alle Forze per la libertà e il cambiamento, ossia la principale coalizione filo-democratica, e dovrà essere per almeno il 40 per cento composta da donne.

Da questi ultimi risultati raggiunti emerge quindi una generale volontà, interna al Sudan, di lasciarsi alle spalle la trentennale dittatura di al-Bashir intraprendendo un nuovo corso inaugurato dalle nomine di Hamdok e di Burhan; sembra però ancora presto per parlare di democrazia in Sudan.

Il paese sta vivendo e vivrà nei prossimi tre anni una fase di transizione delicatissima, i cui esiti non possono di certo essere dati per scontati. Non sarà per nulla facile indire libere elezioni dopo quasi tre decenni di governo autoritario e neppure smantellare le strutture burocratiche interne alle istituzioni e ai settori dell’economia, ancora legate all’esercito e al precedente regime. Ma il timore più grande che attanaglia la comunità internazionale e la popolazione sudanese rimane, in ogni caso, quello che i militari possano rinunciare a passare il testimone ai civili, imponendo con la forza un nuovo ordine militare nel Paese.

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