Egitto, sei anni di governo al Sisi tra terrorismo e repressione

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In Egitto sono passati pochi giorni dal sesto anniversario della rivoluzione del 30 giugno che ha condotto alla destituzione l’ex presidente Mohamed Morsi e ha portato al potere il suo ministro della difesa nonché capo delle forze armate Abdel Fattah al-Sisi. Per l’occasione l’attuale presidente ha tenuto un discorso al Cairo, attraverso cui ha voluto ringraziare gli egiziani per aver avuto fede nel suo operato e per essere stati leali alla nazione. 

Non sono mancati infatti nel suo discorso riferimenti a questi ultimi anni passati, alle difficili circostanze che hanno avvolto e succeduto la rivoluzione, in particolare alla minaccia del fondamentalismo islamico che tutt’ora investe il paese, soprattutto la regione del Sinai. Proprio su questo punto il presidente al-Sisi si è voluto soffermare; il leader egiziano ha sottolineato come questa minaccia sia stata respinta ed è tutt’ora combattuta grazie allo stretto legame che il popolo ha con la propria patria, il quale va al di sopra gli interessi di coloro (si riferisce esplicitamente sia ai gruppi che ai partiti) che volevano anteporre la religione al bene comune e minare la stabilità del paese. Concludendo il discorso al-Sisi ha rinnovato solennemente il proprio impegno nella lotta contro il fondamentalismo religioso ed ha giurato agli egiziani che metterà a disposizione tutti i poteri necessari per stabilizzare definitivamente la nazione.

Quello della lotta al terrorismo, e più in generale l’impegno per la stabilità dell’Egitto, è un compito che al-Sisi in questi anni ha preso seriamente vista anche la grandezza del problema. Preso il potere il primo passo di al-Sisi fu bandire il partito dei Fratelli Musulmani, lo stesso del vecchio presidente Mohamed Morsi; sono seguite infatti numerose condanne a morte nei confronti dei membri del partito/movimento, la più recente nel settembre 2018 a seguito di un maxi-processo che portò alla pena di morte 75 persone. 

Questa guerra contro il partito religioso però non ha fatto altro che aizzare i gruppi jihadisti islamici di matrice salafita che operano sul territorio, in particolar modo l’organizzazione Ajnad Misr (Soldati dell’Egitto) che negli ultimi anni ha compiuto innumerevoli attacchi nelle città del Cairo e di Giza e l’organizzazione Wilayat Sinai, ovvero gli affiliati dell’Isis che operano nella regione da cui prendono il nome.

L’ultimo attacco terroristico in Sinai è stato compiuto pochi giorni fa, il 27 di giugno, nella città di al-Arish. Durante la notte i terroristi hanno teso un agguato in alcuni posti di blocco delle forze dell’ordine e hanno ucciso in totale sette poliziotti, mentre un terrorista è morto prima di farsi esplodere. 

Proprio per far fronte all’emergenza fondamentalista il presidente ha avviato l’anno scorso prima la maxi operazione “Sinai 2018”, che consiste in un largo dispiegamento dei militari in tutta la regione, e ha poi reiterato per l’ottava volta tramite decreto presidenziale lo stato di emergenza (tutt’ora in vigore); quest’ultimo atto però si estende a tutta la nazione e comprende un’ampia fascia di provvedimenti discutibili, come la censura, il coprifuoco e la possibilità di essere processati in tribunali militari senza diritto di appello o di ascolto.

Tuttavia questa serie di misure formalmente disposte per contrastare l’emergenza terrorismo, vengono adoperate in maniera più o meno implicita per mettere a tacere il dissenso politico nei confronti del presidente. 

Secondo Amnesty International nel corso del 2018 almeno 113 persone sono state arrestate solo per aver espresso in modo pacifico le loro opinioni; molte sono rimaste in detenzione preventiva per mesi e poi portate in giudizio anche in corte marziale con le accuse di “militanza in gruppi terroristici” e “diffusione di notizie false”. Sempre secondo Amnesty nei primi tre mesi del 2019 sono state arrestate per reati di opinione almeno 57 persone (ma le organizzazioni non governative forniscono dati maggiori) di cui almeno quattro solo per aver criticato sui social media gli emendamenti portati a termine da al-Sisi.

L’ultimo caso risale al 25 giugno, quando nelle prime ore del giorno l’avvocato Ziad el-Elaimi è stato preso con forza dall’esercito in un quartiere residenziale del Cairo e portato in prigione in attesa di indagini; al momento è ancora in custodia cautelare e dovrà affrontare l’accusa di aver aiutato un’organizzazione terroristica vicina ai Fratelli Musulmani, partito ormai fuori legge. L’avvocato è un parlamentare importante del partito socialdemocratico e un membro della coalizione rivoluzionaria del 25 gennaio, che è stata fondamentale nel 2011 per la destituzione di Hosni Mubarak dalla carica presidenziale.

Ma non è l’unico ad essere stato preso di forza l’alba del 25 giugno, infatti il noto esponente socialdemocratico rientra nell’albo degli indagati assieme ad altri sette attivisti laici, sempre accusati di favoreggiare attività contro lo stato. Quest’ultima serie di arresti è stata chiamata dai media “il caso della Coalizione della Speranza” in quanto tutti gli arrestati appartengono alla Hope Coalition, una piattaforma basata su un compromesso tra vari esponenti politici egiziani per formare una nuova opposizione parlamentare, la quale sarebbe stata inaugurata nei prossimi giorni. 

Nel frattempo sono tante le ombre che crescono sull’effettivo grado di democrazia in Egitto. Il paese sotto la guida di al-Sisi, nonostante stia portando a termine una serie di riforme socio-economiche col fine di uscire definitivamente dal forte periodo di inflazione che lo aveva colpito (nel 2017 il tasso d’inflazione era arrivato al 30%), sta assumendo sempre più i caratteri di un regime totalitario, e conferma il fatto che nel 2011 dopo aver rovesciato la presidenza di Mubarak, durata 30 anni, sia mancata una vera rivoluzione.

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