Missili francesi rinvenuti in una base del generale Khalifa Haftar, nuove ombre sulla posizione francese nel conflitto libico

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Nel mese di giugno, a complicare la già critica situazione interna sul suolo libico, è avvenuto il ritrovamento di quattro missili anticarro Javelin di produzione statunitense ma di provenienza francese all’interno della base militare del maresciallo Khalifa Haftar a Gheryan, nel sud della capitale di Tripoli.

La vicenda riaccende i riflettori sulla Francia, sulle sue sospette interferenze nel conflitto libico nonché sul complesso tema del commercio d’armi.  Il Governo statunitense, cercando di porsi al riparo da ogni accusa, ha proceduto all’identificazione dei missili confermando la loro appartenenza ad uno stock acquistato dal ministero della Difesa francese nel 2010, un anno prima dello scoppio della rivoluzione in Libia. A seguito del ritrovamento il ministro degli esteri libico, Mohamed Taher Siala, ha chiesto al suo omologo francese Jean-Yves Le Drian di fare luce sulla questione, spiegando le motivazioni che avrebbero spinto Parigi a fornire tali missili alle forze ribelli del generale Haftar.

Formalmente, infatti, la Francia riconosce il governo di accordo nazionale libico (Gna) guidato da Fayez al Serraj come legittimo governo del paese ed ha sempre dichiarato di non voler intervenire a supporto di nessuna delle parti in lotta nel conflitto libico. La questione necessita quindi di rapidi chiarimenti non solo per ragioni politiche interne, ma anche perché un’implicazione francese nella vendita o nella cessione dei missili, se confermata, potrebbe implicare una violazione dell’embargo sulla vendita di armi in Libia imposto dalle Nazioni Unite e del divieto di esportare armi acquistate dagli Stati Uniti.

Chiaramente il governo francese ha negato di aver proceduto a qualsiasi trasferimento dei missili Javelin alle forze ribelli di Haftar che, come è noto, da aprile sono impegnate nella lotta contro l’esecutivo di Al- Serraj riconosciuto dall’ONU.  Secondo la versione fornita al governo francese, con il tramite del suo ministro degli Esteri, i missili erano stati forniti in dotazione alle forze speciali francesi lì schierate a scopo di intelligence e antiterrorismo e poi “smarriti” in circostanze non meglio precisate. In ogni caso, secondo la ricostruzione francese si trattava di “ordigni difettosi” che non potevano essere utilizzati ed erano per questo stati stoccati in un deposito in attesa di essere distrutti. Non è quindi chiaro come tali missili siano finiti nella base di Gharian del generale Haftar visto che la Francia ha negato a più riprese la volontà del suo governo di “vendere, cedere, prestare o trasferire [..] le munizioni a chiunque in Libia”.

Ciò che è certo è l’imbarazzo dimostrato da Parigi nel dover fornire valide giustificazioni sull’accaduto e sulla presenza dei suoi militari sul suolo libico, avendo sempre negato di assistere le forze di Haftar sul terreno del conflitto. Il sospetto è che i militari francesi fossero da tempo presenti nella città scelta dalle forze di Haftar per dare slancio decisivo alla sua offensiva verso Tripoli.

Bisogna inoltre ricordare che già nei mesi passati l’ambasciata francese in Libia era stata costretta a negare la presenza di “soldati o personale militare francese” a Gharian dopo che alcuni militari francesi erano stati visti fuggire a bordo di sei auto mentre le forze di Al-Serraj entravano nella città, generando nuovi sospetti di operazioni speciali francesi in appoggio all’offensiva di Haftar.

Il recente ritrovamento dei missili Javelin, quindi, genera nuovi dubbi e ambiguità soprattutto perché al centro della vicenda si colloca uno Stato, quello francese, cui sono attribuite le maggiori responsabilità dell’odierna situazione libica, per l’intervento promosso nel 2011 dall’allora Presidente François Sarkozy e che portò al rovesciamento del regime di Muammar Gheddafi.

Il ministro dell’Interno del governo di Tripoli Fathi Bashagha ha contestato le dichiarazioni di Parigi e annunciato la volontà di chiedere all’ONU e agli USA di esaminare le armi al fine di verificare che i missili fossero affettivamente “fuori uso”.

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