Haifa, proteste per la morte del giovane Tekah

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Durante questi giorni, la comunità ebraica etiope, sta tenendo numerose proteste per le strade delle città più importanti di Israele. L’evento scatenante è stata l’uccisione di un ragazzo di 19 anni di origini etiopi, Solomon Tekah, il quale è stato ferito a morte da un proiettile partito da un poliziotto fuori servizio nella notte del 30 giugno nel quartiere di Haifa, a Kyriat Haim. Il poliziotto ora è stato trasferito nella sua abitazione dove è sottoposto ai domiciliari in attesa che gli inquirenti stabiliscano le dinamiche del fatto; sul caso sta investigando il Dipartimento investigativo interno del Ministero della Giustizia, un corpo indipendente che indaga i casi relativi alla polizia.

Nel frattempo il legale del poliziotto, Yair Nedshi, in una conferenza stampa ha dichiarato che il suo cliente ha agito sotto necessità in quanto temeva per l’incolumità della sua famiglia, presente con lui per una passeggiata serale; tuttavia un testimone oculare ha affermato che il poliziotto non si trovava in uno stato di imminente pericolo. Stando alle prime verifiche del perito l’agente non ha puntato la pistola verso il giovane, bensì verso terra ed ha sparato per disperdere il gruppo di cui Solomon Tekah faceva parte e che in quel momento era coinvolto in una rissa, ma una volta toccato terra il proiettile è rimbalzato verso il giovane e lo ha colpito in petto, recidendo l’aorta toracica. 

Nei giorni seguenti le proteste hanno avuto luogo nel quartiere di Haifa e in città dove la comunità etiope è maggiormente presente come Tel Aviv, Ashdod, Be’er Sheva e Sderot, attestando la partecipazione di molti dei propri membri. Proprio nella città di Solomon i manifestanti hanno lanciato pietre e altri oggetti in una stazione di polizia e hanno causato il ferimento di un centinaio di agenti, i quali hanno risposto con l’utilizzo di idranti e granate stordenti.

I primi giorni di protesta sono stati organizzati dalle comunità in maniera del tutto autonoma e, come detto, hanno dato luogo amanifestazioni violente di dissenso, tant’è vero che la famiglia Tekah ha chiesto ai manifestanti di calmarsi almeno fino a quando non sarebbe finita la Shiva, ovvero il periodo di lutto praticato dall’ebraismo e che dura sette giorni. “Quando la Shiva sarà finita terremo la nostra protesta legittima e giustificata in modo organizzato, coordinando tutte le parti interessate e senza violare l’ordine pubblico” ha detto il portavoce della famiglia.

L’omicidio di Solomon ha riaperto in generale una questione mai sopita realmente, quella del rapporto e dell’integrazione fra gli israeliani e la comunità ebraica etiope. 

L’ultimo caso eclatante di violenza nei confronti della comunità si ha avuto nel gennaio 2019 quando la polizia di Bat Yam uccise a colpi di pistola un altro ragazzo di 24 anni, Yehuda Biadga. Tornando ancora indietro nel 2015 una grande manifestazione contro la brutalità della polizia in piazza Rabin a Telaviv si trasformò in una guerriglia urbana; il motivo della protesta in quel caso fu la diffusione online di un video in cui un militare israeliano di origini etiopi veniva picchiato da due poliziotti israeliani.

Ma la famiglia Tekah non è stata l’unica a chiedere ai manifestanti di riportare alla tranquillità la situazione. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha parlato dell’accaduto in una conferenza il giorno dopo, e in questa si è detto rattristato poiché tutti gli israeliani hanno a cuore la comunità ebraica etiope e che farà di tutto per far luce sull’accaduto. Giovedì anche i Kessim, i leader spirituali del culto ebraico etiope, nel tentativo di ristabilire la pace hanno tenuto assieme al Gran Rabbinato d’Israele una speciale sessione di preghiera al muro occidentale di Gerusalemme. David Lau, capo rabbino ashkenazita, ha ricordato che il mondo ebraico nonostante le sue diversità deve rimanere compatto il più possibile. 

I membri della comunità etiope in Israele, detti anche falascià o Beta Israel (Casa di Israele), nonostante i pareri contrastanti di alcuni storici, appartengono ad uno dei gruppi ebraici più antichi al mondo di cui si ha conoscenza; infatti per alcuni discenderebbero da un gruppo appartentente al ceppo yemenita mentre per altri discenderebbero dall’antica comunità ebraico egiziana di Elefantina che migrata nel Sud del paese arrivò fino alle regioni nord orientali etiopi del Gondar e del Tigré. Vittime di persecuzioni in Etiopia fin dall’anno 1000, i falascià furono in grave pericolo sotto la dittatura comunista di Menghistu Hailé Mariàm tra il 1977 e il 1987, anni in cui persero la vita più di un milione di persone per la repressione e la grave carestia del paese. In quel periodo i falascià come tanti altri connazionali tentarono la fuga verso il Sudan, dove l’ONU aveva allestito dei campi profughi per la crisi umanitaria, ma ciononostante il governo islamico di Karthoum si dimostrò reticente ad accoglierli. 

Questo imminente pericolo per la comunità ebraica etiope spinse lo stato di Israele a mettere in atto tre missioni di salvataggio e di trasferimento che sulla carta dovevano restare segrete: con le operazioni di soccorso Mosè, Saba e Salomon gli israeliani riuscirono a metterre in salvo più di 20.000 etiopi di fede ebraica. 

 

Tuttavia nei primi anni di convivenza l’integrazione non è stata facile per gli etiopi visto anche il divario che c’era tra il loro stile di vita (erano reduci da una crisi umanitaria) e lo stile di vita israeliano, già progredito a fine 1900. Ciononostante, le differenze che prima sembravano abissali si sono assottigliate nei decenni, come lo dimostra l’analisi condotta dall’Istituto Myers-JDC-Brookdale, uno dei più importanti per quanto riguarda la ricerca sociale applicata.

Stando ai dati raccolti nell’arco di sedici anni i livelli d’istruzione nella comunità etiope sono migliorati in modo significativo, sebbene permanga un divario con la popolazione generale. Ad esempio i tassi di immatricolazione per gli studenti israelo-etiopi sono saliti dal 38% del 2000 al 55% nel 2016, nonostante il tasso di immatricolazione generale del paese sia pari al 77%. Sempre in questo lasso di tempo il tasso di occupazione per gli uomini etiopi tra i 22 e i 64 anni è passato dal 64% all’ 80% rispetto all’ 81% della popolazione in generale, e per le donne etiopi dal 37% al 74% contro l’ 80% di tutte le donne israeliane.

Al giorno d’oggi la comunità conta più di 140.000 membri e sebbene Israele abbia messo in atto varie politiche sociali per favorire l’integrazione e ci siano stati dei miglioramenti, confermati dalla ricerca appena analizzata, i leader della comunità hanno affermato che esiste tutt’ora un problema tangibile di razzismo nel corpo di polizia che, malgrado le ripetute promesse su un futuro più equo, è accusata di discriminare le minoranze. Discriminazione che emerge sporadicamente anche tramite le parole di importanti cariche della vita israeliana, come quando nel 2016 il Capo della Polizia Roni Alsheich in risposta alle accuse di brutalità verso la comunità etiope disse che è naturale che un poliziotto sospetti di più di un nero o di un arabo rispetto a un israeliano.

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