Sudan: Primo ma incerto passo verso la democrazia

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Dopo lunghi giorni di negoziati in Sudan è stato finalmente firmato un accordo tra la giunta militare sudanese e l’Alleanza per la Democrazia e la Libertà, che riunisce l’opposizione e la società civile, formalizzando un’intesa raggiunta lo scorso 5 luglio. L’accordo si configura come una “dichiarazione politica” con la quale le parti si impegnano in una condivisione del potere nella guida del paese per i prossimi tre anni. I colloqui sono avvenuti alla presenza di importanti mediatori tra cui l’Unione Africana (UA), l’Unione Europea (UE) e l’Etiopia, con il comune intento di favorire un processo di transizione verso una completa pacificazione dei conflitti interni dopo mesi di sanguinose proteste. Nel mese di aprile, infatti, un colpo di stato ha portato alla destituzione del Presidente sudanese Omar al-Bashir al potere da 30 anni, nonché all’arresto di numerosi funzionari politici e di governo. La popolazione sudanese, esasperata dalla pesante crisi economica e desiderosa di democrazia, è scesa in piazza con festeggiamenti e manifestazioni all’insegna di canti patriottici e slogan che invocavano l’avvento di una “nuova era”, di una “nuova Nazione”.

Dal golpe del 30 giugno 1989, con cui il colonnello Omar al-Bashir aveva preso il potere, la sua presidenza ha più volte vacillato senza mai crollare grazie soprattutto ai solidi appoggi provenienti non solo nel continente africano, ma soprattutto da Pechino e Mosca. Nel 2008, tale consenso internazionale gli ha permesso di mantenere ben salde le redini del potere anche dopo una condanna per crimini contro l’umanità e due mandati di arresto internazionali emessi dalla Corte Penale Internazionale (nel 2009 e nel 2010) e così di beffarsi, di fatto, della giustizia internazionale.

A seguito della destituzione di al-Bashir, non senza difficoltà, le parti in causa (militari e società civile) avviarono perciò i primi dialoghi finalizzati alla ricerca di un valido compromesso per il futuro del Sudan. I primi negoziati, tuttavia, fallirono il 3 giugno scorso, quando alcuni spari uccisero un centinaio di manifestanti, tra i quali un peacekeeper ONU, riuniti in un sit-in davanti al quartier generale delle forze armate a Khartum, la capitale del Paese.

Bisogna considerare, tuttavia, che già prima di questo evento le posizioni delle parti nel corso dei negoziati erano molto distanti: i manifestanti volevano l’instaurazione di un governo di soli civili mentre i militari erano restii a rinunciare al potere. Il compromesso cui si era giunti era quindi di bassa lega, prevedendo soltanto l’istituzione di un “Consiglio sovrano” composto da 5 militari e 5 civili, cui si aggiungeva un undicesimo seggio assegnato a un civile con un background militare.

Dopo aver duramente represso le manifestazioni del 3 giugno, la giunta militare si è mostrata disponibile a riaprire i negoziati che hanno portato, il 17 luglio scorso, alla firma dell’accordo di transizione.

La dichiarazione politica prevede la creazione di 3 istituzioni: un Consiglio di Stato sovrano, un governo e un’Assemblea legislativa, i cui poteri verranno meglio definiti in una Dichiarazione costituzionale che dovrebbe seguire nei prossimi giorni. Ciò che è certo, è che il Consiglio sarà guidato da un generale per i primi 21 mesi e da un civile per i successivi 18 mesi di transizione, al termine dei quali si terranno elezioni democratiche. Le personalità che ricopriranno incarichi di primo ordine in ambito pubblico nel corso del periodo di transizione non potranno candidarsi alle elezioni previste alla sua scadenza.

La dichiarazione politica a cui si è giunti, quindi, costituisce un passo chiave del cammino verso la democrazia in Sudan ed un primo vero tentativo di stabilizzazione messo in atto da parte dei due contendenti che, tuttavia, su alcuni punti riguardo al futuro del Paese hanno ancora visioni contrastanti.

Le questioni aperte sono molte e riguardano non solo la crisi economica che danni imperversa lo stato africano, ma anche i conflitti interni (specie nella regione del Darfur e nel sud del Kordofan) ed il peso politico da attribuire all’attacco del 3 giugno a Kharthoum, costato la vita a oltre un centinaio di civili. Al fine di fare chiarezza sugli eventi, l’accordo siglato prevede la creazione di una commissione d’indagine indipendente che, se sarà davvero tale, riuscirà ad individuare gli effettivi agenti e mandatari della strage portando ad un’attribuzione di responsabilità.

Che il futuro del Sudan sia incerto si evince dal fatto che, se venisse confermato che a sparare sulla folla furono i soldati delle Rapid Support Forces, come documentato da video pubblicati da numerosi emittenti tra cui la BBC, si potrebbe giungere all’accusa del generale dell’esercito Mohamed Hamdan Dagalo, firmatario del recente accordo di transizione e, per questo, figura chiave dell’avvenire del Sudan.

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