Caso Sea Watch 3: dal soccorso all’entrata in Italia

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Il 12 giugno, l’equipaggio della nave Sea Watch 3 ha soccorso al largo della Libia 52 migranti che si trovavano su un gommone; data l’assenza della guardia costiera libica nel provvedere al soccorso, l’equipaggio è intervenuto in rispetto del diritto internazionale. Da allora, dopo due settimane trascorse al limite delle acque territoriali, solo il 26 giugno la nave è entrata in acque italiane, pur essendo in violazione dell’attuale legge nazionale in materia, il “decreto sicurezza bis”.

La Sea Watch è stata al centro di molte polemiche e discussioni: tra il 2018 e il 2019 accadde una cosa simile, con 47 migranti rimasti in mare per oltre due settimane. Dopo il trasferimento dei migranti, la nave era stata sequestrata nel corso di un’indagine per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, per poi invece essere fatta tornare in mare al termine di raccolta delle prove.

La nave Sea Watch 3 è tornata protagonista proprio per quest’ultimo salvataggio: dopo aver soccorso i migranti, si è avvicinata al vicino porto di Lampedusa, restando però in attesa del permesso del governo italiano per poter entrare nelle acque territoriali. La reazione iniziale del Governo italiano è stata di chiedere alla Sea Watch 3 di riportare i migranti soccorsi in Libia, alla luce dell’accordo che ha l’Italia con la Guardia Costiera libica. Tuttavia, sulla base del diritto internazionale, è vietato riportare i migranti in paesi dove hanno subìto abusi e violenze: la comunità internazionale, tra cui anche l’Unione Europea, non considera la Libia un posto sicuro a causa della guerra civile e dei campi di detenzione, nei quali si assiste ad una sistematica violazione dei diritti umani. Dopo qualche giorno dal salvataggio, sono stati fatti scendere dalla nave donne, bambini e uomini in gravi condizioni di salute, circa 10 persone in totale; per il resto delle persone il Governo italiano si è posto in modo intransigente. Il 15 giugno, il ministro dell’interno, insieme ai ministri della difesa e dei trasporti, ha disposto il divieto di ingresso, transito e sosta per la nave nelle acque territoriali italiane, sulla base del decreto sicurezza bis. Tra le varie misure, il decreto votato a giugno prevede l’introduzione di multe fino a 50.000 euro per i capitani di imbarcazioni che arrivano in Italia nonostante il divieto per motivi di ordine e sicurezza.

Nell’attesa di avere un riscontro positivo dal Governo italiano, dalla Sea Watch 3 sono continuati ad arrivare messaggi di aiuto e richieste di sbarco: è stato fatto presente che la situazione era molto difficile, con uno stato psicologico dei migranti provato, sia per il passato nei centri di detenzione che per l’attesa in mare. Inoltre, una volta appurato il rifiuto del Governo italiano, molti sindaci tedeschi hanno dato la loro disponibilità per accogliere i migranti presenti sulla Sea Watch 3.

La situazione esasperata vissuta all’interno della nave ha portato il capitano della nave ed i migranti a rivolgersi alla CEDU, la Corte europea dei diritti dell’uomo, chiamata ad esprimersi sul divieto del governo italiano. Ad essere invocati sono stati gli articoli due (diritto alla vita) e tre (divieto di trattamenti inumani e degradanti) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, con la richiesta di essere sbarcati subito, così da presentare una richiesta di protezione internazionale. La Corte ha raccolto le informazioni dal Governo e dalla ONG, ma ha respinto il ricorso dei migranti per mancanza degli estremi per obbligare l’Italia a far sbarcare i migranti, pur indicando al Governo italiano di continuare “a fornire tutta l’assistenza necessaria alle persone in situazione di vulnerabilità a causa dell’età o dello stato di salute che si trovano a bordo della nave”.

La capitana della nave Carola Rackete, dopo aver dichiarato “i migranti sono disperati. Qualcuno minaccia lo sciopero della fame, altri dicono di volersi buttare in mare o tagliarsi la pelle”, ha deciso di tutelare la salute delle persone in nave ed intervenire: nel primo pomeriggio del 26 giugno – dopo aver trascorso 14 giorni in mare – la nave è entrata nelle acque territoriali italiane, contro quanto previsto dal Governo, fermandosi nel porto di Lampedusa. “Ho deciso di entrare in porto a Lampedusa. So cosa rischio, ma i 42 naufraghi a bordo sono allo stremo. Li porto in salvo” ha dichiarato la comandante, consapevole della possibilità di ricevere una multa, la confisca della nave e di essere oggetto di indagine per favoreggiamento all’immigrazione clandestina. Il ministro dell’interno italiano Matteo Salvini ha parlato dell’entrata in acque territoriali come un atto ostile nei confronti dell’Italia, dichiarando “Il governo olandese non può far finta di nulla: una nave battente bandiera dei Paesi Bassi ha ignorato i divieti e gli altolà e sta facendo rotta a Lampedusa. […] L’Italia merita rispetto: ci aspettiamo che l’Olanda si faccia carico degli immigrati a bordo”.

Nonostante l’entrata in acque territoriali, la Sea Watch 3 sembra ancora non avere un destino certo, anche per i 42 migranti soccorsi. Le soluzioni possibili sembrano essere due: l’accordo diplomatico con l’Unione Europea per la redistribuzione dei migranti tra Italia, Olanda e Germania, oppure un provvedimento di sequestro da parte dell’autorità giudiziaria, che consentirebbe almeno di far attraccare la nave e far scendere i migranti.  In merito al ruolo di coordinamento che dovrebbe avere l’Unione Europea, il commissario europeo alla Migrazione Dimitris Avramopoulos ha affermato “rivolgo un appello agli Stati membri a mostrare solidarietà. Continueremo a restare al fianco dell’Italia e a tutti gli Stati membri sotto pressione”, continuando “è solo attraverso un approccio europeo congiunto, mano nella mano con i Paesi Terzi, che saremo capaci di trovare soluzioni reali”.

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